A
proposito di Fini
Quando Francesco Rutelli decise di uscire dal
Partito democratico e di dare inizio ad Alleanza per l'Italia,
pensai che avesse coraggio. Infatti, la sua scelta contraddiceva
la logica abituale dei professionisti della politica: mai
lasciare il certo per l'incerto.
Oggi anche Gianfranco Fini si trova ad un passo
dall'ignoto; e, con lui, i suoi più stretti amici. Ci sono venti
o più deputati e dieci o più senatori effettivamente disposti ad
uscire dai gruppi parlamentari del Popolo della libertà per
costituire nuovi gruppi autonomi? Ne dubito. Avrebbero troppo da
perdere e il coraggio è virtù rara tra i professionisti della
politica.
Cosa intendo per "coraggio"? La volontà di
modificare una realtà che si giudica insoddisfacente,
individuando nel contempo una serie di possibili cambiamenti;
quindi, la capacità di perseguire con determinazione e coerenza
quei cambiamenti, sfidando rapporti di forza consolidati che
hanno determinato la realtà presente, con le sue attuali
caratteristiche. Sfidare i detentori del potere è cosa normale
in un ordinamento democratico; diventa tanto più rischioso
quanto meno il sistema politico sia realmente democratico.
Ragionando in astratto, ipotizziamo che,
nell'ambito di quello che finora è stato lo schieramento di
Centro-Destra, si costituisca una nuova formazione che
rivendichi il diritto d'iniziativa politica, in autonomia dal
PdL.
La legge 21 dicembre 2005, n. 270, ossia la legge
elettorale in vigore per le elezioni della Camera dei deputati e
del Senato, conferisce a quella che comunque resterebbe la forza
politica maggioritaria nello schieramento di Centro-Destra, il
Popolo della libertà, il potere di decidere, secondo proprie
valutazioni di convenienza, con quali formazioni minori
coalizzarsi, o non coalizzarsi, nelle successive elezioni del
Parlamento. Anche una formazione relativamente molto piccola può
ottenere rappresentanza se accettata nell'alleanza elettorale.
Si può portare l'esempio del Movimento per l'Autonomia: nelle
ultime elezioni politiche del 13 aprile 2008, l'MpA conseguì
410.487 voti (pari al'1,26 % del totale dei voti validi
espressi), e si vide attribuiti otto seggi alla Camera.
Qualora, in un domani più o meno ravvicinato, una
lista autonoma di ispirazione "finiana" volesse presentarsi alle
elezioni, è sicuro che il Popolo della libertà negherebbe la
possibilità di coalizione. Di conseguenza, la predetta lista
potrebbe ottenere seggi alla Camera soltanto se conquistasse una
cifra elettorale nazionale non inferiore, come minimo, al
quattro per cento del totale dei voti validi espressi. Non è
facile. Sempre nelle elezioni del 2008, ad esempio, non ebbe
rappresentanza la Sinistra Arcobaleno, che pure ottenne
1.124.418 voti (3,084 %).
In altre parole, la legge elettorale vigente non
realizza quella che, almeno secondo me, è la condizione
indispensabile affinché una soglia di sbarramento sia
costituzionalmente legittima e politicamente accettabile: che
funzioni in modo uguale per tutte le liste, in modo da
rispettare il principio costituzionale secondo cui tutti i voti
sono uguali, ossia devono avere lo stesso peso (art. 48, secondo
comma, della Costituzione).
Invece, per come vanno attualmente le cose, tra
le liste minori ci sono figli e figliastri, amici e "nemici".
Per definizione, sono "nemici" tutti coloro che, per qualsiasi
motivo, disturbano il manovratore.
Continuiamo a ragionare in astratto. Posto che
l'ipotetica lista "finiana" di cui stiamo discutendo si vedrebbe
negato lo spazio politico dallo schieramento di Centro-Destra,
quali alternative operative avrebbe? Infatti, il coraggio da
solo non basta; occorre pure un disegno lucido: valutare
realisticamente di quali forze si abbia il diretto controllo e
su quali altre forze si possa fare affidamento per un'alleanza
reciprocamente vantaggiosa.
In linea teorica, vengono subito in
considerazione due possibili partners: l'Unione di centro di
Pier Ferdinando Casini e l'ApI del già citato Rutelli. Tutti
questi soggetti politici sembrano accomunati dalla volontà di
superare il bipolarismo dominato dalle posizioni più estremiste
e demagogiche, quale si è finora realizzato in Italia. Sembrano
pure accomunati dalla consapevolezza che un sistema politico può
davvero dirsi liberal-democratico se prevede, accanto ad un
Esecutivo reso autorevole dalla capace di decidere, una serie di
contrappesi e, in primo luogo, il bilanciamento che deriva da un
Parlamento libero e dotato di poteri effettivi.
Tuttavia, una cosa sono le intese che si possono
realizzare nelle aule parlamentari; altra cosa, molto più
difficile, è pensare di presentarsi uniti in una campagna
elettorale. L'UDC, in passato, ha fatto parte del Centro-Destra;
ciò dovrebbe rendere più semplice la confluenza, insieme ai "finiani",
in un comune rassemblement moderato. Se non fosse che
alcuni "finiani", per accreditarsi al cospetto di una mitica
opinione pubblica "progressista" che esiste solo nelle loro
menti, non sono alieni da proposte sfacciatamente demagogiche;
tipo: concedere il diritto di voto ai sedicenni. Va benissimo
poi la volontà di accreditarsi come "destra liberale"; ed è
giusto, da questo punto di vista, difendere la laicità dello
Stato e difendere anche quelle leggi della Repubblica italiana
con le quali si è realizzato uno scostamento rispetto ai
princìpi morali della religione cattolica: dal divorzio,
al'interruzione volontaria della gravidanza, alla libertà di
avvalersi di tecniche di controllo delle nascite. Fermo restando
il diritto della Chiesa di sollecitare le coscienze alla
riflessione, affermando una verità scomoda per le logiche
mondane; e fermo restando il diritto dei credenti di continuare
ad essere coerenti con le proprie convinzioni circa
l'indissolubilità del matrimonio, la sacralità della vita fin
dal concepimento, l'apertura alla procreazione responsabile. Per
quanto riguarda l'ApI, c'è da superare un ulteriore ostacolo di
tipo psicologico: infatti, quanti finora sono concretamente
confluiti nella formazione "rutelliana" sentono se stessi come
parte dello schieramento di Centro-Sinistra e continuano a
definirsi come tali.
Un rassemblement moderato — che per
concessione alla mitologia progressista potrebbe insieme essere
definito pure riformatore — potrebbe credibilmente proporsi al
Paese soltanto se individuasse tre o quattro punti importanti,
condivisi senza riserve da tutti partners che fanno parte del
raggruppamento, su cui fondare una diversa politica di governo.
Ad esempio, l'accenno che in questi giorni i "finiani"
fanno alla proposta di abolire le province coglie un'esigenza
reale, su cui si potrebbe raccogliere un vastissimo consenso
popolare: razionalizzare e semplificare i livelli di governo del
territorio, procedendo ad un loro complessivo riordino. E' una
condizione indispensabile per la modernizzazione del Paese.
Più in generale: la gente chiede che si dimostri
con provvedimenti concreti la volontà di riformare la politica,
cioè di definire regole e determinare nuove condizioni
strutturali a livello istituzionale con l'obiettivo di
migliorare il costume politico. Non ci vuole grande fantasia.
Elenco di seguito qualche modesta proposta. Ridefinire le
dimensioni numeriche delle assemblee elettive, a cominciare dal
Parlamento, in modo che il numero dei componenti sia in linea
con l'esperienza delle più importanti democrazie dell'Europa
Occidentale. Ridurre i costi della politica a carico delle
finanze pubbliche, a partire da una drastica riduzione dei
rimborsi elettorali. Evitare la moltiplicazione degli enti e
delle cariche istituzionali. Ridurre i privilegi oggi accordati
ai parlamentari ed ai consiglieri regionali. Evitare che la
Camera ed il Senato continuino a spendere cifre ingentissime per
affittare palazzi ed immobili vari nel centro di Roma.
Affrontare il problema dei costi di quanti collaborano con i
politici: complessivamente, dal trattamento accordato a chi, a
vario titolo, fornisca consulenze, fino al trattamento
corrisposto ai dipendenti di ruolo delle amministrazioni dei due
Rami del Parlamento e di altri Organi costituzionali. Ad esempio
non sarebbe moralismo, ma concreta misura di moralizzazione
della vita pubblica, stabilire la regola che ai percettori di
pensioni al di sopra di una certa quantificazione annua non
debbano mai essere riconosciuti i rinnovi contrattuali via via
approvati per i dipendenti in servizio. Anche nel caso di
Istituzioni che decidono in regime di piena autonomia, come
avviene per la Camera e per il Senato. Infatti, i rinnovi
contrattuali accordati ai dipendenti in servizio tengono conto
di un disagiato orario e di responsabilità professionali che non
hanno senso quando riferiti ai pensionati. Secondo me, l'importo
delle pensioni al di sopra di una certa quantificazione annua
andrebbe bloccato e soltanto periodicamente aggiornato in
relazione all'aumento del costo della vita. Il che sarebbe anche
un modo per disincentivare i dipendenti ad andare in pensione
prima del tempo, quando particolari ordinamenti autonomi lo
consentano.
Per fare tutto questo occorrerebbero spalle
larghe e una non comune solidità culturale. Servirebbe il
coraggio di rimettere in discussione miti consolidati e sfidare
i luoghi comuni. Il primo mito da combattere è quello della
"partecipazione" democratica. La partecipazione è sempre
positiva quando la gente volontariamente si interessi della cosa
pubblica, per affermare esigenze di bene comune. La nobiltà di
una partecipazione siffatta sta in una parola magica: gratis. Al
contrario, concezione completamente sbagliata di
"partecipazione" è quella di chi vorrebbe affollare le
istituzioni rappresentative di un numero sempre più alto di
soggetti e di chi vorrebbe che le decisioni, a tutti i livelli,
fossero condivise dal più alto numero possibile di decisori.
Condividere significa, in pratica, contrattare e chi contratta è
soddisfatto soltanto se c'è un utile per lui. Dall'erroneo
presupposto di una spesa pubblica considerata come un pozzo
senza fondo, la malintesa "partecipazione" democratica porta
all'inarrestabile aumento della quantità di denaro che si decide
di spendere. Affinché la platea dei diretti destinatari sia più
ampia possibile. Per quanto riguarda poi i rappresentanti del
popolo, bisogna pur stabilire il numero massimo di
rappresentanti che l'economia di un Paese si possa permettere di
mantenere a spese dei contribuenti! La classica soluzione
istituzionale dei liberali consiste nell'eleggere nel modo più
libero e consapevole possibile il giusto numero di decisori che,
responsabilmente, si facciano carico di decidere nell'interesse
di tutti. Decisori che vanno allontanati dal potere in
successive elezioni se hanno deciso male, e che possono essere
perseguiti a termini di legge se hanno approfittato
indebitamente del potere che era stato loro conferito.
Altro argomento non meno importante: individuare
soluzioni concrete per contrastare ogni forma d'ingerenza dei
partiti nelle pubbliche amministrazioni. Bisognerebbe tendere a
formare e selezionare, in tutti i settori, una dirigenza
burocratica professionalmente preparata, adeguata ai compiti di
istituto, consapevole di essere a servizio dell'interesse
generale, rispettosa dei cittadini.
Sono convinto che dalla riforma dei costumi
politici si potrebbero trarre risorse economiche importanti da
destinare a finalità di rafforzamento della coesione sociale.
Che significa migliorare la qualità della vita delle tante
persone attualmente in stato di disagio che vivono nel nostro
Paese, in modo da meglio rispettare la loro dignità umana, che
si tratti di cittadini o meno.
Potrebbero dei politici di professione
confrontarsi seriamente con problematiche di questo tipo? Di
questo c'è necessità; invece siamo saturi di tatticismi e di
politica politicante.
Livio Ghersi (livioghersi@virgilio.it)