Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

In primo luogo, il fatto che il giovane La Malfa fu attratto dall'antifascismo liberale di Giovanni Amendola: tanto da partecipare attivamente al Congresso dell'Unione nazionale di Amendola nel giugno 1925 a Roma (cfr.p. 65). La figura di Giovanni Amendola è complessa dal punto di vista intellettuale; in Parlamento fu vicino a Francesco Saverio Nitti, ma per ragioni di sopravvivenza politica, data l'ostilità dichiarata nei confronti di Giolitti, sbaglierebbe chi, accostandolo a Nitti, lo considerasse un democratico radicale del Mezzogiorno. Nella formazione di Amendola influirono la collaborazione alla rivista fiorentina "Leonardo" di Papini, poi il coinvolgimento nella rivista, sempre fiorentina. "La Voce" di Prezzolini. La sensibilità per le questioni etiche era un dato fondamentale della sua personalità e questa caratteristica lo avvicina piuttosto alla tradizione della Destra storica di derivazione cavouriana. Soddu cosi riassume il ritratto di Amendola, quale è stato accreditato dalla prevalente storiografia; « liberale conservatore, cresciuto nel medesimo brodo di coltura dal quale sorsero i nazionalisti, monarchico oltre ogni evidenza, legalitario condannato alla passività, attento esclusivamente alla funzione delle elite dirigenti, sospettoso nei confronti del moderno partito di massa, moralista responsabile della disfatta dell'Aventino»  (cfr. p. 64). Soddu respinge la predetta interpretazione, che tuttavia contiene molto di vero. Alcuni tratti caratteristici della personalità di Ugo La Malfa, certe sue rigidità caratteriali, il senso dello Stato, l’attenzione nei confronti della dinamica della spesa pubblica, la sottolineatura dell'esigenza di buona amministrazione, conseguono più di un'eco dell'impostazione di Giovanni Amendola. II secondo fatto è che La Malfa, una volta assunta la guida del Partito repubblicano, diede molto spazio, all'interno del PRI, ad intellettuali di schietta e spesso dichiarata formazione culturale liberale. Cito per tutti lo storico Rosario Romeo. Ma non sarebbe inappropriato ricordare lo stesso Giovanni Spadolini, il quale, prima della sua elezione a senatore nel 1972, aveva avuto molti più elementi di comunanza con i Liberali che con i repubblicani storici. Invero, l'accoglienza non fu limitata agli intellettuali, ma, per ragioni di concorrenza partitica, generosamente estesa a tutti i fuorusciti dal PLI. Soddu ricorda, non senza ironia, il caso di "Democrazia 67", un rilevante gruppo di scissionisti liberali, approdato al Partito repubblicano con la mediazione del dirigente del PRI Claudio Salmoni, poi morto prematuramente nel 1970. II segretario regionale del PRI del Piemonte si oppose perché uno degli esponenti più rappresentativi di quel raggruppamento aveva “non dimenticati trascorsi monarchici”. La Malfa approvò l'adesione, ritenendola «vantaggiosa»  (cfr. nota 54, pp. 449-450). Nel ricordare quelle vicende, Aristide Gunnella ha osservato che i tanti che, spesso a sproposito parlano di "sinistra liberale" non si sono mai accorti che in Italia una sinistra liberale organizzata è esistita effettivamente per lungo tempo, ed era il PRI. Terzo ed ultimo fatto, non meno significativo, è l'adesione del PRI al gruppo parlamentare dell'ELDR nel Parlamento europeo. La questione della collocazione del Partito repubblicano italiano si pose in occasione delle prime elezioni dirette del Parlamento europeo nel 1976. In precedenza, nel mese di ottobre del 1975, La Malfa aveva rifiutato l’adesione all'Internazionale liberale per la secolare «contrapposizione tra forze liberali e forze repubblicane, l’una essendosi data una funzione moderata, l’altra una funzione di sinistra progressista»  (cfr. p. 308). Giovanni Malagodi, nella sua qualità di leader dell’Internazionale liberale, insistette e propose una soluzione intermedia: l’adesione del PRI soltanto alla Federazione dei partiti liberali della Comunità europea. Scrisse a La Malfa: «Tu ed io ci conosciamo da tanti anni e siamo ormai anzianotti. Non vogliamo lasciare insieme ai nostri amici più giovani questo pegno di fede nel futuro della liberta e dell'Europa?». Finalmente La Malfa disse di si, ponendo come condizione che la Federazione fosse denominata “dei partiti liberali e democratici”. Ritornerò in seguito sui rapporti con i liberali. Ora è importante sottolineare che l’etichetta di "liberale" sicuramente andava stretta ad Ugo La Malfa. Durante tutta la sua lunga vicenda politica, egli si dichiarò sempre "di sinistra", con una determinazione tale da destare stupore, ad esempio, in Oriana Fallaci che lo intervistò nel 1974 (cfr. p. 22). La Malfa si considerava parte della "sinistra democratica" e muoveva da un'idea della sinistra tale da abbracciare tutte le sue componenti storiche, ancorché questa sinistra non si traducesse in uno schieramento capace di operare unitariamente nella prassi politica. Cosi la "sinistra" per lui andava dal Partito repubblicano da un lato, al Partito comunista dall'altro, includendo al proprio interno i radicali, i socialdemocratici ed i socialisti. Una delle più significative testimonianze del pensiero di La Malfa si rinviene nel libro "L'altra Italia” pubblicato nel 1975 da Mondadori, con una prefazione di Rosario Romeo. Come si evince dal sottotitolo, si tratta di una raccolta di "Documenti su un decennio di politica italiana 1965-1975". II primo documento raccolto è il testo dell'intervento che La Malfa pronunciò durante il 29° Congresso nazionale del Partito repubblicano, tenutosi a Roma dal 25 al 28 marzo 1965. II Congresso da cui uscì eletto segretario del PRI. La lettura del libro "L'altra Italia" dimostra con quanta attenzione e con quanta passione La Malfa si preoccupasse di tenere sempre aperto un dialogo con il Partito comunista, anche quando eventi clamorosi di politica internazionale (come l’invasione della Cecoslovacchia da parte dell'Unione Sovietica nel 1968) sembravano allontanare irrimediabilmente ogni possibilità di intesa. Invero la posizione lamalfiana aveva anche una componente di furbizia tattica allorquando rivendicava il diritto di criticare le condizioni economiche e sociali degli Stati del "socialismo reale" e quindi sosteneva che il PCI sbagliasse nel difendere quel modello e, nel contempo, asseriva di non voler fare dell’anticomunismo. Uno dei crucci di La Malfa era che il PCI annoverasse tra i propri dirigenti ed iscritti i figli, o i nipoti, di personalità politiche schiettamente liberali e democratiche, come nei casi emblematici di Giorgio Amendola, Antonio Giolitti, Enrico Berlinguer, Franco Calamandrei; ma l’elenco si poteva molto allungare, considerando altri casi eclatanti come quello di Ada Prospero, vedova di Piero Gobetti. Il 1978 fu un anno drammatico per la democrazia italiana, segnato da due avvenimenti: l’uccisione di Aldo Moro da parte dei terroristi delle Brigate rosse (il corpo fu ritrovato il 9 maggio) e le dimissioni di Giovanni Leone dalla carica di Presidente della Repubblica (15 giugno 1978). I due fatti si intrecciavano perchè Moro sarebbe stato il candidato naturale a succedere a Leone, come garante della formula politica della solidarietà nazionale. Sembrò a molti che La Malfa potesse essere un buon candidato, considerato che, insieme a Moro, era l’uomo politico che più si era speso per quella medesima formula. Lo stesso leader repubblicano autorizzò una delegazione del PRI a proporre formalmente una sua candidatura nelle trattative fra i partiti. E' significativo che proprio all’interno del PCI, cioè del partito che in teoria avrebbe avuto più interesse all’elezione di La Malfa, venisse formulata la critica più dura contro di lui. Paolo Bufalini, della componente cosiddetta "migliorista", cioè quella che era più interessata a costruire un buon rapporto con il PSI, disse pubblicamente che La Malfa rappresentava «un mondo filoamericano, capitalista, filoisraeliano»  (cfr. p. 329). Fu così che nel luglio del 1978 fu eletto alla carica di Presidente della Repubblica Sandro Pertini: un socialista, come voleva Bettino Craxi, ma un socialista non controllato dal segretario del PSI e con una forte personalità, rafforzata dal prestigio che gli derivava dall'essere stato, nel Ventennio, prima fuoriuscito antifascista e poi partigiano. L'ultima azione politica di La Malfa fu il tentativo di formare un governo, essendogli stato conferito l’incarico dal Presidente Pertini il 22 febbraio 1979. Pochi giorni dopo, il successivo 2 marzo, fu costretto a rinunciare all'incarico (cfr. p. 336). La politica italiana prendeva un indirizzo decisamente diverso da quello voluto dal leader repubblicano. Nella riunione della direzione nazionale del PRI del 10 novembre 1978, egli aveva definito il Partito socialista «il nostro peggiore nemico»  (cfr. p. 334). E' una coincidenza non poco inquietante che La Malfa sia stato colto da emorragia cerebrale lo stesso giorno in cui si ebbe notizia dell'arresto del dirigente della Banca d'ltalia Mario Sarcinelli e dell'incriminazione del Governatore della medesima Banca d'ltalia, Paolo Baffi. Erano due uomini molto stimati da La Malfa, che probabilmente seppe leggere nella vicenda giudiziaria che ora li coinvolgeva retroscena e lotte di potere che un normale cittadino lettore di giornali non può intendere. Tutti i fatti politici sopra richiamati, in particolare la ricerca di un dialogo con il PCI ed il rapporto via via sempre più conflittuale con il PSI, meritano di essere spiegati. E' bene partire dalla spiegazione di carattere generale che dà il biografo di La Malfa, Soddu. La prima caratteristica originale di La Malfa è che, pur considerandosi "di sinistra", avversò la prospettiva della «alternativa di sinistra», quale fu proposta in Italia, soprattutto dopo la vittoria laica nel referendum sul divorzio nel 1974, in particolare dal Partito socialista e dai radicali di Marco Pannella, anche dietro la suggestione della politica vincente di Mitterand in Francia. La Malfa non credeva in quella strategia politica perché riteneva sbagliato pensare di allontanare la Democrazia cristiana dal governo; egli era convinto che, per gli equilibri di politica internazionale ed in considerazione delle caratteristiche della società italiana, quel partito fosse necessario per governare il Paese. Egli era quindi sincero alleato della DC; circostanza che va evidenziata proprio perché La Malfa era integralmente laico. Nessuno l’avrebbe mai visto intento a rendere omaggio esteriore alla Chiesa, con genuflessioni davanti ad autorità ecclesiastiche, o baci di anelli pontifici, o cardinalizi. Era così calato nel mondo immanente, cosi indifferente alle questioni della trascendenza, almeno apparentemente, da non avere mai bisogno di assumere atteggiamenti rumorosamente anticlericali. Negli stessi ambienti laici di cui La Malfa era parte integrante, circolava la seguente battuta: quando ministri della Chiesa Cattolica, o fedeli, si rivolgevano ad un laico per chiedergli se intendesse prendere parte a cerimonie o riti religiosi, la puntuale risposta era: «no, grazie, appartengo ad un'altra "parrocchia"!». Laddove l’altra parrocchia non necessariamente significava l’appartenenza ad una loggia massonica, ma più ampiamente denotava una posizione di rivendicazione della libertà individuale in questioni di coscienza. Il medesimo La Malfa convinto della necessita politica dell'alleanza con la DC era, nel contempo, insofferente dell'egemonia democristiana: l’enfasi sulla "sinistra democratica" esprimeva l’esigenza di raggiungere un'intesa fra le forze riformatrici, in modo da avere maggior peso politico e riuscire così a condizionare la DC, costringendola ad una politica coerente con un disegno di modernizzazione delle strutture economiche del Paese e di efficiente governo dell’economia. Soddu definisce la strategia di La Malfa «democrazia consensuale e acquisitiva» (cfr. p. 315). Acquisitiva nel senso di capace di ampliare progressivamente l’area del consenso sociale nei confronti delle istituzioni democratiche. In altre parole, il disegno di La Malfa fu quello di ricomporre la «frattura di lungo periodo tra area della rappresentanza e area della legittimità»  (cfr. p. 42-43). Anche il Partito comunista doveva progressivamente essere ricondotto nell'area della legittimità, nell'interesse del consolidamento della democrazia. E' in questa logica che La Malfa fu, insieme ad Aldo Moro, il maggior sostenitore della formula politica cosiddetta della «solidarietà nazionale»; cosi come è evidente che si stabilì una sintonia fra La Malfa ed il segretario del PCI, Enrico Berlinguer, a proposito della strategia del "compromesso storico" ed alle riflessioni sulla "austerità". Secondo Soddu, nella nuova fase politica apertasi dopo la sconfitta di De Gasperi nelle elezioni del 1953, il progetto lamalfiano si scontrò con altri tre progetti. II primo, che egli riferisce in primo luogo alle correnti democristiane dei dorotei e degli andreottiani, sarebbe stato quello di consolidare il potere facendo ricorso al tradizionale metodo della «risorsa trasformista». Il richiamo alla politica economica dell'incolpevole Keynes in questo caso sarebbe servito a mascherare un'attivazione spregiudicata della spesa pubblica, funzionale ad accrescere il consenso per i partiti di governo. Il secondo progetto, da Soddu riferito in primo luogo a Fanfani, anche se fu coltivato all'interno del medesimo PRI da un repubblicano storico come Randolfo Pacciardi, sarebbe stato il «modello gollista»: un'uscita di segno autoritario dalla crisi della democrazia rappresentativa italiana. II terzo progetto, quello della «alternativa di sinistra» fu perseguito con convinzione soltanto da poche frange extra-parlamentari che, in realtà, si prefiggevano non il raggiungimento di una condizione di normale alternanza democratica, ma una "alternativa di sistema". Invece, il segretario del PSI, Bettino Craxi, utilizzo strumentalmente la formula dell'alternativa di sinistra per aumentare il potere contrattuale dei socialisti nei confronti della Democrazia cristiana. Soddu tradisce il proprio ruolo di storico e finisce per vestire i panni del militante politico quando scrive che, «dopo la conclusione drammatica della solidarietà nazionale» (con il rapimento, poi con l’uccisione di Moro), la finta strategia dell’alternativa di sinistra avrebbe trovato concreto sbocco nel «sentiero gollista»  (cfr. p. 43). II mio giudizio e che La Malfa sia incorso nello stesso errore che è proprio di ogni politico "puro". Intendo per tale quello che è insofferente dei vincoli e dei limiti derivanti dalla coerenza logica con premesse di ordine ideale. Per farmi intendere ricorro a due esempi che riguardano l’attualità, proprio per evidenziare che il discorso ha validità generale e prescinde dalla concreta esperienza umana di La Malfa. Se mi definisco erede della tradizione risorgimentale, quindi consapevole del valore dello Stato italiano unitario, non posso stipulare alleanze politiche di portata generale con un partito che programmaticamente tenda a distruggere l’unita dello Stato, perché riconosce come propria autentica "patria" soltanto una porzione esattamente delimitata di territorio nazionale e con tutte le altre zone del Paese vuole, al più, un vincolo "federale", il meno stringente possibile. Né posso stipulare alleanze politiche con un partito che nelle sue prese di posizione ufficiali definisce Giuseppe Garibaldi un volgare bandito e si prefigge di correggere i libri di storia adottati nelle scuole affinché da oggi in poi si insegni che il Risorgimento nazionale è tutto una mistificazione, magari per scoprire invece quanto fosse moderno e quale straordinaria civiltà giuridica avesse il Regno borbonico. Non si può giocare con le idee, né con le parole. Anche in politica c'è più che mai bisogno di un costume di serietà. Un politico può accettare di essere minoranza e, quando le circostanze storiche non siano favorevoli, trascorrere la sua intera esistenza svolgendo il ruolo dell'opposizione: ma i suoi elettori devono essere certi che se ha chiesto i loro voti perché assertore del "bianco", non lo troveranno mai alleato degli assertori del "nero". Invece la caratteristica dei politici odierni e che ignorano limiti e rigidità derivanti dalla coerenza ideale e vogliono giocare a tutto campo. Così facendo ritengono di fare sfoggio di furbizia e di abilità tattica: in verità, almeno dal mio punto di vista, danno ai cittadini il cattivo esempio contribuendo ad abbassare il livello dell'etica pubblica e, soprattutto, finiscono per fare apparire la politica come il campo d'azione ottimale per i cialtroni. Ad esempio c'è da chiedersi se il federalismo, nei termini in cui purtroppo è gia entrato nell'ordinamento con la infelice legge costituzionale 18 ottobre 2001, n. 3 (di riforma del Titolo quinto della Parte seconda della Costituzione), costituisca effettivamente la giusta soluzione per il nostro Paese. Si obietterà che la rigidità determinata dalla coerenza ideale nuoce al lavoro parlamentare. Rispondo che il Parlamento è il luogo dei compromessi possibili; non dei compromessi da raggiungere comunque, a qualsiasi costo. Ci si può accordare quando si tratta di approvare norme che migliorano effettivamente il quadro giuridico preesistente e che realizzano l’interesse generale. Altrimenti, è meglio non fare, piuttosto che fare male, o fare danno. Solo i cretini vogliono il "riformismo" fine a se stesso, come i futuristi volevano il "nuovo" fine a se stesso. Torno a La Malfa. Da consumato politico "puro", egli era convinto che la politica vera si facesse stando al governo. Soddu ha messo in evidenza che il leader repubblicano spesso preferì restare personalmente fuori dall'esecutivo. Anche la presenza di altri ministri repubblicani fu sempre oggetto di trattative, perché era consuetudine che il PRI si dichiarasse pronto a non entrare nella compagine di governo se non venivano accettate le condizioni che poneva: e, talora, realmente non vi entrò, salvo restare sempre nella maggioranza e salvo ritornare prontamente a fare parte del successivo esecutivo. Governativo ad oltranza per eccesso di realismo politico, La Malfa giudicava "rozzo" quel ragionamento lineare che invece pure io condividevo a metà degli anni Settanta: posto che la Democrazia cristiana era diventata un partito-Stato e che la sua inamovibilità dal potere comportava rilevanti effetti negativi anche in termini di restringimento degli ambiti effettivi di democrazia, oltre che di corruzione della vita pubblica, appariva necessario tendere ad un sistema politico che consentisse un'alternanza nella guida del governo. Come tanti negli anni Settanta, ho avversato la strategia del "compromesso storico" in quanto mi sembrava contrario al buon funzionamento del sistema democratico che si arrivasse ad un accordo di governo tra due partiti (la DC ed il PCI) che raccoglievano il consenso elettorale in nome di ideali, valori, interessi, fra loro contrapposti. Oggi non mi pento di quella valutazione. A ben vedere, lo schema di «democrazia consensuale e acquisitiva» di La Malfa si traduceva nel cercare nuovi equilibri politici all'interno degli stessi partiti che esprimevano la maggioranza di governo, o nel tessere alleanze fra quella maggioranza ed ulteriori partiti, come il PCI, prima esclusi dall'area governativa. Posto che i partiti erano formalmente sempre gli stessi, la politica si risolveva in una rete di rapporti personali. Con riferimento ai ministeri più importanti, la partita vera non era che il dato ministero fosse assegnato alla DC o ad altro partito, ma che fosse nominato ministro precisamente quel tale uomo politico ritenuto affidabile, al posto di altro inaffidabile. Era tutta una guerra intestina affinché nei diversi partiti prevalessero alcuni uomini, piuttosto che altri. Quando la politica si riduce a questione di relazioni personali, tutto diventa più torbido e meno trasparente: anche più rischioso dal punto di vista morale. Consideriamo l’esperienza del quarto governo Moro, in carica dal 23 novembre 1974 al 12 febbraio 1976. In quell’esecutivo La Malfa ricoprì la carica di vicepresidente del Consiglio dei ministri ed ebbe un ruolo da autentico protagonista. Anche perché il governo era un bicolore DC-PRI. Si trattava di un governo che mirava a costruire nuovi equilibri politici, intensificando la ricerca dell'intesa con il PCI. E' istruttivo scorrere i nomi dei ministri e sottosegretari che facevano parte di quel governo: tutti i capi delle diverse correnti democristiane erano direttamente presenti, o ben rappresentati. Anche politici che al tempo, a torto o a ragione, erano molto chiacchierati. L'impressione che lo spettatore ne trae e che si consentiva a Moro e La Malfa di fare i propri esperimenti politici proprio perché, come condizione e prezzo da pagare, tutti i capi corrente democristiani erano stati garantiti con incarichi di governo e sottogoverno tali da farli sentire tranquilli negli equilibri del potere reale. Quel governo "Moro - La Malfa" fu messo in crisi dall'allora segretario del PSI Francesco De Martino. II segretario socialista parlava di equilibri più avanzati, di necessaria intesa fra PSI e PCI, ma il leader repubblicano intuì subito che a premere per la crisi di governo erano proprio quei settori del PSI che non avevano alcuna propensione filocomunista e che, al contrario, erano fortemente disturbati dalla prospettiva di una strategia politica che, promuovendo il Partito comunista, automaticamente avrebbe ridotto il ruolo dei socialisti. Qui si coglie un'altra contraddizione, stavolta da riferire all'idea di "sinistra democratica" coltivata da La Malfa. Cercando di allargare l’area governativa a sinistra, La Malfa finì puntualmente per entrare in contrasto con il partito che, dal punto di vista ideale, avrebbe dovuto trovare più affine, o comunque meno lontano. Giuseppe Saragat, che l'11 gennaio 1947 aveva promosso la scissione dal PSIUP fondando un partito socialdemocratico su posizioni filo-occidentali, e che aveva concorso a rendere possibile la stagione del "centrismo", molto soffrì il fatto che La Malfa ricercasse il dialogo con Nenni e con i socialisti, scavalcandolo sistematicamente, quando si cercava di dare avvio alla formula del centro-sinistra. Proprio per non averlo nemico. e per rafforzare il centro-sinistra, La Malfa sostenne la candidatura di Saragat alla carica di Presidente della Repubblica, ed il leader socialdemocratico riuscì eletto il 29 dicembre 1964. Per eliminare alla radice un'impropria concorrenza fra PSDI e PSI, sarebbe stato opportuno dar vita ad un unico partito socialista; l’esperimento fu effettivamente tentato, con la confluenza dei predetti partiti nel PSU. II secondo ed il terzo governo Moro (dal 22 luglio 1964 fino al 4 giugno 1968) furono appunto espressione di una formula tripartito (DC, PSU, PRI). II risultato insoddisfacente ottenuto dal Partito socialista unificato nelle elezioni politiche del 1968 portò, poco dopo, ad una nuova separazione. Lo stesso problema che si era posto per i socialdemocratici, si ripropose con i socialisti, quando La Malfa intensificò il dialogo con il PCI. Anche in questo caso, La Malfa suggerì la prospettiva di un partito unico fra PSI e PCI, su posizioni di rappresentanza unitaria del mondo del lavoro dipendente, come nel caso del Labour Party in Inghilterra. Soltanto Giorgio Amendola, nel PCI, prese seriamente in considerazione tale opzione. Alla fine, come si è visto, il PSI a guida craxiana divenne per La Malfa il "peggiore nemico" e questo giudizio determinò non poca sofferenza all'interno del medesimo PRI, che era molto meno monolitico di quanto comunemente si creda. Tanti repubblicani avevano espresso critiche nei confronti del progetto del "compromesso storico" ed alcuni lo avversavano anche pubblicamente. Indro Montanelli, con “il Giornale” alimentava ed evidenziava il dissenso repubblicano. E' un fatto che, quando fu eletto segretario Giovanni Spadolini, il PRI introdusse evidenti aggiustamenti della propria linea politica, ricercando un rapporto più costruttivo sia con i socialisti, sia con i liberali. Da qui la formula politica del pentapartito. Prendo spunto dal ben documentato lavoro di Soddu per approfondire, in conclusione, tre argomenti: il rapporto di La Malfa con i liberali, con particolare riferimento alle posizioni rispettivamente assunte in materia di forma dello Stato; la fisionomia politica del Partito repubblicano; le analisi politiche di La Malfa che condivido. Quanto al primo punto, va ricordato che, durante il periodo dell'attività cospirativa antitascista, Ugo La Malfa aveva intessuto una rete di relazioni personali tale da consentirgli di proporsi come credibile interlocutore di tutte le diverse componenti dell'area laica, tanto di tradizione liberale quanto di tradizione democratica e repubblicana. Egli era il primo ad esserne consapevole. Ricordando quei tempi, in una lettera a Leo Valiani del 10 ottobre 1962, scriveva: «Da una parte io mi legavo ad Amendola, a Salvatorelli e ai crociani come Tino, De Ruggiero, Omodeo, Russo, Vinciguerra, dall'altra, attraverso Bauer, Rossi, Parri, e poi Andreis ecc., mi legavo a '"Giustizia e Libertà”. Ed in effetti, dal 1928 in poi, io acquistavo questa doppia funzione che mi consentì di fare da tramite fra i due gruppi. Più tardi, fui il legame diretto col gruppo liberal-socialista di Calogero e col gruppo repubblicano di Reale. Sicché fui, fra tutti, quello che aveva legami diretti e personali nei vari gruppi. Nessuno più di me si poteva muovere dal gruppo crociano al gruppo di "'Giustizia e Libertà", al gruppo liberal-socialista e repubblicano. II Partito d'azione, espressione di tali gruppi, nacque attraverso la cucitura che io ero andato preparando negli anni precedenti (cfr. p. 101). La Malfa aveva pensato fosse possibile, in nome dell'antifascismo, realizzare una sintesi politica e, quindi, dare una rappresentanza unitaria all'intera area liberal-democratica. Come politico puro, nel senso di cui sopra già si è detto, era smanioso di contribuire a determinare nuova storia, quindi non conferiva eccessivo peso al fatto che le forze politiche avessero ciascuna una fisionomia culturale ed ideale che era il prodotto della storia pregressa e che non si poteva forzare più di tanto. Così non è un caso che il primo ostacolo che incontrò nel suo disegno egemonico dell'area laica italiana fu un grande intellettuale che era insieme uno storico ed un teorico dello storicismo: Benedetto Croce. La Malfa avrebbe voluto «convincerlo ad abbracciare la causa della Repubblica, considerando che se un uomo come Croce avesse assunto un tale netto atteggiamento, il Paese avrebbe trovato in lui una sicura guida politica e morale sulla strada della edificazione delle nuove istituzioni democratiche» (cfr. p. 108). Croce non era un piccolo uomo che si potesse allettare con la prospettiva di diventare il Capo dello Stato in una nuova Italia repubblicana: le sue convinzioni ideali venivano prima di qualsiasi calcolo di convenienza politica. Quando, agli inizi del 1943, venne fatto circolare il documento cosiddetto dei "Sette punti", definito nel luglio del 1942, che costituì la prima base programmatica del Partito d'azione, il giudizio di Croce fu nettamente negativo: «molto seccato da mia parte per il contegno di quelli del partito che si chiama d'azione, che impasticciano idee contraddittorie, fanno programmi ineseguibili e lanciano accuse e scomuniche sciocche o faziose» . Anzi, proprio perché gli azionisti, avevano "frammischiato" ai loro detti anche il nome del filosofo, come se fosse della loro parte o se essi ne fossero gli unici legittimi rappresentanti politici, Croce fu ancora più motivato a procedere alla «ricostituzione del Partito liberale puro e semplice, di tradizione cavouriana, quale era quello che il Ruffini dirigeva con me e con altri e che fu soppresso dal fascismo nel 1925» , come si legge nel suo diario alla data del 13 agosto 1943. Raimondo Craveri, genero di Croce avendone sposato la figlia Elena, scriveva il 6 settembre 1943 a La Malfa di recarsi con la massima urgenza a Sorrento per parlare con il filosofo: «tu solo puoi vincere l’ormai aperta sua ostilità verso di noi» , cioè verso il Partito d'azione (cfr. nota 47 a p. 383). II ricostituito Partito liberale diede a La Malfa più di un dispiacere; già per il semplice fatto di esistere. Dopo la rottura del Partito d'azione egli avrebbe potuto facilmente inserirsi nell'Unione democratica nazionale promossa da Croce. Quell'alleanza elettorale, nel suo manifesto al Paese, si richiamava espressamente a Giovanni Amendola. Tra i principali esponenti dell'Unione democratica nazionale c'era Meuccio Ruini, con cui La Malfa era in ottimi rapporti. Soddu riferisce di «abboccamenti di La Malfa con i liberals che sarebbero avvenuti subito dopo il Congresso meridionale del Partito d'azione tenutosi a Cosenza nel mese di agosto del 1944 (cfr. p. 119). A Cosenza. il P. d'Az. aveva deciso, a maggioranza, di definirsi "socialista", sia pure di un socialismo «non marxistico, antitotalitario, non materialistico»  e quell' orientamento era stato apertamente contrastato soprattutto da Adolfo Omodeo ed appunto da La Malfa. A dividere La Malfa dai liberali c'era il mito della «rivoluzione democratica», che egli condivideva con gli azionisti di tutte le tendenze; significava che l’Italia liberata dal fascismo doveva essere profondamente diversa, nel suo ordinamento costituzionale, nel suo assetto istituzionale e nella sua politica economica, dall'Italia pre-fascista. C'era poi la pregiudiziale repubblicana: egli non comprese quanto fosse più saggia la posizione di Croce, che non voleva che le forze liberali e democratiche si dividessero nella scelta fra monarchia e repubblica e proponeva di demandare quella scelta alla coscienza di ciascun elettore, salvo l’impegno collettivo di rispettare il responso del referendum, qualunque fosse l’esito. Invece La Malfa sollecitò la scissione dei liberali repubblicani  (Antonicelli. Calvi, Pepe) dal PLI ed offrì loro una sponda politica. L'esito delle elezioni del 2 giugno 1946 per l’Assemblea Costituente gli diede ragione, quanto alla vittoria della Repubblica, ma gli diede torto in termini di condizioni di agibilità di una autonoma forza politica. L'Unione democratica nazionale voluta da Croce raccolse 1.560.638 voti (6,8% del totale dei voti validi), ottenendo 41 seggi. La "Concentrazione democratica repubblicana", in cui erano confluiti la destra del Partito d'azione ed i fuoriusciti dal PLI, ottenne in tutta Italia solo 97.690 voti (pari allo 0,4%) e due seggi conquistati con i resti nel collegio unico nazionale. Ferruccio Parri, ottima persona che pero non brillò mai per acume politico, aveva scommesso che la Concentrazione avrebbe conquistato da venti a trenta deputati alla Costituente (cfr. p. 137). Ugo La Malfa ebbe sempre cattivi rapporti personali con Giovanni Malagodi, fin da quando lo conobbe negli anni Trenta a Milano trovandosi entrambi a lavorare nell'ufficio studi della Banca Commerciale italiana. Malagodi era un uomo di valore e non ebbe nella vita pubblica italiana quei riconoscimenti che avrebbe ampiamente meritato proprio perché, da buon liberale, tenne comportamenti politici lineari, svolgendo la parte prevalente della sua attività politica nel ruolo di leader di un partito d'opposizione, il PLI. Eppure, nelle elezioni del 1963, opponendosi al centro-sinistra, il Partito liberale ebbe un successo notevole, conquistando più di due milioni di voti, tanto per la Camera quanto per il Senato: ottenne 39 deputati (22 in più rispetto alle precedenti elezioni del 1958), e 19 senatori (15 in più rispetto al 1958). Quel consenso fu presto perduto, anche perché in Italia un partito di opposizione può intercettare gli umori di un elettorato di opinione, ma difficilmente può reggere nel tempo stando lontano dalla gestione del potere politico. E' facile liquidare le tesi sostenute da Malagodi e dal suo PLI definendole conservatrici. Ma è troppo comodo accorgersi, a distanza di tempo, di avere sbagliato senza ammettere che proprio Malagodi e gli altri vituperati liberali avevano lucidamente previsto cosa sarebbe successo. Quasi tutte le politiche avviate dal centro-sinistra si dimostrarono, nel tempo, sbagliate, dalla programmazione economica alla riforma urbanistica, dalla scuola alla riforma sanitaria. Lo stesso La Malfa parlò apertamente di "fallimento" del centro-sinistra. Mi limito a fare l’esempio delle regioni a statuto ordinario, divenute quindici, dopo che con legge costituzionale 27 dicembre 1963, n. 3. era stata istituita la regione Molise con una popolazione di poche centinaia di migliaia di abitanti. I liberali avevano detto che le regioni si sarebbero tradotte in una ulteriore struttura burocratica, aggiuntiva rispetto a quelle gia esistenti (a livello comunale e provinciale), e che avrebbero determinato un ulteriore aumento della spesa pubblica, difficilmente controllabile. La Malfa era personalmente sensibile al problema. Nel Congresso nazionale del PRI del marzo 1965 gli si era contrapposto un repubblicano che aveva fatto parte dell’Assemblea Costituente e che storicamente era stato un difensore delle autonomie regionali, Oliviero Zuccarini, supportato soprattutto dai delegati siciliani. Nel suo discorso congressuale, La Malfa sostenne che l’attivazione delle regioni ed i connessi progetti di finanza regionale correvano il rischio di incorrere nello stesso fallimento dell'esperienza dell'autonomia speciale della Sicilia. Allora, nel marzo del 1965, così si espresse il palermitano La Malfa: «Mi opposi, a suo tempo, al tipo di Statuto che fu poi approvato e che conteneva in se gli elementi degenerativi. Solo e da repubblicano, mi opposi a una certa demagogia alimentata da due grandi uomini che sono purtroppo morti, il senatore Orlando [nota: Vittorio Emanuele] e don Luigi Sturzo. In quel tipo di Statuto che precedeva la Costituzione repubblicana, vedevo il germe della degenerazione della funzione autonomistica. Non so se le cose siano migliorate. Ma cos'e questa specie di pagliacciata dell'imitazione del Parlamento nazionale con tutti i difetti di questo e con qualcuno in più? Che credito può dare alla nostra battaglia autonomistica la prova di irresponsabilità politica verso lo Stato repubblicano e di irresponsabilità verso le popolazioni siciliane che la vicenda autonomistica siciliana ha dato?»  (cfr. "L'altra Italia", p. 41). La posizione ufficiale del PRI fu che l’entrata in funzione delle quindici nuove regioni dovesse essere compensata dalla contestuale soppressione delle province. La storia è nota: le regioni a statuto ordinario divennero realtà nel 1970 con l’elezione dei rispettivi consigli regionali; del resto, si trattava di attuare la Costituzione che le prevedeva. Le province restarono. II PRI continue a fare parte della maggioranza e dei governi di centro-sinistra. Cito ora dalla relazione che Ugo La Malfa rese nel 32° Congresso del PRI, tenutosi a Genova dal 27 febbraio al 2 marzo 1975, in cui lasciò la carica di segretario per assumere quella di presidente del partito: «La stessa inadeguatezza si manifestò al costituirsi dell’ordinamento regionale. A parte l’incapacità dimostrata da tutte le forze politiche di mirare alla semplificazione delle strutture, nel momento in cui la nuova struttura era inserita nel sistema (e oggi si pagano le conseguenze di questa grave e imprevidente omissione), non ci si accorse che l’ordinamento regionale, qual era previsto dalla Costituzione, era anch'esso una eredità dell'Ottocento, risaliva ad una fase storica precedente a quella durante la quale hanno operate le moderne politiche di sviluppo programmato»  (cfr. "L’altra Italia". p. 259). Analisi da condividere, senza riserve. Tuttavia, a che serve una buona analisi se poi la prassi politica ne prescinde? Mi sono soffermato su questa problematica, inerente alla forma dello Stato, perché lo stesso errore, della moltiplicazione dei livelli di governo, continua a ripetersi nella riforma del Titolo quinto della Costituzione approvata con legge costituzionale n. 3/2001. Secondo la nuova formulazione dell'articolo 118 della Costituzione «le funzioni amministrative sono attribuite ai Comuni», cioè dovrebbero essere organizzate al livello di governo più vicino ai cittadini. Con il piccolo inconveniente che in oltre 5.800 comuni, cioè in oltre il 72% del totale dei comuni italiani, la popolazione è inferiore a 5.000 abitanti; cioè mancano le condizioni strutturali minime per organizzare in modo efficiente i servizi da rendere ai cittadini. I riformatori costituzionali del 2001 si sono innamorati di un principio astratto e lo hanno calato in Costituzione. Non tenendo conto del fatto che il principio di sussidiarietà (in senso verticale) è stato affermato nel diritto comunitario con riferimento ai rapporti fra gli Stati membri e le istituzioni dell'Unione europea. Ma la capacità organizzativa di un comune italiano con popolazione inferiore a cinquemila abitanti è assai diversa da quella di uno "stato membro dell'Unione"! La realtà è che in ogni Comune si continueranno ad eleggere sindaci e consigli comunali. I Comuni continueranno a fare ciascuno la propria programmazione triennale delle opere pubbliche. Un minimo di struttura burocratica comunale esisterà a prescindere dai principi costituzionali di «differenziazione ed adeguatezza»  affermati dal medesimo articolo 118 Cost.. Nelle province si continueranno ad eleggere presidenti e consigli provinciali. In alcune province si avrà una ulteriore duplicazione degli enti, con la coesistenza di una nuova "città metropolitana" e di una parte residuale di vecchia provincia. E' evidente che ogni livello di governo legittimato dal voto popolare pretende di gestire un proprio bilancio per finanziare una propria politica. Tutti questi problemi si acuiranno quando si tratterà di realizzare davvero un credibile sistema di federalismo fiscale. La verità è che venti regioni sono troppe e che il sistema di governo locale oggi previsto (quello che già dovrebbe essere coerente con il federalismo) è complessivamente irrazionale. Moltiplica la spesa pubblica e frammenta il potere decisionale fra una pluralità di attori, i quali poi si sentono tutti singolarmente irresponsabili. Dietro il falso mito della "partecipazione democratica", un sistema irrazionale siffatto giova unicamente a coloro per i quali la politica è un mestiere: per loro più livelli di governo ci sono, più possibilità di sistemazione si offrono. Poiché la situazione attuale non è frutto di una condanna ineluttabile del destino, ma il portato di una serie di errori che si sono sommati nel tempo, non è inutile ragionare, in astratto, su cosa occorrerebbe fare per determinare un reale cambiamento, prima nelle norme della Costituzione, poi nel governo del territorio. Secondo me, l’unica riforma seria sarebbe quella di prevedere un unico livello di governo territoriale, in sostituzione degli attuali tre livelli dei comuni, delle province e delle città metropolitane. Nel caso di realtà urbane densamente popolate, l’area territoriale di riferimento dovrebbe essere quella della città metropolitana, comprensiva del comune più popoloso e di tutti gli altri comuni limitrofi che già di fatto concorrono ad un unico sistema integrato di trasporti e di servizi. In altri casi, l’area territoriale potrebbe coincidere con l’attuale provincia, oppure con un consorzio di comuni, con un ambito di competenza territoriale determinato in modo ottimale secondo le caratteristiche del territorio e sempre garantendo una dimensione demografica cui corrisponda la possibilità di entrate tributarie adeguate alle funzioni amministrative da disimpegnare. Al momento dell'istituzione dei predetti nuovi ambiti di governo territoriale, verrebbe specificato che ciascuno subentra a tutti gli effetti nelle attribuzioni prima spettanti a precedenti comuni esattamente individuati ed elencati. In ciascuna area territoriale così definita dovrebbe essere prevista l’elezione di un unico governatore territoriale, affiancato da una giunta esecutiva da lui nominata, e controllato da un'unica assemblea elettiva, rappresentativa del territorio di riferimento. Per essere più chiaro, ricorro ad un esempio: in una Regione come la Sicilia, fermo restando il livello di governo regionale (anch'esso da razionalizzare), secondo me il sistema di governo locale dovrebbe passare dagli attuali 390 Comuni e nove Province, a non più di venti distretti di governo territoriale, inclusi quelli delle aree interne e delle isole minori. Una riorganizzazione di questo tipo dovrebbe avere due obiettivi fondamentali: efficienza di gestione e buona amministrazione. Responsabilizzerebbe davvero i decisori politici e nel contempo consentirebbe di realizzare importanti economie di scala nella organizzazione dei servizi da rendere ai cittadini e nel dimensionamento degli apparati burocratici, così da valorizzare al meglio le risorse umane disponibili. Ovviamente, un argomento come questo va approfondito in altra sede. Vengo ora alla storia politica dei repubblicani. All'interno del PRI si era realizzata la coesistenza di due orientamenti sensibilmente diversi: da un lato i discepoli ideali di Giuseppe Mazzini, il più convinto sostenitore della causa dell’unita d'ltalia, un autentico "padre della Patria" (insieme a Cavour e Garibaldi); dall'altro i discepoli ideali di Carlo Cattaneo, assertore del federalismo e delle autonomie. Nelle elezioni dell'Assemblea Costituente, il PRI ebbe un'affermazione che nessuno si aspettava, dal momento che il partito non aveva fatto parte del Comitato di liberazione nazionale (CLN) e, conseguentemente, si era auto-escluso dai governi espressi dal medesimo CLN. Nel collegio unico nazionale figuravano capilista della lista del PRI Carlo Sforza, una personalità indipendente anche se di dichiarata fede democratico-repubblicana, e Cipriano Facchinetti, deputato nel periodo pre-fascista e protagonista dell'opposizione aventiniana. Allora, nel 1946, il PRI raccolse oltre un milione di voti ed elesse 23 deputati, forse anche favorito dalla circostanza che nella medesima tornata elettorale si svolgeva il referendum istituzionale per la scelta tra monarchia e repubblica. La lettura del libro di Soddu documenta che nel Partito repubblicano il costume democratico era concretamente realizzato nella prassi. I componenti della Direzione nazionale erano eletti singolarmente dal Congresso, secondo le preferenze da ciascuno ottenute. In occasione del 19° Congresso nazionale del PRI tenutosi nel gennaio del 1947, il primo cui La Malfa partecipava dopo la sua adesione al partito, risultò undicesimo nelle elezioni della Direzione nazionale. Antonicelli e Parri, anche loro transitati attraverso l’esperienza della "Concentrazione democratica repubblicana", invece ebbero, rispettivamente, il sesto ed il settimo posto. Nella lenta opera di conquista dell'egemonia nel Partito repubblicano, La Malfa si valse dell'amicizia e della stima di Oronzo Reale, che fu segretario del PRI e che, in precedenza, anche lui aveva fatto parte del Partito d'azione. Dopo l’espulsione di Randolfo Pacciardi nel gennaio 1964 e l’elezione di La Malfa alla carica di segretario (marzo 1965) si può dire che il PRI mutò la propria fisionomia, nel senso di essere sensibilmente diverse rispetto a quando era stato caratterizzato da Giovanni Conti, Zuccarini e lo stesso Pacciardi. II miglior La Malfa, da cui anch'io sento di aver imparato qualcosa, è stato quello che proponeva una buona teoria, pur rammaricandosi di non poterla realizzare nella prassi. Penso, ad esempio, al teorico della difesa del ruolo delle istituzioni e delle pubbliche amministrazioni dalla ingerenza dei partiti. Cito dal gia richiamato discorso del 1975 al Congresso di Genova: «una concezione che ci deriva dal nostro essere partito risorgimentale, e quindi dalla concezione dello Stato di diritto propria del Risorgimento, e quella per cui un partito non ha il fine di permeare di sé le istituzioni dello Stato né di piegarle al proprio interesse, ma deve riconoscere alle istituzioni finalità proprie di carattere pubblico e quindi al di sopra degli interessi di parte o di partito» (cfr. "L'altra Italia", p. 262). Ed ancora: «Qualunque membro della organizzazione amministrativa burocratica, statale e parastatale, sospetta ormai che la sua carriera non dipenda soltanto dalle proprie qualità e dai propri meriti, ma dai rapporti che oggi è riuscito a creare con la forza politica determinante e, in particolare, con gli esponenti che la rappresentano. Affermare che questo fenomeno degenerativo sia stato alimentato dalla sola DC è affermazione non giusta» (cfr. ivi, p. 264). La Malfa aveva la capacita di indignarsi per sperperi e sprechi nella gestione della spesa pubblica, era capace di promuovere un dibattito parlamentare sulla questione dell'aumento dell'indennita dei deputati, indusse il Presidente della Camera Pertini a dimettersi sollevando la questione degli stipendi d'oro dell'apparato burocratico servente. Più in generale, aveva una visione moderna della politica dei redditi; questa non aveva come unico obiettivo quello di limitare le rivendicazioni dei sindacati dei lavoratori, come critici malevoli hanno obiettato. Per La Malfa uno Stato degno di questo nome non doveva puntare esclusivamente sull'aumento dei consumi privati, ma soprattutto preoccuparsi che venissero forniti servizi ai cittadini, perché è proprio la disponibilità di servizi fruibili da tutti e la loro qualità a diminuire il divario fra i diversi ceti sociali. Le medesime esigenze di buona amministrazione erano state prima affermate dagli uomini politici della Destra storica; cito per tutti Quintino Sella e Silvio Spaventa. A loro va la mia personale preferenza. La Malfa preferiva definirsi politico della "sinistra democratica"; forse in questa scelta di ascendenza ideale aveva una parte di ragione. Del resto, non è stato Mazzini il teorico dei doveri, quando tutti gli altri parlavano soltanto di diritti? 

                                                                                                       Livio Ghersi      

Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                        Pasquale Dante

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

Raffaello Morelli sulla proposta di riforma costituzionale

 la riforma proposta da Renzi Boschi è uno strumento accentratore e cesarista che comprime  la libertà del cittadino 

Il Presidente Renzi ha inaugurato al Teatro Niccolini di Firenze la campagna del governo per il referendum sulla riforma costituzionale e lo ha fatto in termini inequivoci. Per lui l’attuale proposta di riforma sarebbe quella che gli italiani attendono da sempre e in specie “una riforma che non è contro chi ha combattuto per la libertà”. Comportandosì così, Renzi non solo insiste nel violare lo spirito dell’art.138 della Costituzione trasformando il referendum in un plebiscito sul suo governo, ma pronuncia un’enorme bugia che grida vendetta. Infatti, chi ha combattuto per la libertà lo ha fatto per la libertà dei cittadini nel convivere autonomi ed invece è dimostrabile in termini tecnici e di rapporti politici – come è scritto nella recente lettera di decine di costituzionalisti e di giuristi – cheche comprime la libertà del cittadino per più versi. Una simile proposta non c’entra niente con le riforme di cui ogni Costituzione – anche quella italiana vigente – ha bisogno con il passar del tempo per dare regole più aperte e adeguate alla convivenza dei cittadini. Purtroppo la riforma Renzi Boschi propone un peggioramento gravissimo delle condizioni di libertà dei cittadini. Dunque dobbiamo opporci in ogni modo e lavorare per il NO al peggio.

Non soltanto perché la proposta Renzi Boschi è frutto di una procedura parlamentare non rispettosa in partenza della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che, dichiarando l’incostituzionalità del premio della legge elettorale, ha reso un grande numero di parlamentari non più titolari della facoltà di modificare la Costituzione. Soprattutto perché la proposta Renzi Boschi ha un testo che riga per riga (e riguarda oltre 40 articoli) disegna un chiaro inganno a danno della partecipazione civile dei cittadini, soffocata da numerosissime complicazioni procedurali, da incoerenze costituzionali, da confusioni tra gli organi dello Stato e dal potere esagerato attribuito al governo centrale e al suo Presidente.

E’ indispensabile che il campo dei cittadini liberi si svegli fin d’ora per impedire con il voto (non c’è quorum, vincerà la maggioranza) la regressione della libertà della convivenza. Bisogna battersi con fermezza per un NO nel merito alla proposta di riforma costituzionale Renzi Boschi, utile solo a far regredire l’Italia mettendola nelle mani dell’uomo solo al comando che tacita il popolo distribuendo regalie.

                                                                                                                                                               Raffaello Morelli

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA ENZO PALUMBO

Il liberale Enzo Palumbo usa il metodo maieutico caro a Socrate, e mettendo in ordine gli accadimenti che hanno preceduto la genesi di ciò che lui per primo ha definito una vera e propria " deforma" costituzionale, ci aiuta a comprendere chi potrebbe essere il vero artefice di ciò che speriamo possa passare alla storia solo come un fallito colpo di stato.
Leggendo la coinvolgente ricostruzione degli accadimenti riportata con la ben nota attenzione ai particolari che caratterizza tutti gli scritti di Enzo Palumbo, scoprirete così che il Presidente del Consiglio è solo una pedina che altri muovono per l'affermazione di interessi di natura economico- finanziaria.
Nulla da eccepire, eccetto la constatazione che i potentati economici non sono più quelli di una volta.
Una volta, volendo far passare una riforma costituzionale, avrebbero avuto l'accortezza di convocare il Presidente Renzi ed il Ministro signora Boschi, consegnare loro qualcosa di scritto decentemente, ed indi avvisarli di occuparsi solo di tutto il resto.


riveliamo il nome dell'assassino


ma questa “deforma” costituzionale, chi l’ha realmente voluta ?


   enzo palumbo ( dossier Critica Liberale)


Un classico brocardo latino, dettato dall’esperienza che ha accompagnato i secoli scorsi, quando non esistevano le     analisi dei gruppi sanguigni e non si sapeva ancora dell’esistenza del DNA, ci ha a lungo ricordato che “mater semper certa est, pater numquam”, volendo significare che, se era sempre agevole individuare la madre di un soggetto, non altrettanto poteva dirsi quanto alla paternità.
Applicando questo principio alla c.d. “deforma” costituzionale, è quindi agevole individuare nell’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e nel
ministro Boschi la maternità congiunta della nuova Costituzione, della quale la splendida coppia sta forzando la nascita col forcipe dell’imbroglio mediatico rappresentato dal quesito farlocco, stampato sulla scheda di votazione che da mesi tracima da tutti gli schermi televisivi, nonostante il tentativo di farlo modificare per mano di una magistratura amministrativa che ha sin qui evitato di affrontare il merito della questione, trincerandosi dietro un difetto assoluto di giurisdizione, che in qualche modo fa venire in mente la vicenda del mugnaio di Potsdam, che comunque, alla fine, un giudice finì per trovarlo nella stessa persona dell’imperatore Federico, non per niente detto il Grande.

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

Il fenomeno Trump visto da Raffaello Morelli

IL VOTO COME SPINTA AL CAMBIAMENTO

Il giuramento del nuovo Presidente USA conclude un processo elettorale istruttivo non soltanto per gli americani. La sovranità del cittadino non si esaurisce in una scelta tra il progetto voluto da chi ha gestito il potere e il progetto di chi si era opposto. La sovranità del cittadino riguarda anche la scelta della natura del progetto di governo. Come questo caso dimostra.

I cittadini hanno rifiutato sia il programma dei democratici sia il programma dei repubblicani, incluse le rispettive dinastie familiari. Programmi senza dubbio differenti eppure analoghi. Su cosa? Sul praticare il governo secondo i modi, i fini e gli interessi non dei diversi cittadini bensì di quanti impiegati nel far funzionare la macchina istituzionale. In queste elezioni 2016 – in cui c’è stata non per caso la convergenza dei democratici e di importantissimi esponenti repubblicani – i cittadini hanno preferito un progetto di cambiamento strutturale che riportasse la barra sulla sovranità del cittadino. Oltretutto, nel sistema americano dello spoil sistem, ad ogni elezione i dirigenti istituzionali si avvicendano del tutto e quindi i cittadini hanno voluto evitare proprio il solito avvicendamento tra democratici e repubblicani ambedue disattenti al cittadino.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la volontà di cambiamento. Lui non è liberale. E’ un conservatore convinto pur non statico, fautore di meccanismi capitalistici pur senza blocchi ideologici, con forti pregiudizi maschilisti pur non accusato di scorrettezze sessuali. Gli americani hanno preferito questa personalità controversa per cambiare rispetto alle concezioni di governo repubblicane prima e dopo democratiche che hanno spinto gli Stati Uniti ad un regresso tangibile. Sul piano internazionale si è passati dall’incoerente esportazione della democrazia all’incapacità di far fronte alle guerre civili in Medio Oriente e di contrastare il diffondersi dell’ISIS, il tutto nell’ossessione di un’anacronistica guerra fredda con la Russia. Sul piano interno si è passati dalla colpevole mano libera alla gravissima crisi bancaria a metà anni 2000 alla continua perdita di posti di lavoro delle classi medie a vantaggio delle economie dei paesi emergenti e del non abbastanza controllato afflusso di mano d’opera straniera.

In maggioranza i cittadini americani non si fidavano più delle tradizionali ricette di governo dimostratesi inefficaci nei fatti. E hanno scelto uno che assicura il cambiamento con indirizzi protezionistici ma chiari. Ripensare il libero commercio internazionale per riportare le imprese americane ad investire negli USA , far crescere i posti di lavoro incentivando l’economia interna, ristabilire migliori rapporti con la Russia contro il terrorismo della Jihad e per collaborare nei punti di crisi, diminuire gli impegni finanziari nella NATO.

Ed è emblematico il cambiamento sull’annoso contenzioso tra israeliani e palestinesi. Da molti anni le Camere avevano votato che gli USA spostassero la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma un malinteso conformismo diplomatico aveva indotto i Presidenti a non farlo. Trump lo farà e questo non riguarda il Medio Oriente, ma investe il rispetto della sovranità dei cittadini che repubblicani e democratici hanno mostrato di non avere.

Le elezioni USA fanno vedere che i progetti politici sono essenziali nel processo democratico, ma non vanno mai trascurati i risultati della loro applicazione, dato che il fine vero della democrazia non è il voto in sé ma il voto per cambiare davvero e adeguarsi al mondo che muta nel tempo.

Raffaello Morelli

Le ragioni del NO per l'on.le Carlo Smuraglia

"Nel ringraziare Emanuela Citati, Presidente della Associazione di Cultura e Ricerca Giuseppe Zanardelli, per avere segnalato la Sua intervista all'on.le Carlo Smuraglia, ne pubblichiamo volentieri il testo, sottolineando la assoluta assonanza in merito a tante valutazioni, prima fra tutte quella relativa al decadimento politico e culturale che determinerebbe, nel Paese, l'approvazione della riforma costituzionale."

 

INTERVISTA ALL’ON. CARLO SMURAGLIA

   di Emanuela Citati 

Incontrare l’on. Carlo Smuraglia alla Festa Provinciale dell’A.N.P.I. di Brescia, giunta quest’anno alla settima edizione, è circostanza di rilievo. Riconfermato di recente alla Presidenza Nazionale ANPI, l’on. Smuraglia ha tenuto alta l’attenzione di un folto pubblico parlando d’importanti temi d’attualità: l’accoglienza dei rifugiati e dei migranti, il contrasto alla diffusione dei movimenti neofascisti, la difesa della Costituzione. A proposito del referendum l’ANPI si è schierata per il “no” alla riforma del Senato e alla legge elettorale. Volendo approfondire le ragioni di una scelta abbiamo rivolto alcune domande al suo Presidente.

Qualcuno ha l’impressione che questa riforma costituzionale nasconda degli interessi dei poteri forti. Cosa ne pensa?

L’ombra dei poteri forti c’è sempre quando si parla di riforme che stravolgono la Costituzione inoltre, nel nostro caso, è stato fatto - in sede politica - un calcolo elementare a uso proprio: si fa una legge che favorirà il partito che prende più voti, non il più rappresentativo. La versione finale licenziata dal Senato, approvata definitivamente dalla Camera, prevede un premio di maggioranza che assicura 340 seggi alla lista (circa il 54% di quelli disponibili n.d.a.), non più alla coalizione, in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno. C’è poi la questione del ballottaggio tra le liste più votate. Se nessuna dovesse raggiungere la soglia del 40%, la lista con più voti otterrebbe immeritatamente il premio, quindi, la maggioranza assoluta. Si sostiene che non conoscere subito gli esiti di un’elezione può destabilizzare il sistema economico. La Germania, però, dopo le elezioni ha impiegato due mesi per trovare l’accordo di coalizione e nessuno ha trovato da ridire.

La Germania tiene stretta la sua Costituzione e non pensa a cambiarla, perché?

La Germania è sufficientemente forte per resistere a questo tipo di pressioni. Noi abbiamo dichiarato, già due anni fa, che il miscuglio tra legge elettorale e riforma del Senato crea un groviglio profondamente antidemocratico.

La Riforma riduce le funzioni del Senato. Cosa può dire in proposito?

I paesi che hanno la Camera Alta o il Senato autorevolmente impegnati hanno maggior forza e prestigio nei consessi internazionali. In alcuni paesi esiste un Senato delle autonomie locali come in Germania e in Austria. In Italia non si è pensato al Senato come ad una vera e propria Camera delle autonomie. In Germania sono i land, con i loro governi, che votano i rappresentanti della Camera delle autonomie. Qui da noi non è così perché i consiglieri regionali che diventano senatori rappresentano al massimo la fettina di elettori che li ha votati. Ci sarebbe bisogno di elevare il tono culturale e politico degli organismi istituzionali elettivi, si è invece scelto di abbassare il livello dell’impegno individuale, perché non è possibile svolgere bene nel medesimo tempo le funzioni di consigliere regionale e di senatore. Un’altra bubbola che si racconta a sostegno della Riforma è che il bicameralismo perfetto allunghi i tempi di approvazione delle leggi. In realtà i tempi si allungano perché i partiti non si mettono d’accordo e perché ci sono dei poteri che si ricattano tra loro. C’è poi un'altra storia che viene raccontata, ma non è vera: sostenere che non c’è nulla di male in questa Riforma perché si mette mano solo alla seconda parte della Costituzione lasciando intatta la prima; ma se si attacca la rappresentatività del Senato e i partiti possono designare un capolista "bloccato" in ogni collegio, lo stravolgimento è evidente, proprio nel senso che incide sull’esercizio della sovranità popolare, art.1 della Costituzione.

Lei ha affermato che la Costituzione è sicuramente perfettibile. Che cosa si sarebbe dovuto cambiare per adeguarla all’evolversi dei tempi?

In alcuni paesi con il bicameralismo perfetto esiste la possibilità che alcune leggi si facciano in seduta comune di Camera e Senato che lavorano a pari condizioni. Si sarebbe potuto introdurre qualcosa del genere anche in Italia. Ci sono paesi dove solo la Camera vota la fiducia al Governo. Al Senato spetta un controllo penetrante sull’esecutivo, sulle aziende partecipate e sugli effetti delle leggi, un aspetto da sempre molto trascurato in Italia. Da noi, infatti, non c’è nessuno che dopo due anni riferisca sugli effetti applicativi di una norma stabilendo se ha funzionato o meno. In un progetto di riforma si potevano togliere al Senato alcune incombenze attribuendone altre. Nel mettere mano alla Riforma – puntualizza ancora l’on. Smuraglia - molti invocavano delle regole per favorire l’esercizio legislativo d’iniziativa popolare. Adesso raccogliendo 50 mila firme si può presentare una proposta legge. Quando arriva in Parlamento, però, è dimenticata perché non ci sono tempi certi che impongano il suo esame. Si poteva quindi stabilire una scadenza entro la quale il Parlamento doveva bocciarla o promuoverla. Questo non è avvenuto e si è fatta la cosa peggiore: moltiplicare per tre le firme necessarie, portandole a 150 mila, rinviando ai regolamenti parlamentari tutto il resto. C’era, infine, un altro tema in discussione da tempo, riguardava la mancanza di uno statuto delle opposizioni a garanzia delle minoranze. La legge di riforma del Senato ha rimandato la questione al legislatore ordinario o ai regolamenti parlamentari.

In conclusione si sono perse delle occasioni per introdurre buone modifiche. In compenso, però, ci si è accaniti su riforme che stravolgono l’armonia e l’equilibrio della nostra Costituzione.  e.c. 

IL NOSTRO E' UN POPOLO OPPURE UN GREGGE?

La rinuncia al voto referendario è rinuncia al confronto ed al diritto di partecipazione alla vita politica del Paese

Di trivelle avrete sentito parlare quanto basta, e dunque vi tedierò pochissimo e solo perché ho letto una interessante riflesione del prof. Gianni Silvestrini, oggi probabilmente attempato scienziato, che ho conosciuto ed apprezzato in gioventù, quando si organizzavano dibattiti seri "dal vivo" in occasione dei quali la qualità degli interventi era misurata dall'intensità degli applausi degli astanti, e non certo dal numero dei " mi piace".
Fece allora un intervento sicuro e preciso per sconsigliare il nucleare e, coerentemente, da ciò che leggo, ci dice oggi che occorrerebbe velocizzare la transizione energetica verso le rinnovabili, precisando che le piattaforme di cui ci occuperemo domenica, possono offrire copertura solo allo 0,9% dei consumi nazionali.
Ricorda anche che, mentre le rinnovabili rappresentano dappertutto la prima voce di investimento ( circa 329 miliardi di dollari ), con impegni di spesa quintuplicati negli ultimi 5 anni e con occupazione del settore in crescita esponenziale, il nostro Paese ha stretto i cordoni della borsa determinando la perdita, nel settore, di circa 10.000 posti di lavoro.
Non dimentichiamo poi l'impatto ambientale, nella migliore delle ipotesi anche solo per le sostanze inquinanti che comunque vengono rilasciate.
Comunque sia, domenica si deve andare a votare; se lo si preferisce anche per il NO, ma bisogna andare a votare.
Sappiamo che sono di diverso avviso sia il Presidente del Consiglio che il Presidente Emerito Giorgio Napolitano.
Lasciamo perdere le motivazioni del Presidente Renzi ed occupiamoci di quelle del Presidente Emerito, che tutto è tranne che sprovveduto.
Egli sostiene che, in occasione delle consultazioni referendarie, starsene a casa sarebbe un modo come un altro per manifestare il proprio NO, e, sopratutto, che l'art.lo 48 di ciò che ancora resta della nostra Costituzione, non imporrebbe un vero e proprio obbligo di recarsi alle urne.
Verissimo, infatti la menzione " non è andato a votare" sul certificato di buona condotta prevista originariamente per i non votanti, è stata abrogata con il Decreto Legislativo 534/93.
Stupisce, tuttavia, il significato politico del pronunciamento del Presidente Emerito, che ci vorrebbe riportare alla seconda metà del 1800, quando per accedere al Senato del Regno d'Italia, bastava una manciata di voti.
A che sarebbero servite le battaglie per il suffragio universale, per il voto alle donne, e ditemi, perchè mai ciascuno di noi dovrebbe sentirsi appagato nel paragonarsi ai destinatari di sentenza penale irrevocabile ovvero ai colpevoli di indegnità morale, cittadini questi nei confronti dei quali, lo stesso articolo 48 della Costituzione richiamato dal Presidente Emerito, esclude la possibilità d'esercizio del diritto di voto?
Al Presidente Emerito hanno fatto eco dotte riflessioni di raffinati giuristi, tutti pronti a giurare che, in occasione dei Referendum,se si desidera che le cose rimangano come stanno, si può esprimere egualmente un voto determinante standosene a casa.
Certo, l'aria che tira è quella di portare sempre di più i Cittadini a debita distanza del cuore dei problemi della Politica: giova ai poteri consolidati ed alle oligarchie di Partito - ammesso che si possano chiamare ancora così strutture in cui da almeno due decenni non esiste un idem sentire ideologico - ed è sicuramente con questi intenti che si è scritta la riforma del sistema elettorale.
Via i partiti piccoli, via le voci dissonanti, via la coerenza, via le minoranze e sopratutto via il Senato, così si fa in fretta a trattare i cambi di casacca ed a costruire un bel Governo con maggioranze raffazzonate per portare avanti un programma che sarà quel che sarà.
Direte allora, ma l'articolo 75 della Costituzione, il quale precisa che la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi aiuta questo disegno?
Neanche per idea, anzi, tutto l'opposto: l'articolo 75 di ciò che rimane della nostra Costituzione avverte solo che non può essere innalzato al rango di disposizione abrogativa di una legge espressa dal Parlamento, un pronunciamento sul quale non si sia formato un dibattito che abbia coinvolto più del 50% degli aventi diritto al voto, tutto qui.
Del resto, se i Costituenti avessero voluto dare un significato precostituito all'astensione, avrebbero potuto risolvere brillantemente il problema disponendo per la compilazione di una scheda con il solo SI e condizionando il successo della consultazione al solo numero di voti espressi in misura superiore al 50% degli aventi diritto.
Solko così ai non votanti si sarebbe potuto dare certezza d'avere comunque espresso una opinione.
Sarebbe stata una soluzione forse possibile, ma avrebbe infranto il sacro principio del dibattito politico, poichè avrebbe dato un indebito vantaggio ad una delle parti, beneficiata da impedimenti, distrazione, disaffezione, disinformazione e comunque, generica impossibilità di recarsi alle urne per ogni altro ipotizzabile motivo.
Stando così le cose - e sfido chiunque a provare che non stiano così - chi insiste perchè si vada al voto si batte per un Paese in cui il Popolo abbia voglia di esercitare direttamente la sua sovranità, chi invita i sostenitori del NO a rimanere a casa, non può definirsi un leader Politico: al più, se ha buona forma fisica, non sprechi tempo prezioso in politica, venga in Sicilia o vada in Sardegna per dedicarsi alla cura di un bel gregge di pecorelle belanti.
Pasquale Dante

Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

A proposito del superamento del bicameralismo paritario....

Per introdurre l'imperdibile saggio di Livio Ghersi, ho deciso di ricorrere a George Washington.
Nel 1787, Washington ricopriva la carica di Presidente del Congresso Continentale di Filadelfia ed ebbe ad occuparsi, insieme ai giuristi del tempo, della nuova Costituzione da dare al suo Paese.
Si scelse di dar vita ad una Confederazione di Stati, ma, data la sensibile differenza di elettori presso ciascuno Stato, nacque subito il problema delle scelte da operare per assicurare un equo potere decisionale, in sede congressuale, anche agli Stati più piccoli.
Si decise di dare deputati in misura proporzionale al numero degli abitanti di ciascuno Stato, tuttavia, per dare eguale diritto d'espressione a ciascuna comunità, si decise anche di stabilire il numero di due Senatori per ciascuno Stato, indipendentemente dall'estensione o dal numero di abitanti.
Semplice, no?
Concludo comunque con due aneddoti ed una mia breve riflessione.
C'era anche, per Washington e per i costituenti, il problema del diritto di voto da assegnare agli schiavi. Essi erano in numero decisamente più elevato negli Stati del sud che, conseguentemente, pur maltrattandoli, spingevano per il diritto di voto egualitario in loro favore, trovandosi così in netto disaccordo con gli Stati del nord. Se il problema si fosse posto in Italia, dal 1787 staremmo ancora oggi discutendo animatamente sul da farsi. Gli americani decisero in fretta, attribuendo a cinque schiavi il voto di tre cittadini.
Durante i lavori, qualcuno chiese poi a Washington l'utilità di disporre anche del Senato, come seconda Camera.
Washington stava sorseggiando una tazza di caffè e, come in uso al tempo, usava il piattino della tazza per raffreddarlo prima di riversarlo nella tazza ed indi berlo.
Rispose semplicemente ricordando che la seconda Camera sarebbe servita come il piattino del suo caffè, per raffreddare gli entusiasmi e rendere più riflessive le leggi.
Adesso non è che io desideri denigrare le complesse riflessioni di tanti giuristi che si sono affrettati a correre in soccorso del Presidente del Consiglio e del Ministro signora Boschi, tuttavia, a distanza di 239 anni da intuizioni così semplici ed equilibrate, la Riforma costituzionale che ci viene proposta fa pensare al Manzoni il quale, non a torto, ricordava che, purtroppo, "..non tutto ciò che viene dopo è progresso...".
Buona lettura.

P. Dante

LA RIFORMA COSTITUZIONALE VALUTATA NEL MERITO

di Livio Ghersi
La prima informazione da dare ai cittadini è che il testo della legge costituzionale che sarà oggetto del Referendum popolare nel prossimo mese di ottobre è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, Serie generale, del 15 aprile 2016, n. 88. Chi ha studiato un po' di diritto si procuri quel testo e lo legga. In modo da comprendere esattamente di cosa si sta parlando, senza aspettare le interpretazioni e le spiegazioni di commentatori partigiani.
Il titolo della legge costituzionale enuncia gli obiettivi perseguiti dai promotori della riforma. Il primo è: «superamento del bicameralismo paritario». I fautori del NO, nei quali, per giocare a carte scoperte, dichiaro subito di riconoscermi, sostengono che la normativa approvata non realizzi compiutamente tale obiettivo. Si consideri l'articolo 10 del testo, che riguarda il procedimento legislativo, con un'integrale sostituzione dell'attuale articolo 70 della Costituzione. Al primo comma sono elencati tutti i casi in cui la funzione legislativa continua ad essere «esercitata collettivamente dalle due Camere». Ciò significa che in questi casi Camera dei Deputati e Senato della Repubblica continueranno ad esercitare i medesimi poteri nel procedimento di approvazione delle leggi. Si tratta di casi molto rilevanti. Rientrano nell'elenco: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea (art. 80, secondo periodo, Cost.); le leggi sull'ordinamento di Roma, in quanto capitale della Repubblica (art. 114, terzo comma, Cost.); le leggi che possono attribuire «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» a Regioni diverse da quelle a statuto speciale (art. 116, terzo comma, Cost.); disposizioni di legge di carattere generale in materia di indebitamento di Regioni, Città metropolitane e Comuni (art. 119, sesto comma, Cost.); esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti di organi di governo regionali e locali, inclusi i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali quando gli Enti da loro amministrati versino in «stato di grave dissesto finanziario» (art. 120, secondo comma, Cost.); disposizioni in materia di emolumenti dei componenti dei Consigli regionali (art. 122, primo comma, Cost.); leggi che autorizzano Comuni a staccarsi da una Regione e aggregarsi ad un'altra, dopo l'assenso espresso dalla maggioranza delle popolazioni interessate (art. 132, secondo comma, Cost.). Chi abbia la pazienza di leggere con attenzione la riformulazione dell'articolo 70 Cost. vedrà che l'elenco è molto più lungo, oltre ai casi che abbiamo voluto espressamente richiamare, a titolo di esempio.
Quanti puntano al superamento del bicameralismo paritario lamentano che, nell'ordinamento vigente, un testo di legge possa passare più volte da una Camera ad un'altra, perché basta una minima modifica per rendere necessaria una nuova lettura da parte dell'altro Ramo del Parlamento (la cosiddetta navetta). Non è esatto, però, che tale inconveniente non possa più ripetersi in futuro. In tutte le situazioni che finora abbiamo visto, in cui la funzione legislativa continuerà ad essere esercitata collettivamente dalle due Camere, niente impedisce il ripetersi di navette, senza limiti temporali.
Posto che il Senato della Repubblica, nella nuova versione riformata, ha tra i suoi compiti fondamentali quello di rappresentare le istituzioni territoriali e di esercitare «funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica» (art. 55, comma 5, Cost.), la prima cosa che un comune cittadino è portato a pensare è che il Senato debba dire la sua quando si tratti di approvare la legge annuale di bilancio dello Stato (art. 81, quarto comma, Cost.). Infatti, si prevede che i disegni di legge in materia di bilancio (o di rendiconto) siano assegnati automaticamente al Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro 15 giorni dalla trasmissione (si veda art. 70, comma quinto, Cost.). Spetterà poi alla Camera dei Deputati pronunciarsi in via definitiva. Tuttavia, considerato che il Senato avrà comunque una visibilità maggiore rispetto all'attenzione che finora hanno avuto negli organi di informazione i lavori della Conferenza unificata (Stato - Regioni - Città ed autonomie locali), si potrà facilmente verificare che la lettura del Senato si traduca in una passerella per consiglieri regionali e sindaci, con l'unico effetto di amplificare la protesta ed il malcontento delle istituzioni territoriali.

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

Saragat voterebbe no: Trump subito si


Il Presidente del Consiglio dei Ministri non è certo un liberale e, conseguentemente, illuminarlo con riferimento ai preziosi insegnamenti partoriti dalle menti degli Uomini di Stato devoti alla nostra idea, sarebbe tempo perso.
Una qualche attenzione, anche senza il nostro aiuto, Egli avrebbe però potuto - e forse anche dovuto - prestarla almeno ai leader della social democrazia, disciplina per Lui certamente meno indigesta, se non altro per non "suonare ad orecchio" ed in qualche modo, entrare finalmente in sintonia con qualcosa di serio.
Ma non c'è stato niente da fare, ed è così sfuggito al Presidente del Consiglio, al Ministro signora Boschi ed ai sostenitori del si alla riforma costituzionale a Loro vicini, l'insegnamento che Giuseppe Saragat, allora Presidente della Repubblica, lasciò ai posteri in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario dell'Assemblea Costituiente.
Prima di ricordare il pensiero di Saragat, ricordiamo comunque che il Paese risulta diviso secondo due linee di pensiero opposte.
Al netto delle minoranze colte, che ovviamente non hanno voce in capitolo, da una parte stanno gli amanti dalle performances del comico Benigni, che aveva incantato vaste platee leggendo con enfasi la Carta prima di cambiare idea, dall'altra stanno gli amanti delle performances del comico Grillo, che, viceversa, pare non avere avuto ripensamenti riguardo quelle del collega...

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                                                                 Pasquale Dante

Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

Ghersi riassume lo stato d'animo dei Liberali dopo il Rerendum

Credo che le parole di Livio nello scritto che segue, possano riassumere i sentimenti di tutti gli amici liberali, spero anche di quelli che, con convinzione, hanno votato per il SI. Dopo il Referendum, di fatto, non è cambiato nulla, continuiamo a non avere un Partito per discutere e decidere tutti insieme, ma conserviamo le vecchie regole costituzionali e ci aspetta solo una nuova battaglia per riavere il proporzionale ed, almeno, il diritto di tribuna: dividerci adesso anche su questo, sarebbe troppo. Comunque sia, la forza dell'idea che ha spinto Livio Ghersi a battersi, nonostante i problemi di salute che tratta con un distacco ammirevole, ci riunirà: ne sono certo, è solo questione di tempo. P. Dante -

Un quattro dicembre da ricordare.

Ho l'abitudine di andare a votare presto e, passate da poco le otto del mattino, ero già tornato a casa, dopo aver assolto il mio dovere di elettore. Quella domenica, 4 dicembre 2016, avevo sensazioni negative. Nelle settimane precedenti, avevo visto il Presidente del Consiglio Renzi occupare tutti i possibili spazi televisivi e temevo che una parte rilevante dell'opinione pubblica, quella più anziana, che frequenta poco la rete Internet o la disconosce del tutto, avrebbe finito per lasciarsi condizionare dal messaggio per il Sì, veicolato massicciamente dai canali televisivi.
Nel mio piccolo, ho cominciato a studiare la proposta di riforma costituzionale e, immediatamente, ad oppormi ad essa, fin da quando fu presentato il disegno di legge costituzionale d'iniziativa governativa (DDL n. 1429, Atti Senato, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, Renzi, e del Ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi). Il mio primo articolo al riguardo, pubblicato nel quindicinale on-line di Critica Liberale, titolato "I malcontenti del Senato", reca la data del 12 maggio 2014.
Per quanti articoli, da allora in poi, avessi scritto e per quanti messaggi di posta elettronica avessi potuto mandare, nel tempo, agli amici ed alle persone con le quali sono abitualmente in corrispondenza, avevo chiara consapevolezza che il mio apporto individuale, nella guerra della comunicazione, era pari a zero.
Sono sempre stato abituato, per formazione culturale e per un certo romanticismo politico, a battermi per quelle che, dal mio punto di vista, erano le buone cause, battermi anche quando apparivano perse in partenza. Nessuna migliore causa del patriottismo costituzionale, della difesa della Costituzione della Repubblica italiana, scritta dai deputati all'Assemblea Costituente, di numerosi dei quali onoro la memoria. Eppure, quella domenica mattina mi sentivo un vecchio professionista della sconfitta, per nulla romanticamente nobile, ma proprio vinto, schiantato da una realtà che è troppo forte e dura nei confronti di chi tenta di opporsi. Forse anche gli effetti della chemioterapia contribuivano ad uno stato d'animo tendenzialmente depressivo.
In serata, quando sono cominciati a pervenire gli exit-poll, il mondo è cambiato. Non dico che sono stato sorpreso; perché parlare di sorpresa sarebbe riduttivo. Alla fine dello scrutinio, i dati ufficiali del Ministero dell'Interno sono inequivocabili. La partecipazione al Referendum è stata altissima: in Italia ha votato il 68,48 % degli aventi diritto; percentuale che si abbassa di poco, al 65,47 %, quando si tiene conto del voto della Circoscrizione Estero.
I No, il mio campo, sono stati, complessivamente, 19 milioni 419 mila (59,11 % dei voti validi), mentre i Sì sono stati 13 milioni 432 mila (40,89 %). Stiamo parlando di sei milioni di voti in più per il No; uno scarto che nessuno avrebbe potuto nemmeno lontanamente prevedere in questa misura.
Nella mia Sicilia, il 71,58 % dei voti validi sono stati per il No e stiamo parlando di un milione 620 mila persone in carne ed ossa. In tutta l'Italia Meridionale ed Insulare la vittoria del No è stata schiacciante; con percentuali del 72,22 % in Sardegna, del 68,52 % in Campania, del 67,16 % in Puglia, del 67,02 % in Calabria, del 65,89 % in Basilicata, del 64,39 % in Abruzzo, del 60,78 % in Molise. La "questione meridionale" a qualcuno sembra non più di moda? C'è un profondo malessere nel nostro Sud e chi proverà a liquidare il voto referendario come la conferma di una mentalità conservatrice di noi italiani meridionali, non ha davvero capito alcunché.
E' molto significativo, tuttavia, che il No abbia ottenuto percentuali superiori al 60 % anche in Veneto, Friuli - Venezia Giulia, Liguria e Lazio. Soltanto in tre Regioni italiane i Sì hanno prevalso, ma con percentuali di poco superiori al 50 %: Trentino - Alto Adige, Toscana ed Emilia - Romagna. Ciò significa che c'è un dato omogeneo nell'intero territorio nazionale.
Quale valore dare a questo risultato? Viene punito chi ha creduto che si potessero modificare più di quaranta articoli della Costituzione imponendo al Parlamento un testo calato dall'alto, facendo affidamento su una maggioranza parlamentare ottenuta grazie ad una legge elettorale ultra-maggioritaria, di cui la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità con sentenza n. 1/2014, maggioranza che i risultati del Referendum dimostrano non trovare alcuna corrispondenza nel Paese. Chi ha creduto fosse cosa "normale" mortificare ed emarginare le opposizioni parlamentari, fino a costringerle, ripetutamente, ad abbandonare le aule parlamentari; così come fosse "normale" costringere i più irriducibili dissidenti ad uscire dal Partito democratico.
Viene punito chi non sa concepire altro che la velocità della decisione e pensa sia giusto comprimere il principio di rappresentanza (fino a ridicolizzarlo), per puntare tutto sul principio di governabilità. Il sottinteso disegno autoritario sta in questo. Bisognerà, quindi, modificare anche quella legge elettorale, il cosiddetto "Italicum", pensata insieme e fatta approvare negli stessi tempi, della tentata riforma costituzionale. Dal momento che ci sono ricorsi pendenti, bisogna auspicare che la Corte Costituzionale si pronunci prima possibile sull'argomento. Ciò contribuirebbe a sgombrare il campo da dubbi ed incertezze, aiuterebbe il difficile lavoro del Presidente della Repubblica, faciliterebbe l'individuazione di una soluzione nella sede propria, che è quella parlamentare.
E' degno di nota che tutte le più rilevanti forze politiche che facevano parte del fronte del No (l'accozzaglia, nel lessico renziano) abbiano dimostrato di poter orientare la parte prevalente dei propri rispettivi elettorati. Secondo le primi analisi del voto referendario, hanno avuto un'ottima tenuta elettorale la Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia, il Movimento Cinque Stelle. Anche la sinistra del Partito democratico ha fatto la sua, non trascurabile, parte.
Voglio ricordare anche l'apporto, certamente di qualità, se non di quantità, dato dal piccolo gruppo che ho sostenuto: il Comitato per il No che ha realizzato un coordinamento fra liberali, repubblicani e socialisti. Rispetto alle poche risorse, anche umane, disponibili, non sono state cosa da poco la tenacia e lo spirito di militanza dimostrati da un periodico, quale Critica Liberale, e l'intelligente attivismo dell'Associazione per l'Unità repubblicana.
Mi piace citare anche il senatore Mario Monti che, con le sue argomentate dichiarazioni a sostegno del No, ha dimostrato la sua incomparabile superiorità intellettuale rispetto ai tanti che, in un recente passato, erano stati etichettati come "montiani" e che hanno creduto di trovare più convenente approdo nel partito di Renzi. Non dimenticherò mai come quei "montiani" abbiano sabotato e tradito, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, la lista di "Scelta europea", promossa dal leader liberale belga Guy Verhofstadt, e collegata con il gruppo dei Liberal-democratici, l'ALDE, in sede europea. Forse allora sapevano già che si sarebbero accasati nel PD e, dunque, ritennero inutile fare campagna elettorale per una lista alla quale, pure, avevano formalmente aderito e nella quale avevano espresso candidature. Ora li ho ascoltati argomentare per il Sì, e tutto è stato più chiaro.
In conclusione, chi abbia una visione negativa dell'impegno politico, non può immaginare quale gioia possa dare sentirsi parte di una comunità di milioni e milioni di persone, le quali, forse per le imperscrutabili vie della Provvidenza, in un dato momento si muovono all'unisono e fanno valere il proprio punto di vista contro la linea ufficiale, governativa, che era stata sposata acriticamente da tutti i principali mezzi di comunicazione di massa. Gli avvenimenti storici sono anche determinati da queste forze morali.
Nel bilancio della mia vita, ricorderò la data del 4 dicembre 2016 come una delle giornate più significative, che ho avuto la fortuna di vivere.
Palermo, 5 dicembre 2016

Livio Ghersi

IL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO PROTAGONISTA DELL'ULTIMO LIBRO DI QUAGLIENI

Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell'Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell'attività del Centro "Mario Pannunzio" di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro. Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l'ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di "Maestri e amici". Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l'espressione "Le radici".

Dare un'idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c'è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all'Autore sembra l'essenziale, non c'è alcuna nota bibliografica. L'assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.
Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell'Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L'impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli "Incontri" di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l'Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un'opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).
Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell'utile»; mentalità espressa in una forma anch'essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.
Non penso sia un caso che la sezione "Le radici" si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell'Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall'iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire "anarco-capitalismo". Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L'Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell'equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all'attuale andazzo dell'economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l'economia. Così l'Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti "derivati", quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti "credit default swaps" (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l'obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.
Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell'esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini "laicismo" e "laicità". Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d'intransigenza e d'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della "laicità" correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d'accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi "laici", nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d'azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un'altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell'opinione pubblica.
In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio e "Il Mondo", uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra "colonna" de "Il Mondo", il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell'occasione, Pannunzio scrisse, tra l'altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al "Mondo" e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.
Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite "formali" e "borghesi". Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell'intellettuale pugliese: ridimensionare l'influenza che Croce aveva esercitato nell'opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall'altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.
Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d'Italia e l'iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s'impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.
In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un'Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l'attuale fase di decadenza.
Palermo, 22 marzo 2017

Livio Ghersi

Il rispetto del Parlamento, delle opposizioni e delle regole per modificare la Costituzione

Suggeriamo vivamente la lettura dello scritto di Livio Ghersi  che, con la consueta chiarezza, esprime sorpresa ed attente riflessioni riguardo il prosieguo dei lavori parlamentari per la riforma della Carta Costituzionale, in dispregio delle decisioni adottate da tutte le opposizioni di abbandonare l'Aula.

La Conferenza-stampa delle opposizioni

Venerdì 13 febbraio 2015 ho assistito con un misto di stupore e di crescente angoscia alla Conferenza-stampa tenuta congiuntamente dai deputati Renato Brunetta per il Gruppo di Forza Italia, Arturo Scotto per il Gruppo di Sinistra, Ecologia e Libertà, Massimiliano Fedriga per il Gruppo della Lega Nord, Fabio Rampelli per il Gruppo di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale, Barbara Saltamartini del Gruppo Misto.
Immediatamente dopo, il Gruppo del Movimento Cinque Stelle avrebbe tenuto la propria Conferenza-stampa. Separata, ma volta a comunicare sostanzialmente la medesima cosa: tutte le opposizioni parlamentari hanno deciso di abbandonare l'Aula della Camera dei deputati, in segno di protesta rispetto al modo in cui si stanno svolgendo i lavori parlamentari nella discussione del disegno di legge costituzionale che si prefigge di riformare radicalmente la Parte seconda della Costituzione della Repubblica italiana.
E' vero che non siamo nel 1924; ma la circostanza che tutte — ripeto, tutte — le opposizioni parlamentari abbiano deciso congiuntamente di non partecipare ai lavori della Camera, qualche riflessione dovrebbe pur suscitarla. 

Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

I PATTI DI ROMA LE LIBERTA' E LE BUROCRAZIE

Ha ragione Raffaello Morelli, con i Trattati di Roma, l'idea di costruire l'Europa venne affidata alla libera scelta " in progress" dei cittadini dei vari stati. Quel processo di scelta sorretta dalla libertà è stato di fatto sostituito da decisioni di ordine tecnico, frutto di progetti apicali rigidi e predefiniti, tanto che noi tutti vediamo adesso una Europa algida e dominata dalle burocrazie. 

 

I PATTI DI ROMA, L'INCOMPRESA SOVRANITA' DEI CITTADINI ED I DISEGNI DELLE BUROCRAZIE

L’articolo “La lezione attuale di 60 anni fa” dell’eurodeputato PD Simona Bonafè auspica con passione un’Europa in cammino, ma elude il suo stesso titolo non cogliendo il nocciolo della lezione dei Trattati di Roma.
Riferendosi ai loro fondamenti, l’articolo mischia fattori che contrastano in modo sottile ma decisivo. Parla esattamente di “Libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali”, ma si sofferma subito su aspetti operativi che erano soltanto strumentali alla libera circolazione, tra i quali la cooperazione tra i membri. E infatti prosegue con un’affermazione netta e giustissima, “I Patti di Roma sono basati sulla libertà” ma poi affianca alla parola chiave libertà la parola cooperazione, così promuovendola d’imperio da strumento a valore fondante. E commenta: i Trattati di Roma sono “un’incredibile impresa di costituirci uniti che ci ha portato ben oltre le intenzioni iniziali”. Così confermando di non aver colto appieno la lezione.
Le intenzioni iniziali erano quelle. Nella Conferenza di Messina (giugno 1955), voluta da Gaetano Martino, Ministro degli Esteri, liberale, docente di fisiologia e rettore in quella Università, i sei paesi intervenuti, non essendoci consenso su un preciso progetto di unione europea, si accordarono per creare due istituzioni, la Comunità per l’atomo e la Comunità Economica Europea, poi nate con i Trattati.
L’accordo per la CEE ebbe due caratteristiche fondamentali. La prima è che, in coerenza con la libertà di movimento di persone e cose, l’iniziativa era degli Europei in autonomia, senza pressioni USA. La seconda è che l’iniziativa non rincorreva un'integrazione generale e non definiva i rapporti tra le nuove istituzioni e gli stati coinvolti. Fissava l’unione doganale e l’impegno a sviluppare l'integrazione economica a passo a passo. Dopo 12 anni, i Governi avrebbero valutato i risultati per stabilire il da farsi. Il metodo del passo dopo passo corrispondeva ad una visione non più legata all’aspirare a progetti rigidi predefiniti. Erano le singole realtà (e dunque gli stati su cui erano sovrani i cittadini) il motore per costruire l’assetto più efficace al fine di convivere insieme liberi.
Il PCI contrastò la costruzione CEE, definendo il sistema a passo a passo un trucco capitalistico per ingannare il popolo (famosi gli interventi in Parlamento ripetuti per due decenni). Negli anni, la capacità del metodo della libertà a passo a passo, ha fatto della UE l’istituzione internazionale meno lontana dai cittadini. Non a caso il meccanismo si è inceppato quando il metodo della libera circolazione e del confronto sperimentale sui risultati, è stato messo di fatto da parte e sostituito dalla cooperazione incapace di scegliere in base alle concrete condizioni reali. In pratica dal pensare possibile svilupparsi, sulle spalle della sovranità dei cittadini europei, privilegiando le burocrazie e i loro disegni prefissati.
Ecco perché non cogliere la lezione di libertà a passo a passo, rende ardua oggi l’impresa, auspicata dalla Bonafé, dell’Europa in cammino. Incombe lo spettro della proposta di riforma costituzionale che la Bonafè voleva. Non contano intenzioni e speranze, contano procedure e mezzi per il convivere accettati dai cittadini.

Raffaello Morelli 

                                                                                                                                  

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

Ancora in ricordo di Valerio Zanone


Abbiamo tenuto a lungo in prima pagina un nostro breve ricordo di Valerio Zanone ed un Suo scritto sulla tolleranza.
Terremo sempre quel ricordo e quello scritto accessibili nella sezione approfondimenti.
Adesso continuiamo a ricordare Valerio Zanone in questa prima pagina di accesso al Sito, riportando due scritti. il primo lo dobbiamo al prof. Ernesto Paolozzi che ha affermato: " lo ricordo, come spero lui avrebbe voluto, con una sua dichiarazione di intenti limpida, modernissima. Per tanti di noi, una sorta di guida spirituale ed etico politica. Le conclusioni del congresso del Partito Liberale che si tenne il 18 novembre del 1981 a Firenze:"
- Liberale è darsi una regola piuttosto che doverla ricevere.
- Liberale è la società aperta che riconosce a ciascuno il diritto e la possibilità di diventare ciò che vuol essere.
- Liberale è rinunciare all'illusione della società perfetta, ma cercare ogni giorno di correggerne qualche imperfezione.
- Liberale è l'iniziativa individuale combinata con la responsabilità collettiva.
- Liberale è il rifiuto di staccare nel tempo la libertà e la socialità; ai marxisti che promettono la libertà dopo la socialità, ai conservatori che promettono la socialità dopo la libertà, i liberali devono rispondere che libertà e socialità si guadagnano e si perdono insieme.
- Liberale è la sintesi difficile non impossibile, fra l'efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia.
- Liberale è chi non delega e non si sottomette, chi chiede al grande fratello pubblico il conto delle spese.
- Liberale è chi ha letto vent'anni fa il romanzo di Orwell, scopre che il fatidico 1984 è alle porte, e prepara la difesa contro la più illiberale delle diseguaglianze, quella che potrebbe istaurarsi fra una massa livellata e un'oligarchia di livellatori.
- Liberale è il rifiuto di separare il tempo della propria vita, di scinderlo fra un tempo di lavoro senza fantasia e un tempo libero senza significato.
- Liberale è la voglia di cambiare ogni tanto lavoro e pensieri, di imparare qualcosa anche quando è finita la scuola.
- Liberale è per noi, italiani, credere nella vivacità e opporci alle politiche che la mortificano, respingere le lamentazioni catastrofiche, avere fiducia in questo paese dissestato e grande; e cercare nelle ragioni della libertà le nostre ragioni di speranza.
Abbiamo poi ricevuto dagli Amici dell' Associazione di cultura e ricerca "Zanardelli" di Brescia uno scritto in memoria di Valerio che affidiamo volentieri, di seguito, alla riflessione dei nostri lettori.

La lezione liberale di Valerio Zanone e la nostra città

L’anno che inizia si è aperto con un grave lutto nel mondo della cultura liberale: la scomparsa dell’on. Valerio Zanone il 7 gennaio scorso. Con il suo impegno politico ha attraversato cinquanta anni di storia italiana nella prima e seconda Repubblica senza mai un cedimento sui principi in cui credeva: democrazia, europeismo laico e riformatore. Rifiutando accordi sottobanco e prendendo le distanze da amicizie divenute impresentabili, seppe rimanere pulito negli anni tremendi di Tangentopoli che videro cadere, falciati dagli scandali, nomi noti della politica italiana.
Nel momento in cui la destra cominciò a sbracciarsi per propagandare i propri uomini liberali come gli unici e i veri, Zanone non entrò in polemica limitandosi a rimarcare, con i fatti e le sue scelte, che il pensiero schiettamente liberale aveva le proprie radici nel centrosinistra, le stesse di Giuseppe Zanardelli giurista e statista bresciano. E i legami con Brescia furono saldi e costanti nel tempo.
Quando nel 1995 fu tra i fondatori dell’Ulivo di Romani Prodi, visitò la nostra città invitando noi liberali a seguirlo in quell’esperienza. Il suo entusiasmo mi contagiò e confluì nel Comitato Provinciale dell’Ulivo presieduto da Tino Bino. In campagna elettorale ebbi la soddisfazione di rappresentare l’Ulivo al Convegno Provinciale Islamico quale risposta a un invito rivolto alla Segreteria portando i saluti di quest’ultima, per poi fermarmi a dialogare con una vasta assemblea interessata ai valori della cultura democratica.
Chiusa l’esperienza di Prodi, nel 2001 fu la volta della Margherita con Zanone al fianco di Rutelli per fare spazio a una presenza liberale nella "Margherita".
Anche in quel caso noi liberali lo seguimmo ancora e Giuliano Terzi, coordinatore provinciale, sciolse la sezione della Federazione dei Liberali per confluire nel Comitato Provinciale della Margherita, che aveva sede in via Volturno presieduto da Gianni Girelli.
Nel 2003 lo rividi per l’ultima volta. Si svolgeva la campagna elettorale di Paolo Corsini quale sindaco di Brescia al secondo mandato consecutivo.
Valerio venne a presentare la pubblicazione degli atti del Convegno su Piero Gobetti curato da me, al quale avevano partecipato tra gli altri Michele d’Elia, Michelangelo Bovero del Centro Studi Gobetti di Torino e i giornalisti Franco Abruzzo (in quel momento presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia) e Giambattista Lanzani (direttore del Giornale di Brescia). Ebbe parole di encomio per la nostra città e la sua cultura democratica, antifascista e liberale. Parlò dello spirito europeista di Piero Gobetti, seppe porre Brescia in relazione agli eventi economici dell’Europa, tracciò dei collegamenti con il Trattato di Lisbona in corso di elaborazione, catturando l’attenzione degli astanti. Sentendolo parlare si allargava l’orizzonte e il futuro era già nell’oggi alla portata di chiunque volesse mettersi in gioco.
Valerio Zanone era un leader convincente e di là dalle etichette, il trait d’union tra un’esperienza e l’altra era la passione per gli ideali liberali appresi dagli scritti di Luigi Einaudi e altri grandi liberali. Nel 2015 colsi la reminiscenza proprio di una lezione di Einaudi nella reazione (senza successo) di Valerio e Roberto Einaudi, entrambi presidenti onorari della Fondazione Einaudi, di opporsi al salvataggio economico dell’ente da parte di Berlusconi. Nel 1948, sul “Corriere della Sera” Einaudi aveva scritto: Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico della libertà: all’uno estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; e all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano monopolismo e collettivismo: ed entrambi sono fatali alla libertà.
Il Cavaliere di Arcore chiedeva in cambio di nominare un nuovo consiglio di amministrazione Zanone temeva, per la Fondazione romana di studi economici, la prospettiva di entrare nell’orbita di un solo partito, con conseguente perdita di libertà, e ciò gli faceva preferire la sua chiusura per mancanza di fondi.
Torinese nell’anima, liberale e riformista nelle scelte, nemico di sovranità assolute. Laureato in filosofia estetica l’impegno di Valerio mostra, in tutte le sue parti, una rara coerenza di vita che diviene bellezza. La voce mai gridata, perché forte nelle idee, si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona. Qualcosa, oggi, in controcorrente che ci esorta a dire: Onore a un Vero Liberale!

Prof. Emanuela Citati
Presidente dell’Ass. di Cultura e Ricerca “Zanardelli”
Brescia

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA ENZO MARZO

Se amate i commenti e le riflessioni al vetriolo, Enzo Marzo fa per voi.
E' un liberale, e la creatura Critica Liberale, che non è roba da poco, è tutta Sua.
Non osiamo riportare il Suo nome con le iniziali in maiuscolo poichè appartiene alla comunità degli studiosi consapevoli dell'immensità che circonda il sapere,immensità di fronte alla quale non occorrerebbe rendere onore al nome quanto ai concetti espressi dall'interessato.
Sul punto specifico non saranno d'accordo gli insegnanti della scuola elementare, pronti ad inorridire per quel minuscolo sul quale, lo confesso, anch'io ho qualche dubbio d'ispirazione liberale classicheggiante.
Studiosi della materia hanno affermato che tutta la filosofia crociana appare come «una celebrazione dell’individualità», poichè «vede l’infinito nella sua concreta individuazione» ed anche nella storia come pensiero e come azione " l’universale palpita nella realtà non altrimenti che col palpito dell’individuale; e quanto più si ficca l’occhio al fondo di questo, più si vede a fondo l’universale".
Innegabile, per altro verso, concedere a Marzo il richiamo ad un passaggio della filosofia della pratica ove, lo stesso Croce, afferma tuttavia che «la nostra individualità è una parvenza fissata dal nome, cioè da una convenzione», là dove solo l’opera, che è ciò che possiamo riconoscere e continuare degli estinti, ne costituisce la realtà e il significato: «noi realmente non siamo altro che questo desiderio e questa opera, e ciò solo vogliamo immortale di noi».
Comprendo perfettamente che una introduzione come questa ad un commento al referendum Renzi Boschi è come presentarsi in giacca e cravatta ad un concerto di Guè Pequeno ( che è un noto cantante rapper), ma il punto debole dei liberali - è arcinoto - è quello che non hanno il senso della misura.


libertà va cercando, ch'è sì cara

siamo già al regime renziano


di enzo marzo ( tratto da Critica Liberale)

«Ciò che non fecero i barbari lo fecero i Barberini»
Detto romanesco

 Non sappiamo, nel momento in cui scriviamo, se Renzi sia del parere che il voto di domenica è un voto di fiducia sull’attività del suo governo. Su questo tema ha cambiato idea ogni dodici ore, fino a farsi bacchettare dal suo sponsor Napolitano e a farsi tirare per la giacchetta da Mattarella. Noi prendiamo in parola il Renzi dell’ultimo minuto e siamo d’accordo con lui che in occasione del referendum i votanti esprimeranno soprattutto un giudizio sui suoi “mille giorni”. Un cittadino, ancor prima che mostrarsi avverso alle singole “riforme”, credo, spero, che darà un giudizio sulla linea direttrice che sottostà a ogni sua alleanza politica e a ogni suo provvedimento. Direi di più. Mi auguro che il cittadino dia un giudizio sul disegno di fondo del renzismo che si sta realizzando a marce forzate.
Un importante politologo, come Angelo Panebianco, pur di motivare il suo Sì alla riforma costituzionale, ha espresso una tesi da rabbrividire. Che è riassumibile in breve: certo, la riforma non è perfetta, ma cosa lo è?, sicuramente non è imposta dall’alto (sorvolando sull’anomalia dell’iniziativa governativa), e sicuramente «non c’è nessuna “democrazia autoritaria” alle porte». Poi il politologo riconosce che «è giusto ricordare che la riforma del Senato è strettamente collegata alla legge elettorale (Italicum). Chi vota (in un senso o nell’altro) sul Senato vota anche, di
fatto, su quella legge». (I votanti di domenica se lo ricordino, e chissà come la pensano i vari Napolitano e i vari Scalfari che con raro senso della democrazia ora si accorgono che quel democraticissimo vestito su misura che si fece cucire addosso il Renzi del 40% è diventato antidemocraticissimo solo perché il loro pupillo è dimagrito di qualche decina di punti elettorali e il vestito gli “cade addosso”. E ora
va a pennello ai 5 stelle). Poi Panebianco conclude in bellezza: «Non c’è alcun progetto autoritario. E Renzi non è Erdogan. Ma il buon senso è merce rara».

IL NO " CONGIUNTO " DI STEFANO DE LUCA RAFFAELLO MORELLI ED ANTONIO PILEGGI

 

A nome del Comitato Per le libertà dei cittadini, NO al peggio Stefano de Luca, Raffaello Morelli, Antonio Pileggi hanno ricordato che le buone ragioni del NO alla proposta di revisione costituzionale emergeranno tanto più forti quanto più il confronto verterà sul merito.
“In questa ottica – hanno aggiunto – va nettamente respinta la concezione del documento dell’agenzia di rating, Fitch, ricalcata sulla linea del Fondo Monetario Internazionale. Per l’agenzia Fitch, un successo del SI al referendum promette sia una legislazione più facile che un governo più stabile, indotti dalla riforma elettorale e dal trasferimento delle competenze dalle regioni al livello centrale.
A chi sostiene simili concezioni – che oltretutto non affrontano il merito della proposta di riforma caratterizzata da pasticciate complicazioni legislative – diciamo che negli anni 2000, l’autoritarismo corre sui binari delle burocrazie finanziarie internazionali senza volto e senza responsabilità civile, mentre la democrazia si fonda sul principio intoccabile della sovranità popolare, incoraggiandone le sue più faconde diversità legate al merito delle cose.
Come ha dimostrato la storia, solo garantendo che il potere sovrano sia saldamente nelle mani del cittadino-elettore, si possono garantire, nel confronto democratico, condizioni di vita migliori ed una reale espressione della diversità degli individui; in sintesi si attiva una convivenza più evoluta per affrontare consapevolmente i continui cambiamenti della esaltante avventura della modernità”.

Le ragioni di un No (liberale) alla Riforma Costituzionale

di Andrea Bitetto
Il no al referendum è coerente con la prospettiva liberale perché evita di dare attuazione a una riforma che crea un sistema anomalo di rapporti orizzontali, relativi alla separazione dei poteri, e rapporti verticali, relativi al riparto di competenze tra Stato centrale ed enti territoriali.
I principi cardine del costituzionalismo
Per valutare la riforma costituzionale che il 4 dicembre prossimo gli elettori italiani saranno chiamati a votare vorrei prender spunto da alcuni dei principi cardine del costituzionalismo.
Come ricordava Nicola Matteucci riprendendo l'opera di Carl Friedrich (Constitutional Governement and Democracy) “l'assolutismo, in tutte le sue forme, prevede la concentrazione dell'esercizio del potere, il costituzionalismo, al contrario, la ripartizione dell'esercizio del potere”.
Sino al XIX secolo il costituzionalismo era il costituzionalismo liberale tout court, in quanto il costituzionalismo altro non era che la tecnica della libertà, ovvero quella tecnica mediante la quale ai cittadini viene assicurato l'esercizio dei loro diritti individuali e, al contempo, lo Stato è posto nella condizione di non poterli violare.
In tale definizione del costituzionalismo è evidentemente presente anche il calco dell'idea di libertà propria di Thomas Jefferson, per il quale “la fiducia è sempre la madre del dispotismo: la libertà politica è fondata sul sospetto e non sulla fiducia. È il sospetto, e non la fiducia, che ci impone di stabilire dei limiti costituzionali, al fine di vincolare quelli a cui affidiamo il potere. Di conseguenza la nostra costituzione [quella americana, N.d.A] ha stabilito entro quali limiti può spingersi la nostra fiducia”.
Se questi principi generali sono condivisi, ed oggi lo sono non solo da parte di coloro i quali si professano liberali, è da questa prospettiva che vorrei tentare di spiegare le mie riserve nei confronti del testo della Riforma costituzionale, e, di conseguenza, le mie ragioni per il No.

Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

UN REFERENDUM PER IL DESTINO DELLA LIBIA

Con lo scritto che segue Livio Ghersi ci regala interessanti riflessioni sulla attuale condizione della Libia, sulle sue tradizioni e sugli interessi che spingono alcuni Paesi a determinare modalità diverse per la sua sua stabilizzazione. L'idea di offrire ai Libici la scelta di come costruire il loro futuro attraverso un referendum è forse utopica, ma se i soldati italiani arrivassero in Libia anche con il compito di aiutare quella popolazione a scegliere il modello ideale di convivenza, la missione acquisirebbe certamente un taglio diverso, potrebbe farci muovere accompagnati da un più ampio consenso internazionale e comunque darebbe un senso al rischio della perdita di vite umane che, nelle condizioni operative che ci attendono, sarebbe da sprovveduti non tenere in considerazione.

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L'argomento della Libia ha rilevante peso nel discorso pubblico italiano odierno. Impossibile stare dietro alle analisi ed ai commenti: troppo numerosi, ma spesso approfonditi e di buona qualità. Per quanto mi riguarda, ho trovato particolarmente ben scritto l'editoriale di Paolo Mieli "La missione in Libia e i pericoli per l'Italia" (nel Corriere della Sera, del 6 marzo 2016, pp. 1 e 30). Dei tre interrogativi formulati da Mieli, il secondo ed il terzo meritano una riflessione attenta. Soprattutto da parte del Governo e del Parlamento italiani; fermo restando che la prudenza fin qui dimostrata dal Governo italiano è, dal mio punto di vista, opportuna e da apprezzarsi.
La posizione ufficiale dell'Italia è sempre stata quella di difendere l'unità statuale della Libia. Alcuni commentatori si spingono a dire che ciò costituirebbe un preminente interesse nazionale italiano. In una situazione tanto complessa e difficile, tuttavia, non ci possono essere argomenti tabù: siamo davvero sicuri che insistere sulla unità statuale libica sia la via migliore per ottenere la pacificazione e la stabilizzazione di quell'area geografica?

Beppe Grillo e l'ALDE

 

Beppe Grillo chiede agli iscritti al Movimento Cinque Stelle di pronunciarsi sulla collocazione futura dei parlamentari europei del Movimento e, in particolare, su una loro possibile adesione al Gruppo parlamentare dei liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo.
Immagino che non avrebbe promosso una consultazione degli iscritti tramite Rete se prima non avesse raggiunto una qualche intesa preventiva con i vertici dell'ALDE; il che significa che Guy Verhofstadt, attuale presidente del Gruppo dei Liberal-democratici, deve essere, non soltanto informato della questione, ma anche non ostile pregiudizialmente.
Forse non siamo molti in Italia ad essere interessati alle vicende dell'ALDE; che, ricordiamo, al momento non è il riferimento politico di alcun partito rappresentato in almeno una delle due Camere del Parlamento italiano. L'Italia ignora i liberal-democratici dell'ALDE, come hanno clamorosamente dimostrato le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, quando la lista denominata Scelta europea, promossa proprio da Verhofstadt, ottenne soltanto 196.157 voti (0,71 %).
Continuano a seguire con attenzione quanto i liberal-democratici fanno al Parlamento Europeo soltanto quei non molti, tra liberi intellettuali ed ex politici di professione, che continuano a rivendicare orgogliosamente la propria identità culturale liberale, o repubblicana, o federalista europea. C'è, invece, un numero ragguardevole di liberali destrorsi, già berlusconiani, o tuttora tali, che di un gruppo minoritario come quello dell'ALDE non ha mai saputo cosa farsene: questi liberali destrorsi sono realisti e sentono il richiamo del potere. Il loro punto di riferimento, passato e presente, resta saldamente il Gruppo del Partito Popolare Europeo. Qualcuno potrebbe obiettare che l'anima storica di quel gruppo è cristiano democratica, certamente non laico liberale. Queste, tuttavia, sono questioni di logica politica che, in un mondo di apparenza, di messaggi semplificati, di comunicazione eterodiretta, non devono interessare il vasto pubblico. Il liberale berlusconiano risolverà il problema con un approccio sincretico: definiamoci "liberal-popolari" e non se ne parli più.
Ora Beppe Grillo, per sue strategie politiche, per suoi tornaconti pratico-utilitaristici, viene a scuoterci dalle nostre malinconie liberali e repubblicane. Non mancano le reazioni indignate ed è perfettamente logico e comprensibile che ci siano. Cito per tutti l'amico Pasquale Dante, animatore del Movimento politico culturale "Agorà liberale", che ha inviato una lettera di vibrante protesta proprio a Verhofstadt: Dante, ricorda, fra l'altro, che, in occasione di un appuntamento molto importante per il nostro Paese, le elezioni dell'Assemblea Costituente nel 1946, il liberale Benedetto Croce, al tempo presidente del PLI, non volle fare un'alleanza elettorale con i Qualunquisti di Guglielmo Gianninini. Tutto vero; ma anche a questo argomento si potrebbe replicare che stiamo parlando di Benedetto Croce e che nell'Italia del 1946 c'era ancora un numero sufficiente di persone in grado di comprenderne gli ideali ed i ragionamenti. Vedete qualche Benedetto Croce in giro nell'Italia odierna?
Il Movimento Cinque Stelle ritiene insufficiente la democrazia parlamentare rappresentativa e punta sulla democrazia diretta. Vuole abolire il principio costituzionale secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (articolo 67 Cost.). L'idea del parlamentare che non può andare oltre la delega ricevuta e che è tenuto a sottostare alla disciplina di partito può sembrare attraente soltanto a chi non veda al di là del proprio naso. Quando, il 29 agosto del 2013, la Camera dei Comuni del Regno Unito respinse, con 285 voti contro 272, la mozione presentata dall'allora Primo ministro David Cameron che chiedeva un intervento militare in Siria, risultarono decisivi 30 deputati conservatori e 9 deputati liberal-democratici, i quali votarono in dissenso rispetto ai gruppi di appartenenza. Si preferisce che nelle grandi questioni di coscienza, com'è appunto quella di decidere se fare una guerra, i parlamentari siano soltanto numeri che si sommano, secondo le direttive dei partiti? Se sono soltanto numeri, tanto vale non farli nemmeno votare: che votino soltanto i capigruppo! La nostra idea di democrazia liberale è decisamente diversa: in ogni contesto è la singola persona, con la sua testa e con la sua coscienza, a fare la differenza.
Noi liberali siamo altra cosa rispetto ai Cinque Stelle e non è possibile alcuna mescolanza strutturale. Ciò non esclude che si possano trovare occasionali convergenze per l'approvazione di singoli provvedimenti; prassi che in un libero Parlamento va seguita nei confronti di tutti i gruppi rappresentati. Non deve mai, quindi, essere motivo di scandalo.
La verità è che anche il Gruppo parlamentare dell'ALDE è politicamente debole: per la mancanza di un orientamento chiaro, prima che per l'esiguità dei numeri. In passato era un partito sovranazionale, l'Internazionale liberale, a preoccuparsi di fare chiarezza ideale e programmatica e a dare la linea. Il Gruppo dei liberal-democratici è una creatura relativamente recente, che risale alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, nel 1976. Allora si chiamava gruppo dell'ELDR ed il presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi, riuscì a fare in modo che vi aderissero anche i repubblicani italiani di Ugo La Malfa.
Il Gruppo parlamentare è sempre stato occasione di convergenze politicamente discutibili, per l'unico obiettivo di determinare una massa numerica che potesse pesare di più negli equilibri parlamentari. Così, in passato, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Prodi, di Rutelli e di Enrico Letta: certamente tutti amici dei liberali, ma con la chiara consapevolezza di avere un'identità diversa da quella dei liberali. Ciò che è peggio, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Di Pietro, ossia l'Italia dei Valori.
Ecco, la vicenda del Movimento Cinque Stelle ricorda da vicino il precedente di Italia dei Valori. Che fu motivo di equivoci e di fraintendimenti anche per qualche liberale, il quale riteneva, magari in assoluta buona fede, ma a torto, che l'adesione all'ALDE significasse qualcosa nella sostanza.
Ora, grazie a quel precedente, sappiamo che, anche se l'accordo con il Movimento Cinque Stelle andrà in porto, si tratterà di un fatto di mera tattica parlamentare, roba da politica politicante.
Se liberali, repubblicani, federalisti europei, aspirano a qualcosa di diverso, si diano loro una mossa.
Palermo, 9 gennaio 2017

Livio Ghersi

Una analisi chiara sintetica ma completa sull'Isis

Ringraziamo il Circolo dii Studi Diplomatici e l'autore dello scritto che segue, Francesco Aloisi de Larderel, per le valutazioni precise, complete ed obiettive su quella terribile creatura partorita dallo Stato Islamico che è il Califfato.


Stato Islamico e Califfato.


Dimensione regionale e proiezione globale.


A poco più di un anno dalla proclamazione del “Califfato” (29 giugno 2014) può essere utile passare in rassegna le caratteristiche di questo nuovo “avatar” di un’antica istituzione del mondo islamico, partendo dal movimento politico che le ha dato i natali, e cioè dallo Stato Islamico.

1) Ad un primo livello, lo Stato Islamico è un movimento dell’Islam politico che si propone la difesa delle popolazioni sunnite in Iraq ed in Siria, soggette in entrambi i Paesi ad accentuata repressione da parte di Governi a guida shiita. Di conseguenza l’affermazione iniziale dell’IS ha potuto godere di un pregiudizio favorevole da larga parte delle locali popolazioni sunnite, che ancora probabilmente in parte sussiste.
A differenza degli altri movimenti dell’Islam politico jihadista, lo Stato Islamico esercita il controllo dei territori interessati. Gestisce oggi un’area di una superficie paragonabile a quella dell’Italia o del Regno Unito (anche se in parte deserta), con una popolazione circa 7/8 milioni di abitanti, nel quale assicura – secondo i proprî criteri ideologici - una serie di funzioni normalmente riservate all’autorità statale (scuole, sanità, energia, trasporti…, ma anche forme di giustizia e di imposizione fiscale).
Poco si conosce della sua effettiva dirigenza e organizzazione anche perché, essendo sottoposto ad una forte pressione anti terroristica – mantiene la stessa segretezza operativa che caratterizzava le sue precedenti fasi di organizzazione clandestina.
Esiste in particolare molta incertezza sul totale dei quadri politici e militari di cui dispone, anche perché la loro composizione è molto articolata (amministratori, tecnici, battaglioni combattenti, combattenti stranieri, forze di sicurezza/Mukhabarat, ecc…) e quindi essi possono essere contati in vari modi. Le stime oscillano infatti tra le 30.000 e le 200.000 unità.
Oltre a rimanere certamente un movimento terrorista, l’IS gestisce anche operazioni militari di tipo classico (d’altronde con materiale pesante di origine statunitense sottratto all’esercito iracheno).
La presenza nei quadri dell’IS di un numero importante di ufficiali dell’ottimo esercito di Saddam Hussein, ed in particolare dei servizi segreti, spiega la rapidità e l’efficienza della sua conquista di parte della Siria nord orientale e delle provincie sunnite in Iraq.
Non è chiaro se questi ufficiali dell’esercito baathista iracheno rappresentino solamente il braccio armato dell’ISIS, o quanto ne siano stati i veri creatori, come sostiene ad esempio una recente inchiesta di Der Spiegel. In questo caso l’autoproclamato Califfo, Abu Bakr el Baghdadi, sarebbe solamente una figura di copertura, utile ad una legittimazione sul piano religioso (anche perché appartiene alla tribù dei Qureshi, uno dei requisiti per rivestire il Califfato). Ma a questo punto la questione ha solamente un interesse storico.

2) Non sfugge che l’affermazione in larghe parti della Siria e dell’Iraq dello Stato Islamico costituisca un pregiudizio per l’esercizio dell’influenza dell’Iran in quell’area, e quindi un vantaggio per l’Arabia Saudita e per le Monarchie del Golfo che questa influenza combattono.
E’ quindi probabile che, nella fase ambigua del ritiro delle truppe americane dall’Iraq e della sua nascita e distacco dalla preesistente al Qaeda, l’IS possa aver contato su appoggi finanziari e di altra natura appunto dall’Arabia Saudita e da altri membri del CCG, per via diretta o indiretta. In diversi momenti ha anche beneficiato - sul piano puramente tattico - di una connivenza delle autorità siriane e turche.
Questa fase - essenziale per l’affermarsi dell’IS - è probabilmente oggi superata (salvo prova contraria!) dato che, come vedremo, la più recente proclamazione del “Califfato” rappresenta una minaccia anche per le autorità sunnite della regione. Uno dei tanti esempi di eterogenesi dei fini di cui si è testimoni nell’odierno scenario mediorientale.
Comunque, ora che ha consolidato il suo potere nelle vaste aree conquistate, lo Stato Islamico sembra essersi procurato gli strumenti per un importante autofinanziamento (confisca degli averi delle banche locali, esportazioni clandestine di petrolio e di opere d’arte, tassazione delle popolazioni locali, riscatti di ostaggi, ecc…), tanto da non dipendere più da padrini esterni.

3) Dal punto di vista dell’Islam politico, l’ISIS adotta una versione jihadista del salafismo che presenta alcune caratteristiche distintive:
- Considera “takfiri”, cioè apostati, non solamente coloro che deviano dalla fede o non l‘accettano, ma anche coloro che ne violano i precetti (quindi non solo i miscredenti, ma anche i peccatori). Una definizione molto più estrema di quelle adottate da tutti gli altri movimenti islamisti, compresa al Qaeda. Ed i “takfiri” possono essere uccisi, ciò che nello Stato Islamico avviene ogni giorno.
- E’ anche una linea “escatologica”, che interpreta la lotta politica come resa dei conti con il mondo degli “infedeli” in funzione di una prossima fine dei tempi, nella quale il Califfato avrà il ruolo di protagonista.
- Infine propugna una interpretazione delle scritture che ritorna ai primi e più violenti giorni della vicenda bellica di Maometto. Tale interpretazione finisce per legittimare i peggiori istinti della psicologia umana (volendo, le decapitazioni, crocifissioni, lapidazioni, crudeltà indicibili, schiavitù, disprezzo della dignità dei nemici, distruzione dell’eredità culturale non islamica, ecc…, possono trovare giustificazione nel Corano). E’ sorprendente come un movimento di dichiarata ispirazione religiosa finisca per rassomigliare molto ad una forma di nichilismo, almeno rispetto ai valori ed alla cultura occidentali.
La violenza di tali comportamenti – oltre a costituire una affermazione di principio - è comunque funzionale sia a terrorizzare il nemico che e a mantenere il controllo sulle popolazioni dei territori controllati. Facilita comunque il reclutamento di determinati tipi di persone, in loco e da Paesi terzi.
Non è dato sapere quanto siano sincere le convinzioni religiose della dirigenza dell’IS (di cui si sa pochissimo). Sta di fatto che le migliaia di membri dello Stato Islamico mantengono queste convinzioni con coerenza, e con coerenza le praticano, in molti casi usque ad cadaver. Ciò costituisce un dato politico concreto.

4) Su di un altro livello, con la proclamazione di un “Califfato” lo Stato Islamico mira a superare la dimensione locale (governo delle aree sunnite della Siria e dell’Iraq) per proporre a tutti i musulmani sunniti un governo politico unitario della Umma.
Il Califfato è, per sua natura, universale e quindi espansionista. Non riconosce i confini né gli Stati esistenti.
Dato il suo carattere universalistico - e sovversivo dell’ordine costituito - il richiamo ad un Califfato esercita una grandissima attrazione su tutti gli scontenti delle popolazioni arabe e musulmane e spiega sia la serie di adesioni (baya’a) all’ISIS di movimenti islamisti sovversivi in altre Paesi (ad es. Arabia Saudita, Yemen, Egitto/Sinai, Libia, Nigeria, ecc…), sia l’afflusso di combattenti stranieri da tutte le comunità islamiche, anche del mondo occidentale.
Come è noto, il richiamo propagandistico del Califfato in tutto il mondo musulmano è veicolato da una attività di comunicazione che sfrutta in modo mirabile i media informatici, facendo leva su tutte le frustrazioni delle comunità musulmane, sia degli stessi Paesi islamici che dell’emigrazione.

5) Il Califfato - per le caratteristiche ideologiche e per il suo programma politico - è quindi in urto con tutte le altre forme di Islam politico, a partire da al Qaeda da cui l’IS si è originariamente staccato. L’IS combatte infatti oggi contro altri movimenti islamisti in Siria, in Yemen, in Libia.
L’IS costituisce anche una minaccia diretta anche per i Governi degli altri Paesi islamici dell’area. Infatti, mentre al Qaeda ha fatto la scelta di combattere “il nemico lontano” (gli Stati Uniti e l’Occidente) l’IS sceglie di combattere il “nemico vicino” cioè tutti gli Stati arabi e tutti i movimenti di Islam politico con impostazioni diverse dalla sua.
Lo Stato Islamico, per le sue caratteristiche ideologiche, non è in grado, né intende, di partecipare alla Comunità Internazionale. Non può infatti riconoscere altre autorità (nazionali o internazionali) con cui negoziare, perché non esiste altra sovranità di quella di Dio.
Quindi il progetto del Califfato, mentre gode di una vasta e crescente popolarità in determinati strati delle popolazioni musulmane, è politicamente isolato, nei confronti di tutti gli altri movimenti dell’Islam politico e degli Stati della Regione.

6) Per il momento l’espansione territoriale dello Stato Islamico è contenuta dall’azione congiunta dei bombardamenti aerei da parte dell’alleanza guidata dagli USA nonché, sul terreno ed in maniera territorialmente limitata, dalle milizie curde e dalle milizie sciite irachene sostenute dall’Iran. Ma nel frattempo sta rafforzando la sua presa nelle zone sunnite di Siria ed Iraq dalle quali non sembra per ora possibile sloggiarlo. In tali aree IS resiste soprattutto perché non ha nemici concreti sul terreno.
Mentre lo Stato Islamico, di per sé, costituirebbe soprattutto un problema regionale, il suo abbinamento al progetto di un Califfato rappresenta un pericolo molto apprezzabile per la comunità internazionale e per l’Occidente, perché:
- nel caso di una destabilizzazione dell’Arabia Saudita (che travolgerebbe sicuramente le altre Monarchie del Golfo), ma anche della Giordania o dello Yemen, potrebbe allargare il suo controllo territoriale in una zona nevralgica del Medio Oriente;
- suscita una serie di fenomeni di imitazione da parte di altri movimenti islamisti nel mondo musulmano (Egitto/Sinai, Yemen, Libia, Nigeria, Afghanistan, ecc…);
- genera un’attrazione ideologica su molti ambienti estremisti dell’emigrazione islamica in Europa e nel resto del mondo occidentale, che già si manifesta in modo molto sensibile con le migliaia di “foreign fighters” provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’Europa occidentale, dall’Australia, dal Caucaso.
In conclusione il pericolo principale non è costituito dalla occupazione da parte dell’IS di parte della Siria e dell’Iraq, ma dalla attrazione esercitata, ben al di là della valle dell’Eufrate, dal Califfato e dal suo modello ideologico/politico.

7) L’occupazione di un vasto territorio in Iraq e Siria costituisce invece il suo principale elemento di vulnerabilità: senza una solida base territoriale l’IS diventerebbe un movimento jihadista “come gli altri” e verrebbe a mancargli la base concreta per la rivendicazione di un “Califfato”.
In linea di principio il carattere “territoriale” dell’IS lo espone al pericolo di essere debellato da una forza militare convenzionale. Ma questa forza non esiste a livello regionale, ed i pochi Paesi dell’area che dispongono di eserciti di terra significativi (Egitto, Turchia, Giordania) hanno altri problemi interni cui dedicare le loro risorse militari, o altre priorità.
Né la Comunità internazionale mostra molto interesse per un intervento militare dall’esterno della regione, i cui esiti politici sarebbero per lo meno incerti, che avrebbe certamente un costo umano altissimo per le popolazioni civili e che sicuramente fornirebbe nuovo ossigeno allo jihadismo internazionale.
Un altro possibile punto di debolezza costituisce nel carattere largamente illegale delle sue fonti di finanziamento (vedi par.2). Un serio blocco economico, qualora ve ne fossero le condizioni politiche, contribuirebbe certamente a destabilizzare lo Stato Islamico.

8) La sconfitta e l’eliminazione dello Stato Islamico richiede comunque una premessa di carattere politico: è indispensabile offrire alle popolazioni sunnite della Siria dell’Iraq una alternativa alla soggezione all’ISIS che non sia il ritorno allo status quo ante, e cioè rispettivamente alla dominazione alawita e shiita su popolazioni a maggioranza sunnita.
Le recentissime dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore uscente delle Forze Armate americane, Generale Ray Odierno – secondo le quali si potrebbe arrivare ad una divisione permanente dell’Iraq, ma il momento non è ancora giunto – potrebbero essere interpretate in questo senso.
Sono in teoria possibili varie formule (conferma delle partizioni di fatto già esistenti in Siria ed in Iraq, soluzioni federali o strutture confederali), ma esse necessitano tutte di una collaborazione tra Arabia Saudita ed Iran perché la nascita dello Stato Islamico e del suo sedicente Califfato non sono che l’ultimo nefasto risultato della loro competizione regionale, accentuatasi dopo il disastroso esito del secondo conflitto iracheno.
Da registrare in proposito che il Segretario di Stato Kerry sembra aver strappato all’Arabia Saudita ed alle Monarchie del Golfo una approvazione di principio all’accordo nucleare con l’Iran, e che negli ultimi giorni sembra poter percepire un’attenuazione dello scontro tra Arabia Saudita ed Iran a proposito del conflitto yemenita.
Contemporaneamente si ha notizia di una serie di contatti tra i principali protagonisti della scena internazionale e regionale per trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Potrebbero trattarsi dei primi timidi segni di una incipiente collaborazione politica mirante ad una ricomposizione della struttura politica dell’area.
Una volta individuate soluzioni politiche per il futuro della Siria e dell’Iraq, una sconfitta militare dello Stato Islamico potrebbe diventare più agevole, anche tenuto conto del suo isolamento politico, e potrebbe essere accettata più facilmente dalle popolazioni interessate.
L’effettivo avvio di questo processo permane ancora del tutto incerto, e una sua positiva conclusione ancora lontana e difficile da immaginare. Ma la sua possibile evoluzione sembra fornire la chiave per valutare lo svolgersi degli eventi nella regione nel corso dei prossimi mesi.

                                                                                                                              Francesco Aloisi de Larderel


ACCOLTI SEI RILIEVI DI INCOSTITUZIONALITA'

IL LIBERALE ENZO PALUMBO SPEDISCE L'ITALICUM ALLA CORTE COSTITUZIONALE

 

 

Grazie alla sua competenza e puntigliosità, il senatore ed avvocato Enzo Palumbo, non a caso a suo tempo inviato dal P.L.I. al CSM, è riuscito a convincere i Giudici del Tribunale di Messina a riconoscere vari profili di incostituzionaloità dell'italicum.
Ecco i sei motivi che hanno indotto i Giudici a trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale:
III° MOTIVO – Il “vulnus” al principio della rappresentanza territoriale.
IV° MOTIVO – Il “vulnus” ai principi della rappresentanza democratica.
V° MOTIVO – La mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio.
VI° MOTIVO – Impossibilità di scelta diretta e libera dei deputati.
XII° MOTIVO – Irragionevole soglia di accesso al Senato
XIII MOTIVO – Irragionevole applicazione della nuova normativa elettorale per la Camera a Costituzione vigente per il Senato, non ancora trasformato in camera non elettiva, come vorrebbe la riforma costituzionale.
E' un risultato importante per i liberali e per chi ha a cuore il rispetto delle Istituzioni e dei valori di democrazia liberale custoditi nella Costituzione.

 

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA LIVIO GHERSI

Che Livio Ghersi sappia il fatto suo in materia di diritto costituzionale ( oltre che di filosofia e di tanto altro...) lo sappiamo bene, ma egli riesce ad arricchire l'esposizione delle Sue riflessioni con attenti richiami al metodo nell'agire politico che, in questa occasione, appaiono illuminanti.
In seno al Suo scritto leggerete: "Il Parlamento non ha elaborato la riforma costituzionale in discussione: l'ha subita. Si è fatto appello alla disciplina di partito; i dissidenti più irriducibili sono stati messi nelle condizioni di dover lasciare il Partito democratico. Le forze di opposizione sono state emarginate, fino ad arrivare in più occasioni ad uscire, per protesta, dalle aule parlamentari".
Ma se ancor prima della riforma è stato possibile giungere a tanto, è davvero il caso di spingersi oltre?

Oltre il tempo degli avventurieri


livio ghersi ( da dossier di Critica Liberale)
La Costituzione della Repubblica italiana, come tutti dovrebbero sapere, è entrata in vigore l'1 gennaio 1948. Fu approvata da un'Assemblea Costituente, composta da 556 deputati, eletti con una legge elettorale ultra-proporzionale: il fatto che i resti (ossia i voti non utilizzati nelle circoscrizioni) fossero recuperati dalle varie liste in sede di Collegio unico nazionale, consentì che anche formazioni che avevano ottenuto un consenso elettorale numericamente ridotto avessero rappresentanza. Valga, a titolo di esempio, il caso della Concentrazione democratica repubblicana che, grazie al conteggio dei resti in sede nazionale, elesse alla Costituente Ferruccio Parri ed Ugo La Malfa, pur avendo ottenuto complessivamente solo 97.690 voti (pari allo 0,4 %).

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