Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

A proposito del superamento del bicameralismo paritario....

Per introdurre l'imperdibile saggio di Livio Ghersi, ho deciso di ricorrere a George Washington.
Nel 1787, Washington ricopriva la carica di Presidente del Congresso Continentale di Filadelfia ed ebbe ad occuparsi, insieme ai giuristi del tempo, della nuova Costituzione da dare al suo Paese.
Si scelse di dar vita ad una Confederazione di Stati, ma, data la sensibile differenza di elettori presso ciascuno Stato, nacque subito il problema delle scelte da operare per assicurare un equo potere decisionale, in sede congressuale, anche agli Stati più piccoli.
Si decise di dare deputati in misura proporzionale al numero degli abitanti di ciascuno Stato, tuttavia, per dare eguale diritto d'espressione a ciascuna comunità, si decise anche di stabilire il numero di due Senatori per ciascuno Stato, indipendentemente dall'estensione o dal numero di abitanti.
Semplice, no?
Concludo comunque con due aneddoti ed una mia breve riflessione.
C'era anche, per Washington e per i costituenti, il problema del diritto di voto da assegnare agli schiavi. Essi erano in numero decisamente più elevato negli Stati del sud che, conseguentemente, pur maltrattandoli, spingevano per il diritto di voto egualitario in loro favore, trovandosi così in netto disaccordo con gli Stati del nord. Se il problema si fosse posto in Italia, dal 1787 staremmo ancora oggi discutendo animatamente sul da farsi. Gli americani decisero in fretta, attribuendo a cinque schiavi il voto di tre cittadini.
Durante i lavori, qualcuno chiese poi a Washington l'utilità di disporre anche del Senato, come seconda Camera.
Washington stava sorseggiando una tazza di caffè e, come in uso al tempo, usava il piattino della tazza per raffreddarlo prima di riversarlo nella tazza ed indi berlo.
Rispose semplicemente ricordando che la seconda Camera sarebbe servita come il piattino del suo caffè, per raffreddare gli entusiasmi e rendere più riflessive le leggi.
Adesso non è che io desideri denigrare le complesse riflessioni di tanti giuristi che si sono affrettati a correre in soccorso del Presidente del Consiglio e del Ministro signora Boschi, tuttavia, a distanza di 239 anni da intuizioni così semplici ed equilibrate, la Riforma costituzionale che ci viene proposta fa pensare al Manzoni il quale, non a torto, ricordava che, purtroppo, "..non tutto ciò che viene dopo è progresso...".
Buona lettura.

P. Dante

LA RIFORMA COSTITUZIONALE VALUTATA NEL MERITO

di Livio Ghersi
La prima informazione da dare ai cittadini è che il testo della legge costituzionale che sarà oggetto del Referendum popolare nel prossimo mese di ottobre è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, Serie generale, del 15 aprile 2016, n. 88. Chi ha studiato un po' di diritto si procuri quel testo e lo legga. In modo da comprendere esattamente di cosa si sta parlando, senza aspettare le interpretazioni e le spiegazioni di commentatori partigiani.
Il titolo della legge costituzionale enuncia gli obiettivi perseguiti dai promotori della riforma. Il primo è: «superamento del bicameralismo paritario». I fautori del NO, nei quali, per giocare a carte scoperte, dichiaro subito di riconoscermi, sostengono che la normativa approvata non realizzi compiutamente tale obiettivo. Si consideri l'articolo 10 del testo, che riguarda il procedimento legislativo, con un'integrale sostituzione dell'attuale articolo 70 della Costituzione. Al primo comma sono elencati tutti i casi in cui la funzione legislativa continua ad essere «esercitata collettivamente dalle due Camere». Ciò significa che in questi casi Camera dei Deputati e Senato della Repubblica continueranno ad esercitare i medesimi poteri nel procedimento di approvazione delle leggi. Si tratta di casi molto rilevanti. Rientrano nell'elenco: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea (art. 80, secondo periodo, Cost.); le leggi sull'ordinamento di Roma, in quanto capitale della Repubblica (art. 114, terzo comma, Cost.); le leggi che possono attribuire «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» a Regioni diverse da quelle a statuto speciale (art. 116, terzo comma, Cost.); disposizioni di legge di carattere generale in materia di indebitamento di Regioni, Città metropolitane e Comuni (art. 119, sesto comma, Cost.); esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti di organi di governo regionali e locali, inclusi i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali quando gli Enti da loro amministrati versino in «stato di grave dissesto finanziario» (art. 120, secondo comma, Cost.); disposizioni in materia di emolumenti dei componenti dei Consigli regionali (art. 122, primo comma, Cost.); leggi che autorizzano Comuni a staccarsi da una Regione e aggregarsi ad un'altra, dopo l'assenso espresso dalla maggioranza delle popolazioni interessate (art. 132, secondo comma, Cost.). Chi abbia la pazienza di leggere con attenzione la riformulazione dell'articolo 70 Cost. vedrà che l'elenco è molto più lungo, oltre ai casi che abbiamo voluto espressamente richiamare, a titolo di esempio.
Quanti puntano al superamento del bicameralismo paritario lamentano che, nell'ordinamento vigente, un testo di legge possa passare più volte da una Camera ad un'altra, perché basta una minima modifica per rendere necessaria una nuova lettura da parte dell'altro Ramo del Parlamento (la cosiddetta navetta). Non è esatto, però, che tale inconveniente non possa più ripetersi in futuro. In tutte le situazioni che finora abbiamo visto, in cui la funzione legislativa continuerà ad essere esercitata collettivamente dalle due Camere, niente impedisce il ripetersi di navette, senza limiti temporali.
Posto che il Senato della Repubblica, nella nuova versione riformata, ha tra i suoi compiti fondamentali quello di rappresentare le istituzioni territoriali e di esercitare «funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica» (art. 55, comma 5, Cost.), la prima cosa che un comune cittadino è portato a pensare è che il Senato debba dire la sua quando si tratti di approvare la legge annuale di bilancio dello Stato (art. 81, quarto comma, Cost.). Infatti, si prevede che i disegni di legge in materia di bilancio (o di rendiconto) siano assegnati automaticamente al Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro 15 giorni dalla trasmissione (si veda art. 70, comma quinto, Cost.). Spetterà poi alla Camera dei Deputati pronunciarsi in via definitiva. Tuttavia, considerato che il Senato avrà comunque una visibilità maggiore rispetto all'attenzione che finora hanno avuto negli organi di informazione i lavori della Conferenza unificata (Stato - Regioni - Città ed autonomie locali), si potrà facilmente verificare che la lettura del Senato si traduca in una passerella per consiglieri regionali e sindaci, con l'unico effetto di amplificare la protesta ed il malcontento delle istituzioni territoriali.

Raffaello Morelli sulla proposta di riforma costituzionale

 la riforma proposta da Renzi Boschi è uno strumento accentratore e cesarista che comprime  la libertà del cittadino 

Il Presidente Renzi ha inaugurato al Teatro Niccolini di Firenze la campagna del governo per il referendum sulla riforma costituzionale e lo ha fatto in termini inequivoci. Per lui l’attuale proposta di riforma sarebbe quella che gli italiani attendono da sempre e in specie “una riforma che non è contro chi ha combattuto per la libertà”. Comportandosì così, Renzi non solo insiste nel violare lo spirito dell’art.138 della Costituzione trasformando il referendum in un plebiscito sul suo governo, ma pronuncia un’enorme bugia che grida vendetta. Infatti, chi ha combattuto per la libertà lo ha fatto per la libertà dei cittadini nel convivere autonomi ed invece è dimostrabile in termini tecnici e di rapporti politici – come è scritto nella recente lettera di decine di costituzionalisti e di giuristi – cheche comprime la libertà del cittadino per più versi. Una simile proposta non c’entra niente con le riforme di cui ogni Costituzione – anche quella italiana vigente – ha bisogno con il passar del tempo per dare regole più aperte e adeguate alla convivenza dei cittadini. Purtroppo la riforma Renzi Boschi propone un peggioramento gravissimo delle condizioni di libertà dei cittadini. Dunque dobbiamo opporci in ogni modo e lavorare per il NO al peggio.

Non soltanto perché la proposta Renzi Boschi è frutto di una procedura parlamentare non rispettosa in partenza della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che, dichiarando l’incostituzionalità del premio della legge elettorale, ha reso un grande numero di parlamentari non più titolari della facoltà di modificare la Costituzione. Soprattutto perché la proposta Renzi Boschi ha un testo che riga per riga (e riguarda oltre 40 articoli) disegna un chiaro inganno a danno della partecipazione civile dei cittadini, soffocata da numerosissime complicazioni procedurali, da incoerenze costituzionali, da confusioni tra gli organi dello Stato e dal potere esagerato attribuito al governo centrale e al suo Presidente.

E’ indispensabile che il campo dei cittadini liberi si svegli fin d’ora per impedire con il voto (non c’è quorum, vincerà la maggioranza) la regressione della libertà della convivenza. Bisogna battersi con fermezza per un NO nel merito alla proposta di riforma costituzionale Renzi Boschi, utile solo a far regredire l’Italia mettendola nelle mani dell’uomo solo al comando che tacita il popolo distribuendo regalie.

                                                                                                                                                               Raffaello Morelli

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

Ancora in ricordo di Valerio Zanone


Abbiamo tenuto a lungo in prima pagina un nostro breve ricordo di Valerio Zanone ed un Suo scritto sulla tolleranza.
Terremo sempre quel ricordo e quello scritto accessibili nella sezione approfondimenti.
Adesso continuiamo a ricordare Valerio Zanone in questa prima pagina di accesso al Sito, riportando due scritti. il primo lo dobbiamo al prof. Ernesto Paolozzi che ha affermato: " lo ricordo, come spero lui avrebbe voluto, con una sua dichiarazione di intenti limpida, modernissima. Per tanti di noi, una sorta di guida spirituale ed etico politica. Le conclusioni del congresso del Partito Liberale che si tenne il 18 novembre del 1981 a Firenze:"
- Liberale è darsi una regola piuttosto che doverla ricevere.
- Liberale è la società aperta che riconosce a ciascuno il diritto e la possibilità di diventare ciò che vuol essere.
- Liberale è rinunciare all'illusione della società perfetta, ma cercare ogni giorno di correggerne qualche imperfezione.
- Liberale è l'iniziativa individuale combinata con la responsabilità collettiva.
- Liberale è il rifiuto di staccare nel tempo la libertà e la socialità; ai marxisti che promettono la libertà dopo la socialità, ai conservatori che promettono la socialità dopo la libertà, i liberali devono rispondere che libertà e socialità si guadagnano e si perdono insieme.
- Liberale è la sintesi difficile non impossibile, fra l'efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia.
- Liberale è chi non delega e non si sottomette, chi chiede al grande fratello pubblico il conto delle spese.
- Liberale è chi ha letto vent'anni fa il romanzo di Orwell, scopre che il fatidico 1984 è alle porte, e prepara la difesa contro la più illiberale delle diseguaglianze, quella che potrebbe istaurarsi fra una massa livellata e un'oligarchia di livellatori.
- Liberale è il rifiuto di separare il tempo della propria vita, di scinderlo fra un tempo di lavoro senza fantasia e un tempo libero senza significato.
- Liberale è la voglia di cambiare ogni tanto lavoro e pensieri, di imparare qualcosa anche quando è finita la scuola.
- Liberale è per noi, italiani, credere nella vivacità e opporci alle politiche che la mortificano, respingere le lamentazioni catastrofiche, avere fiducia in questo paese dissestato e grande; e cercare nelle ragioni della libertà le nostre ragioni di speranza.
Abbiamo poi ricevuto dagli Amici dell' Associazione di cultura e ricerca "Zanardelli" di Brescia uno scritto in memoria di Valerio che affidiamo volentieri, di seguito, alla riflessione dei nostri lettori.

La lezione liberale di Valerio Zanone e la nostra città

L’anno che inizia si è aperto con un grave lutto nel mondo della cultura liberale: la scomparsa dell’on. Valerio Zanone il 7 gennaio scorso. Con il suo impegno politico ha attraversato cinquanta anni di storia italiana nella prima e seconda Repubblica senza mai un cedimento sui principi in cui credeva: democrazia, europeismo laico e riformatore. Rifiutando accordi sottobanco e prendendo le distanze da amicizie divenute impresentabili, seppe rimanere pulito negli anni tremendi di Tangentopoli che videro cadere, falciati dagli scandali, nomi noti della politica italiana.
Nel momento in cui la destra cominciò a sbracciarsi per propagandare i propri uomini liberali come gli unici e i veri, Zanone non entrò in polemica limitandosi a rimarcare, con i fatti e le sue scelte, che il pensiero schiettamente liberale aveva le proprie radici nel centrosinistra, le stesse di Giuseppe Zanardelli giurista e statista bresciano. E i legami con Brescia furono saldi e costanti nel tempo.
Quando nel 1995 fu tra i fondatori dell’Ulivo di Romani Prodi, visitò la nostra città invitando noi liberali a seguirlo in quell’esperienza. Il suo entusiasmo mi contagiò e confluì nel Comitato Provinciale dell’Ulivo presieduto da Tino Bino. In campagna elettorale ebbi la soddisfazione di rappresentare l’Ulivo al Convegno Provinciale Islamico quale risposta a un invito rivolto alla Segreteria portando i saluti di quest’ultima, per poi fermarmi a dialogare con una vasta assemblea interessata ai valori della cultura democratica.
Chiusa l’esperienza di Prodi, nel 2001 fu la volta della Margherita con Zanone al fianco di Rutelli per fare spazio a una presenza liberale nella "Margherita".
Anche in quel caso noi liberali lo seguimmo ancora e Giuliano Terzi, coordinatore provinciale, sciolse la sezione della Federazione dei Liberali per confluire nel Comitato Provinciale della Margherita, che aveva sede in via Volturno presieduto da Gianni Girelli.
Nel 2003 lo rividi per l’ultima volta. Si svolgeva la campagna elettorale di Paolo Corsini quale sindaco di Brescia al secondo mandato consecutivo.
Valerio venne a presentare la pubblicazione degli atti del Convegno su Piero Gobetti curato da me, al quale avevano partecipato tra gli altri Michele d’Elia, Michelangelo Bovero del Centro Studi Gobetti di Torino e i giornalisti Franco Abruzzo (in quel momento presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia) e Giambattista Lanzani (direttore del Giornale di Brescia). Ebbe parole di encomio per la nostra città e la sua cultura democratica, antifascista e liberale. Parlò dello spirito europeista di Piero Gobetti, seppe porre Brescia in relazione agli eventi economici dell’Europa, tracciò dei collegamenti con il Trattato di Lisbona in corso di elaborazione, catturando l’attenzione degli astanti. Sentendolo parlare si allargava l’orizzonte e il futuro era già nell’oggi alla portata di chiunque volesse mettersi in gioco.
Valerio Zanone era un leader convincente e di là dalle etichette, il trait d’union tra un’esperienza e l’altra era la passione per gli ideali liberali appresi dagli scritti di Luigi Einaudi e altri grandi liberali. Nel 2015 colsi la reminiscenza proprio di una lezione di Einaudi nella reazione (senza successo) di Valerio e Roberto Einaudi, entrambi presidenti onorari della Fondazione Einaudi, di opporsi al salvataggio economico dell’ente da parte di Berlusconi. Nel 1948, sul “Corriere della Sera” Einaudi aveva scritto: Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico della libertà: all’uno estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; e all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano monopolismo e collettivismo: ed entrambi sono fatali alla libertà.
Il Cavaliere di Arcore chiedeva in cambio di nominare un nuovo consiglio di amministrazione Zanone temeva, per la Fondazione romana di studi economici, la prospettiva di entrare nell’orbita di un solo partito, con conseguente perdita di libertà, e ciò gli faceva preferire la sua chiusura per mancanza di fondi.
Torinese nell’anima, liberale e riformista nelle scelte, nemico di sovranità assolute. Laureato in filosofia estetica l’impegno di Valerio mostra, in tutte le sue parti, una rara coerenza di vita che diviene bellezza. La voce mai gridata, perché forte nelle idee, si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona. Qualcosa, oggi, in controcorrente che ci esorta a dire: Onore a un Vero Liberale!

Prof. Emanuela Citati
Presidente dell’Ass. di Cultura e Ricerca “Zanardelli”
Brescia

Le ragioni del NO per l'on.le Carlo Smuraglia

"Nel ringraziare Emanuela Citati, Presidente della Associazione di Cultura e Ricerca Giuseppe Zanardelli, per avere segnalato la Sua intervista all'on.le Carlo Smuraglia, ne pubblichiamo volentieri il testo, sottolineando la assoluta assonanza in merito a tante valutazioni, prima fra tutte quella relativa al decadimento politico e culturale che determinerebbe, nel Paese, l'approvazione della riforma costituzionale."

 

INTERVISTA ALL’ON. CARLO SMURAGLIA

   di Emanuela Citati 

Incontrare l’on. Carlo Smuraglia alla Festa Provinciale dell’A.N.P.I. di Brescia, giunta quest’anno alla settima edizione, è circostanza di rilievo. Riconfermato di recente alla Presidenza Nazionale ANPI, l’on. Smuraglia ha tenuto alta l’attenzione di un folto pubblico parlando d’importanti temi d’attualità: l’accoglienza dei rifugiati e dei migranti, il contrasto alla diffusione dei movimenti neofascisti, la difesa della Costituzione. A proposito del referendum l’ANPI si è schierata per il “no” alla riforma del Senato e alla legge elettorale. Volendo approfondire le ragioni di una scelta abbiamo rivolto alcune domande al suo Presidente.

Qualcuno ha l’impressione che questa riforma costituzionale nasconda degli interessi dei poteri forti. Cosa ne pensa?

L’ombra dei poteri forti c’è sempre quando si parla di riforme che stravolgono la Costituzione inoltre, nel nostro caso, è stato fatto - in sede politica - un calcolo elementare a uso proprio: si fa una legge che favorirà il partito che prende più voti, non il più rappresentativo. La versione finale licenziata dal Senato, approvata definitivamente dalla Camera, prevede un premio di maggioranza che assicura 340 seggi alla lista (circa il 54% di quelli disponibili n.d.a.), non più alla coalizione, in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno. C’è poi la questione del ballottaggio tra le liste più votate. Se nessuna dovesse raggiungere la soglia del 40%, la lista con più voti otterrebbe immeritatamente il premio, quindi, la maggioranza assoluta. Si sostiene che non conoscere subito gli esiti di un’elezione può destabilizzare il sistema economico. La Germania, però, dopo le elezioni ha impiegato due mesi per trovare l’accordo di coalizione e nessuno ha trovato da ridire.

La Germania tiene stretta la sua Costituzione e non pensa a cambiarla, perché?

La Germania è sufficientemente forte per resistere a questo tipo di pressioni. Noi abbiamo dichiarato, già due anni fa, che il miscuglio tra legge elettorale e riforma del Senato crea un groviglio profondamente antidemocratico.

La Riforma riduce le funzioni del Senato. Cosa può dire in proposito?

I paesi che hanno la Camera Alta o il Senato autorevolmente impegnati hanno maggior forza e prestigio nei consessi internazionali. In alcuni paesi esiste un Senato delle autonomie locali come in Germania e in Austria. In Italia non si è pensato al Senato come ad una vera e propria Camera delle autonomie. In Germania sono i land, con i loro governi, che votano i rappresentanti della Camera delle autonomie. Qui da noi non è così perché i consiglieri regionali che diventano senatori rappresentano al massimo la fettina di elettori che li ha votati. Ci sarebbe bisogno di elevare il tono culturale e politico degli organismi istituzionali elettivi, si è invece scelto di abbassare il livello dell’impegno individuale, perché non è possibile svolgere bene nel medesimo tempo le funzioni di consigliere regionale e di senatore. Un’altra bubbola che si racconta a sostegno della Riforma è che il bicameralismo perfetto allunghi i tempi di approvazione delle leggi. In realtà i tempi si allungano perché i partiti non si mettono d’accordo e perché ci sono dei poteri che si ricattano tra loro. C’è poi un'altra storia che viene raccontata, ma non è vera: sostenere che non c’è nulla di male in questa Riforma perché si mette mano solo alla seconda parte della Costituzione lasciando intatta la prima; ma se si attacca la rappresentatività del Senato e i partiti possono designare un capolista "bloccato" in ogni collegio, lo stravolgimento è evidente, proprio nel senso che incide sull’esercizio della sovranità popolare, art.1 della Costituzione.

Lei ha affermato che la Costituzione è sicuramente perfettibile. Che cosa si sarebbe dovuto cambiare per adeguarla all’evolversi dei tempi?

In alcuni paesi con il bicameralismo perfetto esiste la possibilità che alcune leggi si facciano in seduta comune di Camera e Senato che lavorano a pari condizioni. Si sarebbe potuto introdurre qualcosa del genere anche in Italia. Ci sono paesi dove solo la Camera vota la fiducia al Governo. Al Senato spetta un controllo penetrante sull’esecutivo, sulle aziende partecipate e sugli effetti delle leggi, un aspetto da sempre molto trascurato in Italia. Da noi, infatti, non c’è nessuno che dopo due anni riferisca sugli effetti applicativi di una norma stabilendo se ha funzionato o meno. In un progetto di riforma si potevano togliere al Senato alcune incombenze attribuendone altre. Nel mettere mano alla Riforma – puntualizza ancora l’on. Smuraglia - molti invocavano delle regole per favorire l’esercizio legislativo d’iniziativa popolare. Adesso raccogliendo 50 mila firme si può presentare una proposta legge. Quando arriva in Parlamento, però, è dimenticata perché non ci sono tempi certi che impongano il suo esame. Si poteva quindi stabilire una scadenza entro la quale il Parlamento doveva bocciarla o promuoverla. Questo non è avvenuto e si è fatta la cosa peggiore: moltiplicare per tre le firme necessarie, portandole a 150 mila, rinviando ai regolamenti parlamentari tutto il resto. C’era, infine, un altro tema in discussione da tempo, riguardava la mancanza di uno statuto delle opposizioni a garanzia delle minoranze. La legge di riforma del Senato ha rimandato la questione al legislatore ordinario o ai regolamenti parlamentari.

In conclusione si sono perse delle occasioni per introdurre buone modifiche. In compenso, però, ci si è accaniti su riforme che stravolgono l’armonia e l’equilibrio della nostra Costituzione.  e.c. 

IL NOSTRO E' UN POPOLO OPPURE UN GREGGE?

La rinuncia al voto referendario è rinuncia al confronto ed al diritto di partecipazione alla vita politica del Paese

Di trivelle avrete sentito parlare quanto basta, e dunque vi tedierò pochissimo e solo perché ho letto una interessante riflesione del prof. Gianni Silvestrini, oggi probabilmente attempato scienziato, che ho conosciuto ed apprezzato in gioventù, quando si organizzavano dibattiti seri "dal vivo" in occasione dei quali la qualità degli interventi era misurata dall'intensità degli applausi degli astanti, e non certo dal numero dei " mi piace".
Fece allora un intervento sicuro e preciso per sconsigliare il nucleare e, coerentemente, da ciò che leggo, ci dice oggi che occorrerebbe velocizzare la transizione energetica verso le rinnovabili, precisando che le piattaforme di cui ci occuperemo domenica, possono offrire copertura solo allo 0,9% dei consumi nazionali.
Ricorda anche che, mentre le rinnovabili rappresentano dappertutto la prima voce di investimento ( circa 329 miliardi di dollari ), con impegni di spesa quintuplicati negli ultimi 5 anni e con occupazione del settore in crescita esponenziale, il nostro Paese ha stretto i cordoni della borsa determinando la perdita, nel settore, di circa 10.000 posti di lavoro.
Non dimentichiamo poi l'impatto ambientale, nella migliore delle ipotesi anche solo per le sostanze inquinanti che comunque vengono rilasciate.
Comunque sia, domenica si deve andare a votare; se lo si preferisce anche per il NO, ma bisogna andare a votare.
Sappiamo che sono di diverso avviso sia il Presidente del Consiglio che il Presidente Emerito Giorgio Napolitano.
Lasciamo perdere le motivazioni del Presidente Renzi ed occupiamoci di quelle del Presidente Emerito, che tutto è tranne che sprovveduto.
Egli sostiene che, in occasione delle consultazioni referendarie, starsene a casa sarebbe un modo come un altro per manifestare il proprio NO, e, sopratutto, che l'art.lo 48 di ciò che ancora resta della nostra Costituzione, non imporrebbe un vero e proprio obbligo di recarsi alle urne.
Verissimo, infatti la menzione " non è andato a votare" sul certificato di buona condotta prevista originariamente per i non votanti, è stata abrogata con il Decreto Legislativo 534/93.
Stupisce, tuttavia, il significato politico del pronunciamento del Presidente Emerito, che ci vorrebbe riportare alla seconda metà del 1800, quando per accedere al Senato del Regno d'Italia, bastava una manciata di voti.
A che sarebbero servite le battaglie per il suffragio universale, per il voto alle donne, e ditemi, perchè mai ciascuno di noi dovrebbe sentirsi appagato nel paragonarsi ai destinatari di sentenza penale irrevocabile ovvero ai colpevoli di indegnità morale, cittadini questi nei confronti dei quali, lo stesso articolo 48 della Costituzione richiamato dal Presidente Emerito, esclude la possibilità d'esercizio del diritto di voto?
Al Presidente Emerito hanno fatto eco dotte riflessioni di raffinati giuristi, tutti pronti a giurare che, in occasione dei Referendum,se si desidera che le cose rimangano come stanno, si può esprimere egualmente un voto determinante standosene a casa.
Certo, l'aria che tira è quella di portare sempre di più i Cittadini a debita distanza del cuore dei problemi della Politica: giova ai poteri consolidati ed alle oligarchie di Partito - ammesso che si possano chiamare ancora così strutture in cui da almeno due decenni non esiste un idem sentire ideologico - ed è sicuramente con questi intenti che si è scritta la riforma del sistema elettorale.
Via i partiti piccoli, via le voci dissonanti, via la coerenza, via le minoranze e sopratutto via il Senato, così si fa in fretta a trattare i cambi di casacca ed a costruire un bel Governo con maggioranze raffazzonate per portare avanti un programma che sarà quel che sarà.
Direte allora, ma l'articolo 75 della Costituzione, il quale precisa che la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi aiuta questo disegno?
Neanche per idea, anzi, tutto l'opposto: l'articolo 75 di ciò che rimane della nostra Costituzione avverte solo che non può essere innalzato al rango di disposizione abrogativa di una legge espressa dal Parlamento, un pronunciamento sul quale non si sia formato un dibattito che abbia coinvolto più del 50% degli aventi diritto al voto, tutto qui.
Del resto, se i Costituenti avessero voluto dare un significato precostituito all'astensione, avrebbero potuto risolvere brillantemente il problema disponendo per la compilazione di una scheda con il solo SI e condizionando il successo della consultazione al solo numero di voti espressi in misura superiore al 50% degli aventi diritto.
Solko così ai non votanti si sarebbe potuto dare certezza d'avere comunque espresso una opinione.
Sarebbe stata una soluzione forse possibile, ma avrebbe infranto il sacro principio del dibattito politico, poichè avrebbe dato un indebito vantaggio ad una delle parti, beneficiata da impedimenti, distrazione, disaffezione, disinformazione e comunque, generica impossibilità di recarsi alle urne per ogni altro ipotizzabile motivo.
Stando così le cose - e sfido chiunque a provare che non stiano così - chi insiste perchè si vada al voto si batte per un Paese in cui il Popolo abbia voglia di esercitare direttamente la sua sovranità, chi invita i sostenitori del NO a rimanere a casa, non può definirsi un leader Politico: al più, se ha buona forma fisica, non sprechi tempo prezioso in politica, venga in Sicilia o vada in Sardegna per dedicarsi alla cura di un bel gregge di pecorelle belanti.
Pasquale Dante

Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                        Pasquale Dante

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                                                                 Pasquale Dante

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

ACCOLTI SEI RILIEVI DI INCOSTITUZIONALITA'

IL LIBERALE ENZO PALUMBO SPEDISCE L'ITALICUM ALLA CORTE COSTITUZIONALE

 

 

Grazie alla sua competenza e puntigliosità, il senatore ed avvocato Enzo Palumbo, non a caso a suo tempo inviato dal P.L.I. al CSM, è riuscito a convincere i Giudici del Tribunale di Messina a riconoscere vari profili di incostituzionaloità dell'italicum.
Ecco i sei motivi che hanno indotto i Giudici a trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale:
III° MOTIVO – Il “vulnus” al principio della rappresentanza territoriale.
IV° MOTIVO – Il “vulnus” ai principi della rappresentanza democratica.
V° MOTIVO – La mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio.
VI° MOTIVO – Impossibilità di scelta diretta e libera dei deputati.
XII° MOTIVO – Irragionevole soglia di accesso al Senato
XIII MOTIVO – Irragionevole applicazione della nuova normativa elettorale per la Camera a Costituzione vigente per il Senato, non ancora trasformato in camera non elettiva, come vorrebbe la riforma costituzionale.
E' un risultato importante per i liberali e per chi ha a cuore il rispetto delle Istituzioni e dei valori di democrazia liberale custoditi nella Costituzione.

 

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Una analisi chiara sintetica ma completa sull'Isis

Ringraziamo il Circolo dii Studi Diplomatici e l'autore dello scritto che segue, Francesco Aloisi de Larderel, per le valutazioni precise, complete ed obiettive su quella terribile creatura partorita dallo Stato Islamico che è il Califfato.


Stato Islamico e Califfato.


Dimensione regionale e proiezione globale.


A poco più di un anno dalla proclamazione del “Califfato” (29 giugno 2014) può essere utile passare in rassegna le caratteristiche di questo nuovo “avatar” di un’antica istituzione del mondo islamico, partendo dal movimento politico che le ha dato i natali, e cioè dallo Stato Islamico.

1) Ad un primo livello, lo Stato Islamico è un movimento dell’Islam politico che si propone la difesa delle popolazioni sunnite in Iraq ed in Siria, soggette in entrambi i Paesi ad accentuata repressione da parte di Governi a guida shiita. Di conseguenza l’affermazione iniziale dell’IS ha potuto godere di un pregiudizio favorevole da larga parte delle locali popolazioni sunnite, che ancora probabilmente in parte sussiste.
A differenza degli altri movimenti dell’Islam politico jihadista, lo Stato Islamico esercita il controllo dei territori interessati. Gestisce oggi un’area di una superficie paragonabile a quella dell’Italia o del Regno Unito (anche se in parte deserta), con una popolazione circa 7/8 milioni di abitanti, nel quale assicura – secondo i proprî criteri ideologici - una serie di funzioni normalmente riservate all’autorità statale (scuole, sanità, energia, trasporti…, ma anche forme di giustizia e di imposizione fiscale).
Poco si conosce della sua effettiva dirigenza e organizzazione anche perché, essendo sottoposto ad una forte pressione anti terroristica – mantiene la stessa segretezza operativa che caratterizzava le sue precedenti fasi di organizzazione clandestina.
Esiste in particolare molta incertezza sul totale dei quadri politici e militari di cui dispone, anche perché la loro composizione è molto articolata (amministratori, tecnici, battaglioni combattenti, combattenti stranieri, forze di sicurezza/Mukhabarat, ecc…) e quindi essi possono essere contati in vari modi. Le stime oscillano infatti tra le 30.000 e le 200.000 unità.
Oltre a rimanere certamente un movimento terrorista, l’IS gestisce anche operazioni militari di tipo classico (d’altronde con materiale pesante di origine statunitense sottratto all’esercito iracheno).
La presenza nei quadri dell’IS di un numero importante di ufficiali dell’ottimo esercito di Saddam Hussein, ed in particolare dei servizi segreti, spiega la rapidità e l’efficienza della sua conquista di parte della Siria nord orientale e delle provincie sunnite in Iraq.
Non è chiaro se questi ufficiali dell’esercito baathista iracheno rappresentino solamente il braccio armato dell’ISIS, o quanto ne siano stati i veri creatori, come sostiene ad esempio una recente inchiesta di Der Spiegel. In questo caso l’autoproclamato Califfo, Abu Bakr el Baghdadi, sarebbe solamente una figura di copertura, utile ad una legittimazione sul piano religioso (anche perché appartiene alla tribù dei Qureshi, uno dei requisiti per rivestire il Califfato). Ma a questo punto la questione ha solamente un interesse storico.

2) Non sfugge che l’affermazione in larghe parti della Siria e dell’Iraq dello Stato Islamico costituisca un pregiudizio per l’esercizio dell’influenza dell’Iran in quell’area, e quindi un vantaggio per l’Arabia Saudita e per le Monarchie del Golfo che questa influenza combattono.
E’ quindi probabile che, nella fase ambigua del ritiro delle truppe americane dall’Iraq e della sua nascita e distacco dalla preesistente al Qaeda, l’IS possa aver contato su appoggi finanziari e di altra natura appunto dall’Arabia Saudita e da altri membri del CCG, per via diretta o indiretta. In diversi momenti ha anche beneficiato - sul piano puramente tattico - di una connivenza delle autorità siriane e turche.
Questa fase - essenziale per l’affermarsi dell’IS - è probabilmente oggi superata (salvo prova contraria!) dato che, come vedremo, la più recente proclamazione del “Califfato” rappresenta una minaccia anche per le autorità sunnite della regione. Uno dei tanti esempi di eterogenesi dei fini di cui si è testimoni nell’odierno scenario mediorientale.
Comunque, ora che ha consolidato il suo potere nelle vaste aree conquistate, lo Stato Islamico sembra essersi procurato gli strumenti per un importante autofinanziamento (confisca degli averi delle banche locali, esportazioni clandestine di petrolio e di opere d’arte, tassazione delle popolazioni locali, riscatti di ostaggi, ecc…), tanto da non dipendere più da padrini esterni.

3) Dal punto di vista dell’Islam politico, l’ISIS adotta una versione jihadista del salafismo che presenta alcune caratteristiche distintive:
- Considera “takfiri”, cioè apostati, non solamente coloro che deviano dalla fede o non l‘accettano, ma anche coloro che ne violano i precetti (quindi non solo i miscredenti, ma anche i peccatori). Una definizione molto più estrema di quelle adottate da tutti gli altri movimenti islamisti, compresa al Qaeda. Ed i “takfiri” possono essere uccisi, ciò che nello Stato Islamico avviene ogni giorno.
- E’ anche una linea “escatologica”, che interpreta la lotta politica come resa dei conti con il mondo degli “infedeli” in funzione di una prossima fine dei tempi, nella quale il Califfato avrà il ruolo di protagonista.
- Infine propugna una interpretazione delle scritture che ritorna ai primi e più violenti giorni della vicenda bellica di Maometto. Tale interpretazione finisce per legittimare i peggiori istinti della psicologia umana (volendo, le decapitazioni, crocifissioni, lapidazioni, crudeltà indicibili, schiavitù, disprezzo della dignità dei nemici, distruzione dell’eredità culturale non islamica, ecc…, possono trovare giustificazione nel Corano). E’ sorprendente come un movimento di dichiarata ispirazione religiosa finisca per rassomigliare molto ad una forma di nichilismo, almeno rispetto ai valori ed alla cultura occidentali.
La violenza di tali comportamenti – oltre a costituire una affermazione di principio - è comunque funzionale sia a terrorizzare il nemico che e a mantenere il controllo sulle popolazioni dei territori controllati. Facilita comunque il reclutamento di determinati tipi di persone, in loco e da Paesi terzi.
Non è dato sapere quanto siano sincere le convinzioni religiose della dirigenza dell’IS (di cui si sa pochissimo). Sta di fatto che le migliaia di membri dello Stato Islamico mantengono queste convinzioni con coerenza, e con coerenza le praticano, in molti casi usque ad cadaver. Ciò costituisce un dato politico concreto.

4) Su di un altro livello, con la proclamazione di un “Califfato” lo Stato Islamico mira a superare la dimensione locale (governo delle aree sunnite della Siria e dell’Iraq) per proporre a tutti i musulmani sunniti un governo politico unitario della Umma.
Il Califfato è, per sua natura, universale e quindi espansionista. Non riconosce i confini né gli Stati esistenti.
Dato il suo carattere universalistico - e sovversivo dell’ordine costituito - il richiamo ad un Califfato esercita una grandissima attrazione su tutti gli scontenti delle popolazioni arabe e musulmane e spiega sia la serie di adesioni (baya’a) all’ISIS di movimenti islamisti sovversivi in altre Paesi (ad es. Arabia Saudita, Yemen, Egitto/Sinai, Libia, Nigeria, ecc…), sia l’afflusso di combattenti stranieri da tutte le comunità islamiche, anche del mondo occidentale.
Come è noto, il richiamo propagandistico del Califfato in tutto il mondo musulmano è veicolato da una attività di comunicazione che sfrutta in modo mirabile i media informatici, facendo leva su tutte le frustrazioni delle comunità musulmane, sia degli stessi Paesi islamici che dell’emigrazione.

5) Il Califfato - per le caratteristiche ideologiche e per il suo programma politico - è quindi in urto con tutte le altre forme di Islam politico, a partire da al Qaeda da cui l’IS si è originariamente staccato. L’IS combatte infatti oggi contro altri movimenti islamisti in Siria, in Yemen, in Libia.
L’IS costituisce anche una minaccia diretta anche per i Governi degli altri Paesi islamici dell’area. Infatti, mentre al Qaeda ha fatto la scelta di combattere “il nemico lontano” (gli Stati Uniti e l’Occidente) l’IS sceglie di combattere il “nemico vicino” cioè tutti gli Stati arabi e tutti i movimenti di Islam politico con impostazioni diverse dalla sua.
Lo Stato Islamico, per le sue caratteristiche ideologiche, non è in grado, né intende, di partecipare alla Comunità Internazionale. Non può infatti riconoscere altre autorità (nazionali o internazionali) con cui negoziare, perché non esiste altra sovranità di quella di Dio.
Quindi il progetto del Califfato, mentre gode di una vasta e crescente popolarità in determinati strati delle popolazioni musulmane, è politicamente isolato, nei confronti di tutti gli altri movimenti dell’Islam politico e degli Stati della Regione.

6) Per il momento l’espansione territoriale dello Stato Islamico è contenuta dall’azione congiunta dei bombardamenti aerei da parte dell’alleanza guidata dagli USA nonché, sul terreno ed in maniera territorialmente limitata, dalle milizie curde e dalle milizie sciite irachene sostenute dall’Iran. Ma nel frattempo sta rafforzando la sua presa nelle zone sunnite di Siria ed Iraq dalle quali non sembra per ora possibile sloggiarlo. In tali aree IS resiste soprattutto perché non ha nemici concreti sul terreno.
Mentre lo Stato Islamico, di per sé, costituirebbe soprattutto un problema regionale, il suo abbinamento al progetto di un Califfato rappresenta un pericolo molto apprezzabile per la comunità internazionale e per l’Occidente, perché:
- nel caso di una destabilizzazione dell’Arabia Saudita (che travolgerebbe sicuramente le altre Monarchie del Golfo), ma anche della Giordania o dello Yemen, potrebbe allargare il suo controllo territoriale in una zona nevralgica del Medio Oriente;
- suscita una serie di fenomeni di imitazione da parte di altri movimenti islamisti nel mondo musulmano (Egitto/Sinai, Yemen, Libia, Nigeria, Afghanistan, ecc…);
- genera un’attrazione ideologica su molti ambienti estremisti dell’emigrazione islamica in Europa e nel resto del mondo occidentale, che già si manifesta in modo molto sensibile con le migliaia di “foreign fighters” provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’Europa occidentale, dall’Australia, dal Caucaso.
In conclusione il pericolo principale non è costituito dalla occupazione da parte dell’IS di parte della Siria e dell’Iraq, ma dalla attrazione esercitata, ben al di là della valle dell’Eufrate, dal Califfato e dal suo modello ideologico/politico.

7) L’occupazione di un vasto territorio in Iraq e Siria costituisce invece il suo principale elemento di vulnerabilità: senza una solida base territoriale l’IS diventerebbe un movimento jihadista “come gli altri” e verrebbe a mancargli la base concreta per la rivendicazione di un “Califfato”.
In linea di principio il carattere “territoriale” dell’IS lo espone al pericolo di essere debellato da una forza militare convenzionale. Ma questa forza non esiste a livello regionale, ed i pochi Paesi dell’area che dispongono di eserciti di terra significativi (Egitto, Turchia, Giordania) hanno altri problemi interni cui dedicare le loro risorse militari, o altre priorità.
Né la Comunità internazionale mostra molto interesse per un intervento militare dall’esterno della regione, i cui esiti politici sarebbero per lo meno incerti, che avrebbe certamente un costo umano altissimo per le popolazioni civili e che sicuramente fornirebbe nuovo ossigeno allo jihadismo internazionale.
Un altro possibile punto di debolezza costituisce nel carattere largamente illegale delle sue fonti di finanziamento (vedi par.2). Un serio blocco economico, qualora ve ne fossero le condizioni politiche, contribuirebbe certamente a destabilizzare lo Stato Islamico.

8) La sconfitta e l’eliminazione dello Stato Islamico richiede comunque una premessa di carattere politico: è indispensabile offrire alle popolazioni sunnite della Siria dell’Iraq una alternativa alla soggezione all’ISIS che non sia il ritorno allo status quo ante, e cioè rispettivamente alla dominazione alawita e shiita su popolazioni a maggioranza sunnita.
Le recentissime dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore uscente delle Forze Armate americane, Generale Ray Odierno – secondo le quali si potrebbe arrivare ad una divisione permanente dell’Iraq, ma il momento non è ancora giunto – potrebbero essere interpretate in questo senso.
Sono in teoria possibili varie formule (conferma delle partizioni di fatto già esistenti in Siria ed in Iraq, soluzioni federali o strutture confederali), ma esse necessitano tutte di una collaborazione tra Arabia Saudita ed Iran perché la nascita dello Stato Islamico e del suo sedicente Califfato non sono che l’ultimo nefasto risultato della loro competizione regionale, accentuatasi dopo il disastroso esito del secondo conflitto iracheno.
Da registrare in proposito che il Segretario di Stato Kerry sembra aver strappato all’Arabia Saudita ed alle Monarchie del Golfo una approvazione di principio all’accordo nucleare con l’Iran, e che negli ultimi giorni sembra poter percepire un’attenuazione dello scontro tra Arabia Saudita ed Iran a proposito del conflitto yemenita.
Contemporaneamente si ha notizia di una serie di contatti tra i principali protagonisti della scena internazionale e regionale per trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Potrebbero trattarsi dei primi timidi segni di una incipiente collaborazione politica mirante ad una ricomposizione della struttura politica dell’area.
Una volta individuate soluzioni politiche per il futuro della Siria e dell’Iraq, una sconfitta militare dello Stato Islamico potrebbe diventare più agevole, anche tenuto conto del suo isolamento politico, e potrebbe essere accettata più facilmente dalle popolazioni interessate.
L’effettivo avvio di questo processo permane ancora del tutto incerto, e una sua positiva conclusione ancora lontana e difficile da immaginare. Ma la sua possibile evoluzione sembra fornire la chiave per valutare lo svolgersi degli eventi nella regione nel corso dei prossimi mesi.

                                                                                                                              Francesco Aloisi de Larderel


L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

Il rispetto del Parlamento, delle opposizioni e delle regole per modificare la Costituzione

Suggeriamo vivamente la lettura dello scritto di Livio Ghersi  che, con la consueta chiarezza, esprime sorpresa ed attente riflessioni riguardo il prosieguo dei lavori parlamentari per la riforma della Carta Costituzionale, in dispregio delle decisioni adottate da tutte le opposizioni di abbandonare l'Aula.

La Conferenza-stampa delle opposizioni

Venerdì 13 febbraio 2015 ho assistito con un misto di stupore e di crescente angoscia alla Conferenza-stampa tenuta congiuntamente dai deputati Renato Brunetta per il Gruppo di Forza Italia, Arturo Scotto per il Gruppo di Sinistra, Ecologia e Libertà, Massimiliano Fedriga per il Gruppo della Lega Nord, Fabio Rampelli per il Gruppo di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale, Barbara Saltamartini del Gruppo Misto.
Immediatamente dopo, il Gruppo del Movimento Cinque Stelle avrebbe tenuto la propria Conferenza-stampa. Separata, ma volta a comunicare sostanzialmente la medesima cosa: tutte le opposizioni parlamentari hanno deciso di abbandonare l'Aula della Camera dei deputati, in segno di protesta rispetto al modo in cui si stanno svolgendo i lavori parlamentari nella discussione del disegno di legge costituzionale che si prefigge di riformare radicalmente la Parte seconda della Costituzione della Repubblica italiana.
E' vero che non siamo nel 1924; ma la circostanza che tutte — ripeto, tutte — le opposizioni parlamentari abbiano deciso congiuntamente di non partecipare ai lavori della Camera, qualche riflessione dovrebbe pur suscitarla. 

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

UN REFERENDUM PER IL DESTINO DELLA LIBIA

Con lo scritto che segue Livio Ghersi ci regala interessanti riflessioni sulla attuale condizione della Libia, sulle sue tradizioni e sugli interessi che spingono alcuni Paesi a determinare modalità diverse per la sua sua stabilizzazione. L'idea di offrire ai Libici la scelta di come costruire il loro futuro attraverso un referendum è forse utopica, ma se i soldati italiani arrivassero in Libia anche con il compito di aiutare quella popolazione a scegliere il modello ideale di convivenza, la missione acquisirebbe certamente un taglio diverso, potrebbe farci muovere accompagnati da un più ampio consenso internazionale e comunque darebbe un senso al rischio della perdita di vite umane che, nelle condizioni operative che ci attendono, sarebbe da sprovveduti non tenere in considerazione.

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L'argomento della Libia ha rilevante peso nel discorso pubblico italiano odierno. Impossibile stare dietro alle analisi ed ai commenti: troppo numerosi, ma spesso approfonditi e di buona qualità. Per quanto mi riguarda, ho trovato particolarmente ben scritto l'editoriale di Paolo Mieli "La missione in Libia e i pericoli per l'Italia" (nel Corriere della Sera, del 6 marzo 2016, pp. 1 e 30). Dei tre interrogativi formulati da Mieli, il secondo ed il terzo meritano una riflessione attenta. Soprattutto da parte del Governo e del Parlamento italiani; fermo restando che la prudenza fin qui dimostrata dal Governo italiano è, dal mio punto di vista, opportuna e da apprezzarsi.
La posizione ufficiale dell'Italia è sempre stata quella di difendere l'unità statuale della Libia. Alcuni commentatori si spingono a dire che ciò costituirebbe un preminente interesse nazionale italiano. In una situazione tanto complessa e difficile, tuttavia, non ci possono essere argomenti tabù: siamo davvero sicuri che insistere sulla unità statuale libica sia la via migliore per ottenere la pacificazione e la stabilizzazione di quell'area geografica?

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