Il P.D.? L'impossibile ricerca di una "reductio ad unum"

Chi ha condiviso l’intuizione ed il progetto che erano alla base dell’idea del Partito Democratico, non può nascondere la delusione nel constatarne la distanza dall’edificio alla cui costruzione stiamo assistendo. Una distanza che si misura essenzialmente su due parametri :LA FORMA DEL NUOVO PARTITO : è evidente che le famose “regole” sono state studiate in modo da assicurare comunque la prevalenza dei preesistenti apparati, e che la Società Civile, ridotta ad un ruolo ancor più subordinato di quello degli intellettuali organici di buona memoria, è presente solo in quanto reclutata dall’uno o dall’altro dei leaders. Chi – come i liberali, i repubblicani europei ed anche settori del mondo socialista – pur forte di identità politiche limpide e fortemente consolidate – non disponeva di apparati e strutture per la raccolta di firme a migliaia, si è vista negare la soggettività politica, in cambio di poche e pressoché simboliche cooptazioni.
Igiochi, insomma, sono praticamente fatti. A prescindere dal leader nazionale, le direzioni ed i segretari regionali sono già quasi tutti noti ed i membri dell’Assemblea in grandissima maggioranza già stabiliti, in quanto “eletti”, attraverso le liste bloccate, dagli apparati centrali e periferici di DS e Margherita.
LA CULTURA POLITICA: quando apparve il “Manifesto “ del PD, non pochi misero in luce le pesanti limitazioni che lo segnavano: e in ordine ai diritti individuali ed alla laicità dello stato; e in ordine ad una concezione culturale che, pur affermando tra le altre la discendenza anche dalle esperienze liberali, ne recepisce solo aggettivazioni in un contesto pur sempre distante dal modello di una società e di una economia aperte.
I consueti metodi consociativi e della concertazione, cari alla tradizione del nostro sindacalismo, non vengono neppur minimamente messi in discussione e si prosegue nella logica di una visione organicistica della società, nella quale compito principale dello Stato è la mediazione di interessi rilevanti, anziché quello di limitarsi a stabilire regole eguali per tutti, che consentano al merito di emergere, ai deboli di non essere esclusi , ed a tutti di vivere, comportarsi, realizzarsi come meglio loro aggrada, fino a che non ledano diritti altrui.
Il “Manifesto” del Pd con evidenza rappresenta il compromesso tra la sensibilità dei popolari e quella derivante dall’esperienza postcomunista. L’impossibile ricerca d una “reductio ad unum” di impostazioni ideologiche differenti, per tentare di costruire una unica identità in termini di cultura politica , lascia poco spazio all’empirismo dei metodi e dei comportamenti laici, e liberali.
Meglio sarebbe stato non avere questa pretesa e lasciare che il PD si costruisse nei fatti e sulla condivisione di obiettivi e progetti finalizzati ad un’azione di governo comprensibile convincente: gli italiani avrebbero apprezzato.
Sarebbe, tuttavia, sbagliato associarsi a quelli che si augurano il fallimento del PD. Ciò porterebbe all’indebolimento della capacità progettuale e del consenso di quell’area politica e culturale che ritiene necessario attuare in Italia robuste terapie riformatrici. L’indebolimento di quest’area, di cui il Pd non ha affatto l’esclusiva, porrebbe fatalmente il Paese di fronte all’alternativa tra i due modelli d riferimento , entrambi demagogici e populisti, del conservatorismo di destra in versione berlusconiana o post-berlusconiana ; e del conservatorismo ideologico di sinistra. Ed è chiaro che, sia pure con tanti ”turatevi il naso”, ne seguirebbe l’inevitabile vittoria del primo.
Purtroppo, è proprio questo che sta avvenendo : o dice l’evidente sfaldamento, non di poco, dell’attuale maggioranza parlamentare e con maggior evidenza lo mostrano quei sondaggi che indicano come l’area di consenso effettivo attorno al Pd sia di gran lunga inferiore al suo consenso potenziale .
E forse, più che ogni altra cosa, lo conferma il senso di smarrimento ed imbarazzo che si percepisce negli stessi militanti e quadri futuri del Partito Democratico, cui non sfugge come l’indebolimento dell’Unione di centro-sinistra derivi dal progressivo erodersi dell’area riformista, in gran parte dovuta alle difficoltà che, il nuovo soggetto politico, al di là delle intenzioni, incontra nel definire il proprio ruolo di portatore di un credibile progetto di riforme. Il PD deriva direttamente dai due partiti che costituiscono l’ossatura del Governo, e va valutato anche in relazione all’azione dell’esecutivo ; di cui, sia chiaro, non intendiamo per nulla dimenticare i meriti, e la qualità ben diversa da quella del precedente Governo . Ma il punto è che , nell’insieme, l’azione di governo appare come il susseguirsi di momentanei equilibri tra istanze diverse e spesso conflittuali, sicchè non risulta leggibile una strategia ed una proposta convincente.
Occorre, quindi, che l’intera area riformista sappia dare a se stessa ed al paese il senso della propria utilità e capacità di affrontare le questioni oggi essenziali per rimettere in marcia l’economia e la società italiane, il che richiede una urgente terapia liberale in ordine alla promozione di capacità e merito , a liberalizzazioni vere, all’eliminazione dei privilegi di caste e corporazioni, all’equità fiscale, all’efficienza e trasparenza della amministrazioni pubbliche, alla piena realizzazione della persona e dei suoi diritti, a partire dai bisogni essenziali sino alla totale autonomia delle scelte di vita: insomma, una politica capace di scelte innovative, non ridotta a ceto, e non invadente.
Sono queste le risposte che vanno date ai conservatori di destra e di sinistra, ma che non traspaiono in misura adeguata nelle posizioni e nei comportamenti dello schieramento riformista e del PD in particolare ; altrimenti, a chi già vota la destra per convinzione o per convenienza si aggiungerà fatalmente quella parte dell’elettorato che, nell’alternativa obbligata tra i conservatori dell’una e dell’altra parte, finirà per riportare al successo la destra, antieuropea ed illiberale, che ha già governato coi risultati che sappiamo.
Difficilmente tali risposte potranno arrivare nella clandestinità del liberalismo politico; di tutte le grandi famiglie politiche europee quella liberale è oggi l’unica assente in Italia, e se ne sente la mancanza anche se vi sono laici e liberali presenti nel PD, nel prossimo Partito Socialista ed in altre formazioni. La cultura della democrazia laica e liberale , in quanto non dogmatica e non chiusa, più facilmente è aperta alla possibilità di influire su altre concezioni.
Da tutto ciò occorre partire, ma è essenziale che il mondo laico e liberaldemocratico si rimetta in movimento, assumendosi le proprie responsabilità politiche.
E’ per queste ragioni che riteniamo di non aderire al PD. Insieme a molti amici, tra cui Beatrice Rangoni Machiavelli ed il Sen. Natale D’Amico, che, con il Sen. Lamberto Dini , lo scorso 18 settembre lo ha presentato a Roma , abbiamo deciso di sottoscrivere il “ Manifesto Liberaldemocratico “ , individuandovi un approccio coerentemente rivolto alla ripresa in Italia del liberalismo politico per affiancare e stimolare le forze riformiste della maggioranza ed osservando come la visione di una società e di una economia aperte, premesse dello sviluppo sociale ed economico , che sono alla base di questo Manifesto, comprendano necessariamente la tutela, la piena realizzazione e lo sviluppo de diritti e delle libertà individuali e civili, in uno Stato laico garante della dignità e della libertà di tutti .

Gim Cassano (gim.cassano@tiscali.it)
Saro Pettinato (saro.pettinato@libero.it)

 

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