L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Quello Statuto, che rappresenta il classico esempio di costituzione octroyée, in quanto concessa dal sovrano e non promanante da un’assemblea costituente, instaurò un sistema di tipo orleanista sul modello della Carta concessa ai francesi da Luigi Filippo d’Orleans nel 1830, cioè una monarchia costituzionale, in cui il re del Piemonte accettò di autolimitare i suoi poteri, così guadagnandosi il sostegno dei patrioti liberali ed unionisti di allora, che lo elessero alla guida della lotta per l’unità politica della nazione.

Queste tendenze trovarono poi la loro sede naturale, piuttosto che nel Senato, nella Camera dei Deputati del Regno d’Italia, attraverso un lungo processo di progressiva democratizzazione della rappresentanza politica, sino al D. Lgs. Luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945, che introdusse il suffragio universale anche femminile.

Il Senato del Regno era rimasto invece sempre di nomina regia e a vita, avendo le stesse competenze della Camera (salvo che per l’iniziativa delle leggi di bilancio), anche se il potere di nomina era poco alla volta “sdrucciolato” dalle mani del Re e quelle del Governo, prima in via di fatto, e poi, a partire dal R. D. 25 agosto 1876, anche in via di diritto.

Pur senza avere mai pesato sulla vita dei governi che si andavano succedendo (sino a mimetizzarsi nell’anonimato anche durante la lunga parentesi fascista), non mancarono tuttavia le proposte di riforma, sino all’ultima contenuta nella relazione di un’apposita Commissione che nel giugno del 1919, a firma dei senatori Greppi e Ruffini, suggerì, già allora, un Senato composto di 360 membri, 180 dei quali eletti da appositi collegi elettorali di secondo grado, 60 nominati a vita dal re, 60 eletti dal Senato in carica e 60 eletti dalla Camera dei Deputati, tutti scelti comunque tra determinate categorie di “ottimati” del Regno.

E mi viene di riflettere quanto possano in fondo sembrare anacronistiche le proposte assai simili che circolano in questi giorni; solo che, allora, si trattava di fare un grande passo in avanti, mentre oggi si tratterebbe di fare un salto all’indietro di quasi un secolo.

La proposta non ebbe seguito e a bloccare ogni velleità riformatrice pensò il fascismo, che mantenne formalmente in vita il Senato, di fatto privandolo di ogni potere, che il nuovo regime concentrò invece nella persona del capo del governo e delle sue nuove creature istituzionali: il Gran Consiglio del Fascismo e la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

 

2) IL SENATO NELL’INTERREGNO

Caduto il fascismo, l’Italia rimase per un breve periodo (meno di due anni) con un sistema legislativo monocamerale costituito dall’l’Assemblea Costituente, che, mentre metteva mano alla Costituzione, contemporaneamente funzionava anche come Camera legislativa, ed in tale sede si rapportava coi governi postbellici che si andavano succedendo.

Era, infatti, accaduto che il 25 giugno 1946, in coincidenza con la prima riunione dell’Assemblea Costituente, il D. Lgs. n. 48 del 24 giugno 1946 aveva disposto la cessazione del vecchio Senato del Regno, che durante il regime era stato sempre più infarcito di personalità fasciste (nel 1922 solo uno, Giovanni Gentile; addirittura 212 nel 1939).

La “vacatio” istituzionale durò quasi due anni, sino all’8 maggio 1948, quando ebbe inizio la prima legislatura repubblicana, ed il Senato ricominciò così a funzionare in una prima composizione mista, originata in parte dal voto popolare del 18 aprile di quell’anno e in parte dall’applicazione della III Disposizione di Attuazione della Costituzione, che chiamò a farne parte 107 personalità benemerite dell’Italia prefascista ed antifascista.

Fu quello il periodo in cui si dovette porre mano alla ricostruzione materiale, economica, morale e civile del paese.

E, tra le due tendenze che allora emersero – quella della rottura totale col passato e quella del cambiamento nella continuità dello Stato, fu quest’ultima a prevalere, sfociando nel grande compromesso della Costituzione repubblicana.

E tuttavia, se rottura ci fu rispetto al regime fascista, essa si consumò proprio nella ripulsa della tendenza accentratrice, che aveva caratterizzato il ventennio, allorché tutto il potere era stato concentrato nelle mani del capo del governo e del suo partito unico.

Sembrò quindi naturale di immaginare un modello di stato democratico, pluralista e decentrato, con poteri diffusi nelle istituzioni e nel territorio, e con una serie di controlli e di contrappesi reciproci, tali da impedire in futuro a un solo organo dello Stato una concentrazione di poteri che potesse mettere in discussione le conquiste della democrazia, passate attraverso un sanguinoso conflitto mondiale ed una fratricida guerra civile.

Da qui la decisione dell’Assemblea Costituente di dividere il potere legislativo tra due camere, in termini assolutamente paritari, anche se sul punto non mancarono vivaci contrasti.

Il partito comunista sosteneva, infatti, la tesi che tutto il potere doveva essere concentrato in una sola camera legislativa, simbolo di sovranità popolare ma anche capace di creare una sorta di centralismo democratico, nella convinzione che una seconda camera sarebbe stata naturalmente destinata a limitare la forza della volontà popolare, anche in ragione delle inevitabili differenziazioni che si sarebbero dovute introdurre per evitare di farne un mero doppione della prima. Quest’antica opzione monocameralista del PCI di allora si andò nel tempo via via stemperando, man mano che svaniva il sogno, coltivato più dalla base che dai vertici di quel partito, di fare anche dell’Italia un paese di c. d. democrazia popolare.

Il partito socialista, allora legato con patto di unità d’azione col PCI, era sostanzialmente monocameralista, ma anche disponibile verso una seconda camera con natura prevalentemente economica e con un ruolo sostanzialmente consultivo.

La democrazia cristiana, che pure difendeva la necessità di garantire rappresentatività e pluralismo, immaginava che il Senato potesse anche essere espressione delle tante istanze locali, professionali, sindacali, culturali ed anche familiari, raggruppate per categorie generali o per gruppi territoriali, ma nella sua grande maggioranza sosteneva con forza la necessità di un sistema legislativo bicamerale.

I partiti laici poi, in particolare i liberali e i repubblicani, erano invece fortemente convinti della necessità di instaurare un vero bicameralismo, con un Senato dotato di poteri identici a quelli della Camera, e che però promanasse anche dalle assemblee regionali, in una struttura statale con forti autonomie regionali, che fossero in grado di frenare le spinte centrifughe presenti in alcune regioni, a cominciare dalla Sicilia, dove si era sviluppato un significativo movimento separatista.

E appartiene ai paradossi della storia, non infrequenti per la verità, che proprio alcuni degli eredi più diretti della tradizione comunista siano oggi divenuti i più attenti difensori della democrazia rappresentativa e  del pluralismo politico, mentre sembra che tocchi a molti degli eredi (o presunti tali) della tradizione democratico-liberale di allora la parte di chi a quelle garanzie di libertà è oggi disposto a rinunziare in ragione di una maggiore presunta governabilità.

 

3) IL SENATO NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

Tra le due tendenze, che esprimevano reciproche preoccupazioni — da un lato, quella dei partiti di sinistra che volevano impedire che la seconda camera divenisse un freno per la volontà popolare, e dall’altro quella dei partiti centristi che volevano evitare i rischi assembleari del monocameralismo – il punto d’incontro fu quello di fare rinascere, dopo la breve parentesi postbellica, una seconda camera legislativa, eletta a suffragio universale e diretto (art. 58 Cost.), come la Camera dei Deputati (art. 56 Cost.), e tuttavia introducendo alcune significative differenziazioni, finalizzate a non creare due camere che fossero l’una il doppione dell’altra, ed in particolare:

 

nel numero: 315 senatori rispetto ai 630 deputati;

nell’elettorato attivo fissato a 25 anni, ed in quello passivo, fissato a 40 anni, e quindi un po’ più ristretto rispetto a quello previsto per la Camera, per la quale l’elettorato attivo fu fissato nella maggiore età e quello passivo a 25 anni;

nella sede di elezione, con l’abbandono dell’originaria ipotesi di diretta promanazione dalle assemblee regionali, e però lasciando un generico riferimento all’elezione “su base regionale”;

nella durata: 6 anni in luogo dei cinque previsti per la Camera;

nella composizione, con la previsione di un piccolo numero di senatori non eletti: cinque  nominati dal Presidente della Repubblica e gli stessi presidenti cessati dalla carica.

 

Sta di fatto che la differenziazione riguardante la durata non ebbe mai modo di realizzarsi, perché, in vista delle elezioni previste per la Camera, alla sua scadenza naturale del 1953, il Senato venne sciolto anticipatamente, così realizzando la contemporanea elezione di tutto il Parlamento; e la stessa cosa si ripeté alla successiva scadenza naturale della Camera, nel 1958, sino a quando, con Legge costituzionale del 9 febbraio 1963, la durata delle due Camere venne equiparata a cinque anni.

Da ultimo, con la Legge Costituzionale n. 1 del 2001, è stata introdotta l’elezione di sei senatori (oltre che di dodici deputati) in vastissime ed improbabili circoscrizioni estere.

Questa innovazione, con cui si è votato nelle tre ultime occasioni elettorali (2006, 2008 e 2013) ha finito per infrangere anche il principio che risale alla Magna Charta Libertatum del 1215, che il re Giovanni “Senza Terra” era stato costretto a concedere ai baroni inglesi levatisi in armi per reclamare, insieme ai loro privilegi, le libertà che sono ancora oggi il fondamento del moderno costituzionalismo.

Secondo quella Carta, e secondo quelle che si sarebbero poi succedute nel tempo, rappresentanza e tassazione sono un binomio inscindibile, su cui si è costruito ogni contratto sociale negli ultimi otto secoli;

E invece in Italia abbiamo ora parlamentari eletti nelle circoscrizioni estere, la cui presenza prescinde del tutto dai requisiti su cui si è storicamente fondata la democrazia rappresentativa.

Una bizzarria costituzionale, che ha tuttavia una singolare e positiva particolarità, essendo le circoscrizioni estere le sole in cui è stato sino ad ieri possibile esprimere, oltre al voto di lista, una o due preferenze, diritto questo negato agli italiani residenti, in parte dalle elezioni del 1994 e sino a quelle del 2001, e del tutto a partire dalle elezioni del 2006 e sino a quelle dello scorso anno.

Ma questo è un altro discorso.

 

Quanto al sistema elettorale di entrambe le Camere, si decise di non costituzionalizzarlo, anche se i lavori della Costituente si erano svolti sul presupposto, ritenuto da tutti indefettibile, che le elezioni non potessero svolgersi che con un sistema assolutamente proporzionale.

E credo che se i costituenti avessero potuto prevedere gli scempi di democrazia rappresentativa che in materia sarebbero stati consumati dai legislatori del futuro, a partire dai listini bloccati del c.d. “mattarellum” e sino ai listoni bloccati del c. d. porcellum  — e che potrebbero presto aggravarsi con la proposta di legge già approvata dalla camera ed ora all’esame del Senato — si sarebbero affrettati a rimediare a quella ingenua omissione, ed avrebbero costituzionalizzato anche il sistema elettorale.

Tuttavia, un cenno alla legge elettorale per il Senato era contenuto nella XVII Disposizione Transitoria della Costituzione, per la quale l’Assemblea Costituente entro 31 gennaio 1948 era incaricata di approvare la relativa legge elettorale; e in quella sede si dovette tenere conto dell’ordine del giorno dell’on. Nitti, approvato dall’assemblea nella seduta del 7 ottobre 1946, secondo cui il Senato doveva essere eletto “a suffragio universale e diretto col sistema dello scrutinio uninominale”.

Deliberazione questa che, se pure non vincolante per il legislatore di oggi, non può neppure essere del tutto ignorata, nel momento in cui si sta mettendo mano alla legge elettorale e, addirittura, anche alla Costituzione della repubblica.

Su quella legge elettorale del Senato non è il caso ovviamente di soffermarci, posto che essa è stata poi travolta dalla legislazione successiva al referendum del 1993, e però in termini ulteriori rispetto al quesito referendario, che in effetti era finalizzato ad eliminare soltanto il quorum del 65% per l’elezione diretta di un senatore nel rispettivo collegio.

Le vicende legislative successive sono note, e attengono strettamente alla materia della legge elettorale, di cui in questa sede non mi occuperò.

E’ invece il caso di riassumere brevemente le competenze del Senato, come disegnate nella Costituzione, perché è su queste che oggi il dibattito è aperto, in Parlamento e nel Paese.

In particolare, essendo stato stabilito che il Parlamento si componeva di Camera e Senato (art. 55 Cost.), fu conseguenziale che la funzione legislativa fosse affidata collettivamente alle due Camere (art. 70 Cost.), e che il governo dovesse godere della fiducia di entrambe (art. 94 Cost.).

Per il resto, è appena il caso di osservare che la Costituzione evita di citare singolarmente la singola camera, invece utilizzando di volta involta espressioni del tipo “il parlamento”, ovvero “le camere”, ovvero ancora “ciascuna camera”.

Quello disegnato dalla Costituzione è quindi un sistema bicamerale che è stato definito perfetto o anche paritario, anche se in effetti qualche diseguaglianza comunque permane in ragione del fatto che, laddove il Parlamento si riunisce in seduta comune per alcuni fondamentali adempimenti (l’elezione del Capo dello Stato, di cinque giudici costituzionali e di un terzo dei membri del CSM, e nei procedimenti di accusa) il diverso peso numerico delle due componenti è destinato a giocare comunque un qualche ruolo penalizzante per il Senato.

Ed è per questo che, sotto il profilo delle competenze, sarebbe preferibile adoperare l’espressione di “bicameralismo indifferenziato”, posto che l’unica differenza sembra, in effetti, essere l’attribuzione al Presidente del Senato del compito di supplenza al P. d. R., e al Presidente della Camera quello di convocare le sedute comuni per l’elezione del P. d. R. e in tutti gli altri consimili casi.

Il che non fa altro che confermare il perfetto equilibrio che i costituenti vollero attribuire al nostro sistema parlamentare, attenti come furono ad evitare che un solo ramo del Parlamento potesse prevalere o prevaricare sull’altro.

Il fatto si è che, a lungo andare, diassoluta parità ci si può ammalare ed anche morire, come sembra che stia accadendo, perché l’opinione pubblica e le stesse forze politiche hanno cominciato nel tempo ad interrogarsi sull’opportunità dell’esistenza di due camere legislative, ognuna delle quali appariva essere l’esatto doppione dell’altra.

Questa preoccupazione era stata certamente avvertita dai costituenti, che avevano per l’appunto immaginato di differenziare le due Camere, se non nella dignità rappresentativa, almeno quanto alla composizione, all’elettorato attivo e passivo ed alla sede di elezione, e, soprattutto, quanto alla durata, questa dovendo costituire ulteriore garanzia contro occasionali ventate populistiche e plebiscitarie.

L’elezione dei senatori era, infatti, destinato ad avvenire in tempi non coincidenti con quelli della Camera e anzi tendenzialmente sempre più differenziati nel tempo, diventando così una vera e propria verifica di medio termine circa l’orientamento dell’elettorato, un po’ ad imitazione del modello statunitense.

Tuttavia, non si può negare che, assieme alle indubbie positive caratteristiche della struttura bicamerale, siano ormai emerse alcune specifiche criticità, e in particolare:

 

n  una certa eccessiva farraginosità nella legislazione;

n  l’uso improprio dello strumento legislativo per disciplinare aspetti secondari, meglio regolabili con la decretazione amministrativa;

n  l’eccessivo proliferare di commissioni speciali bicamerali, inevitabilmente pletoriche in ragione della necessità di garantire la proporzionale presenza dei gruppi parlamentari di entrambe le Camere;

n  la tendenza del Parlamento a prevaricare sul Governo, attraverso lo strumento dell’ostruzionismo e degli emendamenti a pioggia, sulla base di regolamenti parlamentari molto permissivi;

n  e la corrispettiva tendenza del Governo a prevaricare sul Parlamento, attraverso la proliferazione e reiterazione dei decreti legge, della delegazione legislativa, dei maxi emendamenti e delle relative questioni di fiducia.

Queste criticità rispondono tutte a due diverse e contrapposte tendenze generali, che hanno, di fatto, stravolto gli equilibri costituzionali immaginati dai costituenti: quella del Parlamento, che si è fatto in qualche misura organo governante, e quella del Governo che si è fatto in qualche misura organo legiferante.

Il dibattito sulle riforme costituzionali è così divenuto parte essenziale e crescente della dialettica politica, e ciò almeno a partire dalla fine della VIII Legislatura, allorché si realizzò per la prima volta una significativa mutazione nella “governance” del Paese, con la presidenza del consiglio affidata per la prima volta ad un esponente politico non democristiano, il sen. Spadolini.

E diventò poi argomento fisso della lotta politica nel corso della IX legislatura, con la presidenza di Bettino Craxi, e con la sua dichiarata volontà di introdurre nel Paese quella che venne chiamata la “grande riforma”, poi naufragata nella routine della quotidiana sopravvivenza politica del suo governo e di quelli successivi.

Nel frattempo, il dibattito culturale sulle riforme costituzionali si era andato facendo sempre più vivace.

E credo che sia giusto oggi riconoscere che il contributo più organico, sul piano dottrinario, sia stato quello elaborato, tra il 1980 ed il 1983, dal così detto gruppo di Milano, animato dal prof. Gianfranco Miglio, con la partecipazione di studiosi di vario orientamento politico (Augusto Barbera, Domenico Fisichella, Federico Mancini, Giuliano Urbani, Leo Valiani, Serio Galeotti, Franco Pizzetti), che negli anni successivi, specie in quelli della c.d. seconda Repubblica, avrebbero rivestito nella vita del Paese anche importanti ruoli istituzionali.

A cominciare proprio da Miglio (che sarebbe poi stato portato in Parlamento per un breve periodo dalla Lega Nord, che su quella base culturale aveva nel frattempo costruito la sua performance elettorale), anche se non venne nominato ministro per le riforme nel primo Governo Berlusconi, perché Bossi gli preferì Speroni (che era allora soltanto un tecnico di volo di Alitalia, poi andato in pensione nel 1996, ad appena 50 anni))

Il punto centrale di quella elaborazione fu l’idea di dare all’Italia una struttura federale, non necessariamente coincidente con quella regionale (le c.d. macroregioni, ipotizzate anche, qualche anno, dopo in uno studio della fondazione Agnelli), con la trasformazione del Senato in una vera e propria Camera delle Regioni composta, sul modello del Bundesrat tedesco, da rappresentanti dei governi regionali, in numero variabile da 4 a 9 delegati in ragione della popolazione di ciascuna regione, con compiti di consulenza obbligatoria in materia finanziaria ed economica, di produzione legislativa paritaria con l’altra camera in materia costituzionale, di produzione legislativa differenziata ed eventuale nelle altre materie, di proposta legislativa nei confronti dell’altra camera, ed infine di iniziativa giudiziaria per la messa in stato di accusa del Presidente della repubblica e dei membri del governo.

 

4) LA LUNGA STRADA DELLA RIFORMA: UN PERCORSO AD OSTACOLI.

A) 1983-1985 IX legislatura: La Commissione Bicamerale Bozzi.

 

Fu allora che nacque, anche nel Parlamento, l’idea di affidare a un’apposita commissione bicamerale lo studio e l’elaborazione di una complessiva proposta di riforme costituzionali che potessero rimediare alle criticità che erano nel tempo emerse; e questa idea di riforma fu la base su cui nacque nel 1983 il primo governo Craxi, della cui costituzione fu parte essenziale l’accordo sull’istituzione della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, formata nel corso della IX Legislatura e presieduta dal capogruppo liberale alla Camera on. Aldo Bozzi.

La Commissione, formata da 20 deputati e 20 senatori, in 29 gennaio 1985 presentò alla Camere una relazione di maggioranza con le seguenti proposte, per la parte che più riguardava il Senato:

deputati e senatori in numero variabile in relazione alla platea elettorale, con conseguente lieve diminuzione del plenum;

piccolo aumento dei senatori a vita (da 5 ad 8);

attribuzione della qualifica di senatori a vita, oltre che agli ex Presidenti della Repubblica, anche agli ex Presidenti delle due Camere (tali per l’intera legislatura) e della Corte Costituzionale (tali per almeno tre anni);

elettorato attivo ai maggiorenni anche per il Senato;

attribuzione ad entrambe le Camere, in seduta comune, del rapporto di fiducia col Governo.

passaggio dal bicameralismo indifferenziato ad un tipo di bicameralismo differenziatoche, pur conservando pari dignità alle due Camere, le vedesse specializzate nell’esercizio di particolari funzioni (alla Camera una qualche prevalenza nella funzione legislativa ed al Senato una qualche prevalenza nella funzione di controllo);

legislazione assolutamente bicamerale in particolari materie sensibili: leggi costituzionali ed elettorali, leggi di bilancio e finanziarie, sanzioni penali restrittive della libertà personale, tutela delle minoranze linguistiche, statuti delle autonomie regionali, rapporti con le confessioni religiose ed internazionali, conversione dei decreti legge;

Introduzione del principio del silenzio-assenso per la legislazione ordinaria, nel senso che i disegni di legge approvati da una Camera diventavano definitivi se l’altra non ne chiedeva il riesame;

Nella relazione finale non trovò invece ingresso la proposta, sostenuta allora dai rappresentanti delle minoranze linguistiche, per la trasformazione del Senato in una vera e propria Camera delle Regioni, eletta in secondo grado dai consigli regionali, proposta che sarebbe poi diventata, all’inizio degli anni novanta, il cavallo di battaglia della Lega Nord, sulla scia delle conclusioni del gruppo di Milano.

Nessuna delle proposte della Commissione Bozzi trovò concreta realizzazione in Parlamento, dove naufragarono insieme alla fine anticipata della Legislatura dovuta alla mancata staffetta Craxi-De Mita.

Bozzi provò a presentare in Parlamento le conclusioni della Commissione nella forma di appositi disegni di legge, senza che tuttavia il Parlamento trovasse mai il tempo per esaminarli.

B) 1990 X legislatura: Una proposta  trasversale.

 

La proposta, originata da un’iniziativa trasversale dei senatori Pasquino (Sin. Ind.), Riz (SVP), Filetti (MSI) Pecchioli (PCI) e Mancino (DC), venne approvata dal Senato in prima lettura il 7 giugno 1990, fu poi modificata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera  e si arenò infine nel passaggio in aula; si caratterizzò per avere ipotizzato quello che sarebbe stato chiamato il ”principio della culla”.

Ferme restando per entrambe le Camere la pari legittimità democratica attraverso l’elezione a suffragio diretto, la pari dignità politica nel rapporto fiduciario col Governo e la pari competenza nell’iniziativa legislativa, quest’ultima si sarebbe realizzata attraverso:

 

il bicameralismo paritario per i progetti in materiacostituzionale, elettorale, di bilancio e di trattati ed accordi internazionali;

il “principio della culla” per il resto, nel senso chei progetti, approvati da una Camera sarebbero stati oggetto di riesame eventuale ad opera dell’altra Camera in tempi accelerati;

la differenziazione funzionale nell’individuazione della “culla”, spettando alla Camera la prima iniziativa in materie di competenza statale ed al Senato in materie di competenza regionale.

C) 1992-1994 –XI Legislatura: La Commissione Bicamerale De Mita-Iotti

 

Formata da trenta deputati e trenta senatori, venne così chiamata perché alla sua presidenza si alternarono l’on De Mita e l’on. Iotti, ma non ebbe migliore sorte della Commissione Bozzi.

La relazione, presentata alla Camera nel gennaio del 1994 e poi accantonata, prevedeva una forma di governo in sostanziale assonanza col sistema tedesco del premierato forte, e in particolare:

n  entro 30 gg. Il Parlamento in seduta comune elegge il primo ministro su candidature  sottoscritte da almeno 1/3 e maggioranza assoluta;

n  in mancanza di elezione, la proposta di nomina compete al Presidente della Repubblica;

n  ed in caso di mancata elezione del primo ministro, consegue lo scioglimento delle Camere;

n  al primo ministro compete lanomina e la revoca dei ministri, potendo essere rimosso  solo con una mozione di sfiducia costruttiva, con la contemporanea nomina di un altro primo ministro;

n  in caso di vacanza per morte o dimissioni, si procede come sopra, ma il primo ministro dimissionario non può ricandidarsi;

n  la durata della legislatura viene ridotta a quattro anni;

n  nulla è innovato sul procedimento legislativo;

n  ma vengono ampliate le competenze delle regioni, prefigurando una forma attenuata di proprio federalismo.

D) 1997-1998 – XIII legislatura: La Commissione Bicamerale D’Alema.

 

Composta di trentacinque deputati ed altrettanti senatori, la commissione fu presieduta dall’on. D’Alema, in forza di una sorta di “gentlement agreement” tra i poli di allora.

La conclusione dei lavori sembrava indirizzata verso una forma di premierato forte, sul modello tedesco, quando invece, nella seduta decisiva del 4 giugno 1997, l’improvviso irrompere dei commissari della Lega (che sin lì aveva disertato i lavori) fece passare a sorpresa l’opzione di un modello simile a quello francese.

Il 18 giugno, in vista della relazione finale, nell’abitazione romana del dott. Gianni Letta avvenne uno storico incontro, che portò alla definizione del c.d. “patto della crostata”, con la previsione di un Presidente della Repubblica di garanzia e di una legge elettorale a doppio turno di coalizione.

La relazione finale, approvata il 30 giugno, prevedeva in particolare:

n  semipresidenzialismo;

n  elezione a suffragio universale diretto, in collegi uninominali a doppio turno, per 400 deputati e 200 senatori:

n  elettorale passivo ridotto a 21 anni per la Camera ed a 35 anni per il Senato;

n  competenza per la fiducia alla sola Camera, che può essere sciolta dal Capo dello Stato;

n  particolare statuto a garanzia dei diritti delle opposizioni;

n  procedimento legislativo differenziato come segue:

          - bicamerale paritario per una serie di leggi specificamente indicate;

          - bicamerale non paritario in materia di autonomie da approvarsi in entrambe le camere,  ma  sulle modifiche introdotte dal Senato (per l’occasione integrato da 200 consiglieri regionali provinciali e comunali), la Camera delibera in via definitiva;

- monocamerale per tutto il resto, con riesame a richiesta di un terzo del Senato entro 10 gg.;competenza del Senato nella istituzione di commissioni d’inchiesta e nella nomina delle istituzioni di garanzia;

- facoltà per il Senato di adire direttamente la Corte Costituzionale per la verifica di   costituzionalità delle leggi.

 

Anche questo tentativo di riforma subì la sorte dei precedenti; il 1° febbraio 1998 Berlusconi, contraddicendo se stesso, chiese il cancellierato per il Governo e il proporzionale per il Parlamento; e poi, il 27 maggio 1998, pose un ultimatum in tal senso e, come si disse allora, rovesciò il tavolo delle riforme; per cui a Violante, presidente della Camera, il 9 giugno 1998 toccò di leggere in aula la lettera di D’Alema che comunicava essere “venute meno le condizioni per la prosecuzione dei lavori”.

 

E) 2005 – XIV Legislatura: La riforma di Lorenzago.

 

Fu chiamata così perché elaborata in quella “aprica” località del Cadore dai c. d. “quattro saggi” (Calderoli, D’Onofrio, Nania, Pastore), incaricati dal governo di centrodestra di allora per mettere a punto una complessiva modifica della forma dello Stato, del Parlamento e del Governo; la proposta conclusiva venne approvata in doppia lettura dal Parlamento, ma fu poi bocciata dal referendum confermativo del 25-26 giugno 2006.

Prevedeva profonde modifiche alla parte IIa della Costituzione, a valere dalla prima legislatura successiva all’entrata in vigore della legge della riforma, che si articolava come segue:

nriduzione del numero dei parlamentari (518 deputati e 252 senatori, questi ultimi eletti insieme ai consigli regionali), ma solo a partire dalla XVI legislatura;

npremierato forte per il Governo, con la sola Camera che vota la fiducia al primo ministro, che    può nominare e revocare i ministri, chiedere lo scioglimento della Camera, può essere sfiduciato solo con una mozione di sfiducia costruttiva, con contestuale nomina di un nuovo premier;

ntocca al Presidente della Repubblica, garante dell’unita federale, di nominare le autorità di garanzia, i deputati a vita, il primo ministro che fosse risultato candidato vincente alle elezioni, ed il potere (tuttavia vincolato alla richiesta del primo ministro) di  sciogliere la camera, ma solo su richiesta del primo ministro o in caso di violazione della clausola antiribaltone;

nper la Corte Costituzionale, aumento da 5 a 7 dei membri di nomina parlamentare, con  la corrispondente diminuzione delle quote di spettanza del P. d. R. e delle magistrature superiori;

na Roma Capitale spetta uno statuto particolare di autonomia;

nper il procedimento legislativo, fine del bicameralismo perfetto con la suddivisione della competenza legislativa, attribuendo:

- alla Camera, le leggi di natura nazionale, in materia di bilancio, energia, opere pubbliche, valori  fondamentali, trattati internazionali;

- ed al Senato, le leggi in materia di competenza regionale esclusiva o concorrente,

- con facoltà  per ciascuna Camera di approvare modifiche alle leggi di competenza dell’altra Camera, cui comunque spetta la decisione finale, ma con una clausola di riserva referendaria per tutte le leggi costituzionali;

Erano poi previste tre clausole particolari:

n  la c.d. clausola antiribaltone, secondo cui ogni mutamento di premier doveva svolgersi nell’ambito  della stessa maggioranza, e se la sfiducia veniva approvata coi voti determinanti dell’opposizione, si scioglieva la Camera;

n  la c. d. clausola d’interesse nazionale, nel senso che una legge regionale pregiudizievole per gli interessi nazionali, dopo invito a modificarla, poteva essere annullata dal Parlamento in seduta comune ed a maggioranza assoluta;

n  la c. d. clausola di supremazia: che attribuiva allo Stato il potere di sostituirsi alle regioni inadempienti.

Sta di fatto che il referendum del 25-26 giugno 2006  bocciò la proposta col 61,29% di NO, col SI in prevalenzasolo in Lombardia (54,6%) ed in Veneto (55,3%) e nella Circoscrizione Estero (52,1%).

F) 2007: XV legislatura: La bozza Violante.

 

La bozza prese il nome dal presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, che l’approvò nella seduta del 17.10.2007; il progetto si arenò poi nella discussione parlamentare sino allo scioglimento anticipato del Parlamento del 2008.

Prevedeva in particolare:

 

n  il Parlamento è composto di Camera e Senato Federale;

n  il Senato diviene camera territoriale, ed i senatori sono eletti, in numero variabile sulla base delle rispettive popolazioni, dai consigli regionali e da quelli delle comunità locali, con voto limitato e con mandato vincolato alla vita dei rispettivi consigli, fermi restando i sei seggi assegnati alla circoscrizione estero;

n  il Senato non vota la fiducia al governo e non può essere sciolto anticipatamente, essendo ciascun senatore vincolato alla vita del rispettivo consiglio, godendo comunque di un’indennità parlamentare;.

n  la funzione legislativa viene differenziata tra Camera e Senato, secondo quattro distinti  procedimenti:

e quanto al procedimento legislativo:

 - bicameralismo paritario in materia dileggi costituzionali, elettorali, organi e funzioni degli EE. LL., legislazione esclusiva dello Stato in materia di: ordinamento di Roma Capitale, deleghe alla legislazione regionale, accordi internazionali di regioni e province autonome, potere sostitutivo dello Stato, principi generali in materia di ordinamenti regionali, spostamenti territoriali, istituzione di nuove province, istituzioni garanzie e vigilanza, tutela delle minoranze linguistiche;

- bicameralismo con prima lettura al Senato e successiva alla Camera, per le leggi in materia di principi fondamentali di legislazione concorrente Stato-Regioni; la concreta  individuazione avviene ad opera dei presidenti delle due Camere; dopo la prima lettura del Senato i  progetti vengono trasmessi alla Camera che può apportare modifiche definitive, ma solo a maggioranza assoluta;

 - bicameralismo con prima lettura alla Camera e successiva (eventuale) al Senato, per il resto, con la Camera che approva ed 1/5 del Senato che può chiedere il riesame ed approvare modifiche entro 30 gg., su cui però la Camera decide definitivamente;

 - bicameralismo con prima lettura alla Camera e seconda lettura rafforzata al Senato, nelle materie di specifico interesse regionale, per cui, dopo le eventuali modifiche apportate dal Senato, la Camera decide definitivamente, ma solo a maggioranza assoluta

 

G) 2012: XVI Legislatura: La proposta “ABC”.

 

Prese il nome di “testo ABC” dall’accordo stipulato tra Alfano, Bersani e Casini, che portò all’approvazione del progetto in prima lettura al Senato il 25 luglio 2012, salvo poi naufragare con la fine anticipata della legislatura all’inizio del 2013.

Prevedeva in particolare che:

 

n  il Senato è composto di 254 senatori (di cui 4 per la circoscrizione estero), eletti su base regionale, a suffragio universale e diretto, con elettorato attivo a 18 anni (come già per la Camera) e passivo a 35 anni;

n  partecipazione ai lavori del Senato di un rappresentante per ogni regione eletto all’inizio della legislatura regionale, senza indennità e con diritto di voto solo su materie di legislazione concorrente;

n  un sistema di governo di tipo presidenziale sul modello francese, con un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e diretto, a maggioranza assoluta e con eventuale ballottaggio;

n  il Presidente nomina un Primo Ministro e, su sua proposta, nomina e revoca i ministri, presiede il Consiglio dei Ministri, salvo delega al Primo Ministro, che deve comunque godere della fiducia di entrambe le Camere, che tuttavia possono essere agevolmente sciolte;

un procedimento legislativo differenziato, secondo tre modalità:

- bicameralismo paritario in materia di leggi costituzionali ed elettorali, trattati internazionali, organi costituzionali, delegazione legislativa, bilanci e consuntivi, leggi con obbligo costituzionale di  maggioranza qualificata, conversione dei decreti legge,

- bicameralismo eventuale con preminenza Senato In materia di: legislazione concorrente  Stato-Regioni, autonomia finanziaria di Regioni ed EE.LL., ordinamento regionale, giustizia amministrativa regionale, modificazioni territoriali di comuni e province, istituzione di nuovi EE. LL..

            - bicameralismo con preminenza Camera: per il resto.

- in ogni caso, sulla base del principio del “silenzio-assenso”, un progetto di legge approvato dalla camera prevalente può essere modificato dall’altra camera in tempi brevi, ma la decisione finale spetta alla Camera prevalente, con un procedimento, simile a quello della bozza Violante, comunque destinato a esaurirsi al più tardi in non più di tre letture;

- un quarto dei componenti di ciascuna camera può sollevare direttamente una q. l. c., delle leggi e dei decreti legislativi.

 

H) 2013: XVII Legislatura: La Commissione Governativa Quagliariello.

 

L’ultimo tentativo, prima di quello ora in corso, è stato quello della commissione nominata l’11 giugno 2013 dal Governo Letta e presieduta dal ministro Quagliariello, che ha fatto emergere in particolare le seguenti ipotesi di lavoro:

 

n  I senatori vengono eletti in secondo  grado da parte di regioni e comuni, ovvero direttamente, sempre in sede regionale e coevamente all’elezione dei consiglieri regionali e sono collegati alla vita dei consigli (più alcuni membri di diritto, che non godono di indennità o rimborsi);

n  il numero dei senatori è proporzionale alle popolazioni delle regioni;

n  il Senato non ha alcun rapporto di fiducia col governo, su cui esercita un potere di controllo che non incida sul rapporto fiduciario;

n  il Senato elegge 3 membri della Corte Costituzionale ed inoltre, in seduta comune con la camera,  concorre all’elezione dei membri del CSM;

il procedimento legislativo si ripartisce secondo quattro diverse modalità:

- le leggi costituzionali sono di competenza ad entrambe le camere;

- le leggi organiche statali In materia elettorale, ordinamentale e di sforamento dei vincoli di  bilancio (art. 81, u. c., Cost.) sono di competenza della Camera, con voto finale a maggioranza assoluta;

- per le leggi ordinarie bicamerali, In materia di ordinamento e funzioni di regioni, EE. LL.., e rapporti con lo Stato  è previsto un procedimento uguale a quello attuale;

- le leggi ordinarie monocamerali sono tutte le altre, con competenza prevalente alla Camera;

- per le leggi organiche e per quelle ordinarie monocamerali resta la facoltà del Senato di chiedere (2/5 o 4 regioni) di esaminarle entro 10 gg., pronunziandosi entro i successivi 30 gg.; e, se ci sono modifiche, la Camera ha comunque l’ultima parola.

Come abbiamo visto, tutte le proposte che nel tempo si sono susseguite, pur nella diversità dell’approccio e delle soluzioni, evidenziano alcune caratteristiche comuni, e in particolare:

n  mantenimento del bicameralismo in termini di pari dignità per entrambe le Camere;

n  rapporto fiduciario col Governo riservato alla sola Camera dei Deputati;

n  affidamento al Senato di un generale compito di controllo e garanzia;

n  rafforzamento delle prerogative del presidente del consiglio, che assume il ruolo di vero e proprio primo ministro;

n  ripartizione del potere legislativo, con doppia lettura per le materie più sensibili e legislazione ordinaria attribuita alla Camera, con facoltà di riesame del Senato e decisione finale della Camera.

5) LE PROPOSTE DELL’ATTUALITA’.

Nella legislatura in corso, le riforme istituzionali, con particolare riferimento al Senato, sono diventate la parte più rilevante del dibattito politico.

E’ forte l’impressione che il tema delle riforme istituzionali, che pure sono necessarie, serva in qualche anche a nascondere, o a fare dimenticare, la necessità delle riforme economiche e sociali, che sono quelle che più dovrebbero impegnare l’attenzione della politica, le proposte del Governo  ed i lavori del Parlamento.

Sta di fatto che nella corrente Legislatura sono state sin qui depositate ben 52 proposte per la riforma delle istituzioni, ed in particolare del Senato, ed è probabile che, man mano che si procede, il loro numero tenda ad aumentare.

Tuttavia, quelle che sono al centro del dibattito di queste settimane, e che quindi è il caso di esaminare in dettaglio sono soltanto due, quella proposta dal Governo Renzi (ddl Senato1429) e quella dovuta all’iniziativa del sen. Chiti ed altri senatori del PD, cui si sono poi aggiunte le firme di senatori di varia appartenenza politica (ddl Senato 1420).

 

A) Il progetto del Governo Renzi.

Il disegno di legge del governo non riguarda solo il Senato, ma anche (indirettamente) il Presidente della Repubblica (che non può sciogliere il Senato, e alla cui elezione non partecipano più i rappresentanti delle regioni, e ciò in ragione del nuovo ruolo svolto dal Senato), ed inoltre i procedimenti di accusa al Presidente del Consiglio ed ai ministri, l’abolizione del CNEL, e la modifica del titolo V° della parte II della Costituzione.

Mi soffermerò ora solo sui c. d. “quattro punti cardinali” della proposta del Governo per la riforma del Senato.

Non senza evidenziare subito, nell’approccio metodologico, un’assoluta singolarità, che è quella di una proposta di riforma costituzionale presentata dal Governo piuttosto che affidata all’iniziativa del Parlamento, sia pure a tal fine opportunamente stimolato,

Ricordo in proposito che nel corso dei lavori della Costituente, che fungeva anche da normale camera legislativa, mai il Governo dell’epoca osò neppure sedersi al suo posto durante la discussione sul testo della Costituzione; ed anche qui, la mancanza dello spirito costituente si appalesa in tutta la sua emblematicità.

Quanto al merito, quattro sono ipunti cardinali del ddl governativo, e in particolare;

n  nessun rapporto di fiducia tra Senato e Governo;

n  nessuna competenza del Senato in materia di bilanci e rendiconti;

n  no all’elezione a suffragio universale e diretto;

n  nessuna indennità ai senatori del futuro.

 

Al precipuo scopo di rafforzare l’opzione per l’abolizione del rapporto di fiducia col Governo, è prevista una composizione del Senato che escluderebbe l’elezione a suffragio universale e diretto, per cui ne farebbero parte:21 presidenti delle giunte regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano, 21 sindaci  dei comuni capoluogo di regione e provincia autonoma, 40 consiglieri regionali (2 per ogni regione), 40 sindaci eletti dalle assemblee dei sindaci (2 per ogni regione), e 21 nominati dal P. d. R.; in totale 143, cui si aggiungono i 5 senatori a vita previsti dall’art. 59 Cost. (che non viene modificato), per cui il Senato risulterebbe composto di 148 membri.

 

Viene naturale di osservare quanto sembri inconcepibile che, dopo che per tre legislature è stato sottratto ai cittadini il loro diritto di eleggere i loro rappresentanti, e dopo che la Corte Costituzionale ha censurato decisamente quella legge, si voglia ancora una volta sottrarre all’elezione popolare uno dei rami del Parlamento, con un’operazione assolutamente parallela a quella che si sta provando a fare, quasi in contemporanea, con la proposta di legge elettorale, anch’essa all’esame del Senato, che introduce liste rigide per l’elezione dell’altra camera.

Ed appartiene al più incredibile dei paradossi che il compito di riscrivere la Costituzione e la legge elettorale possa toccare a deputati e senatori oggi ancora in carica in forza di un meccanismo che metteva insieme sistema maggioritario dal basso e procedure di scelta dall’alto, in termini che sono stati giudicati incostituzionali, tanto da fare seriamente dubitare che possa lecitamente competere a questo stesso Parlamento – eletto, anzi nominato, con siffatte modalità, ed ancora in carica per gli affari correnti, in ragione del principio della continuità dello Stato – di stabilire le regole del futuro, mentre sarebbe ragionevole lasciare che se ne occupi un nuovo Parlamento, finalmente eletto col sistema elettorale uscito dalla Consulta,

A parte ciò, è appena il caso di evidenziare che con una sola Camera (eletta con un sistema maggioritario peggiorato da alte e differenziate soglie di sbarramento) ed un Senato (i cui componenti derivano, in un modo o nell’altro, da elezioni locali anch’esse maggioritarie), il pluralismo naturale della società italiana non avrà alcun modo di esprimersi, e, mentre aumenterà certamente la disaffezione dei cittadini e quindi l’astensionismo, potranno anche nascere pericolose spinte ribelliste.

E mi sembra inconcepibile l’idea di sottrarre a una camera legislativa, sia pure ridimensionata nelle sue competenze, ogni autonomia finanziaria che ne garantisca la dignità istituzionale e la libertà decisionale, essendo evidente che le due cose si tengono insieme, influenzandosi reciprocamente, perché, in uno Stato unitario qual è ancora l’Italia, non c’è dignità rappresentativa senza elezione diretta, e non può esserci libertà istituzionale senza autonomia finanziaria.

E’ possibile convenire sul fatto che la questione di fiducia e la legge di bilancio siano in rapporto di reciproca inscindibilità, posto che il rapporto fiduciario col Governo non può prescindere dalla valutazione sul suo principale atto, per l’appunto lo strumento finanziario attraverso il quale l’esecutivo ritiene di potere realizzare il suo programma.

Ma non per questo occorre necessariamente sottrarre al Senato il rapporto di fiducia col Governo e la competenza sulla legge di bilancio, le cui criticità possono essere agevolmente superate, senza stravolgere gli equilibri istituzionali, prevedendo che la sfiducia al Governo debba essere presidiata da una mozione costruttiva di fiducia verso un diverso esecutivo, e che la legge di bilancio possa essere emendata solo su richiesta o comunque col parere favorevole del Governo.

E tuttavia, se anche questa ipotesi non soddisfacesse gli aneliti di novità e si ritenesse assolutamente necessario ridimensionale sul punto le prerogative del Senato, sarebbe allora necessario prevedere che ciò che il Senato venga a perdere su quel piano debba guadagnarlo in tema di controllo sugli atti dei ministri, di elezione degli organi di garanzia; e, soprattutto, in materia di competenza legislativa su materie sensibili come i diritti di libertà sanciti dalla Costituzione.

E invece è proprio sulla competenza legislativa residua del Senato che si manifestano i difetti più gravi; è infatti previsto che:

 

la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere solo per la materia costituzionale;

gli altri disegni di legge sono di competenza della Camera, e, una volta che siano stati approvati un terzo dei componenti del Senato, entro dieci giorni, può chiedere di riesaminarli, deliberando entro trenta giorni modifiche, su cui poi la Camera delibera in via definitiva a maggioranza semplice.

solo per alcuni ddl è previsto che la seconda deliberazione della Camera avvenga con la maggioranza assoluta; in particolare in materia di: 1) sistema elettorale del Senato; 2) ordinamento di Roma capitale; 3) ordinamento degli enti locali; 4) governo del territorio e protezione civile; 5) tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica; 6) accordi ed intese regionali con altri stati o regioni; 7) principio di sussidiarietà nell’ordinamento amministrativo locale; 8) autonomia finanziaria di regioni ed EE. LL.; 9) potere sostitutivo dello Stato sulle regioni inadempienti; 10) principi fondamentali in tema di elezione, ineleggibilità, incompatibilità e durata degli organi regionali.

Spicca in questo elenco l’assenza di ogni riferimento alla legislazione in materia di diritti di libertà dei cittadini, che invece ottiene adeguato spazio nel d. d. l. Chiti, laddove si prevede un procedimento bicamerale paritario in molte materie particolarmente sensibili sotto questo profilo del tutto trascurato nel progetto governativo, il cui unico filo conduttore appare essere quello di rafforzare la tutela del territorio.

B) la proposta Chiti ed altri.

A scanso di equivoci, la relazione alla proposta Chiti e altri precisa subito che gli obiettivi perseguiti sono i medesimi del progetto governativo, e cioè: la riduzione dei costi della politica, il miglioramento della qualità della rappresentanza, e il superamento del bicameralismo c. d. perfetto.

Ma si propone di farlo ma con modalità profondamente diverse, ed in particolare:

n  dimezza il numero dei deputati (315), eliminando anche quelli esteri, e riduce ad un terzo quello dei senatori (100 + 6 esteri);

n  i senatori vengono eletti sempre su base regionale ma con equilibrio di genere, con suffragio universale e diretto;

n  abbassa la soglia dell’elettorato attivo (21 anni) e passivo (35 anni);

n  elimina i senatori di nomina presidenziale;

n  introduce il requisito della candidabilità per deputati e senatori (oltre quelli dell’ineleggibilità ed incompatibilità);

n  consente a chi vi abbia interesse di ricorrere direttamente alla Corte Costituzionale contro le decisioni di ciascuna Camera sui titoli di ammissione dei suoi componenti;

n  attribuisce alla sola Camera il rapporto di fiducia col Governo, l’attività ispettiva sui suoi atti e la competenza su bilancio e rendiconto consuntivo;

n  rimodula in termini più flessibili le restrizioni costituzionali introdotte nel 2012 in tema di indebitamento dello Stato, ferma l’approvazione della Camera a maggioranza assoluta;

n  affida al Senato le competenza su commissioni d’inchiesta e le audizioni sulle nomine del governo in enti ed istituzioni pubbliche di rilievo;

ripartisce poi la funzione legislativa tra le due Camere, prevedendo che la competenza legislativa debba essere bicamerale nelle seguenti materie: 1) leggi costituzionali; 2) leggi elettorali; 3) ordinamenti dell’U. E.; 4) tutela delle minoranze linguistiche; 5) modificazione ai patti lateranensi; 6) rapporti con altre confessioni religiose; 7) asilo politico ed estradizioni; 8) libertà personali; 9) inviolabilità del domicilio e ispezioni e perquisizioni; 10) libertà e segretezza della corrispondenza; 11) libertà di circolazione; 12) libertà di stampa; 13) diritti di difesa; 14) precostituzione del giudice naturale, irretroattività della legge, penale e misure di sicurezza; 15) presunzione di non colpevolezza; 16) trattamenti sanitari; 17) diritto di sciopero; 18) elettorato attivo; 19) elettorato passivo; 20) proroga delle Camere; 21) requisiti di incandidabilità, ineleggibilità ed incompatibilità; 22) verifica dei predetti requisiti; 23) indennità parlamentari; 24) referendum popolari; 25) trattati internazionali; 26) presidenza del P. d. R. del CSD (art. 80.9, ma penso s’intenda riferirsi all’art. 80.10 CSM); 27) limitazione al diritto di iscriversi a partiti politici per magistrati, militari, poliziotti e diplomatici; 28) indipendenza del C. d. S. e della C. d. C.; 29) funzione giurisdizionale ordinaria, amministrativa, contabile e militare; 30) ordinamento giudiziario; 31) giusto processo; 32) giustizia amministrativa regionale di primo grado; 33) elezione del presidente della Corte Costituzionale ed incompatibilità dei suoi membri; 34) funzionamento della Corte Costituzionale.

n  in tutte le altre materie la competenza sarebbe della Camera, ma con facoltà per il Senato di chiederne entro dieci giorni il riesame, da completare nei successivi 30 gg., e sulle eventuali modifiche toccherebbe alla camera di deliberare definitivamente a maggioranza assoluta, mentre, in mancanza di richiesta di riesame o di tempestiva decisione sul merito, il testo esitato dalla Camera diverrebbe definitivo;

n  l’iniziativa legislativa spetterebbe per le leggi monocamerali alla Camera, con procedimento abbreviato  per i d. d. l. urgenti tra commissioni ed aula, e per quelle bicamerali anche al Senato, con procedimento normale;

n  la promulgazione dovrebbe poi avvenire nel termine fissato dalla Camera;

n  la decretazione d’urgenza andrebbe sottoposta dal Governo alla Camera, mentre andrebbero presentate al Senato i progetti di leggi bicamerali.

Ciò che mi sembra particolarmente apprezzabile in questo progetto è il lungo e meticoloso elenco delle materie riservate alla legislazione bicamerale, che evidenzia un altro paradosso della storia, o, se si vuole della politica: e cioè quanto sia singolare che tocchi proprio a un erede dichiarato della tradizione comunista (sindaco comunista di Pistoia negli anni ottanta, presidente pidiessino della regione Toscana negli anni novanta) di essere oggi così attento alla tutela delle libertà c. d. liberali solennemente sancite dalla Costituzione, quando invece gli eredi della tradizione cattolico-popolare e liberale sembrano, più o meno convintamente, disponibili a sacrificare quelle stesse libertà sull’altare di una presunta migliore governabilità.

 

I due paradossi sono emblematicamente rappresentati, per un verso, dal Manifesto in difesa del bicameralismo e contro la democrazia plebiscitaria e la svolta autoritaria, lanciato da Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Gaetano Azzariti ed altri (tra i quali spicca il nome di Beppe Grillo); e, per altro verso, dal contrapposto manifesto lanciato da Giuseppe Bedeschi, Nico Berti, Dino Cofrancesco, Piero Ostellino  ed altri liberali (tra i quali spicca il nome di Giuliano Ferrara), i quali, senza nemmeno affrontare il merito delle questioni, qualificano come “incredibile, intollerabile, ridicolo e deplorevole” il manifesto di Giustizia e Libertà, e si schierano a difesa dell’accordo, giudicato storico, tra la destra e la sinistra italiana.

A questi liberali di oggi, immemori del passato, mi viene di segnalare quanto scriveva nel 1968 su Libertà Nuova il leader dei liberali di allora Giovanni Malagodi, introducendo la fondamentale distinzione tra liberali oligarchici e liberali democratici:

Io non credo al liberalismo oligarchico; credo al liberalismo democratico. I liberali oligarchici, in fondo, lo vogliano o no, sono dei razzisti; non razzisti della pelle ,….., ma razzisti delle persone per bene (da una parte) e dei tangheri (dall’altra), questi ultimi che formano, secondo i primi, la grande massa dell’umanità”; ed aggiungeva: “Una delle caratteristiche dei liberali oligarchici è di avere una preconcetta irragionevole simpatia per il sistema uninominale, come se esso non significasse in Italia la scomparsa delle forze intermedie, …………….., a favore del blocco clericale sostanzialmente populista-conservatore, da una parte, e di un blocco comunista, dall’altra“.

Quando Malagodi scriveva, quasi “propheta in patria”, quelle parole, democristiani e comunisti erano i protagonisti di quello che nella c. d. prima Repubblica era stato definito il “bipartitismo imperfetto”; e tuttavia, la situazione non sembra essere stata granché diversa durante gli ultimi venti anni di “bipolarismo perfetto”, con Forza Italia e col PD entrambi impegnati nel tentativo di egemonizzare le rispettive alleanze attraverso le proposte via via elaborate, all’evidente scopo di liberarsi di ogni possibile forma di controllo.

E posso solo immaginare come lo stesso Malagodi avrebbe censurato, ieri la legge Calderoli del 2005, ed oggi le proposte di legge elettorale e di sostanziale eliminazione del Senato, entrambe palesemente finalizzate a realizzare un vero e proprio sistema oligarchico, in cui pochi “ottimati”, al vertice dei rispettivi partiti, decidono per tutti, e i cittadini vengono chiamati ogni cinque anni ad un formale plebiscito di consenso per l’uno o per l’altro, e così dimenticando che una democrazia liberale può vivere e prosperare solo nel pluralismo delle opzioni politiche e nella pluralità dei centri decisionali in cui si articola la società.

Ne consegue un giudizio positivo sull’evoluzione liberaldemocratica di alcuni, così attenti alla tutela delle libertà fondamentali, ed invece un giudizio fortemente negativo sull’involuzione oligarchica di altri, quale vieppiù emerge dalla superficialità con cui sponsorizzano un complessivo progetto che trascura temi sensibili, direttamente incidenti sulle libertà fondamentali dei cittadini, e cancella le garanzie che le presidiano.

Le parti sembrano quindi essersi invertite, e spero proprio che questa visione liberaldemocratica della società emergente dalla proposta del sen. Chiti e dei suoi coraggiosi colleghi, riesca a resistere agli ordini di scuderia che continuano a partire dalla nuova dirigenza del suo partito, sulla base dell’assioma per cui il popolo delle c.d. “primarie” avrebbe così deciso nell’atto di eleggere il segretario di quel partito, quando invece è ragionevole immaginare che in quell’occasione chi si è pronunziato per quel segretario pensasse soltanto al candidato che aveva maggiori probabilità di vincere le elezioni successive, piuttosto che alla riforma del Senato o alla nuova legge elettorale, che allora non era neppure all’ordine del giorno.

E se anche questa motivazione avesse qualche verosimiglianza, si tratterebbe di una affermazione in puro stile partitocratico, perché si finirebbe per affidare a meno di due milioni di elettori, o presunti tali, di una sola parte politica il diritto di decidere le regole che devono presiedere alla vita di cinquanta milioni di italiani per i prossimi decenni.

 

6) ALCUNI FALSI MITI IN CIRCOLAZIONE.

Da qualche anno, e più ancora negli ultimi tempi, si aggirano nella società italiana alcuni falsi miti che qui, prima di concludere, mi sembra il caso di provare a sfatare.

 

A) Da trenta anni i professori bloccano tutto!

L’ultimo, in ordine di tempo, ed anche il più falso rispetto alla realtà storica e il più sgradevole sul piano del linguaggio adoperato, è quello secondo cui, negli ultimi trenta anni, tutti i tentativi di riformare le istituzioni dello Stato sono falliti a causa di quelli che sono stati spregiativamente chiamati “professoroni”.

Le vicende delle tante commissioni, parlamentari e di studio, che si sono succedute dal 1983 e che abbiamo puntigliosamente ripercorso, dimostrano invece che, ogni volta che il problema della riforma istituzionale si è posto, è stata la politica a bloccarne la positiva conclusione, talvolta anche dopo avere trovato un’iniziale condivisione, e sempre per motivi che nulla avevano a che fare col merito delle riforme e invece per ragioni tutte regolate dall’interesse degli schieramenti che in quel momento si confrontavano, ognuno di essi attento a trarre dalle riforme, di volta in volta sostenute o avversate, qualche contingente convenienza per la propria parte politica o di danno per la parte contrapposta.

Invero, le riforme proposte dalla Commissione Bozzi naufragarono sullo scoglio della staffetta di governo tra socialisti e democristiani; quelle trasversali della X Legislatura finirono nel dimenticatoio per l’incuranza dei partiti; le conclusioni della Commissione De Mita-Iotti furono travolte dall’irrompere della Lega nel panorama politico e dai referendum di Mario Segni; le proposte originate dalla Commissione D’Alema subirono la stessa sorte quando Berlusconi rovesciò il tavolo dell’intesa già raggiunta, sconfessando il c. d. “patto della crostata”; la bozza Violante sparì con lo scioglimento anticipato della XV Legislatura ed eguale sorte ebbe il testo ABC nella Legislatura successiva; quanto alla Commissione Quagliariello, le sue conclusioni sono ancora sul tappeto, ma nessuno sembra più ricordarsene dopo l’archiviazione della prospettiva di modifica dell’art. 138 Cost., finita nel nulla con la rottura del patto di maggioranza tra PD e PdL e poi con la fine prematura del Governo Letta.

Quanto all’esito della riforma di Lorenzago, varata nella XIV legislatura, il referendum del giugno del 2006, intervenuto a iter legislativo parlamentare ormai concluso, ebbe un risultato negativo propiziato proprio dal partito che cerca ora di riproporre le medesime ricette, e questa volta in chiave centralista piuttosto che federalista come allora,

 

Cosa c’entrino i c. d. “professoroni” in tutto questo non è dato capire, ma c’è chi continua a dirlo, senza nemmeno sapere di cosa parla, nella speranza di farlo diventare un “mantra” acquisito ed incontestabile.

Ancora una volta l’apparenza fa premio sulla realtà, che è chiarissima nella sua semplicità: tutti i partiti, quelli che in passato hanno egemonizzato la scena politica, e quelli di oggi, che, non avendo radici ideali, traggono le ragioni della loro esistenza e/o la prospettiva del loro futuro dai personali percorsi dei loro leader, guardano al processo riformatore con gli occhiali deformanti della rispettiva convenienza, piuttosto che con l’occhio rivolto agli interessi del Paese.

E’ mancato e continua a mancare nei legislatori di ieri e in quelli di oggi lo “spirito costituente” che animò i fondatori della nostra Repubblica, che, pur essendo portatori di legittime istanze politiche, in qualche caso assolutamente contrapposte, si sforzarono di legiferare “sotto un velo di ignoranza”, come avrebbe poi suggerito il più acuto dei pensatori del moderno liberalismo egalitario, John Rawls, che all’epoca della Costituente italiana studiava ancora filosofia morale all’università di Princeton, e che, venticinque anni dopo, nel 1971, avrebbe scritto quella che è forse la sua opera più importante, “Una Teoria della Giustizia”,  nella quale ha evidenziato che soltanto agendo in termini razionali e reciprocamente disinteressati, così che nessuno possa pensare di avvantaggiarsi dalla scelta di taluni criteri piuttosto che di altri, è possibile che i principi che ne scaturiscono siano “equi”, capaci quindi di regolare la vita della società sulla base della pari opportunità per tutti, senza che alcuno possa pensare di esserne favorito o penalizzato in partenza.

E, se anche il velo d’ignoranza può essere attenuato ed al limite anche rimosso quando si tratti di realizzare un programma di governo basato su una proposta politica inevitabilmente partigiana  sottoposta al vaglio degli elettori, esso va invece ispessito tutte le volte in cui si tratti di porre mano alle regole della convivenza politica, in cui nessuno deve potere immaginare di partire con un qualche vantaggio su altri, ovvero di trovarsi senza controllo quando gli fosse stato affidato il compito di realizzare il suo programma politico.

 

B) La lentezza della legislazione.

Qualche aggancio con la realtà può invece averla l’affermazione secondo cui il procedimento legislativo è troppo lento rispetto alla velocità con cui evolvono i fenomeni economici e sociali che la vanno regolati.

Ma c’è da dire che, se questo può essere vero, non è tutta la verità.

Le ultime legislature dimostrano che, quando c’è una forte e coesa volontà politica, si può legiferare agevolmente ed in fretta, talvolta anche con troppa fretta.

Ne sono un chiaro esempio tutte le leggi ad personam (c’è chi è arrivato a contarne ben 37) votate sotto la spinta dell’interesse di Berlusconi originato dai processi in corso; ma è anche emblematica in tal senso, in termini certamente più nobili, la recentissima riforma dell’art. 81 Cost. in tema di vincoli alla legge di bilancio e all’indebitamento, la cui prima lettura alla Camera si è avuta il 30 novembre 2011, e l’ultima al Senato il 17 aprile 2012; cosicché, in meno di cinque mesi, è stata approvata una riforma costituzionale di grande importanza, con una fretta forse eccessiva, se è vero che oggi molti s’interrogano sull’opportunità di introdurre in costituzione vincoli così stringenti, che l’Europa non ci aveva neppure chiesto e che siamo stati noi a volere offrire.

 

C) L’inefficienza dei governi.

Che i nostri governi siano tradizionalmente inefficienti è, anche questa, una parziale verità.

E tuttavia, attribuire al Parlamento difetti che appartengono alla politica e in definitiva ai rapporti tra i partiti e alla loro capacità di essere tempestivi rispetto alle aspettative dell’opinione pubblica, significa intervenire nel punto sbagliato della crisi, similmente al chirurgo che interviene nel punto sbagliato del corpo del paziente.

Per altro, le esperienze del governo Monti prima e quelle del governo Renzi ora, dimostrano che, quando ci sono volontà politica e sufficiente consenso dei partiti, le cose si possono fare, ed anche in fretta.

E in ogni caso, se proprio si ritiene necessario implementare la capacità di governo, si può e si deve incidere sulla forma di governo e non sulla natura parlamentare della nostra democrazia, che, con l’inefficienza dei governi non c’entra quasi mai.

 

D) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.

Un altro mito da sfatare è quello secondo cui il bipolarismo è sconosciuto nel resto del mondo.

Appositi dossier predisposti dall’Ufficio Studi del Senato dimostrano alcune verità fattuali, che sembra il caso qui di riassumere per sfatare anche questo falso mito.

In particolare:

 

n  tutti i paesi del G8 sono bipolari (Canada, Francia, Italia, Germania, Giappone, Regno Unito, Russia, Stati Uniti);

n  15 paesi del G20 sono bicamerali (gli stessi del G8 e inoltre: Argentina, Australia, Brasile, India, Messico, Sud Africa, la stessa UE), mentre sono monocamerali Arabia Saudita, Cina, Corea Del Sud, Indonesia e Turchia;

n  4 miliardi di persone su 5,5 (senza la Cina) sono rappresentati da sistemi bicamerali, e 30 dei 40 paesi più popolati al mondo (sopra i 30 milioni di abitanti) sono bicamerali;

n  sono invece monocamerali: Indonesia, Turchia, Bangladesh, Iran, Iraq, Corea del Sud, Tanzania, Ucraina, Uganda, oltre ai paesi che non è possibile definire democratici (Arabia Saudita, Cina, Vietnam).

 

E quanto ai sistemi elettorali, alcuni prevedono sistemi di elezione indiretta o mista; in particolare:

 

n  il Senato francese è eletto in forma indiretta, ma è anche inserito in un contesto semipresidenziale, in cui i deputati vengono eletti con un sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali; in particolare, il Senato viene eletto da parte di un collegio elettorale composto da deputati, senatori, rappresentanti regionali, dipartimentali e locali (una platea di poco meno di 150.000 elettori, quindi difficilmente manovrabile dai vertici dei partiti) con metodo misto (proporzionale con parità di genere per la maggior parte, maggioritario a due turni per il resto);

n   il Bundesrat tedesco, nominato dai governi dei Lander tra i rispettivi componenti, ha come presupposto essenziale una vera e propria struttura federale dello Stato;

n  la House of Lords inglese è  ormai quasi tutta di nomina governativa, salvo qualche residua presenza ecclesiastica;

n  il Senato spagnoloviene eletto in parte (209 senatori) direttamente dai cittadini (con sistema maggioritario in collegi provinciali multiseggio), ed in piccola parte (57 senatori) dalle assemblee legislative delle comunità autonome; non vota la fiducia al governo, ma sulle leggi ordinarie può emendare o respingere i testi del congresso, che poi decide a maggioranza assoluta; per le leggi c.d. organiche (diritti fondamentali ed autonomie locali) occorre la maggioranza assoluta in entrambe le camere, e per le riforme costituzionali occorre la maggioranza dei tre quinti in entrambe le camere.

 

Questi sistemi, che regolano la vita istituzionale dei quattro più importanti paesi dell’Europa Occidentale, hanno tutti una loro logica interna che si collega alla rispettiva tradizione, in stretta connessione con la legge elettorale con cui si genera la rappresentanza parlamentare.

E quindi, se proprio si vuole, se ne potrebbe copiare l’uno o l’altro, purché lo si faccia totalmente, perché in ognisistema-paese tutto si tiene (parlamento, governo, istituzioni di garanzia, magistrature, mass-media); se invece se ne vuole importare un solo segmento, come in Italia sembra si voglia fare, ne risulterebbero alterati i delicati equilibri istituzionali che li reggono e che reciprocamente li condizionano.

Cosicché, se si vuole imitare la Francia, occorrerà introdurre il semipresidenzialismo insieme al  doppio turno di collegio; se si vuole copiare dalla Germania, occorrerà creare un vero stato federale; se si vuole guardare all’Inghilterra, occorrerà reinventarsi una qualche monarchia costituzionale, magari affidandosi agli improbabili eredi dei Savoia o dei Borbone (absit inuria verbis !); infine, se si vuole importare il sistema spagnolo (che è quello più simile al nostro) non si potrà comunque sottrarre al Senato che verrà la sostanziale legittimità elettorale oltre che l’autonomia finanziaria.

 

Altri importanti paesi europei hanno camere alte elette direttamente dai cittadini:

n  Polonia: sistema maggioritario uninominale;

n  Romania: sistema misto, maggioritario a un turno e proporzionale;

n  Repubblica Ceca: sistema maggioritario a due turni;

n  Svizzera: maggioritario, salvo il proporzionale in due cantoni;

 

E, fuori dall’Europa, gli Stati Uniti sono il più classico esempio di bipolarismo perfetto, con diretta legittimazione popolare, differenziata nei tempi dell’elezione proprio per accrescere la capacità di controllo sul sistema, come pure avevano immaginato per l’Italia i nostri padri costituenti.

Ma anche negli altri più importanti paesi del mondo, retti da democrazie parlamentari, il bipolarismo su base elettorale diretta è la regola:

n  Australia: elezione diretta con sistema del “voto singolo trasferibile” in collegi plurinominali,

n  Brasile: elezione diretta con sistema maggioritario;

n  Giappone: elezione diretta con sistema misto uninominale/proporzionale;

n  Messico: elezione diretta con sistema misto maggioritario/proporzionale;

 

Non è possibile in questa sede fare un esame specifico su ciascuna camera alta; ma i dossier diffusi dall’Ufficio Studi del Senato consentono di evidenziare alcune caratteristiche prevalenti, così sintetizzate:

n  il bicameralismo si accompagna solitamente a sistemi complessi (popolazione, livello di ricchezza, superficie, rapporti interni ed internazionali), mentre il monocameralismo si adatta meglio a sistemi semplici caratterizzati da relativa omogeneità sociale;

n  le camere alte sono generalmente (ma non sempre) estranee al rapporto di fiducia nei confronti dei governi;

n  sono espressione delle realtà territoriali, per lo più stati federati o regioni;

n  rivestono un ruolo di garanzia sulle istituzioni, di controllo sui governi, di equilibrio nei confronti delle camere basse e di riflessione sulla legislazione.

 

7) QUALE BICAMERALISMO E QUALE FORMA DI GOVERNO PER L’ITALIA DI DOMANI ?

Ciò che ho sin qui detto non comporta certamente la negazione delle criticità esistenti nel sistema, che anzi ho provato ad evidenziare, e quindi non comporta il rifiuto di fare qualcosa per superarle.

E tuttavia, ciò non significa che sia necessario fare “qualunque cosa” pur di “fare qualcosa”.

Ancora una volta, quindi, il problema è di individuare quale tipo di bicameralismo e quale forma di governo si adatti meglio all’Italia, senza arroccarsi per pregiudizio nella conservazione dell’esistente, ma senza indulgere per movimentismo al riformismo quale che sia.

Se l’esperienza ha dimostrato che ci sono problemi da risolvere, occorre affrontarli nello specifico, e non utilizzarli ad altri fini, in particolare per accrescere artificialmente le quote di potere che non si riesce a conquistare sulla base del consenso popolare.

Se quindi le esigenze sono quelle, assolutamente ragionevoli, di rafforzare la capacità di governo, di concentrare in tempi brevi le estenuanti sessioni di bilancio e di rendere meno farraginoso l’iter legislativo, le soluzioni sono a portata di mano, senza alcun bisogno di alterare gli equilibri istituzionali e di mortificare un ramo del Parlamento rispetto all’altro.

Volendo agire in tal senso sul piano del Governo, basterebbe introdurre la fiducia al solo Presidente del Consiglio, che potrebbe liberamente proporre la revoca dei ministri come oggi può proporne la nomina, e prevedere che possa essere rimosso soltanto attraverso una mozione di sfiducia costruttiva; quanto ai documenti finanziari e di bilancio, basterebbe prevederne l’emendabilità solo a richiesta e col consenso del Governo; e quanto alla formazione delle leggi, basterebbe differenziare le competenze per materia, introdurre il c. d. “principio della culla”, generalizzare l’esame delle commissioni in sede redigente, con riserva d’aula per il solo voto finale sul complesso della proposta.

E se poi si volesse prestare un qualche omaggio allo spirito dei tempi, e in particolare alla demagogia di moda, facendo mostra di volere incidere anche sui costi del Parlamento, basterebbe ridurre il numero di senatori e deputati, cominciando da quelli eletti nelle circoscrizioni estere, ma ancora una volta senza esagerare, e tenendo conto che ogni parlamentare in meno comporta una corrispondente diminuzione di capacità rappresentativa dell’elettorato, specie al Senato, dove l’effetto del voto è costituzionalmente destinato ad esaurirsi in ambito regionale.

Ed infine, se anche questi semplici e ragionevoli accorgimenti non fossero sufficienti per soddisfare la voglia di novità, e si volesse, in avversata ipotesi, sottrarre comunque al Senato il rapporto fiduciario col Governo e l’esame delle leggi di bilancio, allora si potrebbe prendere come base di lavoro il progetto Chiti, apportandovi alcuni significativi miglioramenti, ed in particolare:

n  equiparare il numero di deputati e senatori, in modo che essi abbiano lo stesso peso nell’elezione degli organi di garanzia;

n  ed al contempo rafforzare i quorum per l’elezione di tali organi;

n  consentire ad un numero significativo di senatori di attivare direttamente lo scrutinio di costituzionalità di una legge approvata dalla Camera;

n  e soprattutto, last but not least, introdurre una legge elettorale che consenta al pluralismo della società italiana di esistere ed esprimersi, ed ai cittadini di scegliere direttamente tutti i loro rappresentanti, rimuovendo gli attuali ostacoli, a monte delle elezioni (le firme di presentazione) ed a valle (le soglie di sbarramento),

 

Ciò che non mi sento proprio di condividere è invece l’approccio culturale sotteso al progetto del Governo, tutto mirato a ridurre drasticamente gli spazi e le sedi delle garanzie costituzionali, valutate come fastidiosi ostacoli su cui s’infrangerebbe l’efficienza dei governi.

E, francamente, non mi sembrano sufficienti i suggerimenti contenuti nell’appello dei costituzionalisti dell’Associazione Libertà Eguale, pure apprezzabili nell’intento di offrire un contributo migliorativo alla proposta governativa.

Intanto perché quell’appello muove da una premessa, la fine del “complesso del tiranno”, che, anche nelle società degli anni duemila, risulta tutt’altro che scontata.

Basti guardare a ciò che stava per avvenire l’altro ieri nella Polonia dei fratelli Kaczyński, ieri nell’Ucraina di Janukovyč, e ancora oggi nella Russia di Putin, nell’Ungheria di Orban e nella Turchia di Erdogan, per non parlare dei fenomeni involutivi, spesso accompagnati da sanguinose guerre civili, che stanno caratterizzando tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo; mentre non sono certo rassicuranti le ventate di populismo che si stanno sviluppando in quasi tutti i paesi europei di lunga ed all’apparenza rassicurante democrazia, non esclusa l’Italia.

Ma anche e soprattutto perché tutte le Costituzioni, in via di principio, si giustificano sempre e dovunque proprio in ragione del “complesso del tiranno”.

Si dimentica purtroppo che le vittorie della Libertà, dovunque, non sono mai per sempre, e che i suoi nemici sono sempre in agguato, presentandosi di volta in volta con sembianze e modalità assolutamente diverse ed insospettabili, e proprio per questo facilmente ingannevoli.

Quanto al merito, i suggerimenti di Libertà Eguale non mi sembrano comunque sufficienti a migliorare in termini significativi l’impianto del progetto governativo.

Si può forse condividere l’idea di mettere insieme la riscrittura del titolo V in tema di competenze regionali con la riforma del Senato, superando, in ragione della specifica coerenza della materia, il suggerimento einaudiano dell’unitarietà di ogni referendum confermativo.

Ma non convince l’idea del Senato quale sede privilegiata della rappresentanza territoriale, nello stesso momento in cui alle Regioni viene sottratta buona parte della loro competenza legislativa.

E si possono senz’altro condividere alcuni specifici suggerimenti, in particolare sull’opportunità: di riequilibrare il rapporto tra rappresentanti regionali (anche in ragione della numerosità delle popolazioni), e comunali; di restituire alle regioni la competenza sul merito degli ordinamenti regionali; di allargare la platea dei rappresentanti regionali chiamati a esprimersi nelle sedute comuni del Parlamento; e infine di consentire a una quota significativa di senatori la facoltà del ricorso preventivo di costituzionalità.

Ma non convince l’idea di attribuire ai senatori di ciascuna regione un voto unitario, che potrebbe giustificarsi solo nella misura in cui si creasse in Italia un vero e proprio Stato federale, che, dopo il declino della Lega, non è certamente in vista.

In ogni caso, a me sembra che si tratti di suggerimenti di mera “cosmesi costituzionale”, in taluni punti condivisibili ma non esaustivi del problema, che resta quello di evitare che il Senato sia destinato a un ruolo ancillare, rispetto al Governo come rispetto alle Regioni, il che lo trasformerebbe in breve tempo in una sorta di dopolavoro per politici locali, quasi una riedizione di quel CNEL, che oggi s’intende opportunamente abolire.

Ciò che invece non mi convince proprio è l’ostilità verso l’elezione diretta dei senatori e l’ampliamento della legislazione bicamerale sui temi di libertà, non fosse altro per le  ragioni che presiedono a questa impostazione.

Dire che l’elezione diretta è destinata a generare la necessità di nuove grandi coalizioni significa stabilire una regola in ragione della previsione del risultato che potrebbe derivarne, così rimuovendo del tutto il “velo d’ignoranza” che dovrebbe invece presiedere alla formazione delle regole costituzionali, che devono essere “eque” in sé stesse, a prescindere dai loro possibili esiti.

E dire che l’allargamento della platea delle leggi bicamerali avrebbe l’effetto di reintrodurre surrettiziamente quel rapporto fiduciario che si vorrebbe sottrarre al Senato, significa, per un verso e nella migliore delle ipotesi, sottovalutare la delicatezza delle materie sensibili, invece puntigliosamente elencate nel progetto Chiti, e per altro ed in peggiore ipotesi, attribuire ai governi del futuro intenzioni in qualche misura liberticide, che in tal caso sarebbe anzi assolutamente necessario di potere efficacemente contrastare.

 

8) CONCLUSIONE

Prossimamente, la Commissione Affari Costituzionali del Senato deciderà su quale dovrà essere il testo base su cui poi bisognerà lavorare di cesello per la riforma che si preannunzia.

L’augurio è che questa decisione, come le altre che seguiranno in materia, non sia presa nell’interesse di una, ovvero dell’altra, ovvero anche di entrambe le parti politiche che hanno sin qui ostentato la paternità di questa riforma, talvolta sostenendola e talvolta paradossalmente avversandola, ma sia presa nell’interesse del Paese e delle sue libertà, per l’oggi certamente, ma anche per le generazioni di domani, anche se non mi nascondo che questa sembra essere l’ultima delle preoccupazioni dell’attuale classe politica, con doverose eccezioni che finiscono per confermano la regola.

Mentre è forte la sensazione che ogni decisione venga presa in ragione della quota di potere che ciascuno dei protagonisti potrà pensare di assicurarsi approvando una riforma costituzionale piuttosto che un’altra.

Per quanto più direttamente mi riguarda in ragione della mia impostazione culturale, spiace in particolare che questa posizione la assumano alcuni liberali, i quali non hanno mai appreso, o hanno dimenticato, che il liberalismo non è la dottrina della conquista o della gestione del potere, ma piuttosto la dottrina della limitazione del potere.

In tal senso, una preoccupazione in più nasce dal surreale dibattito che si sta sviluppando sull’influenza che i risultati delle prossime elezioni europee potrebbero avere proprio sul cammino delle riforme, quando invece si tratterà di scegliere verso quale modello di Europa vogliamo indirizzarci: quello federale, come personalmente auspico, o quello attuale intergovernativo che condannerebbe l’Europa alla paralisi, e forse anche alla fine del sogno europeo.

Sembra invece che il risultato delle europee finirà per essere la cartina di tornasole per valutare lo stato della nostra politica interna, piuttosto che la direzione verso l’Europa che vogliamo.

Mentre si dà alle elezioni europee questo improprio significato, stravolgendone le finalità, si dimentica che le norme destinate a reggere l’impianto istituzionale del Paese, che interessano tutti noi ma anche le future generazioni, dovrebbero essere fatte sotto quel “velo d’ignoranza” che animò i lavori dell’Assemblea Costituente.

Mentre c’è toccato di leggere, ad opera di uno dei piu’ autorevoli commentatori del quotidiano della Confindustria, che è anche il politologo(D’Alimonte) piu’ ascoltato dalle parti del Governo,  un articolo che aveva il dichiarato scopo di rassicurare l’occasionale alleato di Renzi circa il fatto che, comunque vadano le elezioni europee, le riforme in cantiere “convengono” (c’è scritto proprio così), e non all’Italia, ma proprio a “Forza Italia”: come dire, della serie: “non c’è piu’ pudore”!

Come ci preoccupa sentire dire che questo cammino si potrebbe invece arrestare se, in ipotesi, uno dei due o entrambi i partiti che hanno contratto il patto del Nazareno dovessero registrare un risultato elettorale insoddisfacente, e invece un risultato migliore rispetto all’uno ovvero ad entrambi venisse conseguito dal terzo incomodo.

Quello, per intenderci, che si è affacciato di recente sulla scena politica, guastando ulteriormente la pietanza sgradevole del bipolarismo italiano; e che, sia detto a onore del vero, in questa circostanza di grande rilievo istituzionale, al di là dei toni adoperati, sta dimostrando, almeno in questo frangente della politica, di volere tutelare gli spazi di libertà di tutti piuttosto che il proprio esclusivo interesse,che, coi risultati elettorali assolutamente eccezionali che si vanno profilando, dovrebbe portarlo a privilegiare un sistema assolutamente maggioritario ed assolutamente privo di controlli, come quello che viene oggi proposto dai suoi competitori.

Se il cammino di una qualche riforma del Senato, sia pure diversa da quella ipotizzata nel progetto governativo, si arrestasse di fronte a risultati elettorali non positivi per i suoi promotori, allora ne risulterebbe confermata la sensazione che il gran parlare che si fa di riforme istituzionali non è mai stato finalizzato all’interesse del Paese, ma soltanto alla prospettiva di conquistare spazi maggiori di potere per uno dei due poli che negli ultimi anni si sono avvicendati sulla scena politica.

E questa è cosa che potremo presto verificare, tra appena qualche settimana!

I PATTI DI ROMA LE LIBERTA' E LE BUROCRAZIE

Ha ragione Raffaello Morelli, con i Trattati di Roma, l'idea di costruire l'Europa venne affidata alla libera scelta " in progress" dei cittadini dei vari stati. Quel processo di scelta sorretta dalla libertà è stato di fatto sostituito da decisioni di ordine tecnico, frutto di progetti apicali rigidi e predefiniti, tanto che noi tutti vediamo adesso una Europa algida e dominata dalle burocrazie. 

 

I PATTI DI ROMA, L'INCOMPRESA SOVRANITA' DEI CITTADINI ED I DISEGNI DELLE BUROCRAZIE

L’articolo “La lezione attuale di 60 anni fa” dell’eurodeputato PD Simona Bonafè auspica con passione un’Europa in cammino, ma elude il suo stesso titolo non cogliendo il nocciolo della lezione dei Trattati di Roma.
Riferendosi ai loro fondamenti, l’articolo mischia fattori che contrastano in modo sottile ma decisivo. Parla esattamente di “Libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali”, ma si sofferma subito su aspetti operativi che erano soltanto strumentali alla libera circolazione, tra i quali la cooperazione tra i membri. E infatti prosegue con un’affermazione netta e giustissima, “I Patti di Roma sono basati sulla libertà” ma poi affianca alla parola chiave libertà la parola cooperazione, così promuovendola d’imperio da strumento a valore fondante. E commenta: i Trattati di Roma sono “un’incredibile impresa di costituirci uniti che ci ha portato ben oltre le intenzioni iniziali”. Così confermando di non aver colto appieno la lezione.
Le intenzioni iniziali erano quelle. Nella Conferenza di Messina (giugno 1955), voluta da Gaetano Martino, Ministro degli Esteri, liberale, docente di fisiologia e rettore in quella Università, i sei paesi intervenuti, non essendoci consenso su un preciso progetto di unione europea, si accordarono per creare due istituzioni, la Comunità per l’atomo e la Comunità Economica Europea, poi nate con i Trattati.
L’accordo per la CEE ebbe due caratteristiche fondamentali. La prima è che, in coerenza con la libertà di movimento di persone e cose, l’iniziativa era degli Europei in autonomia, senza pressioni USA. La seconda è che l’iniziativa non rincorreva un'integrazione generale e non definiva i rapporti tra le nuove istituzioni e gli stati coinvolti. Fissava l’unione doganale e l’impegno a sviluppare l'integrazione economica a passo a passo. Dopo 12 anni, i Governi avrebbero valutato i risultati per stabilire il da farsi. Il metodo del passo dopo passo corrispondeva ad una visione non più legata all’aspirare a progetti rigidi predefiniti. Erano le singole realtà (e dunque gli stati su cui erano sovrani i cittadini) il motore per costruire l’assetto più efficace al fine di convivere insieme liberi.
Il PCI contrastò la costruzione CEE, definendo il sistema a passo a passo un trucco capitalistico per ingannare il popolo (famosi gli interventi in Parlamento ripetuti per due decenni). Negli anni, la capacità del metodo della libertà a passo a passo, ha fatto della UE l’istituzione internazionale meno lontana dai cittadini. Non a caso il meccanismo si è inceppato quando il metodo della libera circolazione e del confronto sperimentale sui risultati, è stato messo di fatto da parte e sostituito dalla cooperazione incapace di scegliere in base alle concrete condizioni reali. In pratica dal pensare possibile svilupparsi, sulle spalle della sovranità dei cittadini europei, privilegiando le burocrazie e i loro disegni prefissati.
Ecco perché non cogliere la lezione di libertà a passo a passo, rende ardua oggi l’impresa, auspicata dalla Bonafé, dell’Europa in cammino. Incombe lo spettro della proposta di riforma costituzionale che la Bonafè voleva. Non contano intenzioni e speranze, contano procedure e mezzi per il convivere accettati dai cittadini.

Raffaello Morelli 

                                                                                                                                  

Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

Per Femen, invece, finisce tutto oggi stesso

Non abbiamo mai avuto e mai avremo alcunché da condividere con la politica di Silvio Berlusconi, ma che una giovane ragazza - più o meno vestita poco importa - balzi sul tavolo innanzi un uomo avanti negli anni che si reca a votare per dirgli che la sua fine è ormai prossima, ci fa ribrezzo.

Nessuna lezione di civiltà umana e men che mai politica, potremo, da ora e per il futuro, ricevere da organizzazioni che, calpestando inutilmente la sensibilità di un uomo ormai inevitabilmente vicino alla morte, maneggiano e diffondono solo pratiche delinquenziali.

04 marzo 2018                             Pasquale Dante


Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Quindici giorni in quindici righe (16 - 30 Marzo)


La crisi di governo continua ad avvitarsi intorno allo scoglio (che appare per ora insuperabile) di Berlusconi. Il movimento cinque stelle non può accoglierlo in una coalizione di governo senza perdere la faccia di fronte al proprio elettorato, la lega di Salvini non può abbandonarlo al suo destino (almeno per ora) per ragioni numeriche ma anche per motivi di convenienza. Il partito democratico (almeno per ora) si tiene lontano dai giochi, registra con stupore gli sgarbi istituzionali dei Cinque Stelle (uffici di presidenza parlamentari, ecc.) e cerca nuovi equilibri interni.
Dopo la pausa di riflessione pasquale la partita sarà giocata al Quirinale ma anche la mediazione di Mattarella non potrà che produrre una soluzione debole e transitoria. Nuove elezioni entro un anno si dimostreranno inevitabili.
In Estremo Oriente Trump è stato spiazzato dalle improvvise aperture negoziali di Kim Il Jong. La  visita a Pechino del leader nord-coreano ha riportato al centro della scena la Cina ma ha anche mostrato la vera posta in gioco: il futuro della Corea del sud. Il disimpegno americano rappresenta per i cinesi una ghiotta occasione per neutralizzare Seul e impedire che si saldi un fronte (potenzialmente anche militare) con il Giappone e Taiwan. Trump non ha scelta: o una precipitosa marcia indietro oppure l’abbandono di ogni politica di contenimento dell’influenza cinese in Estremo Oriente. L’Europa appare immobile nel suo letargo.

Quindici giorni in quindici righe (16 - 28 Febbraio)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


La campagna elettorale non ha prodotto sostanziali novità. Malgrado gli endorsement di Prodi e di Enrico Letta (o forse proprio per questo) Renzi non ha fatto ciò che tutti gli consigliavano: indicare sin d’ora Gentiloni alla presidenza del Consiglio. La candidatura di Tajani da parte di Berlusconi appare debole e poco convincente. L’apertura di Grasso a un “governo di scopo” con PD e FI per modificare la legge elettorale è stata accolta con freddezza. Di Maio stila la sua lista dei ministri e la manda al Quirinale perché Mattarella ne prenda debita conoscenza. Sembra un gioco, purtroppo non lo è. E’ vero invece che tutti pensano a una inevitabile seconda tornata elettorale l’anno prossimo.
Intanto però il discorso della Merkel alla convenzione del suo partito ha dato il via al rilancio dell’integrazione europea; se l’accordo tra socialisti e democristiani verrà ratificato anche dagli iscritti del partito socialista il nuovo governo tedesco sarà varato in pochi giorni e sarà probabilmente seguito da un vertice con Macron. La trattativa per la Brexit nel frattempo sta impantanandosi; la proposta di Corbyn di virare decisamente verso un’area di libero scambio regolata dalle norme comunitarie (sul modello norvegese) fa uscire dal limbo i laburisti ma mette in difficoltà la premier May, alle prese anche con la questione irlandese.
In Siria l’arroganza di Assad che impedisce la tregua stabilita dall'ONU anche dopo l’ultimatum russo purtroppo non fa notizia; difficile spiegarlo alle centinaia di civili innocenti massacrati in una guerra spietata per la spartizione delle spoglie dell’ISIS. Una vergogna.

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

LA CULTURA LIBERALE E L'APPUNTAMENTO ELETTORALE DEL 4 MARZO

L'idea di Livio Ghersi é pienamente condivisibile: il 4 marzo si deve andare a votare e, in mancanza di un Partito Politico che rappresenti tutti i Liberali, si dovrà operare una libera scelta fra le opzioni in campo. Come sempre, le riflessioni di Livio spaziano ma hanno anche un altro pregio: quello di farci sentire uniti e determinanti, magari in concorde discordia, ma sempre come teste pensanti in questo nuovo mondo di twittante superficialità  


       La resistenza della cultura liberale
Il prossimo 4 marzo non ci asterremo dal voto. Si tratta di
rinnovare il Parlamento italiano: un appuntamento elettorale
importante, che non mancheremo. Faremo, quindi, il nostro dovere di
cittadini e di elettori. Non abbiamo un partito, meno che mai una
coalizione, di riferimento. Ciò significa che sceglieremo quel candidato
nel collegio uninominale e quella lista (nel collegio plurinominale) che,
dal nostro punto di vista, rappresentano il meglio possibile nel
momento dato, ovvero il meno peggio.
Voteremo con lo stesso spirito che animava gli elettori del
Liberal Party nel Regno Unito, a partire dal secondo dopoguerra. Si
sapeva che, difficilmente, il candidato liberale sarebbe riuscito eletto
nel collegio uninominale in cui si presentava, perché l'elettorato
tendeva a concentrarsi nei due partiti di massa, il laburista ed il
conservatore. Gli elettori liberali però continuavano, tenacemente, a
sostenere il proprio candidato, collegio per collegio. Ad esempio, nelle
elezioni del 1974 per il rinnovo della Camera dei Comuni, il Liberal
Party ottenne il 19,35 % dei voti validi espressi; ma, in applicazione
della legge elettorale maggioritaria, conquistò soltanto 14 seggi. I
cocciuti elettori liberali erano contenti così. Per loro era sufficiente
partecipare, esprimere il proprio punto di vista, ottenere una
rappresentanza che desse loro voce in Parlamento. Poi cambiava poco
se i deputati eletti fossero stati 8, oppure 14, o 20.
Il nostro carattere nazionale è meno saldo. In Italia le
minoranze non suscitano simpatie. Si vuole vincere a tutti i costi e si
suole correre in soccorso di chi appare più forte. Forse, a ben vedere,
non si crede fino in fondo nel metodo democratico; sicuramente, si
crede poco nel sistema rappresentativo. L'elettore medio legge poco,
non coltiva ideali, se ne frega del "bene pubblico" e mira ad obiettivi
precisi: il proprio miglioramento economico, un lavoro per i figli,
addirittura un aiuto per risolvere problemi burocratici. Per la gente
che ragiona così, i politici non sono buoni, né cattivi. Possono essere
soltanto utili (per risolvere i loro concreti problemi), o inutili. Di
conseguenza, i politici non vanno criticati secondo ragionamenti logici
(giusti, o sbagliati che siano), ma combattuti solo in quanto possono
nuocere ai propri interessi immediati.
La critica "pura" è un lusso che noi pochi sopravvissuti di
cultura liberale ci siamo voluti concedere e continuiamo a volerci
concedere, ma che, nella politica "pratica", non porta da nessuna
parte.
Questa volta sceglieremo il candidato e la lista da votare
utilizzando, principalmente, tre criteri: a) affidabilità nella tenuta dei
conti pubblici; b) atteggiamento nei confronti dell'Unione Europea ed
indirizzi di politica estera da proporre in ambito europeo; c)
competenza e serietà circa il modo di affrontare i problemi
fondamentali della civile convivenza, a partire dal servizio di raccolta
e trattamento dei rifiuti solidi urbani.
Con riferimento al primo punto, riteniamo che tutti i partiti
italiani finora più votati non siano affidabili. Questo giudizio negativo
riguarda tanto il Partito democratico, quanto Forza Italia e la Lega (ex
Nord), ed ancor più il Movimento Cinque Stelle. Bisognerebbe usare
aggettivi molto forti (tipo, "cialtrone") per qualificare chi fa a gara nel
promettere forti riduzioni nel gettito dello Entrate dello Stato e degli
altri Enti pubblici (sotto forma di soppressione di imposte e tributi, o
di diminuzione di aliquote), quando la situazione complessiva
dell'economia nazionale vede un debito pubblico che supera il 130 %
del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Ridurre le entrate,
mantenendo invariate le spese, significa aumentare il debito. Non
occorre essere genî dell'economia per intendere questa semplice
regola matematica.
Nel nostro caso non è questione di differenti visioni di politica
economica. Anche un economista assertore della politica keynesiana
dovrebbe, sempre che sia una persona seria, astenersi dal proporre,
per l'immediato avvenire, politiche pluriennali sempre in deficit di
bilancio, che farebbero ulteriormente aumentare il già enorme debito
pubblico. La maggiore responsabilità dei principali partiti italiani
consiste, secondo noi, proprio nell'aver mentito e nel continuare a
mentire agli Italiani circa le conseguenze negative ed i pericoli
inerenti ad un così grande ammontare del debito pubblico.
L'attuale ripresa economica è ancora molto fragile e basterebbe
poco, davvero un semplice stormire di fronde, per riportare tutti gli
indicatori economici a valori negativi. Si immagini, semplicemente, un
diverso indirizzo della Banca centrale europea (BCE), che lasci gli
Stati membri meno tutelati nel rapporto con i mercati finanziari, per il
periodico collocamento sul mercato dei titoli del debito pubblico.
Continuare ad immaginare politiche economiche in deficit di
bilancio è, indubbiamente, facile. Proprio un bello sport. Che potrà
essere praticato finché altri ci consentiranno di continuare a
praticarlo. Con buona pace dei nostri "sovranisti". In un'economia
globale sul piano planetario, nessuno è più davvero sovrano. Con
poche risorse e molto debito si è in balìa degli altri. Altro che sovrani!
Noi abbiamo letto ed apprezzato economisti ed uomini di Stato
quali Quintino Sella, Silvio Spaventa, Luigi Einaudi. Si tratta di una
vera e propria scuola di pensiero, suffragata da esperienze storiche.
Quando gli Italiani comprenderanno, finalmente, che non tutti i
politici sono uguali? A chi volesse fare un sintetico ripasso della
materia, ricordiamo che l'articolo 81 della Costituzione, nel testo
vigente, recita al primo comma: «Lo Stato assicura l'equilibrio tra le
entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi
avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». L'equilibrio tra le
entrate e le spese del bilancio è, dunque, non una nostra opinione,
ma un valore costituzionale da perseguire.
La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, fu approvata da
entrambe le Camere con una maggioranza superiore a due terzi dei
componenti. Nella votazione finale alla Camera dei Deputati (6 marzo
2012) votarono a favore 489 deputati. Per raggiungere la
maggioranza di due terzi ne sarebbero bastati 420. Nella votazione
finale al Senato della Repubblica (17 aprile 2012) votarono a favore
235 senatori. Per raggiungere la maggioranza di due terzi ne
sarebbero bastati 214, includendo nel computo pure i senatori a vita.
Eppure oggi quella legge costituzionale sembra figlia di nessuno.
Quasi fosse stata imposta da Mario Monti. Al che noi rispondiamo:
lunga vita (anche politica) a Mario Monti. Rara persona seria.
Così come dovrebbero vergognarsi quanti imputano la riforma
delle pensioni alla persona fisica dell'ex ministro Elsa Fornero.
Per mancanza di spazio, non possiamo argomentare, come
vorremmo, gli altri due punti.
Con riferimento al secondo punto, è dal diciottesimo secolo che
si ragiona in termini di "storia universale". Valga, a questo proposito,
il Saggio sui costumi e lo spirito delle Nazioni di Voltaire. Il filosofo
Karl Jaspers, nel suo Origine e senso della storia, ricorda che le più
antiche alte civiltà conosciute erano tutte extraeuropee: l'Egitto, la
Mesopotamia, l'Indo, la Cina. Per quanto riguarda poi il periodo che
lui definisce "assiale" (intorno al 500 avanti Cristo), un solo popolo
europeo, i Greci, fu protagonista di quel fiorire della cultura umana.
Poi vengono in considerazione la Cina di Confucio e di Lao-tse, l'India
delle Upanishad e di Buddha, l'Iran di Zarathustra e la Palestina
ebraica con profeti quali Elia ed Isaia.
Siamo felici ed orgogliosi di essere europei, ma l'Europa non
risolve in sé il mondo. Tutti i popoli meritano rispetto; tanto più quelli
che vantano tradizioni millenarie. Con buona pace di Angelo
Panebianco, si può essere convinti che il presidente Trump costituisca
una sciagura per gli Stati Uniti, senza per questo diventare
antiamericani. Si può pensare che la politica del governo israeliano
presieduto da Benjamin Netanyahu sia caratterizzata da un
nazionalismo ottuso e non per questo diventare antisemiti. Si può
provare rispetto ed amicizia nei confronti degli Arabi, dei Persiani, dei
Turchi, perché quei popoli sono a noi legati da mille legami culturali
nella ricchissima storia del Mar Mediterraneo; e ciò
indipendentemente dai regimi politici che oggi governano quei Paesi.
Lo stesso dicasi per la Russia. Essere liberali in politica estera
significa seguire gli ideali di Immanuel Kant; mentre l'articolo di
Panebianco titolato L'Europa vicina ai regimi (nel quotidiano Corriere
della Sera del 14 gennaio 2018) è un perfetto compendio delle
posizioni più sbagliate.
Il nostro auspicio è che l'Europa – che concepiamo come unione
federale di popoli liberi – operi come fattore di equilibrio e di
moderazione nello scenario internazionale.
Quanto al terzo punto, la regola aurea di una sana
amministrazione è che i rifiuti urbani vengano trattati, riciclati nei
limiti in cui ciò è possibile, ed eliminati nella stessa area geografica in
cui sono raccolti. É semplicemente pazzesco che i rifiuti siano
trasferiti in altre aree geografiche, in altri Paesi, in altri continenti.
Spostare i rifiuti determina un costo economico aggiuntivo per i
cittadini e rappresenta un costante pericolo di inquinamento
ambientale e di traffici illeciti (con danni incalcolabili per la salute dei
cittadini che vivono nelle aree di destinazione finale di rifiuti trattati in
modo non appropriato).
Le "anime belle" che si preoccupano dei rischi derivanti
dall'incenerimento dei rifiuti, non si preoccupano delle vere e proprie
devastazioni del territorio che derivano dal proliferare incontrollato di
discariche. Mille volte meglio che vengano realizzati
termovalorizzatori, costruiti secondo le più moderne tecnologie e
sottoposti a costante controllo circa la manutenzione e la periodica
sostituzione dei filtri. Ciò determinerebbe un salto di qualità nella
selezione del personale: servirebbero ingegneri, tecnici di scienze
ambientali. Ossia, personale sempre più qualificato, per rendere un
servizio adeguato alla tutela dei beni primari della salute collettiva e
dell'igiene ambientale. Anche in questa materia incontriamo i
demagoghi che fantasticano di "rifiuti zero", negando la realtà.
Palermo, 14 gennaio 2018
Livio Ghersi

Beppe Grillo e l'ALDE

 

Beppe Grillo chiede agli iscritti al Movimento Cinque Stelle di pronunciarsi sulla collocazione futura dei parlamentari europei del Movimento e, in particolare, su una loro possibile adesione al Gruppo parlamentare dei liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo.
Immagino che non avrebbe promosso una consultazione degli iscritti tramite Rete se prima non avesse raggiunto una qualche intesa preventiva con i vertici dell'ALDE; il che significa che Guy Verhofstadt, attuale presidente del Gruppo dei Liberal-democratici, deve essere, non soltanto informato della questione, ma anche non ostile pregiudizialmente.
Forse non siamo molti in Italia ad essere interessati alle vicende dell'ALDE; che, ricordiamo, al momento non è il riferimento politico di alcun partito rappresentato in almeno una delle due Camere del Parlamento italiano. L'Italia ignora i liberal-democratici dell'ALDE, come hanno clamorosamente dimostrato le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, quando la lista denominata Scelta europea, promossa proprio da Verhofstadt, ottenne soltanto 196.157 voti (0,71 %).
Continuano a seguire con attenzione quanto i liberal-democratici fanno al Parlamento Europeo soltanto quei non molti, tra liberi intellettuali ed ex politici di professione, che continuano a rivendicare orgogliosamente la propria identità culturale liberale, o repubblicana, o federalista europea. C'è, invece, un numero ragguardevole di liberali destrorsi, già berlusconiani, o tuttora tali, che di un gruppo minoritario come quello dell'ALDE non ha mai saputo cosa farsene: questi liberali destrorsi sono realisti e sentono il richiamo del potere. Il loro punto di riferimento, passato e presente, resta saldamente il Gruppo del Partito Popolare Europeo. Qualcuno potrebbe obiettare che l'anima storica di quel gruppo è cristiano democratica, certamente non laico liberale. Queste, tuttavia, sono questioni di logica politica che, in un mondo di apparenza, di messaggi semplificati, di comunicazione eterodiretta, non devono interessare il vasto pubblico. Il liberale berlusconiano risolverà il problema con un approccio sincretico: definiamoci "liberal-popolari" e non se ne parli più.
Ora Beppe Grillo, per sue strategie politiche, per suoi tornaconti pratico-utilitaristici, viene a scuoterci dalle nostre malinconie liberali e repubblicane. Non mancano le reazioni indignate ed è perfettamente logico e comprensibile che ci siano. Cito per tutti l'amico Pasquale Dante, animatore del Movimento politico culturale "Agorà liberale", che ha inviato una lettera di vibrante protesta proprio a Verhofstadt: Dante, ricorda, fra l'altro, che, in occasione di un appuntamento molto importante per il nostro Paese, le elezioni dell'Assemblea Costituente nel 1946, il liberale Benedetto Croce, al tempo presidente del PLI, non volle fare un'alleanza elettorale con i Qualunquisti di Guglielmo Gianninini. Tutto vero; ma anche a questo argomento si potrebbe replicare che stiamo parlando di Benedetto Croce e che nell'Italia del 1946 c'era ancora un numero sufficiente di persone in grado di comprenderne gli ideali ed i ragionamenti. Vedete qualche Benedetto Croce in giro nell'Italia odierna?
Il Movimento Cinque Stelle ritiene insufficiente la democrazia parlamentare rappresentativa e punta sulla democrazia diretta. Vuole abolire il principio costituzionale secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (articolo 67 Cost.). L'idea del parlamentare che non può andare oltre la delega ricevuta e che è tenuto a sottostare alla disciplina di partito può sembrare attraente soltanto a chi non veda al di là del proprio naso. Quando, il 29 agosto del 2013, la Camera dei Comuni del Regno Unito respinse, con 285 voti contro 272, la mozione presentata dall'allora Primo ministro David Cameron che chiedeva un intervento militare in Siria, risultarono decisivi 30 deputati conservatori e 9 deputati liberal-democratici, i quali votarono in dissenso rispetto ai gruppi di appartenenza. Si preferisce che nelle grandi questioni di coscienza, com'è appunto quella di decidere se fare una guerra, i parlamentari siano soltanto numeri che si sommano, secondo le direttive dei partiti? Se sono soltanto numeri, tanto vale non farli nemmeno votare: che votino soltanto i capigruppo! La nostra idea di democrazia liberale è decisamente diversa: in ogni contesto è la singola persona, con la sua testa e con la sua coscienza, a fare la differenza.
Noi liberali siamo altra cosa rispetto ai Cinque Stelle e non è possibile alcuna mescolanza strutturale. Ciò non esclude che si possano trovare occasionali convergenze per l'approvazione di singoli provvedimenti; prassi che in un libero Parlamento va seguita nei confronti di tutti i gruppi rappresentati. Non deve mai, quindi, essere motivo di scandalo.
La verità è che anche il Gruppo parlamentare dell'ALDE è politicamente debole: per la mancanza di un orientamento chiaro, prima che per l'esiguità dei numeri. In passato era un partito sovranazionale, l'Internazionale liberale, a preoccuparsi di fare chiarezza ideale e programmatica e a dare la linea. Il Gruppo dei liberal-democratici è una creatura relativamente recente, che risale alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, nel 1976. Allora si chiamava gruppo dell'ELDR ed il presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi, riuscì a fare in modo che vi aderissero anche i repubblicani italiani di Ugo La Malfa.
Il Gruppo parlamentare è sempre stato occasione di convergenze politicamente discutibili, per l'unico obiettivo di determinare una massa numerica che potesse pesare di più negli equilibri parlamentari. Così, in passato, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Prodi, di Rutelli e di Enrico Letta: certamente tutti amici dei liberali, ma con la chiara consapevolezza di avere un'identità diversa da quella dei liberali. Ciò che è peggio, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Di Pietro, ossia l'Italia dei Valori.
Ecco, la vicenda del Movimento Cinque Stelle ricorda da vicino il precedente di Italia dei Valori. Che fu motivo di equivoci e di fraintendimenti anche per qualche liberale, il quale riteneva, magari in assoluta buona fede, ma a torto, che l'adesione all'ALDE significasse qualcosa nella sostanza.
Ora, grazie a quel precedente, sappiamo che, anche se l'accordo con il Movimento Cinque Stelle andrà in porto, si tratterà di un fatto di mera tattica parlamentare, roba da politica politicante.
Se liberali, repubblicani, federalisti europei, aspirano a qualcosa di diverso, si diano loro una mossa.
Palermo, 9 gennaio 2017

Livio Ghersi

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

Del governo a 5 Stelle.

 Come sempre, la analisi di Livio Ghersi non fa una piega. Da leggere subito

Consideriamo le otto regioni dell'Italia meridionale ed insulare: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. Nelle elezioni della Camera dei deputati, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 76 collegi uninominali su 80. Nelle elezioni del Senato, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 37 collegi uninominali su 39.

Come era logico che accadesse, con il sistema maggioritario in collegi uninominali l'Italia non è risultata tripolare, ma bipolare, perché uno dei tre poli di partenza, in questo caso il centro-sinistra, è uscito fortemente ridimensionato. Noi avevamo sperato, invece, che ad essere ridimensionato fosse il Movimento 5 Stelle che consideravamo partito di protesta, privo di reale radicamento.

Il problema è che il 4 marzo 2018 il vento della protesta è stato incontenibile, anche se localizzato soprattutto al Sud.

Consideriamo altre zone geografiche, di cui conosciamo i risultati definitivi. In Lombardia la coalizione di centro-destra ha conquistato, per la Camera, 34 collegi uninominali su 37 e, per il Senato, 17 collegi uninominali su 18.

Le ex regioni "rosse", Toscana ed Emilia-Romagna, non sono più rosse (ma questa non è una novità). Per la Camera, la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 16 collegi uninominali su 31, mentre gli altri 15 collegi sono andati alla coalizione di centro-destra. Per il Senato, nelle medesime due regioni la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 7 collegi uninominali su 15, mentre la coalizione di centro-destra ne ha conquistati 8.

A tre giorni di distanza dal voto, purtroppo non possediamo ancora i risultati definitivi in termini di seggi, ma è già chiaro che né il centro-destra, né il Movimento 5 Stelle possono avere una maggioranza numerica nei due rami del Parlamento. Anzi, sono entrambi lontani dal poter disporre di una maggioranza.

Tutte le tensioni, conseguentemente, si scaricano sul terzo raggruppamento, che fa capo al Partito democratico. Ho ascoltato il discorso con cui Renzi ha motivato le sue dimissioni dalla carica di Segretario del PD e, pur non essendo un suo estimatore, ho apprezzato la linea che ha enunciato: passaggio all'opposizione, senza sbandamenti a sostegno di questo e di quello.

Stanno venendo allo scoperto esponenti del Partito democratico pronti ad immaginare un sostegno esterno ad un governo espresso dal Movimento 5 Stelle. Sono per lo più meridionali, in particolare pugliesi e siciliani, ma non soltanto meridionali. La cosiddetta "sinistra" del Partito pensa di avere più cose in comune con i 5 Stelle, di quante ne possa avere con la Lega di Salvini.

Ciò induce a riflettere su che cosa sia il raggruppamento che fa capo a Di Maio. É vero che è stato massicciamente votato da elettori che, in precedenza, votavano per il Partito democratico e si consideravano "di sinistra". Tuttavia, il Movimento 5 Stelle, ricondotto alle teste pensanti che lo dirigono ed al suo ceto politico, non è una formazione "di sinistra". Somiglia, piuttosto, ai partiti "acchiappatutto", che abbiamo ben conosciuto. In particolare, secondo l'esperienza storica, sono partiti "acchiappatutto" quelli che si riconoscono in un'ideologia nazionalista (la Nazione sta al di sopra delle classi sociali) e quelli che fanno leva sul rancore sociale e, quindi, sono pronti a cavalcare tutte le proteste, anche di segno contraddittorio fra loro.

Come meridionale, non soltanto non mi sento gratificato dal fatto che oggi esista un così forte partito del Sud, ma mi aspetto il peggio proprio per il mio Sud. Che da noi esistano motivi validi per alimentare il rancore sociale, è fuori discussione. Sono in crisi i due tradizionali motori della raccolta del consenso clientelare: la spesa pubblica e l'impiego (ossia, il "posto" sicuro) nelle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, qualche "posto" da dare ancora c'è. La cosa che fa letteralmente impazzire la gente è che questo ambitissimo posto venga attribuito sempre a chi è "figlio di", o "amico di", al di fuori di ogni logica meritocratica; anzi, il più delle volte, in evidente spregio alla meritocrazia. Così, per uno che viene accontentato, mille si sentono offesi e covano un rancore e una rabbia montanti.

Non scambiate tutto questo per "ansia" di giustizia sociale. La mentalità predominante è individualistica. Qualora si aprisse uno spiraglio per dare il posto al proprio figlio, o figlia, al proprio genero, o nuora, immediatamente cambierebbe la considerazione nei confronti degli uomini di governo e degli amministratori: questi diverrebbero subito bravi e illuminati. Quello che manca – e ciò è disperante – è il senso della buona gestione del pubblico denaro e della buona amministrazione della cosa comune. Se, ad esempio, un uomo di governo si occupasse davvero, con onestà, della gestione dei rifiuti urbani, trovando una soluzione per evitare che gli autocompattatori debbano percorrere un centinaio di chilometri in autostrada per conferire i rifiuti in discariche sempre più lontane, e per di più pagando i soggetti privati che hanno la concessione delle discariche, allora quell'uomo di governo verrebbe visto come un alieno. In nome dell'ecologia, guai parlare della costruzione di termovalorizzatori. In nome dell'economia di mercato (quando serve a soddisfare interessi privati, anche l'economia di mercato può essere evocata come un valore), è evidente che la gestione delle discariche debba essere affidata a soggetti privati. Mentre il potere pubblico deve limitarsi a "controllare" che i concessionari rispettino tutte le normative in materia di trattamento dei rifiuti (risate omeriche).

Così la regola diventa quella delle mazzette a chi deve assegnare l'appalto per la gestione delle discariche e delle mazzette a chi deve poi dimenticarsi di fare verifiche e controlli. Salvo poi organizzare convegni sulla diffusione del fenomeno della corruzione.

Ogni tanto si scopre che la criminalità organizzata fa lucrosi affari nel settore dei rifiuti. Ma va?

Il Movimento 5 Stelle può modificare questo andazzo? Pensiamo proprio di no. Il tutto si risolverà unicamente in un ascensore sociale che consentirà ad un ristretto numero di persone, finora fuori dai giochi, di entrare a far parte del ceto politico con funzioni di rappresentanza, di amministrazione e di governo. Potere finalmente guardare dall'alto in basso quelli che, per nascita e per relazioni, finora hanno addentato la polpa della vita: questo il vero programma politico!

Fateli governare consecutivamente per cinque anni e poi vedrete se, a loro volta, non saranno travolti dalla protesta sociale. Il problema è: dopo cinque anni, che cosa resterà della nostra Italia?

Temo che sinistra di cultura post socialista e Movimento 5 Stelle possano accordarsi su una politica economica basata sulla spesa in deficit. Il povero Keynes, che era un economista bravo e degno del massimo rispetto, qui c'entra poco: muovendo da un debito pubblico che supera il 130 % del PIL (Prodotto interno lordo), nessun economista keynesiano serio si avventurerebbe sulla strada dell'espansione massiccia del deficit, quindi del debito.

Qui si fantastica, invece, di un reddito di cittadinanza, di entità consistente, che poi si sommerebbe inevitabilmente al lavoro in nero (tanto, chi controlla?).

Il Presidente della Repubblica si troverà a svolgere un ben difficile compito; nessuno vorrebbe essere nei suoi panni.

Per quanto direttamente ci riguarda, noi pochi liberali di tradizione risorgimentale siamo abituati ad essere minoranza. Dopo il 4 marzo 2018 lo saremo ancor di più. Del resto, il consenso sociale espresso per i 5 Stelle, soprattutto dalle generazioni più giovani, rispecchia perfettamente lo scadimento qualitativo del sistema scolastico pubblico. Riformatori di centro-sinistra e di centro-destra hanno dato il meglio di sé per scassare definitivamente la Scuola pubblica. Niente cultura "nozionistica", ridimensionamento progressivo dell'importanza di materie quali storia, geografia, filosofia, lingua latina, promozione garantita comunque a tutti. Fino all'alternanza fra scuola e "lavoro": qualunque cosa va bene pur di non studiare seriamente. Davvero complimenti, ed ora non stupitevi che un Di Maio possa essere scambiato per un uomo di Stato!

Cercheremo di resistere, di restare in sintonia con le dinamiche dell'Unione Europea, ma è bene iniziare ad attrezzarsi per svolgere un'opposizione all'altezza delle emergenze che viviamo.

Palermo 7 marzo 2018                                         Livio Ghersi



Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Marzo)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a     Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le elezioni politiche del 4 marzo hanno confermato le previsioni: sarà difficile costituire una maggioranza di governo. Intanto è cominciato il confronto – presumibilmente lungo e complicato – tra le forze politiche. Le palle di fuoco che i contendenti si sono scambiate durante la campagna elettorale potrebbero lasciare tracce indelebili. Per il momento il partito democratico si è giustamente fatto da parte e si lecca le ferite in attesa di decidere quale strada dovrà imboccare per tornare al potere. Renzi si è dimesso e Maurizio Martina (suo fedelissimo) ha assunto provvisoriamente la segreteria. Il primo appuntamento istituzionale, dopo la costituzione dei gruppi parlamentari, sarà l’elezione dei presidenti delle Camere.
All'estero tre sono gli avvenimenti di rilievo: negli Stati Uniti le dimissioni di Tillerson dalla segreteria di Stato e la nomina al suo posto di Mike Pompeo che ha fama di estremista di destra, in Germania la formazione del nuovo governo Merkel, fortemente condizionato non soltanto dalla forte presenza socialista ma anche da fermenti anti-europei presenti nel suo stesso partito, e infine l’uccisione a Londra di un altro dissidente russo che ha provocato uno scontro senza precedenti tra i governi di Londra e di Mosca con il conseguente raffreddamento delle relazioni diplomatiche che riporta sull'Europa ombre che non si vedevano dai tempi della guerra fredda.

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Aprile)

 Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a       Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sliding doors: porte che si aprono e si chiudono al Quirinale ma quel che non ne esce è una soluzione di governo. Persino Mattarella si spazientisce: ancora qualche giorno e poi farà da solo. L’Europa sta a guardare, perplessa ma non stupita, i mercati non sembrano per ora dare segni di preoccupazione, l’anti-europeismo di Salvini pare isolato anche rispetto alla cautela del movimento Cinque Stelle.
Le novità vengono dal panorama internazionale: Trump continua a spargere incertezze e contraddizioni, dopo l’Estremo Oriente è arrivato il momento del Medio Oriente. Dopo avere annunciato solennemente il disimpegno americano (creando qualche problema ai curdi e agli stessi israeliani) ha improvvisamente scoperto che i siriani di Assad utilizzano i gas e, dopo avere avvertito i russi in modo che i siriani avessero tutto il tempo di spostare il materiale sospetto, ha potuto lanciare i suoi missili su edifici vuoti esibendo finalmente la forza muscolare di cui è titolare. I francesi e gli inglesi si sono subito associati perdendo ancora una volta l’occasione di stabilire una strategia europea concertata. Come già fu per l’Iraq l’uso dei gas appare un pretesto; qualcuno deve avere ricordato a Trump che la vera partita che si gioca in Medio Oriente è quella tra l’asse americano-israeliano e quello sempre più evidente che coinvolge l’Iran e la Russia, con in mezzo la Turchia di Erdogan. Altro che “disimpegno” americano!

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Febbraio)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


La nascita della grande coalizione in Germania e il futuro dell'Europa

La campagna elettorale prosegue piuttosto stancamente. Nemmeno un efferato delitto compiuto da immigrati come quello di Macerata ha spostato sensibilmente le previsioni di voto. Il crescente rumore che circonda il naturale affanno dei candidati copre un vuoto di indifferenza e, al più, si limita a rafforzare intenzioni di voto già maturate in precedenza. Prevale tuttavia la sensazione – condivisa dai mercati finanziari – che chiunque vinca sarà una vittoria di Pirro e nei tempi medi e lunghi nulla di importante cambierà. La ripresina economica in atto contribuisce a questo stato di apatia che potrebbe tradursi in un astensionismo record.
La vera notizia viene dalla Germania. Se l’accordo tra SPD, CDU, CSU sarà confermato dal referendum tra gli iscritti del partito socialista, il nuovo governo Merkel, caratterizzato da una presenza più incisiva dei socialisti (Esteri e Finanze), metterà subito in campo il rafforzamento dell’Unione Europea. E’ questo l’unico punto su cui la coalizione di governo è concorde e di questo dovranno tenere conto i partner europei; è cominciato – forse – il conto alla rovescia. Se i simboli hanno una loro importanza va notato che anche a Berlino – come a Parigi dopo la vittoria di Macron – la necessità di un’Europa più forte ha preceduto per ordine d’importanza le tematiche nazionali. E l’inno alla gioia di Beethoven ha preceduto gli inni nazionali.


LA SICILIA CHE NON TI ASPETTI

 

Le elezioni regionali del 5 novembre 2017 hanno rappresentato un momento di svolta per la Regione siciliana: infatti, con una significativa novità rispetto a quanto avvenuto nei precedenti settant'anni (a partire dal 1947), il numero dei deputati dell'Assemblea regionale si è ridotto, passando da 90 a 70. Poiché la composizione dell'Assemblea regionale è stabilita direttamente dallo Statuto speciale della Regione, per realizzare questo cambiamento si è reso necessario approvare una legge costituzionale, la legge 7 febbraio 2013, n. 2. Com'è noto, per approvare una legge costituzionale, la Costituzione richiede una doppia lettura da parte di ciascuna delle due Camere del Parlamento e, in seconda lettura, l'approvazione di un testo conforme a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. É importante evidenziare che la procedura per l'approvazione della predetta legge costituzionale è stata avviata con un'iniziativa dell'Assemblea regionale siciliana, una cosiddetta "legge-voto". La Regione, quindi, è stata protagonista della volontà della propria auto-riforma istituzionale. Si è così dimostrato che non è vero che le Istituzioni non si possano riformare; occorre soltanto la volontà politica.

La predetta legge-voto è stata approvata durante la quindicesima Legislatura dell'ARS; quando, per la cronaca, nessun deputato del Movimento Cinque Stelle sedeva fra i banchi di Sala d'Ercole. L'iniziativa fu presentata al Senato il 21 dicembre 2011. Una classe politica regionale meno superficiale avrebbe messo in rilievo questo fatto durante la recente campagna elettorale; tanto per dimostrare ai Cinque Stelle che il mondo non è iniziato con loro e che qualcosa di buono è stata realizzata anche in passato. Venti deputati regionali in meno si traducono in un bel risparmio per il pubblico erario e questo è un dato oggettivo, incontestabile.

La legge elettorale con cui si è votato è la legge regionale 20 marzo 1951, n. 29, come modificata dalla legge 3 giugno 2005, n. 7. Quest'ultima ha disciplinato l'elezione popolare diretta del Presidente della Regione e razionalizzato il metodo di riparto proporzionale dei seggi nei nove collegi provinciali, escludendo dall'attribuzione di seggi le liste che non raggiungano, nella sommatoria regionale dei loro suffragi, il cinque per cento del totale regionale dei voti validi espressi. Anche se molti non lo ricordano, la legge regionale n. 7/2005 fu confermata da un referendum popolare tenutosi il 15 maggio 2005.

L'esito delle elezioni regionali del 5 novembre 2017 dovrebbe essere studiato nei testi che trattano in modo specialistico di legislazione elettorale. Si è, infatti, realizzato il caso, davvero straordinario, che, in costanza di uno sbarramento così alto (cinque per cento), ben nove liste abbiano ottenuto rappresentanza. In particolare, bisognerebbe complimentarsi con i responsabili della campagna elettorale di ciascuna delle liste coalizzate per l'elezione del Presidente della Regione Sebastiano (Nello) Musumeci. Queste liste erano cinque. Hanno ottenuto, complessivamente, il 42,04 % del totale dei voti validi e tutte e cinque hanno superato lo sbarramento. Chapeau! Bisognerebbe togliersi il cappello, perché qui siamo di fronte non a dei professionisti, ma a dei professori universitari in fatto di pratica politica. Alla quarta esperienza con la medesima legge elettorale, le forze politiche siciliane hanno dimostrato di essere diventate espertissime nel suo uso.

Nei collegi provinciali, le cinque liste che sostenevano il Presidente Musumeci hanno conquistato, complessivamente 29 seggi dei 62 disponibili. Poiché non hanno raggiunto quota 42 (ossia, il 60 % del totale dei deputati dell'Assemblea regionale), hanno ottenuto, in aggiunta, tutti i sette seggi della lista regionale collegata. Il seggio del neo-eletto Presidente della Regione più quelli di sei deputati, in ordine alternato fra uomini e donne. La legge elettorale prevede che questa limitata quota di seggi assegnati con sistema maggioritario serva ad incentivare la costituzione di una maggioranza parlamentare. Invece, nel caso in cui la coalizione più votata avesse già eletto più del 60 % dei deputati nei collegi provinciali, i sei ulteriori seggi sarebbero stati assegnati alle liste di minoranza, in proporzione alle loro cifre elettorali, per un riequilibrio della composizione dell'Assemblea.

Quella del Movimento Cinque Stelle è risultata la lista più votata in assoluto. Ha ottenuto 513.359 voti (26,74 %), conquistando 4 seggi nei collegi di Palermo e Catania, 2 seggi in quelli di Agrigento, Messina, Siracusa e Trapani, un seggio nei restanti tre collegi. Per complessivi 19 deputati, ai quali si aggiunge il seggio attribuito a Cancelleri, quale candidato alla carica di Presidente della Regione arrivato secondo. I Cinque Stelle hanno dimostrato di aver appreso come si usano le preferenze: buon per loro che fanno un passo avanti nella strada del realismo e bene per tutti noi perché così la selezione del loro ceto politico, ad opera degli elettori, diventa una cosa più seria. I deputati eterodiretti non ci piacciono.

L'infausto esito della candidatura di Micari è sotto gli occhi di tutti. Il Rettore dell'Università di Palermo ha ottenuto oltre centomila voti in meno rispetto a quelli delle liste che sostenevano la sua candidatura. Viceversa, Cancelleri è stato il più beneficiato dal voto disgiunto, ottenendo 209.196 voti in più rispetto a quelli andati alla lista del Movimento Cinque Stelle.

Commettono un errore, tuttavia, quanti danno per defunto il Partito democratico. Il PD non soltanto conterà 11 deputati in seno all'Assemblea, ma ha eletto deputati in tutti i collegi, 2 in quelli di Palermo e Catania.

Il presidente Musumeci è persona perbene e, nell'interesse della Sicilia, gli auguriamo sinceramente ogni successo. Abbiamo molto apprezzato il riferimento che, nel primo discorso successivo alla sua elezione, ha fatto all'unità d'Italia come valore; musica per le orecchie degli estimatori della tradizione risorgimentale, quali noi siamo. É molto difficile, però, governare con 36 voti su 70. Sussiste la maggioranza assoluta (metà più uno) dei deputati; ma è giusta giusta. Tanto risicata che ogni singolo deputato di maggioranza potrebbe domani esercitare un potere di veto, o di interdizione, sui provvedimenti in discussione.

Il fatto è che non si possono chiedere miracoli alle leggi elettorali. In una condizione di incertezza e di frantumazione delle forze politiche, le maggioranze autosufficienti diventano sempre più improbabili. La simpatica onorevole Giorgia Meloni, Segretaria di Fratelli d'Italia, deve rassegnarsi al fatto che, nell'interesse del bene comune, non solo è lecito, ma necessario, che i parlamentari dialoghino fra loro sul merito dei provvedimenti, senza irrigidirsi in logiche di schieramento.

Per concludere il discorso sulle elezioni del 5 novembre, la Sinistra, tradizionalmente penalizzata nelle tornate elettorali regionali, ha superato la soglia di sbarramento. L'unico seggio va a Claudio Fava. Questa volta la vittima più illustre della regola del 5 % è la lista di Alternativa popolare. Frutto dell'alleanza del partito del Ministro degli Esteri Alfano e degli ex UDC che hanno scelto il centro-sinistra, come il senatore Casini ed il deputato nazionale D'Alia. 80.366 voti, presi nell'intera Sicilia, non sono bastati. Ne occorrevano almeno centomila. Così, tra gli altri, ha perso il seggio il presidente dell'Assemblea regionale uscente, Giovanni Ardizzone. Invece l'UDC di Cesa, rimasta nel centro-destra, ha avuto il 6,96 % dei suffragi e ottenuto 5 seggi nei collegi.

Palermo, 7 novembre 1017                                                                                                              Livio Ghersi

 

Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

Quindici giorni in quindici righe (16 - 31 Gennaio)

E' davvero un piacere leggere la sintesi del prof. Chiarenza e dunque, sino a quando non saremo diffidati dal pubblicare i Suoi sintetici scritti, continueremo a riportarli in evidenza. In verità, durante questi ultimi 15 giorni è accaduto anche dell'altro,  roba che il prof. Chiarenza, volando alto, comprensibilmente, non ha preso in alcuna considerazione. Mi riferisco alle intese fra i Liberali del PLI di Morando e de Luca e la Lega di Salvini.... Sul web s'è scatenato un pandemonio... Se disponessimo di un Partito Politico vero con un voto per ogni reciproco insulto che i Liberali si sono inviati a partire da un secondo dopo la pubblicazione della singolare alleanza, avremmo la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento. Sta di fatto che siamo imbattibili nel polemizzare ma straordinariamente pigri nel più faticoso compito di rimboccarci le maniche e scendere in piazza per diffondere, urbi et orbi, il nostro credo. Comunque sia, poiché dubito fortemente che a raccoglier consensi liberali possano essere Salvini ed i suoi seguaci, mi domando quanti liberali andrebbero a rappresentare gli eventuali eletti del PLI alla Camera o al Senato. La risposta, come ovvio, é : " nessun Liberale" . Stando così le cose, l'impressione che il PLI darà agli elettori, non potrà essere altra se non quella d'avere giocherellato con la Politica, passatempo al quale, riesaminati i nostri trascorsi, non supponevo avessimo attitudine e che può servir solo a complicarci l'esistenza. Ciò detto, torniamo a volare alto con il prof. Chiarenza e ricordiamo che potete trovare i Suoi scritti su: www.liberalequalunque.com ( P. Dante)


La politica interna è dominata dalla campagna elettorale per le elezioni politiche. I toni si sono un po’ raffreddati dopo che tutti i media (compresi i social) hanno abbondantemente ironizzato sulla gara delle promesse irrealizzabili in cui tutti i contendenti si sono profusi. Resta tuttavia l’impressione che le differenze all’interno dei due schieramenti (sinistra e destra) tendano ad aumentare fino al punto di rendere difficile una coabitazione dopo le elezioni. Il movimento cinque stelle malgrado l’evidente disimpegno di Grillo mantiene nei sondaggi una posizione preminente e Di Maio continua la sua campagna di rassicurazione nei confronti dei “poteri forti” nazionali e internazionali raccattando all’insegna della “competenza” personaggi provenienti dalle più disparate esperienze professionali e politiche.
Anche la politica internazionale attraversa un momento di stallo. L’Europa attende la formazione del nuovo governo tedesco e l’esito delle elezioni italiane a cui tutti guardano con apprensione. In America e in Asia continua il palleggio a fasi alterne tra Trump e la Cina mentre la minaccia nord-coreana sembra – come era prevedibile - ridimensionata. Anche la Russia attraversa un periodo pre-elettorale: non è in discussione la vittoria di Putin ma dalle sue dimensioni si potrà capire quanto il suo potere sia stabile. In Medio Oriente si agita, al momento, soltanto la Turchia preoccupata dello spazio politico e militare che, dopo la fine dell’ISIS, potrebbero occupare i curdi.

31 gennaio 2018                                                 Franco Chiarenza

Il Paese che non ha più il senso dello Stato

Un Paese dove il Presidente della Repubblica vota mentre tre ragazzotti divertiti continuano a stare seduti dietro un tavolo fatiscente, non ha futuro, anzi, ha il futuro che merita, quello di un Paese allo sfascio dove, per sopravvivere, devi imparare ad essere un perfetto cafone.


P.L.I. – Liberale o Leghista?

Scusate, m'ero sbagliato.... rivisitando www.liberalequalunque.com  mi sono imbattuto in uno scritto del prof. Chiarenza dedicato proprio alla vicenda relativa alla allenanza elettorale che vede uniti il PLI di Morando e de Luca e la Lega di Salvini. Riporto lo scritto a completamento delle sovrastanti Sue 15 righe.... ( P. Dante)


Quella gloriosa L che al centro della sigla PLI campeggiava nel tricolore del glorioso partito fondato da Croce ed Einaudi dopo la seconda guerra mondiale significava appunto “liberale”.
Durante la prima repubblica il partito ha subito cambiamenti, trasformazioni, scissioni, ricomposizioni. Sempre però tenendo ferma la distinzione tra cultura liberale e nazionalismi conservatori (talvolta reazionari) che del simbolo liberale tentavano di impadronirsi; lo stesso Malagodi, che certo progressista non era, rifiutò sempre le ambigue offerte per la creazione di una “grande destra” con i missini e gli ex-monarchici, ribadendo più volte che un partito liberale – secondo l’insegnamento crociano – non poteva che collocarsi al centro dello schieramento politico. Nella seconda repubblica I liberali, si sono divisi nella scelta di campo scommettendo su due illusioni: quella di chi credeva nel “partito liberale di massa” promesso da Berlusconi, e l’altra, opposta ma non meno infondata, di chi pensava che sotto le fronde dell’Ulivo ci fosse spazio sufficiente per una cultura politica liberale. I nomi li ricordiamo tutti (almeno quelli della mia generazione e di quelle immediatamente successive): Martino, Biondi, Urbani, Pera nel primo caso; Zanone, Marzo, Morelli nel secondo. Un caso a sé ha rappresentato la decisione di Stefano De Luca il quale, raccogliendo il simbolo massacrato del partito, ha tentato di tenerlo in vita con equilibrismi non sempre compatibili con la sua tradizione.
Salvini liberale?
Leggo ora sui social network che il PLI presenterebbe suoi candidati nella Lega di Salvini. Spero di essere smentito ma non mi faccio illusioni. Dopo avere pericolosamente attraversato alleanze con Berlusconi e con la Meloni non mi stupisce questo nuovo approdo del PLI. Ognuno fa le sue scelte e chi è liberale rispetta sempre quelle degli altri anche quando non le condivide. Ma non posso evitare di esprimere la mia profonda amarezza nel vedere un simbolo che ha contrassegnato il mio impegno giovanile finire confuso con un partito come la Lega che di liberale non ha nulla, non solo per la sua storia ma anche per le caratteristiche programmatiche che Salvini gli ha imposto: contro l’Europa sovranazionale, contro l’apertura dei mercati, contro gli immigrati (con evidenti connotazioni razzistiche), contro la riduzione del debito pubblico.
Senza scomodare Zanone che si è fatto cremare, temo che Einaudi, Croce, Malagodi, Martino (Gaetano), e tanti altri si rivolterebbero nella tomba, non per altro, soltanto per non guardare.

31 gennaio 2018                                                   Franco Chiarenza


4 marzo 2018: Liberali, che fare?

Care Amiche e cari Amici,
Che faranno i Liberali dalle ore 07,00 alle ore 23,00 del 4 marzo 2018?
Ho pensato di riportare le voci di alcuni amici più votati alla teoria che alla pratica perché nascondere dette indicazioni "di pensiero" sul voto, credetemi, sarebbe stato come separarvi da un libro giallo mentre state leggendo la pagina che svela l'assassino.
Chiedo scusa se non ho riportato gli interventi di tutti ma, sinceramente, riportare i ragionamenti di liberali che pensano di votare 5 stelle o lega ci porterebbe all'eresia.
Come sempre, ad aprire il dibattito è stato l'impareggiabile Livio Ghersi.


Cari Amici,

penso non sia male uno scambio di opinioni sulle intenzioni di voto. Questa volta non ho ritenuto opportuno scrivere un articolo in argomento,
ma sento l'importanza dell'appuntamento elettorale, al quale non voglio sottrarmi.
Dopo aver riflettuto, ma non più di tanto, considerando le caratteristiche dell'offerta politica, andrò al voto tranquillamente, avendo chiaro cosa devo fare.
Tanto per la Camera, quanto per il Senato, voterò i candidati nei collegi uninominali espressione della coalizione di centro-sinistra.
A Palermo, si tratta di due donne, entrambe del Partito democratico. Che, quindi, non demonizzo, nonostante la forte divaricazione del referendum del 4 dicembre
2016, in cui sostenni convintamente le ragioni del No. Il mio giudizio sull'operato di Gentiloni, come Presidente del Consiglio, è complessivamente positivo.
Tanto più, se valuto le possibili alternative.
Sbarrerò anche il contrassegno di una delle liste collegate, quella di "+ Europa". Non sono radicale e non ho mai nutrito particolare stima
nei confronti di Marco Pannella. Tuttavia, in mancanza di una forza politica dichiaratamente liberale quale io la concepisco, la lista di Emma Bonino
e di Tabacci (ma anche di Andrea Mazziotti, uno dei migliori deputati dell'ex Scelta Civica) rappresenta due istanze che mi sono care: la serietà nella tenuta
dei conti pubblici, nel senso di contenere la propensione all'indebitamento, e la scelta strategica a favore dell'Unione Europea.
Nel ringraziare per l'attenzione, invio un caro saluto

Livio Ghersi
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alla tua indicazione, che condivido, aggiungerei solo un po’ più di convinzione. Questo del 2018 è forse il voto più “facile” degli ultimi decenni. Il cd è in testa grazie all’apporto determinante di Salvini, un moderato sul cui tasso di liberalismo solo Stefano De Luca può scommettere, perché spera in un seggio a Salerno perchè l’unico partito a rispondere alle sue mail è stato la Lega. Siamo ai confini dell’iperbole. Prendi qualcosa di liberale e cerca l’iperbolico contrario e hai Salvini, che purtroppo pesa ben più dell’antica Lega romantica di Bossi. Berlusconi, con la sua corte immutabile ne sarà ben più che condizionato. Quanto ai 5Stelle rispondo all’amico Scarlino, dicendogli che i suoi amici liberali hanno fatto bene a scandalizzarsi. Ma come ti può venire in mente una scelta del genere? Hai una vaga idea di cosa potrebbe capitare a questo Paese, e soprattutto all’Europa (che li ha rigettati in Francia e Germania, cancellati in UK e Olanda) se “quasi” vincesse questa setta di incapaci e irresponsabili? Per la fretta di voler rispondere non riesco ad articolare un ragionamento moderato e pensante. Rispondo solo d’istinto e mi scuso, ma essere signorili sarebbe irrispettoso per se stessi. Anche qui: prendi la democrazia liberale, rovesciala nel suo contrario e hai il “progetto” grillino.

Fedeli e Faraone sono un buon motivo per votare questa gente? Ma la Fedeli almeno ha fatto le scuole elementari….

E comunque si può fare una scelta così importante come quella del 4 marzo – rimettendo in discussione un minimo di ripresa economica e un futuro europeo - solo per “il modo di fare” di Renzi?

Vai a vedere l’elenco delle riforme di questi ultimi 4 anni. Imperfette, insufficienti, manca lo ius soli eccetera, ma che modello civile è quello del reddito di cittadinanza?

Insomma, Adalberto, pensaci bene: anche il mezzo voto per questi qui sarebbe un suicidio. E fai tornare tuo figlio da Londra un po’ più spesso a trovarti. Ne guadagnerà la famiglia e si farà un’idea di come vanno le cose in Italia.

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Non è il caso che mi dilunghi. Concordo con le motivazioni di Livio Ghersi. Sono sufficienti. E non è necessario che ne aggiunga altre che, in questo pericolosissimo momento che attraversa la Democrazia italiana, inducono ogni onesto e serio Liberale a dare il proprio voto ai candidati nei collegi uninominali espressione della coalizione di centro-sinistra.

Una sola differenza, rispetto Livio Ghersi, sul voto alle liste della coalizione di Centro Sinistra. Prima di tutto io ho votato SI al referendum del 4 dicembre 2016. Ma in ogni caso, con un voto democraticamente “utile”, sbarrerò il contrassegno del PD auspicando che questo sia il partito più votato o, meglio, col maggior numero di parlamentari, superiore quindi sia ai 5Stelle che ai 2 principali partiti della Destra. Forza Italia e Lega. E ciò pur condividendo le motivazioni Liberali che idealmente e astrattamente mi porterebbero a preferire il voto per la lista +Europa.

Un caro saluto, e sperando che si eviti il disastro,

25 febbraio 2018 Enrico Lecis Cocco-Ortu

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Nella sostanza concordo con Facchetti, di fronte ai caratteri etnonazionalisti che caratterizzano il centrodestra e al populismo che lo accomuna ai Grillini non esistono più più alibi (per me non ne sono mai esistiti) per i liberali per non collocare il proprio (con i mille distinguo) nell’alveo di quello che resta delle culture fondative della Repubblica e cioè nella coalizione di centrosinistra.
Personalmente poi (anche qui con tutti i limiti dell’operazione) credo la scelta più coerente con la nostra storia sia quella di sostenere l’opzione di Più Europa, l’unica lista che ha ricevuto un endorsement dagli organismi ufficiali del liberalismo internazionale, che se superasse il 3% aprirebbe prospettive nuove ad una rinnovata presenza liberal-democratica nel Parlamento italiano.
Saluti
Valter Grossi
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Non voglio annoiarvi e saro brevissimo: d'accordo con Valter. +Europa con Bonino.

Renato Lupoli
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Rete per la democrazia liberale
“Stiamo assistendo ad un’indecorosa sceneggiata che evidenzia l’inadeguatezza della proposta politica”
La Giunta Esecutiva di RETE PER LA DEMOCRAZIA LIBERALE, presieduta da Enzo Palumbo ha ascoltato ed approvato la relazione del Segretario Politico Pippo Rao sulle elezioni politiche, che si stanno svolgendo tra promesse inattuabili, sovranismi impossibili e mondialismi velleitari, accuse di malaffare e rendicontazioni fasulle, candidati narcisisti che si autonominano premier senza poterlo diventare e propongono ministri altrettanto improbabili, insomma una indecorosa sceneggiata che evidenzia l’inadeguatezza della proposta politica su cui il Paese sarà chiamato a esprimersi il 4 marzo.
L’attuale scenario non ha nulla del confronto politico, che è ormai degradato sino alla riedizione farsesca degli opposti estremismi, senza uno straccio di proposta costruttiva per uscire dalla crisi morale, economica e sociale della società italiana, appesantita da un mostruoso debito pubblico che si autoalimenta e impedisce ogni investimento produttivo, e aggravata dalla prospettiva di affidare le sorti del Paese a parlamentari incompetenti, nominati dai capipartito per occasionale notorietà mediatica o per legami familistici, ufficiali od occulti, e paracadutati qua e là senza alcun legame col territorio che dovrebbero rappresentare.
Quale che sia l’esito elettorale, una cosa è certa: gli attuali partiti hanno come unico obiettivo quello della conquista del potere, e nessuno ha la minima idea di cosa serve per ridare agli italiani speranza nel futuro, per riaccendere il motore della ripresa e invertire il declino.
All’insufficienza della proposta politica, che spinge tanti cittadini all’astensione, si aggiunge lo sconcerto per una legge elettorale che non consente agli elettori di esprimere un voto consapevole, costretti come sono nella trappola perversa del voto congiunto, per cui chi vota per un candidato del collegio uninominale è costretto a farlo anche per una o più liste collegate che non vorrebbe votare, e viceversa; una prospettiva paradossale che, impedendo il voto diretto e libero, invoglia all’astensione che, da fenomeno assolutamente marginale in tutto il corso della prima repubblica, si è ora trasformato in patologia di massa.
I liberali sono convinti che il diritto di voto sia essenziale per una democrazia liberale e sono anche consapevoli che è irragionevole costringere i cittadini a votare per chi non si vuole, contrabbandando per elezione quella che in realtà è una vera e propria nomina dall’alto
E quindi, salve restando comprensibili preferenze personali per qualche candidatura uninominale, sapendo tuttavia che si finisce per votare anche una lista che potrebbe non piacere, all’elettore resta la facoltà di manifestare la propria indignazione annullando volontariamente la scheda con un voto disgiunto per candidature e liste entrambe gradite ancorché non collegate, ovvero scrivendo sulla scheda una qualsiasi frase emblematica di condanna per questa legge liberticida che, dopo due tentativi già bocciati dalla Consulta, rappresenta l’ennesimo furto di democrazia ai danni dei cittadini.
Come liberali, ci sentiamo assolutamente disimpegnati rispetto a queste elezioni farsesche – in cui non c’è niente di vero, salvo il generale tentativo d’impadronirsi di pezzi dello Stato da utilizzare nella successiva trattativa a tutela dei rispettivi interessi – mentre anticipiamo che, a partire dalle prossime elezioni amministrative, lavoreremo per preparare una nuova e seria proposta politica da offrire ai cittadini disorientati e disgustati dalle scene di questi giorni.
Mercoledì, 28. Febbraio 2018 – 11:48
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Astensione o voto?

Lettera aperta all'avvocato Enzo Palumbo

Caro Enzo,

collegandomi al Sito di "Rete liberale per la democrazia liberale", ho letto che, dopo un'assemblea tenuta a Messina, avete deciso, come Movimento, di astenervi dal voto. A quanti proprio non sappiano sottrarsi all'attrazione della cabina elettorale, consigliate di annullare il voto, magari con scritte creative. Non so se la coincidenza è voluta, ma, nella sostanza, avete assunto la medesima linea proposta da Rita Bernardini e dal Partito radicale transnazionale: lo "sciopero del voto". Permettimi di spiegarti perché sono in completo disaccordo.
So quanto Tu, personalmente, hai fatto per arrivare al giudizio di legittimità costituzionale delle due precedenti leggi elettorali: il cosiddetto "Porcellum" e il cosiddetto "Italicum" (legge peraltro rimasta sulla carta, perché mai attuata).
A prescindere dalla meritoria attività che, insieme ad altri, hai svolto per ricondurre le leggi elettorali allo spirito di una sana democrazia liberale, mi permetto di chiederti. La legge n. 270 del 2005, purtroppo, ha trovato applicazione più volte, fino alle elezioni politiche del 2013. In queste occasioni, il cittadino Palumbo ha votato, o non ha votato? Se hai votato, anche soltanto una volta, ti trovi ora in contraddizione con Te stesso. La legge elettorale vigente, infatti, al netto di tutte le sue magagne e di tutti i suoi difetti – inclusa l'approvazione mediante voti di fiducia – resta, comunque, molto meglio del "Porcellum".
Ad esempio, perché contempla i collegi uninominali. Tutti i sondaggi che si sono letti continuano a riproporre l'argomento dell'elettorato spaccato in tre parti, più o meno equivalenti; ciò significa che non hanno tenuto nel debito conto la rilevante novità del ritorno ai collegi uninominali per l'assegnazione di una considerevole quota parte dei seggi. Non sto a spiegarti come funziona il sistema maggioritario in un collegio uninominale, perché Tu, come giurista e soprattutto come persona che ha maturato una lunga esperienza politica sul campo, potresti insegnarlo a me.
La nuova legge elettorale doveva essere approvata dal Parlamento uscente, che era composto da certe forze politiche. Io penso che finché Berlusconi avrà potere e capacità di influenza, non sarà mai possibile approvare leggi elettorali ben fatte. Il cavaliere, infatti, non vuole le preferenze e, soprattutto, vuole predeterminare l'elezione dei parlamentari. Anche se, nel tempo, proprio tanti suoi ex fedelissimi lo hanno tradito. Mi dirai: perché, Renzi non vuole le stesse cose? Sì, ma forse Renzi, per "occhio di mondo", deve fingere di essere più virtuoso di Berlusconi. Quest'ultimo rappresenta per lui l'alibi perfetto: o si fa una legge senza preferenze, senza possibilità di voto disgiunto, eccetera, o non sarà possibile approvare alcuna legge elettorale.
Tieni conto che Berlusconi era contrarissimo alla reintroduzione dei collegi uninominali ed il meccanismo artificioso che è stato trovato (la possibilità che il voto ad una lista collegata valga anche per il candidato nel collegio uninominale, se non si vota per quest'ultimo) è stato concepito appositamente per lui.

Possiamo scrivere leggi elettorali bellissime, sulla carta, ma poi c'è il piccolo problema che qualcuno le deve approvare nel Parlamento. In conclusione, nel caso della legge elettorale "Rosato", non mi scandalizzo e non mi indigno, considerate le condizioni da cui si partiva, ossia i rapporti di forza nel Parlamento uscente. Da modesto cultore della materia elettorale, sono convinto che quanti hanno concepito questa legge stavolta non abbiano fatto bene i loro conti. Secondo me, hanno determinato un meccanismo che non saranno in grado di controllare fino in fondo. L'elemento di incertezza sta proprio nell'esito finale del voto in ciascun collegio uninominale.
Inoltre, penso – e spero – che il meccanismo della legge risulterà penalizzante per il Movimento 5 Stelle. A condizione, però, che le persone in grado di far funzionare la propria testa, vadano a votare.
Viviamo in tempi difficili. La classe politica è pessima. Il problema è che potrebbero venire anche tempi peggiori. Allora, se la situazione è questa, secondo me ciascuno, nel proprio piccolo, deve caricarsi sulle spalle una quota-parte della responsabilità del destino del nostro Paese, ossia del nostro destino. Si sceglie quello che risulta meno pericoloso, tra alternative tutte criticabili e mediocri. Non votare significa, invece, lavarsene le mani: succeda quel che succeda.
Nelle condizioni date, il voto più importante da esprimere è proprio quello per il candidato nel collegio uninominale, tanto per la Camera, quanto per il Senato. Dopodiché si può decidere di sbarrare anche il contrassegno di una lista collegata ed anche questa seconda scelta può determinare non trascurabili effetti politici. Avvalendosi anche di questa seconda scelta, sarà possibile correggere anche l'altra stortura legislativa; mi riferisco alla previsione che il voto attribuito al candidato per il collegio uninominale si traduca automaticamente in un voto anche per tutte le liste collegate che superano la soglia di sbarramento, da ripartire proporzionalmente fra loro.
Scusami davvero se l'ho fatta lunga. Non sapevo rassegnarmi a vedere un vecchio liberale come Te diventare paladino dell'astensione dal voto.
Cari saluti
Palermo, 1 marzo 2018 Livio Ghersi

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Per quanto mi riguarda, barrerò il solo simbolo di + Europa senza entusiasmo e con la speranza che molti disertino le urne poichè, una forte astensione, dovrebbe influire sulle delicate decisioni che dovrà assumere il Capo dello Stato all'esito dellle votazioni.
L'articolo 91 della Costituzione precisa che il Capo dello Stato presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione.
L'articolo 56 della Costituzione avverte che la ripartizione dei Seggi alla Camera, fra le Regioni, avviene distribuendoli " in proporzione alla popolazione".
Anche per il Senato, ai sensi dell'art.lo 57, vale la distribuzione dei Seggi in base alla popolazione.
L'articolo 92, al secondo comma, esattamente quello ignorato dal signore onorevole Di Maio, prevede che il Capo dello Stato: prima, nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e solo dopo, ricevuta da questi la lista dei Ministri, nomina anche loro.
Ciò chiarito, che importanza può assumere una percentuale davvero significativa di astensione e di schede da annullare?
Se in buona parte del Paese dovesse registrarsi un forte astensionismo, nessuno potrebbe impedire ai tanti eletti sia alla Camera che al Senato, magari con voti pari a quelli racimolati da un consigliere di quartiere, di prender possesso, come nulla fosse, di uno scranno a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Orbene, in condizioni di forte astensionismo, direi in misura pari al 50% degli aventi diritto al voto, il Presidente della Repubblica non violerebbe certo il giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione nel dover prendere atto di un risultato elettorale inaccettabile in quanto acquisito - al limite anche solo per alcune Regioni - su un montante di voti validi del tutto irrilevante, traendone le conseguenze con il procedere allo scioglimento delle Camere, o anche di una sola di Esse, secondo le prerogative a Lui concesse dall'art.lo 88 della Costituzione.
Ne riparleremo, ove mai.... il 5 marzo.

Pasquale Dante

IL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO PROTAGONISTA DELL'ULTIMO LIBRO DI QUAGLIENI

Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell'Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell'attività del Centro "Mario Pannunzio" di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro. Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l'ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di "Maestri e amici". Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l'espressione "Le radici".

Dare un'idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c'è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all'Autore sembra l'essenziale, non c'è alcuna nota bibliografica. L'assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.
Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell'Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L'impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli "Incontri" di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l'Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un'opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).
Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell'utile»; mentalità espressa in una forma anch'essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.
Non penso sia un caso che la sezione "Le radici" si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell'Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall'iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire "anarco-capitalismo". Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L'Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell'equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all'attuale andazzo dell'economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l'economia. Così l'Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti "derivati", quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti "credit default swaps" (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l'obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.
Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell'esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini "laicismo" e "laicità". Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d'intransigenza e d'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della "laicità" correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d'accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi "laici", nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d'azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un'altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell'opinione pubblica.
In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio e "Il Mondo", uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra "colonna" de "Il Mondo", il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell'occasione, Pannunzio scrisse, tra l'altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al "Mondo" e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.
Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite "formali" e "borghesi". Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell'intellettuale pugliese: ridimensionare l'influenza che Croce aveva esercitato nell'opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall'altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.
Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d'Italia e l'iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s'impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.
In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un'Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l'attuale fase di decadenza.
Palermo, 22 marzo 2017

Livio Ghersi

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

La Siria, oltre le bugie interessate.

La lettura di questa riflessione, colta, scorrevole di Livio Ghersi è in assoluta sintonia con il principio " conoscere per deliberare " di einaudiana memoria. Si possono non condividere le conclusioni cui Ghersi giunge, sia perchè non è detto che l'America intenda usare armi atomiche, sia perché lasciar correre l'utilizzo di armi chimiche non può essere accettato a cuor leggero. Personalmente, anche in questa occasione, credo debba porsi in evidenza il risvolto della medaglia del tanto osannato presidenzialismo. Non mi piace che Putin e Trump abbiano nelle mani le sorti dell'umanità: Il primo è troppo astuto, il secondo troppo sciocco. Almeno per l'impiego delle Armi contro altri Stati e/o Comunità, salva l'ipotesi del doversi subito difendere, ogni Paese civile dovrebbe delegare la decisione ad un comitato di saggi in modo da mitigare ogni isterismo.  Il pericolo di una democrazia ormai preda dei social, in cui, come ricordava Eco, non passa differenza fra il parere di un premio Nobel e quello di un avventore da bar , è che quella democrazia porti l'umanità sull'orlo del baratro. (P. Dante ) 

In questi ultimi anni ho seguìto passo passo e con grande trepidazione le notizie sulla Siria. Che non è un Paese come tutti gli altri; così come non è un Paese come tutti gli altri il confinante Iraq.
Leggo dal saggio del filosofo Karl Jaspers "Origine e senso della Storia" (del 1949): «Dall'oscuro mondo di una preistoria durata centinaia di migliaia di anni, e dalle decine di migliaia di anni di vita di esseri umani simili a noi, emersero le antiche alte civiltà qualche millennio prima di Cristo, in Mesopotamia, in Egitto, nella valle dell'Indo e lungo il Hoang-ho». Lo Hoang-ho è quello che noi chiamiamo "Fiume giallo", in Cina.
La Mesopotamia è la terra fra i due fiumi, l'Eufrate e il Tigri, i quali scorrono in direzione del Golfo Persico. Questo è una porzione di mare stretto e lungo, fra la penisola arabica ad Ovest e l'Iran a Est.
Lì, in quello spazio geografico, l'umanità ha fatto alcune delle sue prime importanti conquiste: a partire dalla scrittura, adottata, per quel che ne sappiamo, dai Sumeri in un tempo anteriore al tremila avanti Cristo. Ossia, circa cinquemilatrecento anni fa.
Se il concetto di "sacro" ha un senso, devono considerarsi sacri quei luoghi dove per migliaia e migliaia di anni esseri umani hanno raggiunto elevati livelli di civiltà e quindi hanno insegnato gli uni agli altri, hanno sviluppato la conoscenza (matematica, geometria, astronomia, tecniche di navigazione), hanno espresso il "bello" nelle arti figurative e nell'architettura, hanno sviluppato il sentimento religioso e pregato le Divinità in cui credevano.
La popolazione siriana è oggi, nella sua stragrande maggioranza, di fede islamica, ma la storia della Siria parte molto prima di quella dell'Islam. In più punti della Bibbia si parla di Damasco. Ad esempio, il profeta Geremia, nei suoi oracoli contro i popoli pagani, a proposito di Damasco ricorda come fosse considerata «la città della gloria, la città della gioia» (Gr, 49, 25). La Siria è stata teatro di vicende importanti nella storia dell'Europa meridionale, mediterranea, e nella storia del Cristianesimo: ricordate san Paolo "folgorato" mentre era sulla via di Damasco? Il regime degli Assad (di Hafiz al-Assad, al potere dal 1971 al 2000, poi del figlio Bashar al-Assad) è stato effettivamente rispettoso delle significative minoranze cristiane presenti in quel Paese. É stato subito chiaro quanto, in quel contesto, fosse preziosa una reale tolleranza religiosa quando si è manifestato l'ISIS, sedicente Stato islamico dell'Iraq e della Siria. Gli estremisti islamici dell'ISIS hanno cominciato a perseguitare sistematicamente tutte le minoranze religiose, cristiani in testa. In ciò contravvenendo a dei precisi precetti religiosi islamici, perché il Corano, il loro libro sacro, riconosce e rispetta "la gente del libro" (Ebrei e Cristiani). «Ma non tutti sono uguali: tra la gente del libro c'è una comunità di uomini retti, che recitano i versetti di Dio durante la notte e si prosternano, credono in Dio e nell'ultimo giorno, ordinano la giustizia e impediscono l'ingiustizia, e fanno a gara nelle buone azioni. Essi appartengono al numero dei puri, e il bene che fanno non sarà loro negato, Dio sa bene chi ha timore di Lui» (Sura 3, 113-115).«Nel nome di Dio, il Clemente, il Compassionevole. Dì: "Miscredenti! Io non adoro quel che voi adorate e voi non adorate quel che adoro, e io non adorerò quel che adorate e voi non adorerete quel che adoro. A voi la religione vostra, a me la mia"» (Sura 109). In questi giorni, in queste ore, ritornano le accuse contro il dittatore Bashar al-Assad e contro le sue forze armate per il presunto utilizzo di armi chimiche contro gli oppositori e, quindi, anche contro la popolazione civile. Le prime accuse di questo tipo risalgono all'agosto del 2013. Il governo siriano ha sempre negato. 

Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, ha ordinato di preparare una "punizione" esemplare contro il regime siriano. A quanto si dice, dovrebbe trattarsi di qualcosa di molto più doloroso e di molto più radicale rispetto ai missili americani lanciati nell'aprile del 2017 contro un aeroporto militare siriano.
Dal punto di vista della legalità internazionale, gli Stati Uniti non hanno alcun titolo per "punire" chicchessia. L'unico Organo a ciò deputato, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, non ha adottato alcuna risoluzione, perché la Russia ha posto il veto. Stupisce che a soffiare sul fuoco sia uno Stato quale la Francia, governata dal giovanotto ambizioso Emmanuel Macron. Stia attento, perché certi azzardi e certe avventure si possono pagare molto duramente.
Cosa c'entra la Francia con la Siria? Ce lo dice la storia. Al termine della prima guerra mondiale, Francia e Regno Unito si spartirono i territori del Medio Oriente prima soggetti alla dominazione dell'Impero Ottomano. Dall'intesa fra due diplomatici, l'inglese Mark Sykes ed il francese François Georges Picot, derivò l'invenzione di quattro stati nazionali, senza stare troppo a sottilizzare con i confini, spesso tracciati segnando linee con un righello nella carta geografica. Si stabilì che Siria e Libano ricadessero nella sfera d'influenza francese, mentre l'Iraq e la Transgiordania (comprendente non soltanto la Giordania, ma anche la Palestina e l'attuale Israele) furono ricondotti alla sfera d'influenza del Regno Unito. Il lettore obietterà che stiamo parlando del 1919. Il colonialismo non è, non dovrebbe essere, finito da un pezzo? Malpensanti, è chiaro che Macron difende le ragioni della "coscienza universale", la quale non può tollerare l'uso di armi chimiche.
Cerchiamo di far funzionare il cervello, che il buon Dio – per chi ci crede – ci ha dato. Ammesso e non concesso che il governo siriano abbia commesso la grave colpa di utilizzare armi chimiche, con conseguente strage indiscriminata di popolazione civile, in che cosa si tradurrà la sanzione? Bestie, di cui non riportiamo il nome, arrivano ad ipotizzare che, al minimo cenno di reazione, non tanto di Bashar al-Assad, che è debole, ma dei suoi alleati Russia e Iran, la Siria "sarà cancellata" dalla carta geografica. Il che lascia intravedere, almeno come minaccia, il possibile impiego di armi atomiche.
La logica che si vorrebbe adottare, dunque, è la seguente: per punire chi ha ucciso un centinaio di siriani innocenti, tra i quali bambini, bisogna essere pronti ad uccidere alcuni milioni di siriani, innocenti o colpevoli non importa, e tra loro, certamente, alcuna centinaia di migliaia di bambini. Non vi sembra che questo modo di ragionare sia quanto meno incoerente, per non definirlo in altro modo?
Di fronte ad una tragedia di questa portata, in Italia c'è chi pensa di poter utilizzare la politica estera come chiave per la politica interna. Nel quotidiano "La Stampa" dell'11 aprile 2018 viene riportata, con grande risalto, questa dichiarazione del Sottosegretario agli Esteri, tal Vincenzo Amendola: «Il Governo italiano è a fianco dei tradizionali alleati del nostro Paese: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Se Salvini la pensa diversamente lo dica con chiarezza». La "scandalosa" dichiarazione di Matteo Salvini, riportata dalla medesima fonte di stampa, è la seguente:«Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell'Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria».
Non ho alcuna simpatia politica per Salvini e per la sua Lega, ma condivido perfettamente il senso della sua dichiarazione e sono pronto a sottoscriverla. Gli Stati Uniti sono un grande Paese, ma bisogna pur comprendere che Trump non è Abraham Lincoln, né Franklin Delano Roosevelt. É mortificante ed inaccettabile avere come linea di politica estera la scelta di stare sempre e comunque al fianco di Trump. Il quale minaccia di colpire la Siria anche per distrarre l'opinione pubblica statunitense da alcune inchieste che direttamente lo riguardano. Ci deve pur essere un limite all'essere servi stupidi degli americani, all'appiattirsi sulla fedeltà atlantica. Dopo il 1989, più di un osservatore si è chiesto a che cosa serva ancora la Nato. Parlo di commentatori certamente non sospetti di estremismo politico e che padroneggiano davvero la materia della politica estera, quali Sergio Romano.
La fobia nei confronti della Russia non ha alcun fondamento di razionalità politica. Si tratta di un governo autocratico, obietterete. E allora? Anche la Cina attuale è un regime autoritario, secondo i nostri parametri. Tutti i Paesi islamici, dalla Turchia all'Arabia Saudita, dall'Egitto all'Iran, sono regimi autoritari. E allora? Dovremmo smettere di commerciare e rinchiuderci nella nostra presunta "purezza"? E poi il simbolo di questa "purezza", l'occidentale puro, chi sarebbe, forse Donald Trump? Purtroppo, non c'è niente da ridere.
Palermo, 12 aprile 2018                                                  Livio Ghersi

Il fenomeno Trump visto da Raffaello Morelli

IL VOTO COME SPINTA AL CAMBIAMENTO

Il giuramento del nuovo Presidente USA conclude un processo elettorale istruttivo non soltanto per gli americani. La sovranità del cittadino non si esaurisce in una scelta tra il progetto voluto da chi ha gestito il potere e il progetto di chi si era opposto. La sovranità del cittadino riguarda anche la scelta della natura del progetto di governo. Come questo caso dimostra.

I cittadini hanno rifiutato sia il programma dei democratici sia il programma dei repubblicani, incluse le rispettive dinastie familiari. Programmi senza dubbio differenti eppure analoghi. Su cosa? Sul praticare il governo secondo i modi, i fini e gli interessi non dei diversi cittadini bensì di quanti impiegati nel far funzionare la macchina istituzionale. In queste elezioni 2016 – in cui c’è stata non per caso la convergenza dei democratici e di importantissimi esponenti repubblicani – i cittadini hanno preferito un progetto di cambiamento strutturale che riportasse la barra sulla sovranità del cittadino. Oltretutto, nel sistema americano dello spoil sistem, ad ogni elezione i dirigenti istituzionali si avvicendano del tutto e quindi i cittadini hanno voluto evitare proprio il solito avvicendamento tra democratici e repubblicani ambedue disattenti al cittadino.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la volontà di cambiamento. Lui non è liberale. E’ un conservatore convinto pur non statico, fautore di meccanismi capitalistici pur senza blocchi ideologici, con forti pregiudizi maschilisti pur non accusato di scorrettezze sessuali. Gli americani hanno preferito questa personalità controversa per cambiare rispetto alle concezioni di governo repubblicane prima e dopo democratiche che hanno spinto gli Stati Uniti ad un regresso tangibile. Sul piano internazionale si è passati dall’incoerente esportazione della democrazia all’incapacità di far fronte alle guerre civili in Medio Oriente e di contrastare il diffondersi dell’ISIS, il tutto nell’ossessione di un’anacronistica guerra fredda con la Russia. Sul piano interno si è passati dalla colpevole mano libera alla gravissima crisi bancaria a metà anni 2000 alla continua perdita di posti di lavoro delle classi medie a vantaggio delle economie dei paesi emergenti e del non abbastanza controllato afflusso di mano d’opera straniera.

In maggioranza i cittadini americani non si fidavano più delle tradizionali ricette di governo dimostratesi inefficaci nei fatti. E hanno scelto uno che assicura il cambiamento con indirizzi protezionistici ma chiari. Ripensare il libero commercio internazionale per riportare le imprese americane ad investire negli USA , far crescere i posti di lavoro incentivando l’economia interna, ristabilire migliori rapporti con la Russia contro il terrorismo della Jihad e per collaborare nei punti di crisi, diminuire gli impegni finanziari nella NATO.

Ed è emblematico il cambiamento sull’annoso contenzioso tra israeliani e palestinesi. Da molti anni le Camere avevano votato che gli USA spostassero la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma un malinteso conformismo diplomatico aveva indotto i Presidenti a non farlo. Trump lo farà e questo non riguarda il Medio Oriente, ma investe il rispetto della sovranità dei cittadini che repubblicani e democratici hanno mostrato di non avere.

Le elezioni USA fanno vedere che i progetti politici sono essenziali nel processo democratico, ma non vanno mai trascurati i risultati della loro applicazione, dato che il fine vero della democrazia non è il voto in sé ma il voto per cambiare davvero e adeguarsi al mondo che muta nel tempo.

Raffaello Morelli

Le 15 righe del prof. Franco Chiarenza

Grazie davvero a Franco Chiarenza per la capacità di riassumere, in poche righe, gli eventi significativi degli ultimi 15 giorni. Di seguito, la Sua sintesi per i giorni dal giorno uno al giorno quindici di gennaio 2018. Le sintesi del prof. Chiarenza sono pubblicate su  www.liberalequalunque.com 

In qualche modo l’Europa si muove. Il movimentismo di Macron si distingue da quello dei suoi predecessori per essere chiaramente europeista; il patto proposto all’Italia per allargare a tre l’intesa franco-tedesca (operativa da oltre cinquant’anni) ha trovato naturalmente in Gentiloni e Mattarella interlocutori attenti ma ovviamente condizionati dall’esito delle elezioni ormai imminenti.   In Germania l’accordo di governo tra democristiani e socialisti sblocca la situazione di stallo, nella speranza che l’intesa non venga respinta dalla base dell’SPD. In America Trump, pressato da una stampa ostile, passa da una gaffe all’altra e si muove disordinatamente in un crescendo di passi avanti e passi indietro; il resto del mondo, sempre più sconcertato, sta a guardare.

In Italia la campagna elettorale non registra nulla di nuovo: continua la valanga di promesse irrealizzabili tra la generale indifferenza dell’opinione pubblica che vorrebbe invece conoscere quali concrete soluzioni si propongono per la soluzione dei problemi del Paese. Unica novità la rinuncia di Maroni a candidarsi in Lombardia; un’occasione unica per la sinistra che verrà vanificata dalle sue divisioni regalando ancora una volta la Regione alla Lega. Sulla rinuncia di Maroni e sulla sua separazione da Salvini le illazioni si sprecano: tra le altre quella di un accordo con Berlusconi per la leadership del centro-destra.
 
Franco Chiarenza
14 gennaio 2018

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

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