Ugo La Malfa e la domocrazia repubblicana

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008).

Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica. In primo luogo, il fatto che il giovane La Malfa fu attratto dall'antifascismo liberale di Giovanni Amendola: tanto da partecipare attivamente al Congresso dell'Unione nazionale di Amendola nel giugno 1925 a Roma (cfr.p. 65). La figura di Giovanni Amendola è complessa dal punto di vista intellettuale; in Parlamento fu vicino a Francesco Saverio Nitti, ma per ragioni di sopravvivenza politica, data l'ostilità dichiarata nei confronti di Giolitti, sbaglierebbe chi, accostandolo a Nitti, lo considerasse un democratico radicale del Mezzogiorno. Nella formazione di Amendola influirono la collaborazione alla rivista fiorentina "Leonardo" di Papini, poi il coinvolgimento nella rivista, sempre fiorentina. "La Voce" di Prezzolini. La sensibilità per le questioni etiche era un dato fondamentale della sua personalità e questa caratteristica lo avvicina piuttosto alla tradizione della Destra storica di derivazione cavouriana. Soddu cosi riassume il ritratto di Amendola, quale è stato accreditato dalla prevalente storiografia; « liberale conservatore, cresciuto nel medesimo brodo di coltura dal quale sorsero i nazionalisti, monarchico oltre ogni evidenza, legalitario condannato alla passività, attento esclusivamente alla funzione delle elite dirigenti, sospettoso nei confronti del moderno partito di massa, moralista responsabile della disfatta dell'Aventino»  (cfr. p. 64). Soddu respinge la predetta interpretazione, che tuttavia contiene molto di vero. Alcuni tratti caratteristici della personalità di Ugo La Malfa, certe sue rigidità caratteriali, il senso dello Stato, l’attenzione nei confronti della dinamica della spesa pubblica, la sottolineatura dell'esigenza di buona amministrazione, conseguono più di un'eco dell'impostazione di Giovanni Amendola. II secondo fatto è che La Malfa, una volta assunta la guida del Partito repubblicano, diede molto spazio, all'interno del PRI, ad intellettuali di schietta e spesso dichiarata formazione culturale liberale. Cito per tutti lo storico Rosario Romeo. Ma non sarebbe inappropriato ricordare lo stesso Giovanni Spadolini, il quale, prima della sua elezione a senatore nel 1972, aveva avuto molti più elementi di comunanza con i Liberali che con i repubblicani storici. Invero, l'accoglienza non fu limitata agli intellettuali, ma, per ragioni di concorrenza partitica, generosamente estesa a tutti i fuorusciti dal PLI. Soddu ricorda, non senza ironia, il caso di "Democrazia 67", un rilevante gruppo di scissionisti liberali, approdato al Partito repubblicano con la mediazione del dirigente del PRI Claudio Salmoni, poi morto prematuramente nel 1970. II segretario regionale del PRI del Piemonte si oppose perché uno degli esponenti più rappresentativi di quel raggruppamento aveva “non dimenticati trascorsi monarchici”. La Malfa approvò l'adesione, ritenendola «vantaggiosa»  (cfr. nota 54, pp. 449-450). Nel ricordare quelle vicende, Aristide Gunnella ha osservato che i tanti che, spesso a sproposito parlano di "sinistra liberale" non si sono mai accorti che in Italia una sinistra liberale organizzata è esistita effettivamente per lungo tempo, ed era il PRI. Terzo ed ultimo fatto, non meno significativo, è l'adesione del PRI al gruppo parlamentare dell'ELDR nel Parlamento europeo. La questione della collocazione del Partito repubblicano italiano si pose in occasione delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo nel 1976. In precedenza, nel mese di ottobre del 1975, La Malfa aveva rifiutato l’adesione all'Internazionale liberale per la secolare «contrapposizione tra forze liberali e forze repubblicane, l’una essendosi data una funzione moderata, l’altra una funzione di sinistra progressista»  (cfr. p. 308). Giovanni Malagodi, nella sua qualità di leader dell’Internazionale liberale, insistette e propose una soluzione intermedia: l’adesione del PRI soltanto alla Federazione dei partiti liberali della Comunità europea. Scrisse a La Malfa: «Tu ed io ci conosciamo da tanti anni e siamo ormai anzianotti. Non vogliamo lasciare insieme ai nostri amici più giovani questo pegno di fede nel futuro della liberta e dell'Europa?». Finalmente La Malfa disse di si, ponendo come condizione che la Federazione fosse denominata “dei partiti liberali e democratici”. Ritornerò in seguito sui rapporti con i liberali. Ora è importante sottolineare che l’etichetta di "liberale" sicuramente andava stretta ad Ugo La Malfa. Durante tutta la sua lunga vicenda politica, egli si dichiarò sempre "di sinistra", con una determinazione tale da destare stupore, ad esempio, in Oriana Fallaci che lo intervistò nel 1974 (cfr. p. 22). La Malfa si considerava parte della "sinistra democratica" e muoveva da un'idea della sinistra tale da abbracciare tutte le sue componenti storiche, ancorché questa sinistra non si traducesse in uno schieramento capace di operare unitariamente nella prassi politica. Cosi la "sinistra" per lui andava dal Partito repubblicano da un lato, al Partito comunista dall'altro, includendo al proprio interno i radicali, i socialdemocratici ed i socialisti. Una delle più significative testimonianze del pensiero di La Malfa si rinviene nel libro "L'altra Italia” pubblicato nel 1975 da Mondadori, con una prefazione di Rosario Romeo. Come si evince dal sottotitolo, si tratta di una raccolta di "Documenti su un decennio di politica italiana 1965-1975". II primo documento raccolto è il testo dell'intervento che La Malfa pronunciò durante il 29° Congresso nazionale del Partito repubblicano, tenutosi a Roma dal 25 al 28 marzo 1965. II Congresso da cui uscì eletto segretario del PRI. La lettura del libro "L'altra Italia" dimostra con quanta attenzione e con quanta passione La Malfa si preoccupasse di tenere sempre aperto un dialogo con il Partito comunista, anche quando eventi clamorosi di politica internazionale (come l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica nel 1968) sembravano allontanare irrimediabilmente ogni possibilità di intesa. Invero la posizione lamalfiana aveva anche una componente di furbizia tattica allorquando rivendicava il diritto di criticare le condizioni economiche e sociali degli Stati del "socialismo reale" e quindi sosteneva che il PCI sbagliasse nel difendere quel modello e, nel contempo, asseriva di non voler fare dell’anticomunismo. Uno dei crucci di La Malfa era che il PCI annoverasse tra i propri dirigenti ed iscritti i figli, o i nipoti, di personalità politiche schiettamente liberali e democratiche, come nei casi emblematici di Giorgio Amendola, Antonio Giolitti, Enrico Berlinguer, Franco Calamandrei; ma l’elenco si poteva molto allungare, considerando altri casi eclatanti come quello di Ada Prospero, vedova di Piero Gobetti. Il 1978 fu un anno drammatico per la democrazia italiana, segnato da due avvenimenti: l’uccisione di Aldo Moro da parte dei terroristi delle Brigate rosse (il corpo fu ritrovato il 9 maggio) e le dimissioni di Giovanni Leone dalla carica di Presidente della Repubblica (15 giugno 1978). I due fatti si intrecciavano perchè Moro sarebbe stato il candidato naturale a succedere a Leone, come garante della formula politica della solidarietà nazionale. Sembrò a molti che La Malfa potesse essere un buon candidato, considerato che, insieme a Moro, era l’uomo politico che più si era speso per quella medesima formula. Lo stesso leader repubblicano autorizzò una delegazione del PRI a proporre formalmente una sua candidatura nelle trattative fra i partiti. E' significativo che proprio all’interno del PCI, cioè del partito che in teoria avrebbe avuto più interesse all’elezione di La Malfa, venisse formulata la critica più dura contro di lui. Paolo Bufalini, della componente cosiddetta "migliorista", cioè quella che era più interessata a costruire un buon rapporto con il PSI, disse pubblicamente che La Malfa rappresentava «un mondo filoamericano, capitalista, filoisraeliano»  (cfr. p. 329). Fu così che nel luglio del 1978 fu eletto alla carica di Presidente della Repubblica Sandro Pertini: un socialista, come voleva Bettino Craxi, ma un socialista non controllato dal segretario del PSI e con una forte personalità, rafforzata dal prestigio che gli derivava dall'essere stato, nel Ventennio, prima fuoriuscito antifascista e poi partigiano. L'ultima azione politica di La Malfa fu il tentativo di formare un governo, essendogli stato conferito l’incarico dal Presidente Pertini il 22 febbraio 1979. Pochi giorni dopo, il successivo 2 marzo, fu costretto a rinunciare all'incarico (cfr. p. 336). La politica italiana prendeva un indirizzo decisamente diverso da quello voluto dal leader repubblicano. Nella riunione della direzione nazionale del PRI del 10 novembre 1978, egli aveva definito il Partito socialista «il nostro peggiore nemico»  (cfr. p. 334). E' una coincidenza non poco inquietante che La Malfa sia stato colto da emorragia cerebrale lo stesso giorno in cui si ebbe notizia dell'arresto del dirigente della Banca d'ltalia Mario Sarcinelli e dell'incriminazione del Governatore della medesima Banca d'ltalia, Paolo Baffi. Erano due uomini molto stimati da La Malfa, che probabilmente seppe leggere nella vicenda giudiziaria che ora li coinvolgeva retroscena e lotte di potere che un normale cittadino lettore di giornali non può intendere. Tutti i fatti politici sopra richiamati, in particolare la ricerca di un dialogo con il PCI ed il rapporto via via sempre più conflittuale con il PSI, meritano di essere spiegati. E' bene partire dalla spiegazione di carattere generale che dà il biografo di La Malfa, Soddu. La prima caratteristica originale di La Malfa è che, pur considerandosi "di sinistra", avversò la prospettiva della «alternativa di sinistra», quale fu proposta in Italia, soprattutto dopo la vittoria laica nel referendum sul divorzio nel 1974, in particolare dal Partito socialista e dai radicali di Marco Pannella, anche dietro la suggestione della politica vincente di Mitterand in Francia. La Malfa non credeva in quella strategia politica perché riteneva sbagliato pensare di allontanare la Democrazia cristiana dal governo; egli era convinto che, per gli equilibri di politica internazionale ed in considerazione delle caratteristiche della società italiana, quel partito fosse necessario per governare il Paese. Egli era quindi sincero alleato della DC; circostanza che va evidenziata proprio perché La Malfa era integralmente laico. Nessuno l’avrebbe mai visto intento a rendere omaggio esteriore alla Chiesa, con genuflessioni davanti ad autorità ecclesiastiche, o baci di anelli pontifici, o cardinalizi. Era così calato nel mondo immanente, cosi indifferente alle questioni della trascendenza, almeno apparentemente, da non avere mai bisogno di assumere atteggiamenti rumorosamente anticlericali. Negli stessi ambienti laici di cui La Malfa era parte integrante, circolava la seguente battuta: quando ministri della Chiesa Cattolica, o fedeli, si rivolgevano ad un laico per chiedergli se intendesse prendere parte a cerimonie o riti religiosi, la puntuale risposta era: «no, grazie, appartengo ad un'altra "parrocchia"!». Laddove l’altra parrocchia non necessariamente significava l’appartenenza ad una loggia massonica, ma più ampiamente denotava una posizione di rivendicazione della libertà individuale in questioni di coscienza. Il medesimo La Malfa convinto della necessita politica dell'alleanza con la DC era, nel contempo, insofferente dell'egemonia democristiana: l’enfasi sulla "sinistra democratica" esprimeva l’esigenza di raggiungere un'intesa fra le forze riformatrici, in modo da avere maggior peso politico e riuscire così a condizionare la DC, costringendola ad una politica coerente con un disegno di modernizzazione delle strutture economiche del Paese e di efficiente governo dell’economia. Soddu definisce la strategia di La Malfa «democrazia consensuale e acquisitiva» (cfr. p. 315). Acquisitiva nel senso di capace di ampliare progressivamente l’area del consenso sociale nei confronti delle istituzioni democratiche. In altre parole, il disegno di La Malfa fu quello di ricomporre la «frattura di lungo periodo tra area della rappresentanza e area della legittimità»  (cfr. p. 42-43). Anche il Partito comunista doveva progressivamente essere ricondotto nell'area della legittimità, nell'interesse del consolidamento della democrazia. E' in questa logica che La Malfa fu, insieme ad Aldo Moro, il maggior sostenitore della formula politica cosiddetta della «solidarietà nazionale»; cosi come è evidente che si stabilì una sintonia fra La Malfa ed il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, a proposito della strategia del "compromesso storico" ed alle riflessioni sulla "austerità". Secondo Soddu, nella nuova fase politica apertasi dopo la sconfitta di De Gasperi nelle elezioni del 1953, il progetto lamalfiano si scontrò con altri tre progetti. II primo, che egli riferisce in primo luogo alle correnti democristiane dei dorotei e degli andreottiani, sarebbe stato quello di consolidare il potere facendo ricorso al tradizionale metodo della «risorsa trasformista». Il richiamo alla politica economica dell'incolpevole Keynes in questo caso sarebbe servito a mascherare un'attivazione spregiudicata della spesa pubblica, funzionale ad accrescere il consenso per i partiti di governo. Il secondo progetto, da Soddu riferito in primo luogo a Fanfani, anche se fu coltivato all'interno del medesimo PRI da un repubblicano storico come Randolfo Pacciardi, sarebbe stato il «modello gollista»: un'uscita di segno autoritario dalla crisi della democrazia rappresentativa italiana. II terzo progetto, quello della «alternativa di sinistra» fu perseguito con convinzione soltanto da poche frange extra-parlamentari che, in realtà, si prefiggevano non il raggiungimento di una condizione di normale alternanza democratica, ma una "alternativa di sistema". Invece, il segretario del PSI, Bettino Craxi, utilizzo strumentalmente la formula dell'alternativa di sinistra per aumentare il potere contrattuale dei socialisti nei confronti della Democrazia cristiana. Soddu tradisce il proprio ruolo di storico e finisce per vestire i panni del militante politico quando scrive che, «dopo la conclusione drammatica della solidarietà nazionale» (con il rapimento, poi con l’uccisione di Moro), la finta strategia dell’alternativa di sinistra avrebbe trovato concreto sbocco nel «sentiero gollista»  (cfr. p. 43). II mio giudizio e che La Malfa sia incorso nello stesso errore che è proprio di ogni politico "puro". Intendo per tale quello che è insofferente dei vincoli e dei limiti derivanti dalla coerenza logica con premesse di ordine ideale. Per farmi intendere ricorro a due esempi che riguardano l’attualità, proprio per evidenziare che il discorso ha validità generale e prescinde dalla concreta esperienza umana di La Malfa. Se mi definisco erede della tradizione risorgimentale, quindi consapevole del valore dello Stato italiano unitario, non posso stipulare alleanze politiche di portata generale con un partito che programmaticamente tenda a distruggere l’unita dello Stato, perché riconosce come propria autentica "patria" soltanto una porzione esattamente delimitata di territorio nazionale e con tutte le altre zone del Paese vuole, al più, un vincolo "federale", il meno stringente possibile. Né posso stipulare alleanze politiche con un partito che nelle sue prese di posizione ufficiali definisce Giuseppe Garibaldi un volgare bandito e si prefigge di correggere i libri di storia adottati nelle scuole affinché da oggi in poi si insegni che il Risorgimento nazionale è tutto una mistificazione, magari per scoprire invece quanto fosse moderno e quale straordinaria civiltà giuridica avesse il Regno borbonico. Non si può giocare con le idee, né con le parole. Anche in politica c'è più che mai bisogno di un costume di serietà. Un politico può accettare di essere minoranza e, quando le circostanze storiche non siano favorevoli, trascorrere la sua intera esistenza svolgendo il ruolo dell'opposizione: ma i suoi elettori devono essere certi che se ha chiesto i loro voti perché assertore del "bianco", non lo troveranno mai alleato degli assertori del "nero". Invece la caratteristica dei politici odierni e che ignorano limiti e rigidità derivanti dalla coerenza ideale e vogliono giocare a tutto campo. Così facendo ritengono di fare sfoggio di furbizia e di abilità tattica: in verità, almeno dal mio punto di vista, danno ai cittadini il cattivo esempio contribuendo ad abbassare il livello dell'etica pubblica e, soprattutto, finiscono per fare apparire la politica come il campo d'azione ottimale per i cialtroni. Ad esempio c'è da chiedersi se il federalismo, nei termini in cui purtroppo è gia entrato nell'ordinamento con la infelice legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (di riforma del Titolo quinto della Parte seconda della Costituzione), costituisca effettivamente la giusta soluzione per il nostro Paese. Si obietterà che la rigidità determinata dalla coerenza ideale nuoce al lavoro parlamentare. Rispondo che il Parlamento è il luogo dei compromessi possibili; non dei compromessi da raggiungere comunque, a qualsiasi costo. Ci si può accordare quando si tratta di approvare norme che migliorano effettivamente il quadro giuridico preesistente e che realizzano l’interesse generale. Altrimenti, è meglio non fare, piuttosto che fare male, o fare danno. Solo i cretini vogliono il "riformismo" fine a se stesso, come i futuristi volevano il "nuovo" fine a se stesso. Torno a La Malfa. Da consumato politico "puro", egli era convinto che la politica vera si facesse stando al governo. Soddu ha messo in evidenza che il leader repubblicano spesso preferì restare personalmente fuori dall'esecutivo. Anche la presenza di altri ministri repubblicani fu sempre oggetto di trattative, perché era consuetudine che il PRI si dichiarasse pronto a non entrare nella compagine di governo se non venivano accettate le condizioni che poneva: e, talora, realmente non vi entrò, salvo restare sempre nella maggioranza e salvo ritornare prontamente a fare parte del successivo esecutivo. Governativo ad oltranza per eccesso di realismo politico, La Malfa giudicava "rozzo" quel ragionamento lineare che invece pure io condividevo a metà degli anni Settanta: posto che la Democrazia cristiana era diventata un partito-Stato e che la sua inamovibilità dal potere comportava rilevanti effetti negativi anche in termini di restringimento degli ambiti effettivi di democrazia, oltre che di corruzione della vita pubblica, appariva necessario tendere ad un sistema politico che consentisse un'alternanza nella guida del governo. Come tanti negli anni Settanta, ho avversato la strategia del "compromesso storico" in quanto mi sembrava contrario al buon funzionamento del sistema democratico che si arrivasse ad un accordo di governo tra due partiti (la DC ed il PCI) che raccoglievano il consenso elettorale in nome di ideali, valori, interessi, fra loro contrapposti. Oggi non mi pento di quella valutazione. A ben vedere, lo schema di «democrazia consensuale e acquisitiva» di La Malfa si traduceva nel cercare nuovi equilibri politici all'interno degli stessi partiti che esprimevano la maggioranza di governo, o nel tessere alleanze fra quella maggioranza ed ulteriori partiti, come il PCI, prima esclusi dall'area governativa. Posto che i partiti erano formalmente sempre gli stessi, la politica si risolveva in una rete di rapporti personali. Con riferimento ai ministeri più importanti, la partita vera non era che il dato ministero fosse assegnato alla DC o ad altro partito, ma che fosse nominato ministro precisamente quel tale uomo politico ritenuto affidabile, al posto di altro inaffidabile. Era tutta una guerra intestina affinché nei diversi partiti prevalessero alcuni uomini, piuttosto che altri. Quando la politica si riduce a questione di relazioni personali, tutto diventa più torbido e meno trasparente: anche più rischioso dal punto di vista morale. Consideriamo l’esperienza del quarto governo Moro, in carica dal 23 novembre 1974 al 12 febbraio 1976. In quell’esecutivo La Malfa ricoprì la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri ed ebbe un ruolo da autentico protagonista. Anche perché il governo era un bicolore DC-PRI. Si trattava di un governo che mirava a costruire nuovi equilibri politici, intensificando la ricerca dell'intesa con il PCI. E' istruttivo scorrere i nomi dei ministri e sottosegretari che facevano parte di quel governo: tutti i capi delle diverse correnti democristiane erano direttamente presenti, o ben rappresentati. Anche politici che al tempo, a torto o a ragione, erano molto chiacchierati. L'impressione che lo spettatore ne trae e che si consentiva a Moro e La Malfa di fare i propri esperimenti politici proprio perché, come condizione e prezzo da pagare, tutti i capi corrente democristiani erano stati garantiti con incarichi di governo e sottogoverno tali da farli sentire tranquilli negli equilibri del potere reale. Quel governo "Moro - La Malfa" fu messo in crisi dall'allora segretario del PSI Francesco De Martino. II segretario socialista parlava di equilibri più avanzati, di necessaria intesa fra PSI e PCI, ma il leader repubblicano intuì subito che a premere per la crisi di governo erano proprio quei settori del PSI che non avevano alcuna propensione filocomunista e che, al contrario, erano fortemente disturbati dalla prospettiva di una strategia politica che, promuovendo il Partito comunista, automaticamente avrebbe ridotto il ruolo dei socialisti. Qui si coglie un'altra contraddizione, stavolta da riferire all'idea di "sinistra democratica" coltivata da La Malfa. Cercando di allargare l’area governativa a sinistra, La Malfa finì puntualmente per entrare in contrasto con il partito che, dal punto di vista ideale, avrebbe dovuto trovare più affine, o comunque meno lontano. Giuseppe Saragat, che l'11 gennaio 1947 aveva promosso la scissione dal PSIUP fondando un partito socialdemocratico su posizioni filo-occidentali, e che aveva concorso a rendere possibile la stagione del "centrismo", molto soffrì il fatto che La Malfa ricercasse il dialogo con Nenni e con i socialisti, scavalcandolo sistematicamente, quando si cercava di dare avvio alla formula del centro-sinistra. Proprio per non averlo nemico. e per rafforzare il centro-sinistra, La Malfa sostenne la candidatura di Saragat alla carica di Presidente della Repubblica, ed il leader socialdemocratico riuscì eletto il 29 dicembre 1964. Per eliminare alla radice un'impropria concorrenza fra PSDI e PSI, sarebbe stato opportuno dar vita ad un unico partito socialista; l’esperimento fu effettivamente tentato, con la confluenza dei predetti partiti nel PSU. II secondo ed il terzo governo Moro (dal 22 luglio 1964 fino al 4 giugno 1968) furono appunto espressione di una formula tripartito (DC, PSU, PRI). II risultato insoddisfacente ottenuto dal Partito socialista unificato nelle elezioni politiche del 1968 portò, poco dopo, ad una nuova separazione. Lo stesso problema che si era posto per i socialdemocratici, si ripropose con i socialisti, quando La Malfa intensificò il dialogo con il PCI. Anche in questo caso, La Malfa suggerì la prospettiva di un partito unico fra PSI e PCI, su posizioni di rappresentanza unitaria del mondo del lavoro dipendente, come nel caso del Labour Party in Inghilterra. Soltanto Giorgio Amendola, nel PCI, prese seriamente in considerazione tale opzione. Alla fine, come si è visto, il PSI a guida craxiana divenne per La Malfa il "peggiore nemico" e questo giudizio determinò non poca sofferenza all'interno del medesimo PRI, che era molto meno monolitico di quanto comunemente si creda. Tanti repubblicani avevano espresso critiche nei confronti del progetto del "compromesso storico" ed alcuni lo avversavano anche pubblicamente. Indro Montanelli, con “il Giornale” alimentava ed evidenziava il dissenso repubblicano. E' un fatto che, quando fu eletto segretario Giovanni Spadolini, il PRI introdusse evidenti aggiustamenti della propria linea politica, ricercando un rapporto più costruttivo sia con i socialisti, sia con i liberali. Da qui la formula politica del pentapartito. Prendo spunto dal ben documentato lavoro di Soddu per approfondire, in conclusione, tre argomenti: il rapporto di La Malfa con i liberali, con particolare riferimento alle posizioni rispettivamente assunte in materia di forma dello Stato; la fisionomia politica del Partito repubblicano; le analisi politiche di La Malfa che condivido. Quanto al primo punto, va ricordato che, durante il periodo dell'attività cospirativa antitascista, Ugo La Malfa aveva intessuto una rete di relazioni personali tale da consentirgli di proporsi come credibile interlocutore di tutte le diverse componenti dell'area laica, tanto di tradizione liberale quanto di tradizione democratica e repubblicana. Egli era il primo ad esserne consapevole. Ricordando quei tempi, in una lettera a Leo Valiani del 10 ottobre 1962, scriveva: «Da una parte io mi legavo ad Amendola, a Salvatorelli e ai crociani come Tino, De Ruggiero, Omodeo, Russo, Vinciguerra, dall'altra, attraverso Bauer, Rossi, Parri, e poi Andreis ecc., mi legavo a '"Giustizia e Libertà”. Ed in effetti, dal 1928 in poi, io acquistavo questa doppia funzione che mi consentì di fare da tramite fra i due gruppi. Più tardi, fui il legame diretto col gruppo liberal-socialista di Calogero e col gruppo repubblicano di Reale. Sicché fui, fra tutti, quello che aveva legami diretti e personali nei vari gruppi. Nessuno più di me si poteva muovere dal gruppo crociano al gruppo di "'Giustizia e Libertà", al gruppo liberal-socialista e repubblicano. II Partito d'azione, espressione di tali gruppi, nacque attraverso la cucitura che io ero andato preparando negli anni precedenti (cfr. p. 101). La Malfa aveva pensato fosse possibile, in nome dell'antifascismo, realizzare una sintesi politica e, quindi, dare una rappresentanza unitaria all'intera area liberal-democratica. Come politico puro, nel senso di cui sopra già si è detto, era smanioso di contribuire a determinare nuova storia, quindi non conferiva eccessivo peso al fatto che le forze politiche avessero ciascuna una fisionomia culturale ed ideale che era il prodotto della storia pregressa e che non si poteva forzare più di tanto. Così non è un caso che il primo ostacolo che incontrò nel suo disegno egemonico dell'area laica italiana fu un grande intellettuale che era insieme uno storico ed un teorico dello storicismo: Benedetto Croce. La Malfa avrebbe voluto «convincerlo ad abbracciare la causa della Repubblica, considerando che se un uomo come Croce avesse assunto un tale netto atteggiamento, il Paese avrebbe trovato in lui una sicura guida politica e morale sulla strada della edificazione delle nuove istituzioni democratiche» (cfr. p. 108). Croce non era un piccolo uomo che si potesse allettare con la prospettiva di diventare il Capo dello Stato in una nuova Italia repubblicana: le sue convinzioni ideali venivano prima di qualsiasi calcolo di convenienza politica. Quando, agli inizi del 1943, venne fatto circolare il documento cosiddetto dei "Sette punti", definito nel luglio del 1942, che costituì la prima base programmatica del Partito d'azione, il giudizio di Croce fu nettamente negativo: «molto seccato da mia parte per il contegno di quelli del partito che si chiama d'azione, che impasticciano idee contraddittorie, fanno programmi ineseguibili e lanciano accuse e scomuniche sciocche o faziose» . Anzi, proprio perché gli azionisti, avevano "frammischiato" ai loro detti anche il nome del filosofo, come se fosse della loro parte o se essi ne fossero gli unici legittimi rappresentanti politici, Croce fu ancora più motivato a procedere alla «ricostituzione del Partito liberale puro e semplice, di tradizione cavouriana, quale era quello che il Ruffini dirigeva con me e con altri e che fu soppresso dal fascismo nel 1925» , come si legge nel suo diario alla data del 13 agosto 1943. Raimondo Craveri, genero di Croce avendone sposato la figlia Elena, scriveva il 6 settembre 1943 a La Malfa di recarsi con la massima urgenza a Sorrento per parlare con il filosofo: «tu solo puoi vincere l’ormai aperta sua ostilità verso di noi» , cioè verso il Partito d'azione (cfr. nota 47 a p. 383). II ricostituito Partito liberale diede a La Malfa più di un dispiacere; già per il semplice fatto di esistere. Dopo la rottura del Partito d'azione egli avrebbe potuto facilmente inserirsi nell'Unione democratica nazionale promossa da Croce. Quell'alleanza elettorale, nel suo manifesto al Paese, si richiamava espressamente a Giovanni Amendola. Tra i principali esponenti dell'Unione democratica nazionale c'era Meuccio Ruini, con cui La Malfa era in ottimi rapporti. Soddu riferisce di «abboccamenti di La Malfa con i liberals che sarebbero avvenuti subito dopo il Congresso meridionale del Partito d'azione tenutosi a Cosenza nel mese di agosto del 1944 (cfr. p. 119). A Cosenza. il P. d'Az. aveva deciso, a maggioranza, di definirsi "socialista", sia pure di un socialismo «non marxistico, antitotalitario, non materialistico»  e quell' orientamento era stato apertamente contrastato soprattutto da Adolfo Omodeo ed appunto da La Malfa. A dividere La Malfa dai liberali c'era il mito della «rivoluzione democratica», che egli condivideva con gli azionisti di tutte le tendenze; significava che l’Italia liberata dal fascismo doveva essere profondamente diversa, nel suo ordinamento costituzionale, nel suo assetto istituzionale e nella sua politica economica, dall'Italia pre-fascista. C'era poi la pregiudiziale repubblicana: egli non comprese quanto fosse più saggia la posizione di Croce, che non voleva che le forze liberali e democratiche si dividessero nella scelta fra monarchia e repubblica e proponeva di demandare quella scelta alla coscienza di ciascun elettore, salvo l’impegno collettivo di rispettare il responso del referendum, qualunque fosse l’esito. Invece La Malfa sollecitò la scissione dei liberali repubblicani  (Antonicelli. Calvi, Pepe) dal PLI ed offrì loro una sponda politica. L'esito delle elezioni del 2 giugno 1946 per l’Assemblea Costituente gli diede ragione, quanto alla vittoria della Repubblica, ma gli diede torto in termini di condizioni di agibilità di una autonoma forza politica. L'Unione democratica nazionale voluta da Croce raccolse 1.560.638 voti (6,8% del totale dei voti validi), ottenendo 41 seggi. La "Concentrazione democratica repubblicana", in cui erano confluiti la destra del Partito d'azione ed i fuoriusciti dal PLI, ottenne in tutta Italia solo 97.690 voti (pari allo 0,4%) e due seggi conquistati con i resti nel collegio unico nazionale. Ferruccio Parri, ottima persona che pero non brillò mai per acume politico, aveva scommesso che la Concentrazione avrebbe conquistato da venti a trenta deputati alla Costituente (cfr. p. 137). Ugo La Malfa ebbe sempre cattivi rapporti personali con Giovanni Malagodi, fin da quando lo conobbe negli anni Trenta a Milano trovandosi entrambi a lavorare nell'ufficio studi della Banca Commerciale italiana. Malagodi era un uomo di valore e non ebbe nella vita pubblica italiana quei riconoscimenti che avrebbe ampiamente meritato proprio perché, da buon liberale, tenne comportamenti politici lineari, svolgendo la parte prevalente della sua attività politica nel ruolo di leader di un partito d'opposizione, il PLI. Eppure, nelle elezioni del 1963, opponendosi al centro-sinistra, il Partito liberale ebbe un successo notevole, conquistando più di due milioni di voti, tanto per la Camera quanto per il Senato: ottenne 39 deputati (22 in più rispetto alle precedenti elezioni del 1958), e 19 senatori (15 in più rispetto al 1958). Quel consenso fu presto perduto, anche perché in Italia un partito di opposizione può intercettare gli umori di un elettorato di opinione, ma difficilmente può reggere nel tempo stando lontano dalla gestione del potere politico. E' facile liquidare le tesi sostenute da Malagodi e dal suo PLI definendole conservatrici. Ma è troppo comodo accorgersi, a distanza di tempo, di avere sbagliato senza ammettere che proprio Malagodi e gli altri vituperati liberali avevano lucidamente previsto cosa sarebbe successo. Quasi tutte le politiche avviate dal centro-sinistra si dimostrarono, nel tempo, sbagliate, dalla programmazione economica alla riforma urbanistica, dalla scuola alla riforma sanitaria. Lo stesso La Malfa parlò apertamente di "fallimento" del centro-sinistra. Mi limito a fare l’esempio delle regioni a statuto ordinario, divenute quindici, dopo che con legge costituzionale 27 dicembre 1963, n. 3. era stata istituita la regione Molise con una popolazione di poche centinaia di migliaia di abitanti. I liberali avevano detto che le regioni si sarebbero tradotte in una ulteriore struttura burocratica, aggiuntiva rispetto a quelle gia esistenti (a livello comunale e provinciale), e che avrebbero determinato un ulteriore aumento della spesa pubblica, difficilmente controllabile. La Malfa era personalmente sensibile al problema. Nel Congresso nazionale del PRI del marzo 1965 gli si era contrapposto un repubblicano che aveva fatto parte dell’Assemblea Costituente e che storicamente era stato un difensore delle autonomie regionali, Oliviero Zuccarini, supportato soprattutto dai delegati siciliani. Nel suo discorso congressuale, La Malfa sostenne che l’attivazione delle regioni ed i connessi progetti di finanza regionale correvano il rischio di incorrere nello stesso fallimento dell'esperienza dell'autonomia speciale della Sicilia. Allora, nel marzo del 1965, così si espresse il palermitano La Malfa: «Mi opposi, a suo tempo, al tipo di Statuto che fu poi approvato e che conteneva in se gli elementi degenerativi. Solo e da repubblicano, mi opposi a una certa demagogia alimentata da due grandi uomini che sono purtroppo morti, il senatore Orlando [nota: Vittorio Emanuele] e don Luigi Sturzo. In quel tipo di Statuto che precedeva la Costituzione repubblicana, vedevo il germe della degenerazione della funzione autonomistica. Non so se le cose siano migliorate. Ma cos'e questa specie di pagliacciata dell'imitazione del Parlamento nazionale con tutti i difetti di questo e con qualcuno in più? Che credito può dare alla nostra battaglia autonomistica la prova di irresponsabilità politica verso lo Stato repubblicano e di irresponsabilità verso le popolazioni siciliane che la vicenda autonomistica siciliana ha dato?»  (cfr. "L'altra Italia", p. 41). La posizione ufficiale del PRI fu che l’entrata in funzione delle quindici nuove regioni dovesse essere compensata dalla contestuale soppressione delle province. La storia è nota: le regioni a statuto ordinario divennero realtà nel 1970 con l’elezione dei rispettivi consigli regionali; del resto, si trattava di attuare la Costituzione che le prevedeva. Le province restarono. II PRI continue a fare parte della maggioranza e dei governi di centro-sinistra. Cito ora dalla relazione che Ugo La Malfa rese nel 32° Congresso del PRI, tenutosi a Genova dal 27 febbraio al 2 marzo 1975, in cui lasciò la carica di segretario per assumere quella di presidente del partito: «La stessa inadeguatezza si manifestò al costituirsi dell’ordinamento regionale. A parte l’incapacità dimostrata da tutte le forze politiche di mirare alla semplificazione delle strutture, nel momento in cui la nuova struttura era inserita nel sistema (e oggi si pagano le conseguenze di questa grave e imprevidente omissione), non ci si accorse che l’ordinamento regionale, qual era previsto dalla Costituzione, era anch'esso una eredità dell'Ottocento, risaliva ad una fase storica precedente a quella durante la quale hanno operate le moderne politiche di sviluppo programmato»  (cfr. "L’altra Italia". p. 259). Analisi da condividere, senza riserve. Tuttavia, a che serve una buona analisi se poi la prassi politica ne prescinde? Mi sono soffermato su questa problematica, inerente alla forma dello Stato, perché lo stesso errore, della moltiplicazione dei livelli di governo, continua a ripetersi nella riforma del Titolo quinto della Costituzione approvata con legge costituzionale n. 3/2001. Secondo la nuova formulazione dell'articolo 118 della Costituzione «le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni», cioè dovrebbero essere organizzate al livello di governo più vicino ai cittadini. Con il piccolo inconveniente che in oltre 5.800 comuni, cioè in oltre il 72% del totale dei comuni italiani, la popolazione è inferiore a 5.000 abitanti; cioè mancano le condizioni strutturali minime per organizzare in modo efficiente i servizi da rendere ai cittadini. I riformatori costituzionali del 2001 si sono innamorati di un principio astratto e lo hanno calato in Costituzione. Non tenendo conto del fatto che il principio di sussidiarietà (in senso verticale) è stato affermato nel diritto comunitario con riferimento ai rapporti fra gli Stati membri e le istituzioni dell'Unione europea. Ma la capacità organizzativa di un comune italiano con popolazione inferiore a cinquemila abitanti è assai diversa da quella di uno "stato membro dell'Unione"! La realtà è che in ogni Comune si continueranno ad eleggere sindaci e consigli comunali. I Comuni continueranno a fare ciascuno la propria programmazione triennale delle opere pubbliche. Un minimo di struttura burocratica comunale esisterà a prescindere dai principi costituzionali di «differenziazione ed adeguatezza»  affermati dal medesimo articolo 118 Cost.. Nelle province si continueranno ad eleggere presidenti e consigli provinciali. In alcune province si avrà una ulteriore duplicazione degli enti, con la coesistenza di una nuova "città metropolitana" e di una parte residuale di vecchia provincia. E' evidente che ogni livello di governo legittimato dal voto popolare pretende di gestire un proprio bilancio per finanziare una propria politica. Tutti questi problemi si acuiranno quando si tratterà di realizzare davvero un credibile sistema di federalismo fiscale. La verità è che venti regioni sono troppe e che il sistema di governo locale oggi previsto (quello che già dovrebbe essere coerente con il federalismo) è complessivamente irrazionale. Moltiplica la spesa pubblica e frammenta il potere decisionale fra una pluralità di attori, i quali poi si sentono tutti singolarmente irresponsabili. Dietro il falso mito della "partecipazione democratica", un sistema irrazionale siffatto giova unicamente a coloro per i quali la politica è un mestiere: per loro più livelli di governo ci sono, più possibilità di sistemazione si offrono. Poiché la situazione attuale non è frutto di una condanna ineluttabile del destino, ma il portato di una serie di errori che si sono sommati nel tempo, non è inutile ragionare, in astratto, su cosa occorrerebbe fare per determinare un reale cambiamento, prima nelle norme della Costituzione, poi nel governo del territorio. Secondo me, l’unica riforma seria sarebbe quella di prevedere un unico livello di governo territoriale, in sostituzione degli attuali tre livelli dei comuni, delle province e delle città metropolitane. Nel caso di realtà urbane densamente popolate, l’area territoriale di riferimento dovrebbe essere quella della città metropolitana, comprensiva del comune più popoloso e di tutti gli altri comuni limitrofi che già di fatto concorrono ad un unico sistema integrato di trasporti e di servizi. In altri casi, l’area territoriale potrebbe coincidere con l’attuale provincia, oppure con un consorzio di comuni, con un ambito di competenza territoriale determinato in modo ottimale secondo le caratteristiche del territorio e sempre garantendo una dimensione demografica cui corrisponda la possibilità di entrate tributarie adeguate alle funzioni amministrative da disimpegnare. Al momento dell'istituzione dei predetti nuovi ambiti di governo territoriale, verrebbe specificato che ciascuno subentra a tutti gli effetti nelle attribuzioni prima spettanti a precedenti comuni esattamente individuati ed elencati. In ciascuna area territoriale così definita dovrebbe essere prevista l’elezione di un unico governatore territoriale, affiancato da una giunta esecutiva da lui nominata, e controllato da un'unica assemblea elettiva, rappresentativa del territorio di riferimento. Per essere più chiaro, ricorro ad un esempio: in una Regione come la Sicilia, fermo restando il livello di governo regionale (anch'esso da razionalizzare), secondo me il sistema di governo locale dovrebbe passare dagli attuali 390 Comuni e nove Province, a non più di venti distretti di governo territoriale, inclusi quelli delle aree interne e delle isole minori. Una riorganizzazione di questo tipo dovrebbe avere due obiettivi fondamentali: efficienza di gestione e buona amministrazione. Responsabilizzerebbe davvero i decisori politici e nel contempo consentirebbe di realizzare importanti economie di scala nella organizzazione dei servizi da rendere ai cittadini e nel dimensionamento degli apparati burocratici, così da valorizzare al meglio le risorse umane disponibili. Ovviamente, un argomento come questo va approfondito in altra sede. Vengo ora alla storia politica dei repubblicani. All'interno del PRI si era realizzata la coesistenza di due orientamenti sensibilmente diversi: da un lato i discepoli ideali di Giuseppe Mazzini, il più convinto sostenitore della causa dell’unita d'ltalia, un autentico "padre della Patria" (insieme a Cavour e Garibaldi); dall'altro i discepoli ideali di Carlo Cattaneo, assertore del federalismo e delle autonomie. Nelle elezioni dell'Assemblea Costituente, il PRI ebbe un'affermazione che nessuno si aspettava, dal momento che il partito non aveva fatto parte del Comitato di liberazione nazionale (CLN) e, conseguentemente, si era auto-escluso dai governi espressi dal medesimo CLN. Nel collegio unico nazionale figuravano capilista della lista del PRI Carlo Sforza, una personalità indipendente anche se di dichiarata fede democratico-repubblicana, e Cipriano Facchinetti, deputato nel periodo pre-fascista e protagonista dell'opposizione aventiniana. Allora, nel 1946, il PRI raccolse oltre un milione di voti ed elesse 23 deputati, forse anche favorito dalla circostanza che nella medesima tornata elettorale si svolgeva il referendum istituzionale per la scelta tra monarchia e repubblica. La lettura del libro di Soddu documenta che nel Partito repubblicano il costume democratico era concretamente realizzato nella prassi. I componenti della Direzione nazionale erano eletti singolarmente dal Congresso, secondo le preferenze da ciascuno ottenute. In occasione del 19° Congresso nazionale del PRI tenutosi nel gennaio del 1947, il primo cui La Malfa partecipava dopo la sua adesione al partito, risultò undicesimo nelle elezioni della Direzione nazionale. Antonicelli e Parri, anche loro transitati attraverso l’esperienza della "Concentrazione democratica repubblicana", invece ebbero, rispettivamente, il sesto ed il settimo posto. Nella lenta opera di conquista dell'egemonia nel Partito repubblicano, La Malfa si valse dell'amicizia e della stima di Oronzo Reale, che fu segretario del PRI e che, in precedenza, anche lui aveva fatto parte del Partito d'azione. Dopo l’espulsione di Randolfo Pacciardi nel gennaio 1964 e l’elezione di La Malfa alla carica di segretario (marzo 1965) si può dire che il PRI mutò la propria fisionomia, nel senso di essere sensibilmente diverse rispetto a quando era stato caratterizzato da Giovanni Conti, Zuccarini e lo stesso Pacciardi. II miglior La Malfa, da cui anch'io sento di aver imparato qualcosa, è stato quello che proponeva una buona teoria, pur rammaricandosi di non poterla realizzare nella prassi. Penso, ad esempio, al teorico della difesa del ruolo delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni dalla ingerenza dei partiti. Cito dal gia richiamato discorso del 1975 al Congresso di Genova: «una concezione che ci deriva dal nostro essere partito risorgimentale, e quindi dalla concezione dello Stato di diritto propria del Risorgimento, e quella per cui un partito non ha il fine di permeare di sé le istituzioni dello Stato né di piegarle al proprio interesse, ma deve riconoscere alle istituzioni finalità proprie di carattere pubblico e quindi al di sopra degli interessi di parte o di partito» (cfr. "L'altra Italia", p. 262). Ed ancora: «Qualunque membro della organizzazione amministrativa burocratica, statale e parastatale, sospetta ormai che la sua carriera non dipenda soltanto dalle proprie qualità e dai propri meriti, ma dai rapporti che oggi è riuscito a creare con la forza politica determinante e, in particolare, con gli esponenti che la rappresentano. Affermare che questo fenomeno degenerativo sia stato alimentato dalla sola DC è affermazione non giusta» (cfr. ivi, p. 264). La Malfa aveva la capacita di indignarsi per sperperi e sprechi nella gestione della spesa pubblica, era capace di promuovere un dibattito parlamentare sulla questione dell'aumento dell'indennita dei deputati, indusse il Presidente della Camera Pertini a dimettersi sollevando la questione degli stipendi d'oro dell'apparato burocratico servente. Più in generale, aveva una visione moderna della politica dei redditi; questa non aveva come unico obiettivo quello di limitare le rivendicazioni dei sindacati dei lavoratori, come critici malevoli hanno obiettato. Per La Malfa uno Stato degno di questo nome non doveva puntare esclusivamente sull'aumento dei consumi privati, ma soprattutto preoccuparsi che venissero forniti servizi ai cittadini, perché è proprio la disponibilità di servizi fruibili da tutti e la loro qualità a diminuire il divario fra i diversi ceti sociali. Le medesime esigenze di buona amministrazione erano state prima affermate dagli uomini politici della Destra storica; cito per tutti Quintino Sella e Silvio Spaventa. A loro va la mia personale preferenza. La Malfa preferiva definirsi politico della "sinistra democratica"; forse in questa scelta di ascendenza ideale aveva una parte di ragione. Del resto, non è stato Mazzini il teorico dei doveri, quando tutti gli altri parlavano soltanto di diritti?

Livio Ghersi

 

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