L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Quello Statuto, che rappresenta il classico esempio di costituzione octroyée, in quanto concessa dal sovrano e non promanante da un’assemblea costituente, instaurò un sistema di tipo orleanista sul modello della Carta concessa ai francesi da Luigi Filippo d’Orleans nel 1830, cioè una monarchia costituzionale, in cui il re del Piemonte accettò di autolimitare i suoi poteri, così guadagnandosi il sostegno dei patrioti liberali ed unionisti di allora, che lo elessero alla guida della lotta per l’unità politica della nazione.

Queste tendenze trovarono poi la loro sede naturale, piuttosto che nel Senato, nella Camera dei Deputati del Regno d’Italia, attraverso un lungo processo di progressiva democratizzazione della rappresentanza politica, sino al D. Lgs. Luogotenenziale n. 23 del 2 febbraio 1945, che introdusse il suffragio universale anche femminile.

Il Senato del Regno era rimasto invece sempre di nomina regia e a vita, avendo le stesse competenze della Camera (salvo che per l’iniziativa delle leggi di bilancio), anche se il potere di nomina era poco alla volta “sdrucciolato” dalle mani del Re e quelle del Governo, prima in via di fatto, e poi, a partire dal R. D. 25 agosto 1876, anche in via di diritto.

Pur senza avere mai pesato sulla vita dei governi che si andavano succedendo (sino a mimetizzarsi nell’anonimato anche durante la lunga parentesi fascista), non mancarono tuttavia le proposte di riforma, sino all’ultima contenuta nella relazione di un’apposita Commissione che nel giugno del 1919, a firma dei senatori Greppi e Ruffini, suggerì, già allora, un Senato composto di 360 membri, 180 dei quali eletti da appositi collegi elettorali di secondo grado, 60 nominati a vita dal re, 60 eletti dal Senato in carica e 60 eletti dalla Camera dei Deputati, tutti scelti comunque tra determinate categorie di “ottimati” del Regno.

E mi viene di riflettere quanto possano in fondo sembrare anacronistiche le proposte assai simili che circolano in questi giorni; solo che, allora, si trattava di fare un grande passo in avanti, mentre oggi si tratterebbe di fare un salto all’indietro di quasi un secolo.

La proposta non ebbe seguito e a bloccare ogni velleità riformatrice pensò il fascismo, che mantenne formalmente in vita il Senato, di fatto privandolo di ogni potere, che il nuovo regime concentrò invece nella persona del capo del governo e delle sue nuove creature istituzionali: il Gran Consiglio del Fascismo e la Camera dei Fasci e delle Corporazioni.

 

2) IL SENATO NELL’INTERREGNO

Caduto il fascismo, l’Italia rimase per un breve periodo (meno di due anni) con un sistema legislativo monocamerale costituito dall’l’Assemblea Costituente, che, mentre metteva mano alla Costituzione, contemporaneamente funzionava anche come Camera legislativa, ed in tale sede si rapportava coi governi postbellici che si andavano succedendo.

Era, infatti, accaduto che il 25 giugno 1946, in coincidenza con la prima riunione dell’Assemblea Costituente, il D. Lgs. n. 48 del 24 giugno 1946 aveva disposto la cessazione del vecchio Senato del Regno, che durante il regime era stato sempre più infarcito di personalità fasciste (nel 1922 solo uno, Giovanni Gentile; addirittura 212 nel 1939).

La “vacatio” istituzionale durò quasi due anni, sino all’8 maggio 1948, quando ebbe inizio la prima legislatura repubblicana, ed il Senato ricominciò così a funzionare in una prima composizione mista, originata in parte dal voto popolare del 18 aprile di quell’anno e in parte dall’applicazione della III Disposizione di Attuazione della Costituzione, che chiamò a farne parte 107 personalità benemerite dell’Italia prefascista ed antifascista.

Fu quello il periodo in cui si dovette porre mano alla ricostruzione materiale, economica, morale e civile del paese.

E, tra le due tendenze che allora emersero – quella della rottura totale col passato e quella del cambiamento nella continuità dello Stato, fu quest’ultima a prevalere, sfociando nel grande compromesso della Costituzione repubblicana.

E tuttavia, se rottura ci fu rispetto al regime fascista, essa si consumò proprio nella ripulsa della tendenza accentratrice, che aveva caratterizzato il ventennio, allorché tutto il potere era stato concentrato nelle mani del capo del governo e del suo partito unico.

Sembrò quindi naturale di immaginare un modello di stato democratico, pluralista e decentrato, con poteri diffusi nelle istituzioni e nel territorio, e con una serie di controlli e di contrappesi reciproci, tali da impedire in futuro a un solo organo dello Stato una concentrazione di poteri che potesse mettere in discussione le conquiste della democrazia, passate attraverso un sanguinoso conflitto mondiale ed una fratricida guerra civile.

Da qui la decisione dell’Assemblea Costituente di dividere il potere legislativo tra due camere, in termini assolutamente paritari, anche se sul punto non mancarono vivaci contrasti.

Il partito comunista sosteneva, infatti, la tesi che tutto il potere doveva essere concentrato in una sola camera legislativa, simbolo di sovranità popolare ma anche capace di creare una sorta di centralismo democratico, nella convinzione che una seconda camera sarebbe stata naturalmente destinata a limitare la forza della volontà popolare, anche in ragione delle inevitabili differenziazioni che si sarebbero dovute introdurre per evitare di farne un mero doppione della prima. Quest’antica opzione monocameralista del PCI di allora si andò nel tempo via via stemperando, man mano che svaniva il sogno, coltivato più dalla base che dai vertici di quel partito, di fare anche dell’Italia un paese di c. d. democrazia popolare.

Il partito socialista, allora legato con patto di unità d’azione col PCI, era sostanzialmente monocameralista, ma anche disponibile verso una seconda camera con natura prevalentemente economica e con un ruolo sostanzialmente consultivo.

La democrazia cristiana, che pure difendeva la necessità di garantire rappresentatività e pluralismo, immaginava che il Senato potesse anche essere espressione delle tante istanze locali, professionali, sindacali, culturali ed anche familiari, raggruppate per categorie generali o per gruppi territoriali, ma nella sua grande maggioranza sosteneva con forza la necessità di un sistema legislativo bicamerale.

I partiti laici poi, in particolare i liberali e i repubblicani, erano invece fortemente convinti della necessità di instaurare un vero bicameralismo, con un Senato dotato di poteri identici a quelli della Camera, e che però promanasse anche dalle assemblee regionali, in una struttura statale con forti autonomie regionali, che fossero in grado di frenare le spinte centrifughe presenti in alcune regioni, a cominciare dalla Sicilia, dove si era sviluppato un significativo movimento separatista.

E appartiene ai paradossi della storia, non infrequenti per la verità, che proprio alcuni degli eredi più diretti della tradizione comunista siano oggi divenuti i più attenti difensori della democrazia rappresentativa e  del pluralismo politico, mentre sembra che tocchi a molti degli eredi (o presunti tali) della tradizione democratico-liberale di allora la parte di chi a quelle garanzie di libertà è oggi disposto a rinunziare in ragione di una maggiore presunta governabilità.

 

3) IL SENATO NELLA COSTITUZIONE REPUBBLICANA

Tra le due tendenze, che esprimevano reciproche preoccupazioni — da un lato, quella dei partiti di sinistra che volevano impedire che la seconda camera divenisse un freno per la volontà popolare, e dall’altro quella dei partiti centristi che volevano evitare i rischi assembleari del monocameralismo – il punto d’incontro fu quello di fare rinascere, dopo la breve parentesi postbellica, una seconda camera legislativa, eletta a suffragio universale e diretto (art. 58 Cost.), come la Camera dei Deputati (art. 56 Cost.), e tuttavia introducendo alcune significative differenziazioni, finalizzate a non creare due camere che fossero l’una il doppione dell’altra, ed in particolare:

 

nel numero: 315 senatori rispetto ai 630 deputati;

nell’elettorato attivo fissato a 25 anni, ed in quello passivo, fissato a 40 anni, e quindi un po’ più ristretto rispetto a quello previsto per la Camera, per la quale l’elettorato attivo fu fissato nella maggiore età e quello passivo a 25 anni;

nella sede di elezione, con l’abbandono dell’originaria ipotesi di diretta promanazione dalle assemblee regionali, e però lasciando un generico riferimento all’elezione “su base regionale”;

nella durata: 6 anni in luogo dei cinque previsti per la Camera;

nella composizione, con la previsione di un piccolo numero di senatori non eletti: cinque  nominati dal Presidente della Repubblica e gli stessi presidenti cessati dalla carica.

 

Sta di fatto che la differenziazione riguardante la durata non ebbe mai modo di realizzarsi, perché, in vista delle elezioni previste per la Camera, alla sua scadenza naturale del 1953, il Senato venne sciolto anticipatamente, così realizzando la contemporanea elezione di tutto il Parlamento; e la stessa cosa si ripeté alla successiva scadenza naturale della Camera, nel 1958, sino a quando, con Legge costituzionale del 9 febbraio 1963, la durata delle due Camere venne equiparata a cinque anni.

Da ultimo, con la Legge Costituzionale n. 1 del 2001, è stata introdotta l’elezione di sei senatori (oltre che di dodici deputati) in vastissime ed improbabili circoscrizioni estere.

Questa innovazione, con cui si è votato nelle tre ultime occasioni elettorali (2006, 2008 e 2013) ha finito per infrangere anche il principio che risale alla Magna Charta Libertatum del 1215, che il re Giovanni “Senza Terra” era stato costretto a concedere ai baroni inglesi levatisi in armi per reclamare, insieme ai loro privilegi, le libertà che sono ancora oggi il fondamento del moderno costituzionalismo.

Secondo quella Carta, e secondo quelle che si sarebbero poi succedute nel tempo, rappresentanza e tassazione sono un binomio inscindibile, su cui si è costruito ogni contratto sociale negli ultimi otto secoli;

E invece in Italia abbiamo ora parlamentari eletti nelle circoscrizioni estere, la cui presenza prescinde del tutto dai requisiti su cui si è storicamente fondata la democrazia rappresentativa.

Una bizzarria costituzionale, che ha tuttavia una singolare e positiva particolarità, essendo le circoscrizioni estere le sole in cui è stato sino ad ieri possibile esprimere, oltre al voto di lista, una o due preferenze, diritto questo negato agli italiani residenti, in parte dalle elezioni del 1994 e sino a quelle del 2001, e del tutto a partire dalle elezioni del 2006 e sino a quelle dello scorso anno.

Ma questo è un altro discorso.

 

Quanto al sistema elettorale di entrambe le Camere, si decise di non costituzionalizzarlo, anche se i lavori della Costituente si erano svolti sul presupposto, ritenuto da tutti indefettibile, che le elezioni non potessero svolgersi che con un sistema assolutamente proporzionale.

E credo che se i costituenti avessero potuto prevedere gli scempi di democrazia rappresentativa che in materia sarebbero stati consumati dai legislatori del futuro, a partire dai listini bloccati del c.d. “mattarellum” e sino ai listoni bloccati del c. d. porcellum  — e che potrebbero presto aggravarsi con la proposta di legge già approvata dalla camera ed ora all’esame del Senato — si sarebbero affrettati a rimediare a quella ingenua omissione, ed avrebbero costituzionalizzato anche il sistema elettorale.

Tuttavia, un cenno alla legge elettorale per il Senato era contenuto nella XVII Disposizione Transitoria della Costituzione, per la quale l’Assemblea Costituente entro 31 gennaio 1948 era incaricata di approvare la relativa legge elettorale; e in quella sede si dovette tenere conto dell’ordine del giorno dell’on. Nitti, approvato dall’assemblea nella seduta del 7 ottobre 1946, secondo cui il Senato doveva essere eletto “a suffragio universale e diretto col sistema dello scrutinio uninominale”.

Deliberazione questa che, se pure non vincolante per il legislatore di oggi, non può neppure essere del tutto ignorata, nel momento in cui si sta mettendo mano alla legge elettorale e, addirittura, anche alla Costituzione della repubblica.

Su quella legge elettorale del Senato non è il caso ovviamente di soffermarci, posto che essa è stata poi travolta dalla legislazione successiva al referendum del 1993, e però in termini ulteriori rispetto al quesito referendario, che in effetti era finalizzato ad eliminare soltanto il quorum del 65% per l’elezione diretta di un senatore nel rispettivo collegio.

Le vicende legislative successive sono note, e attengono strettamente alla materia della legge elettorale, di cui in questa sede non mi occuperò.

E’ invece il caso di riassumere brevemente le competenze del Senato, come disegnate nella Costituzione, perché è su queste che oggi il dibattito è aperto, in Parlamento e nel Paese.

In particolare, essendo stato stabilito che il Parlamento si componeva di Camera e Senato (art. 55 Cost.), fu conseguenziale che la funzione legislativa fosse affidata collettivamente alle due Camere (art. 70 Cost.), e che il governo dovesse godere della fiducia di entrambe (art. 94 Cost.).

Per il resto, è appena il caso di osservare che la Costituzione evita di citare singolarmente la singola camera, invece utilizzando di volta involta espressioni del tipo “il parlamento”, ovvero “le camere”, ovvero ancora “ciascuna camera”.

Quello disegnato dalla Costituzione è quindi un sistema bicamerale che è stato definito perfetto o anche paritario, anche se in effetti qualche diseguaglianza comunque permane in ragione del fatto che, laddove il Parlamento si riunisce in seduta comune per alcuni fondamentali adempimenti (l’elezione del Capo dello Stato, di cinque giudici costituzionali e di un terzo dei membri del CSM, e nei procedimenti di accusa) il diverso peso numerico delle due componenti è destinato a giocare comunque un qualche ruolo penalizzante per il Senato.

Ed è per questo che, sotto il profilo delle competenze, sarebbe preferibile adoperare l’espressione di “bicameralismo indifferenziato”, posto che l’unica differenza sembra, in effetti, essere l’attribuzione al Presidente del Senato del compito di supplenza al P. d. R., e al Presidente della Camera quello di convocare le sedute comuni per l’elezione del P. d. R. e in tutti gli altri consimili casi.

Il che non fa altro che confermare il perfetto equilibrio che i costituenti vollero attribuire al nostro sistema parlamentare, attenti come furono ad evitare che un solo ramo del Parlamento potesse prevalere o prevaricare sull’altro.

Il fatto si è che, a lungo andare, diassoluta parità ci si può ammalare ed anche morire, come sembra che stia accadendo, perché l’opinione pubblica e le stesse forze politiche hanno cominciato nel tempo ad interrogarsi sull’opportunità dell’esistenza di due camere legislative, ognuna delle quali appariva essere l’esatto doppione dell’altra.

Questa preoccupazione era stata certamente avvertita dai costituenti, che avevano per l’appunto immaginato di differenziare le due Camere, se non nella dignità rappresentativa, almeno quanto alla composizione, all’elettorato attivo e passivo ed alla sede di elezione, e, soprattutto, quanto alla durata, questa dovendo costituire ulteriore garanzia contro occasionali ventate populistiche e plebiscitarie.

L’elezione dei senatori era, infatti, destinato ad avvenire in tempi non coincidenti con quelli della Camera e anzi tendenzialmente sempre più differenziati nel tempo, diventando così una vera e propria verifica di medio termine circa l’orientamento dell’elettorato, un po’ ad imitazione del modello statunitense.

Tuttavia, non si può negare che, assieme alle indubbie positive caratteristiche della struttura bicamerale, siano ormai emerse alcune specifiche criticità, e in particolare:

 

n  una certa eccessiva farraginosità nella legislazione;

n  l’uso improprio dello strumento legislativo per disciplinare aspetti secondari, meglio regolabili con la decretazione amministrativa;

n  l’eccessivo proliferare di commissioni speciali bicamerali, inevitabilmente pletoriche in ragione della necessità di garantire la proporzionale presenza dei gruppi parlamentari di entrambe le Camere;

n  la tendenza del Parlamento a prevaricare sul Governo, attraverso lo strumento dell’ostruzionismo e degli emendamenti a pioggia, sulla base di regolamenti parlamentari molto permissivi;

n  e la corrispettiva tendenza del Governo a prevaricare sul Parlamento, attraverso la proliferazione e reiterazione dei decreti legge, della delegazione legislativa, dei maxi emendamenti e delle relative questioni di fiducia.

Queste criticità rispondono tutte a due diverse e contrapposte tendenze generali, che hanno, di fatto, stravolto gli equilibri costituzionali immaginati dai costituenti: quella del Parlamento, che si è fatto in qualche misura organo governante, e quella del Governo che si è fatto in qualche misura organo legiferante.

Il dibattito sulle riforme costituzionali è così divenuto parte essenziale e crescente della dialettica politica, e ciò almeno a partire dalla fine della VIII Legislatura, allorché si realizzò per la prima volta una significativa mutazione nella “governance” del Paese, con la presidenza del consiglio affidata per la prima volta ad un esponente politico non democristiano, il sen. Spadolini.

E diventò poi argomento fisso della lotta politica nel corso della IX legislatura, con la presidenza di Bettino Craxi, e con la sua dichiarata volontà di introdurre nel Paese quella che venne chiamata la “grande riforma”, poi naufragata nella routine della quotidiana sopravvivenza politica del suo governo e di quelli successivi.

Nel frattempo, il dibattito culturale sulle riforme costituzionali si era andato facendo sempre più vivace.

E credo che sia giusto oggi riconoscere che il contributo più organico, sul piano dottrinario, sia stato quello elaborato, tra il 1980 ed il 1983, dal così detto gruppo di Milano, animato dal prof. Gianfranco Miglio, con la partecipazione di studiosi di vario orientamento politico (Augusto Barbera, Domenico Fisichella, Federico Mancini, Giuliano Urbani, Leo Valiani, Serio Galeotti, Franco Pizzetti), che negli anni successivi, specie in quelli della c.d. seconda Repubblica, avrebbero rivestito nella vita del Paese anche importanti ruoli istituzionali.

A cominciare proprio da Miglio (che sarebbe poi stato portato in Parlamento per un breve periodo dalla Lega Nord, che su quella base culturale aveva nel frattempo costruito la sua performance elettorale), anche se non venne nominato ministro per le riforme nel primo Governo Berlusconi, perché Bossi gli preferì Speroni (che era allora soltanto un tecnico di volo di Alitalia, poi andato in pensione nel 1996, ad appena 50 anni))

Il punto centrale di quella elaborazione fu l’idea di dare all’Italia una struttura federale, non necessariamente coincidente con quella regionale (le c.d. macroregioni, ipotizzate anche, qualche anno, dopo in uno studio della fondazione Agnelli), con la trasformazione del Senato in una vera e propria Camera delle Regioni composta, sul modello del Bundesrat tedesco, da rappresentanti dei governi regionali, in numero variabile da 4 a 9 delegati in ragione della popolazione di ciascuna regione, con compiti di consulenza obbligatoria in materia finanziaria ed economica, di produzione legislativa paritaria con l’altra camera in materia costituzionale, di produzione legislativa differenziata ed eventuale nelle altre materie, di proposta legislativa nei confronti dell’altra camera, ed infine di iniziativa giudiziaria per la messa in stato di accusa del Presidente della repubblica e dei membri del governo.

 

4) LA LUNGA STRADA DELLA RIFORMA: UN PERCORSO AD OSTACOLI.

A) 1983-1985 IX legislatura: La Commissione Bicamerale Bozzi.

 

Fu allora che nacque, anche nel Parlamento, l’idea di affidare a un’apposita commissione bicamerale lo studio e l’elaborazione di una complessiva proposta di riforme costituzionali che potessero rimediare alle criticità che erano nel tempo emerse; e questa idea di riforma fu la base su cui nacque nel 1983 il primo governo Craxi, della cui costituzione fu parte essenziale l’accordo sull’istituzione della Commissione bicamerale per le riforme istituzionali, formata nel corso della IX Legislatura e presieduta dal capogruppo liberale alla Camera on. Aldo Bozzi.

La Commissione, formata da 20 deputati e 20 senatori, in 29 gennaio 1985 presentò alla Camere una relazione di maggioranza con le seguenti proposte, per la parte che più riguardava il Senato:

deputati e senatori in numero variabile in relazione alla platea elettorale, con conseguente lieve diminuzione del plenum;

piccolo aumento dei senatori a vita (da 5 ad 8);

attribuzione della qualifica di senatori a vita, oltre che agli ex Presidenti della Repubblica, anche agli ex Presidenti delle due Camere (tali per l’intera legislatura) e della Corte Costituzionale (tali per almeno tre anni);

elettorato attivo ai maggiorenni anche per il Senato;

attribuzione ad entrambe le Camere, in seduta comune, del rapporto di fiducia col Governo.

passaggio dal bicameralismo indifferenziato ad un tipo di bicameralismo differenziatoche, pur conservando pari dignità alle due Camere, le vedesse specializzate nell’esercizio di particolari funzioni (alla Camera una qualche prevalenza nella funzione legislativa ed al Senato una qualche prevalenza nella funzione di controllo);

legislazione assolutamente bicamerale in particolari materie sensibili: leggi costituzionali ed elettorali, leggi di bilancio e finanziarie, sanzioni penali restrittive della libertà personale, tutela delle minoranze linguistiche, statuti delle autonomie regionali, rapporti con le confessioni religiose ed internazionali, conversione dei decreti legge;

Introduzione del principio del silenzio-assenso per la legislazione ordinaria, nel senso che i disegni di legge approvati da una Camera diventavano definitivi se l’altra non ne chiedeva il riesame;

Nella relazione finale non trovò invece ingresso la proposta, sostenuta allora dai rappresentanti delle minoranze linguistiche, per la trasformazione del Senato in una vera e propria Camera delle Regioni, eletta in secondo grado dai consigli regionali, proposta che sarebbe poi diventata, all’inizio degli anni novanta, il cavallo di battaglia della Lega Nord, sulla scia delle conclusioni del gruppo di Milano.

Nessuna delle proposte della Commissione Bozzi trovò concreta realizzazione in Parlamento, dove naufragarono insieme alla fine anticipata della Legislatura dovuta alla mancata staffetta Craxi-De Mita.

Bozzi provò a presentare in Parlamento le conclusioni della Commissione nella forma di appositi disegni di legge, senza che tuttavia il Parlamento trovasse mai il tempo per esaminarli.

B) 1990 X legislatura: Una proposta  trasversale.

 

La proposta, originata da un’iniziativa trasversale dei senatori Pasquino (Sin. Ind.), Riz (SVP), Filetti (MSI) Pecchioli (PCI) e Mancino (DC), venne approvata dal Senato in prima lettura il 7 giugno 1990, fu poi modificata dalla Commissione Affari Costituzionali della Camera  e si arenò infine nel passaggio in aula; si caratterizzò per avere ipotizzato quello che sarebbe stato chiamato il ”principio della culla”.

Ferme restando per entrambe le Camere la pari legittimità democratica attraverso l’elezione a suffragio diretto, la pari dignità politica nel rapporto fiduciario col Governo e la pari competenza nell’iniziativa legislativa, quest’ultima si sarebbe realizzata attraverso:

 

il bicameralismo paritario per i progetti in materiacostituzionale, elettorale, di bilancio e di trattati ed accordi internazionali;

il “principio della culla” per il resto, nel senso chei progetti, approvati da una Camera sarebbero stati oggetto di riesame eventuale ad opera dell’altra Camera in tempi accelerati;

la differenziazione funzionale nell’individuazione della “culla”, spettando alla Camera la prima iniziativa in materie di competenza statale ed al Senato in materie di competenza regionale.

C) 1992-1994 –XI Legislatura: La Commissione Bicamerale De Mita-Iotti

 

Formata da trenta deputati e trenta senatori, venne così chiamata perché alla sua presidenza si alternarono l’on De Mita e l’on. Iotti, ma non ebbe migliore sorte della Commissione Bozzi.

La relazione, presentata alla Camera nel gennaio del 1994 e poi accantonata, prevedeva una forma di governo in sostanziale assonanza col sistema tedesco del premierato forte, e in particolare:

n  entro 30 gg. Il Parlamento in seduta comune elegge il primo ministro su candidature  sottoscritte da almeno 1/3 e maggioranza assoluta;

n  in mancanza di elezione, la proposta di nomina compete al Presidente della Repubblica;

n  ed in caso di mancata elezione del primo ministro, consegue lo scioglimento delle Camere;

n  al primo ministro compete lanomina e la revoca dei ministri, potendo essere rimosso  solo con una mozione di sfiducia costruttiva, con la contemporanea nomina di un altro primo ministro;

n  in caso di vacanza per morte o dimissioni, si procede come sopra, ma il primo ministro dimissionario non può ricandidarsi;

n  la durata della legislatura viene ridotta a quattro anni;

n  nulla è innovato sul procedimento legislativo;

n  ma vengono ampliate le competenze delle regioni, prefigurando una forma attenuata di proprio federalismo.

D) 1997-1998 – XIII legislatura: La Commissione Bicamerale D’Alema.

 

Composta di trentacinque deputati ed altrettanti senatori, la commissione fu presieduta dall’on. D’Alema, in forza di una sorta di “gentlement agreement” tra i poli di allora.

La conclusione dei lavori sembrava indirizzata verso una forma di premierato forte, sul modello tedesco, quando invece, nella seduta decisiva del 4 giugno 1997, l’improvviso irrompere dei commissari della Lega (che sin lì aveva disertato i lavori) fece passare a sorpresa l’opzione di un modello simile a quello francese.

Il 18 giugno, in vista della relazione finale, nell’abitazione romana del dott. Gianni Letta avvenne uno storico incontro, che portò alla definizione del c.d. “patto della crostata”, con la previsione di un Presidente della Repubblica di garanzia e di una legge elettorale a doppio turno di coalizione.

La relazione finale, approvata il 30 giugno, prevedeva in particolare:

n  semipresidenzialismo;

n  elezione a suffragio universale diretto, in collegi uninominali a doppio turno, per 400 deputati e 200 senatori:

n  elettorale passivo ridotto a 21 anni per la Camera ed a 35 anni per il Senato;

n  competenza per la fiducia alla sola Camera, che può essere sciolta dal Capo dello Stato;

n  particolare statuto a garanzia dei diritti delle opposizioni;

n  procedimento legislativo differenziato come segue:

          - bicamerale paritario per una serie di leggi specificamente indicate;

          - bicamerale non paritario in materia di autonomie da approvarsi in entrambe le camere,  ma  sulle modifiche introdotte dal Senato (per l’occasione integrato da 200 consiglieri regionali provinciali e comunali), la Camera delibera in via definitiva;

- monocamerale per tutto il resto, con riesame a richiesta di un terzo del Senato entro 10 gg.;competenza del Senato nella istituzione di commissioni d’inchiesta e nella nomina delle istituzioni di garanzia;

- facoltà per il Senato di adire direttamente la Corte Costituzionale per la verifica di   costituzionalità delle leggi.

 

Anche questo tentativo di riforma subì la sorte dei precedenti; il 1° febbraio 1998 Berlusconi, contraddicendo se stesso, chiese il cancellierato per il Governo e il proporzionale per il Parlamento; e poi, il 27 maggio 1998, pose un ultimatum in tal senso e, come si disse allora, rovesciò il tavolo delle riforme; per cui a Violante, presidente della Camera, il 9 giugno 1998 toccò di leggere in aula la lettera di D’Alema che comunicava essere “venute meno le condizioni per la prosecuzione dei lavori”.

 

E) 2005 – XIV Legislatura: La riforma di Lorenzago.

 

Fu chiamata così perché elaborata in quella “aprica” località del Cadore dai c. d. “quattro saggi” (Calderoli, D’Onofrio, Nania, Pastore), incaricati dal governo di centrodestra di allora per mettere a punto una complessiva modifica della forma dello Stato, del Parlamento e del Governo; la proposta conclusiva venne approvata in doppia lettura dal Parlamento, ma fu poi bocciata dal referendum confermativo del 25-26 giugno 2006.

Prevedeva profonde modifiche alla parte IIa della Costituzione, a valere dalla prima legislatura successiva all’entrata in vigore della legge della riforma, che si articolava come segue:

nriduzione del numero dei parlamentari (518 deputati e 252 senatori, questi ultimi eletti insieme ai consigli regionali), ma solo a partire dalla XVI legislatura;

npremierato forte per il Governo, con la sola Camera che vota la fiducia al primo ministro, che    può nominare e revocare i ministri, chiedere lo scioglimento della Camera, può essere sfiduciato solo con una mozione di sfiducia costruttiva, con contestuale nomina di un nuovo premier;

ntocca al Presidente della Repubblica, garante dell’unita federale, di nominare le autorità di garanzia, i deputati a vita, il primo ministro che fosse risultato candidato vincente alle elezioni, ed il potere (tuttavia vincolato alla richiesta del primo ministro) di  sciogliere la camera, ma solo su richiesta del primo ministro o in caso di violazione della clausola antiribaltone;

nper la Corte Costituzionale, aumento da 5 a 7 dei membri di nomina parlamentare, con  la corrispondente diminuzione delle quote di spettanza del P. d. R. e delle magistrature superiori;

na Roma Capitale spetta uno statuto particolare di autonomia;

nper il procedimento legislativo, fine del bicameralismo perfetto con la suddivisione della competenza legislativa, attribuendo:

- alla Camera, le leggi di natura nazionale, in materia di bilancio, energia, opere pubbliche, valori  fondamentali, trattati internazionali;

- ed al Senato, le leggi in materia di competenza regionale esclusiva o concorrente,

- con facoltà  per ciascuna Camera di approvare modifiche alle leggi di competenza dell’altra Camera, cui comunque spetta la decisione finale, ma con una clausola di riserva referendaria per tutte le leggi costituzionali;

Erano poi previste tre clausole particolari:

n  la c.d. clausola antiribaltone, secondo cui ogni mutamento di premier doveva svolgersi nell’ambito  della stessa maggioranza, e se la sfiducia veniva approvata coi voti determinanti dell’opposizione, si scioglieva la Camera;

n  la c. d. clausola d’interesse nazionale, nel senso che una legge regionale pregiudizievole per gli interessi nazionali, dopo invito a modificarla, poteva essere annullata dal Parlamento in seduta comune ed a maggioranza assoluta;

n  la c. d. clausola di supremazia: che attribuiva allo Stato il potere di sostituirsi alle regioni inadempienti.

Sta di fatto che il referendum del 25-26 giugno 2006  bocciò la proposta col 61,29% di NO, col SI in prevalenzasolo in Lombardia (54,6%) ed in Veneto (55,3%) e nella Circoscrizione Estero (52,1%).

F) 2007: XV legislatura: La bozza Violante.

 

La bozza prese il nome dal presidente della Commissione Affari Costituzionali della Camera, che l’approvò nella seduta del 17.10.2007; il progetto si arenò poi nella discussione parlamentare sino allo scioglimento anticipato del Parlamento del 2008.

Prevedeva in particolare:

 

n  il Parlamento è composto di Camera e Senato Federale;

n  il Senato diviene camera territoriale, ed i senatori sono eletti, in numero variabile sulla base delle rispettive popolazioni, dai consigli regionali e da quelli delle comunità locali, con voto limitato e con mandato vincolato alla vita dei rispettivi consigli, fermi restando i sei seggi assegnati alla circoscrizione estero;

n  il Senato non vota la fiducia al governo e non può essere sciolto anticipatamente, essendo ciascun senatore vincolato alla vita del rispettivo consiglio, godendo comunque di un’indennità parlamentare;.

n  la funzione legislativa viene differenziata tra Camera e Senato, secondo quattro distinti  procedimenti:

e quanto al procedimento legislativo:

 - bicameralismo paritario in materia dileggi costituzionali, elettorali, organi e funzioni degli EE. LL., legislazione esclusiva dello Stato in materia di: ordinamento di Roma Capitale, deleghe alla legislazione regionale, accordi internazionali di regioni e province autonome, potere sostitutivo dello Stato, principi generali in materia di ordinamenti regionali, spostamenti territoriali, istituzione di nuove province, istituzioni garanzie e vigilanza, tutela delle minoranze linguistiche;

- bicameralismo con prima lettura al Senato e successiva alla Camera, per le leggi in materia di principi fondamentali di legislazione concorrente Stato-Regioni; la concreta  individuazione avviene ad opera dei presidenti delle due Camere; dopo la prima lettura del Senato i  progetti vengono trasmessi alla Camera che può apportare modifiche definitive, ma solo a maggioranza assoluta;

 - bicameralismo con prima lettura alla Camera e successiva (eventuale) al Senato, per il resto, con la Camera che approva ed 1/5 del Senato che può chiedere il riesame ed approvare modifiche entro 30 gg., su cui però la Camera decide definitivamente;

 - bicameralismo con prima lettura alla Camera e seconda lettura rafforzata al Senato, nelle materie di specifico interesse regionale, per cui, dopo le eventuali modifiche apportate dal Senato, la Camera decide definitivamente, ma solo a maggioranza assoluta

 

G) 2012: XVI Legislatura: La proposta “ABC”.

 

Prese il nome di “testo ABC” dall’accordo stipulato tra Alfano, Bersani e Casini, che portò all’approvazione del progetto in prima lettura al Senato il 25 luglio 2012, salvo poi naufragare con la fine anticipata della legislatura all’inizio del 2013.

Prevedeva in particolare che:

 

n  il Senato è composto di 254 senatori (di cui 4 per la circoscrizione estero), eletti su base regionale, a suffragio universale e diretto, con elettorato attivo a 18 anni (come già per la Camera) e passivo a 35 anni;

n  partecipazione ai lavori del Senato di un rappresentante per ogni regione eletto all’inizio della legislatura regionale, senza indennità e con diritto di voto solo su materie di legislazione concorrente;

n  un sistema di governo di tipo presidenziale sul modello francese, con un Presidente della Repubblica eletto a suffragio universale e diretto, a maggioranza assoluta e con eventuale ballottaggio;

n  il Presidente nomina un Primo Ministro e, su sua proposta, nomina e revoca i ministri, presiede il Consiglio dei Ministri, salvo delega al Primo Ministro, che deve comunque godere della fiducia di entrambe le Camere, che tuttavia possono essere agevolmente sciolte;

un procedimento legislativo differenziato, secondo tre modalità:

- bicameralismo paritario in materia di leggi costituzionali ed elettorali, trattati internazionali, organi costituzionali, delegazione legislativa, bilanci e consuntivi, leggi con obbligo costituzionale di  maggioranza qualificata, conversione dei decreti legge,

- bicameralismo eventuale con preminenza Senato In materia di: legislazione concorrente  Stato-Regioni, autonomia finanziaria di Regioni ed EE.LL., ordinamento regionale, giustizia amministrativa regionale, modificazioni territoriali di comuni e province, istituzione di nuovi EE. LL..

            - bicameralismo con preminenza Camera: per il resto.

- in ogni caso, sulla base del principio del “silenzio-assenso”, un progetto di legge approvato dalla camera prevalente può essere modificato dall’altra camera in tempi brevi, ma la decisione finale spetta alla Camera prevalente, con un procedimento, simile a quello della bozza Violante, comunque destinato a esaurirsi al più tardi in non più di tre letture;

- un quarto dei componenti di ciascuna camera può sollevare direttamente una q. l. c., delle leggi e dei decreti legislativi.

 

H) 2013: XVII Legislatura: La Commissione Governativa Quagliariello.

 

L’ultimo tentativo, prima di quello ora in corso, è stato quello della commissione nominata l’11 giugno 2013 dal Governo Letta e presieduta dal ministro Quagliariello, che ha fatto emergere in particolare le seguenti ipotesi di lavoro:

 

n  I senatori vengono eletti in secondo  grado da parte di regioni e comuni, ovvero direttamente, sempre in sede regionale e coevamente all’elezione dei consiglieri regionali e sono collegati alla vita dei consigli (più alcuni membri di diritto, che non godono di indennità o rimborsi);

n  il numero dei senatori è proporzionale alle popolazioni delle regioni;

n  il Senato non ha alcun rapporto di fiducia col governo, su cui esercita un potere di controllo che non incida sul rapporto fiduciario;

n  il Senato elegge 3 membri della Corte Costituzionale ed inoltre, in seduta comune con la camera,  concorre all’elezione dei membri del CSM;

il procedimento legislativo si ripartisce secondo quattro diverse modalità:

- le leggi costituzionali sono di competenza ad entrambe le camere;

- le leggi organiche statali In materia elettorale, ordinamentale e di sforamento dei vincoli di  bilancio (art. 81, u. c., Cost.) sono di competenza della Camera, con voto finale a maggioranza assoluta;

- per le leggi ordinarie bicamerali, In materia di ordinamento e funzioni di regioni, EE. LL.., e rapporti con lo Stato  è previsto un procedimento uguale a quello attuale;

- le leggi ordinarie monocamerali sono tutte le altre, con competenza prevalente alla Camera;

- per le leggi organiche e per quelle ordinarie monocamerali resta la facoltà del Senato di chiedere (2/5 o 4 regioni) di esaminarle entro 10 gg., pronunziandosi entro i successivi 30 gg.; e, se ci sono modifiche, la Camera ha comunque l’ultima parola.

Come abbiamo visto, tutte le proposte che nel tempo si sono susseguite, pur nella diversità dell’approccio e delle soluzioni, evidenziano alcune caratteristiche comuni, e in particolare:

n  mantenimento del bicameralismo in termini di pari dignità per entrambe le Camere;

n  rapporto fiduciario col Governo riservato alla sola Camera dei Deputati;

n  affidamento al Senato di un generale compito di controllo e garanzia;

n  rafforzamento delle prerogative del presidente del consiglio, che assume il ruolo di vero e proprio primo ministro;

n  ripartizione del potere legislativo, con doppia lettura per le materie più sensibili e legislazione ordinaria attribuita alla Camera, con facoltà di riesame del Senato e decisione finale della Camera.

5) LE PROPOSTE DELL’ATTUALITA’.

Nella legislatura in corso, le riforme istituzionali, con particolare riferimento al Senato, sono diventate la parte più rilevante del dibattito politico.

E’ forte l’impressione che il tema delle riforme istituzionali, che pure sono necessarie, serva in qualche anche a nascondere, o a fare dimenticare, la necessità delle riforme economiche e sociali, che sono quelle che più dovrebbero impegnare l’attenzione della politica, le proposte del Governo  ed i lavori del Parlamento.

Sta di fatto che nella corrente Legislatura sono state sin qui depositate ben 52 proposte per la riforma delle istituzioni, ed in particolare del Senato, ed è probabile che, man mano che si procede, il loro numero tenda ad aumentare.

Tuttavia, quelle che sono al centro del dibattito di queste settimane, e che quindi è il caso di esaminare in dettaglio sono soltanto due, quella proposta dal Governo Renzi (ddl Senato1429) e quella dovuta all’iniziativa del sen. Chiti ed altri senatori del PD, cui si sono poi aggiunte le firme di senatori di varia appartenenza politica (ddl Senato 1420).

 

A) Il progetto del Governo Renzi.

Il disegno di legge del governo non riguarda solo il Senato, ma anche (indirettamente) il Presidente della Repubblica (che non può sciogliere il Senato, e alla cui elezione non partecipano più i rappresentanti delle regioni, e ciò in ragione del nuovo ruolo svolto dal Senato), ed inoltre i procedimenti di accusa al Presidente del Consiglio ed ai ministri, l’abolizione del CNEL, e la modifica del titolo V° della parte II della Costituzione.

Mi soffermerò ora solo sui c. d. “quattro punti cardinali” della proposta del Governo per la riforma del Senato.

Non senza evidenziare subito, nell’approccio metodologico, un’assoluta singolarità, che è quella di una proposta di riforma costituzionale presentata dal Governo piuttosto che affidata all’iniziativa del Parlamento, sia pure a tal fine opportunamente stimolato,

Ricordo in proposito che nel corso dei lavori della Costituente, che fungeva anche da normale camera legislativa, mai il Governo dell’epoca osò neppure sedersi al suo posto durante la discussione sul testo della Costituzione; ed anche qui, la mancanza dello spirito costituente si appalesa in tutta la sua emblematicità.

Quanto al merito, quattro sono ipunti cardinali del ddl governativo, e in particolare;

n  nessun rapporto di fiducia tra Senato e Governo;

n  nessuna competenza del Senato in materia di bilanci e rendiconti;

n  no all’elezione a suffragio universale e diretto;

n  nessuna indennità ai senatori del futuro.

 

Al precipuo scopo di rafforzare l’opzione per l’abolizione del rapporto di fiducia col Governo, è prevista una composizione del Senato che escluderebbe l’elezione a suffragio universale e diretto, per cui ne farebbero parte:21 presidenti delle giunte regionali e delle province autonome di Trento e Bolzano, 21 sindaci  dei comuni capoluogo di regione e provincia autonoma, 40 consiglieri regionali (2 per ogni regione), 40 sindaci eletti dalle assemblee dei sindaci (2 per ogni regione), e 21 nominati dal P. d. R.; in totale 143, cui si aggiungono i 5 senatori a vita previsti dall’art. 59 Cost. (che non viene modificato), per cui il Senato risulterebbe composto di 148 membri.

 

Viene naturale di osservare quanto sembri inconcepibile che, dopo che per tre legislature è stato sottratto ai cittadini il loro diritto di eleggere i loro rappresentanti, e dopo che la Corte Costituzionale ha censurato decisamente quella legge, si voglia ancora una volta sottrarre all’elezione popolare uno dei rami del Parlamento, con un’operazione assolutamente parallela a quella che si sta provando a fare, quasi in contemporanea, con la proposta di legge elettorale, anch’essa all’esame del Senato, che introduce liste rigide per l’elezione dell’altra camera.

Ed appartiene al più incredibile dei paradossi che il compito di riscrivere la Costituzione e la legge elettorale possa toccare a deputati e senatori oggi ancora in carica in forza di un meccanismo che metteva insieme sistema maggioritario dal basso e procedure di scelta dall’alto, in termini che sono stati giudicati incostituzionali, tanto da fare seriamente dubitare che possa lecitamente competere a questo stesso Parlamento – eletto, anzi nominato, con siffatte modalità, ed ancora in carica per gli affari correnti, in ragione del principio della continuità dello Stato – di stabilire le regole del futuro, mentre sarebbe ragionevole lasciare che se ne occupi un nuovo Parlamento, finalmente eletto col sistema elettorale uscito dalla Consulta,

A parte ciò, è appena il caso di evidenziare che con una sola Camera (eletta con un sistema maggioritario peggiorato da alte e differenziate soglie di sbarramento) ed un Senato (i cui componenti derivano, in un modo o nell’altro, da elezioni locali anch’esse maggioritarie), il pluralismo naturale della società italiana non avrà alcun modo di esprimersi, e, mentre aumenterà certamente la disaffezione dei cittadini e quindi l’astensionismo, potranno anche nascere pericolose spinte ribelliste.

E mi sembra inconcepibile l’idea di sottrarre a una camera legislativa, sia pure ridimensionata nelle sue competenze, ogni autonomia finanziaria che ne garantisca la dignità istituzionale e la libertà decisionale, essendo evidente che le due cose si tengono insieme, influenzandosi reciprocamente, perché, in uno Stato unitario qual è ancora l’Italia, non c’è dignità rappresentativa senza elezione diretta, e non può esserci libertà istituzionale senza autonomia finanziaria.

E’ possibile convenire sul fatto che la questione di fiducia e la legge di bilancio siano in rapporto di reciproca inscindibilità, posto che il rapporto fiduciario col Governo non può prescindere dalla valutazione sul suo principale atto, per l’appunto lo strumento finanziario attraverso il quale l’esecutivo ritiene di potere realizzare il suo programma.

Ma non per questo occorre necessariamente sottrarre al Senato il rapporto di fiducia col Governo e la competenza sulla legge di bilancio, le cui criticità possono essere agevolmente superate, senza stravolgere gli equilibri istituzionali, prevedendo che la sfiducia al Governo debba essere presidiata da una mozione costruttiva di fiducia verso un diverso esecutivo, e che la legge di bilancio possa essere emendata solo su richiesta o comunque col parere favorevole del Governo.

E tuttavia, se anche questa ipotesi non soddisfacesse gli aneliti di novità e si ritenesse assolutamente necessario ridimensionale sul punto le prerogative del Senato, sarebbe allora necessario prevedere che ciò che il Senato venga a perdere su quel piano debba guadagnarlo in tema di controllo sugli atti dei ministri, di elezione degli organi di garanzia; e, soprattutto, in materia di competenza legislativa su materie sensibili come i diritti di libertà sanciti dalla Costituzione.

E invece è proprio sulla competenza legislativa residua del Senato che si manifestano i difetti più gravi; è infatti previsto che:

 

la funzione legislativa è esercitata collettivamente dalle due Camere solo per la materia costituzionale;

gli altri disegni di legge sono di competenza della Camera, e, una volta che siano stati approvati un terzo dei componenti del Senato, entro dieci giorni, può chiedere di riesaminarli, deliberando entro trenta giorni modifiche, su cui poi la Camera delibera in via definitiva a maggioranza semplice.

solo per alcuni ddl è previsto che la seconda deliberazione della Camera avvenga con la maggioranza assoluta; in particolare in materia di: 1) sistema elettorale del Senato; 2) ordinamento di Roma capitale; 3) ordinamento degli enti locali; 4) governo del territorio e protezione civile; 5) tutela dell’unità giuridica ed economica della Repubblica; 6) accordi ed intese regionali con altri stati o regioni; 7) principio di sussidiarietà nell’ordinamento amministrativo locale; 8) autonomia finanziaria di regioni ed EE. LL.; 9) potere sostitutivo dello Stato sulle regioni inadempienti; 10) principi fondamentali in tema di elezione, ineleggibilità, incompatibilità e durata degli organi regionali.

Spicca in questo elenco l’assenza di ogni riferimento alla legislazione in materia di diritti di libertà dei cittadini, che invece ottiene adeguato spazio nel d. d. l. Chiti, laddove si prevede un procedimento bicamerale paritario in molte materie particolarmente sensibili sotto questo profilo del tutto trascurato nel progetto governativo, il cui unico filo conduttore appare essere quello di rafforzare la tutela del territorio.

B) la proposta Chiti ed altri.

A scanso di equivoci, la relazione alla proposta Chiti e altri precisa subito che gli obiettivi perseguiti sono i medesimi del progetto governativo, e cioè: la riduzione dei costi della politica, il miglioramento della qualità della rappresentanza, e il superamento del bicameralismo c. d. perfetto.

Ma si propone di farlo ma con modalità profondamente diverse, ed in particolare:

n  dimezza il numero dei deputati (315), eliminando anche quelli esteri, e riduce ad un terzo quello dei senatori (100 + 6 esteri);

n  i senatori vengono eletti sempre su base regionale ma con equilibrio di genere, con suffragio universale e diretto;

n  abbassa la soglia dell’elettorato attivo (21 anni) e passivo (35 anni);

n  elimina i senatori di nomina presidenziale;

n  introduce il requisito della candidabilità per deputati e senatori (oltre quelli dell’ineleggibilità ed incompatibilità);

n  consente a chi vi abbia interesse di ricorrere direttamente alla Corte Costituzionale contro le decisioni di ciascuna Camera sui titoli di ammissione dei suoi componenti;

n  attribuisce alla sola Camera il rapporto di fiducia col Governo, l’attività ispettiva sui suoi atti e la competenza su bilancio e rendiconto consuntivo;

n  rimodula in termini più flessibili le restrizioni costituzionali introdotte nel 2012 in tema di indebitamento dello Stato, ferma l’approvazione della Camera a maggioranza assoluta;

n  affida al Senato le competenza su commissioni d’inchiesta e le audizioni sulle nomine del governo in enti ed istituzioni pubbliche di rilievo;

ripartisce poi la funzione legislativa tra le due Camere, prevedendo che la competenza legislativa debba essere bicamerale nelle seguenti materie: 1) leggi costituzionali; 2) leggi elettorali; 3) ordinamenti dell’U. E.; 4) tutela delle minoranze linguistiche; 5) modificazione ai patti lateranensi; 6) rapporti con altre confessioni religiose; 7) asilo politico ed estradizioni; 8) libertà personali; 9) inviolabilità del domicilio e ispezioni e perquisizioni; 10) libertà e segretezza della corrispondenza; 11) libertà di circolazione; 12) libertà di stampa; 13) diritti di difesa; 14) precostituzione del giudice naturale, irretroattività della legge, penale e misure di sicurezza; 15) presunzione di non colpevolezza; 16) trattamenti sanitari; 17) diritto di sciopero; 18) elettorato attivo; 19) elettorato passivo; 20) proroga delle Camere; 21) requisiti di incandidabilità, ineleggibilità ed incompatibilità; 22) verifica dei predetti requisiti; 23) indennità parlamentari; 24) referendum popolari; 25) trattati internazionali; 26) presidenza del P. d. R. del CSD (art. 80.9, ma penso s’intenda riferirsi all’art. 80.10 CSM); 27) limitazione al diritto di iscriversi a partiti politici per magistrati, militari, poliziotti e diplomatici; 28) indipendenza del C. d. S. e della C. d. C.; 29) funzione giurisdizionale ordinaria, amministrativa, contabile e militare; 30) ordinamento giudiziario; 31) giusto processo; 32) giustizia amministrativa regionale di primo grado; 33) elezione del presidente della Corte Costituzionale ed incompatibilità dei suoi membri; 34) funzionamento della Corte Costituzionale.

n  in tutte le altre materie la competenza sarebbe della Camera, ma con facoltà per il Senato di chiederne entro dieci giorni il riesame, da completare nei successivi 30 gg., e sulle eventuali modifiche toccherebbe alla camera di deliberare definitivamente a maggioranza assoluta, mentre, in mancanza di richiesta di riesame o di tempestiva decisione sul merito, il testo esitato dalla Camera diverrebbe definitivo;

n  l’iniziativa legislativa spetterebbe per le leggi monocamerali alla Camera, con procedimento abbreviato  per i d. d. l. urgenti tra commissioni ed aula, e per quelle bicamerali anche al Senato, con procedimento normale;

n  la promulgazione dovrebbe poi avvenire nel termine fissato dalla Camera;

n  la decretazione d’urgenza andrebbe sottoposta dal Governo alla Camera, mentre andrebbero presentate al Senato i progetti di leggi bicamerali.

Ciò che mi sembra particolarmente apprezzabile in questo progetto è il lungo e meticoloso elenco delle materie riservate alla legislazione bicamerale, che evidenzia un altro paradosso della storia, o, se si vuole della politica: e cioè quanto sia singolare che tocchi proprio a un erede dichiarato della tradizione comunista (sindaco comunista di Pistoia negli anni ottanta, presidente pidiessino della regione Toscana negli anni novanta) di essere oggi così attento alla tutela delle libertà c. d. liberali solennemente sancite dalla Costituzione, quando invece gli eredi della tradizione cattolico-popolare e liberale sembrano, più o meno convintamente, disponibili a sacrificare quelle stesse libertà sull’altare di una presunta migliore governabilità.

 

I due paradossi sono emblematicamente rappresentati, per un verso, dal Manifesto in difesa del bicameralismo e contro la democrazia plebiscitaria e la svolta autoritaria, lanciato da Nadia Urbinati, Gustavo Zagrebelsky, Sandra Bonsanti, Stefano Rodotà, Lorenza Carlassare, Alessandro Pace, Gaetano Azzariti ed altri (tra i quali spicca il nome di Beppe Grillo); e, per altro verso, dal contrapposto manifesto lanciato da Giuseppe Bedeschi, Nico Berti, Dino Cofrancesco, Piero Ostellino  ed altri liberali (tra i quali spicca il nome di Giuliano Ferrara), i quali, senza nemmeno affrontare il merito delle questioni, qualificano come “incredibile, intollerabile, ridicolo e deplorevole” il manifesto di Giustizia e Libertà, e si schierano a difesa dell’accordo, giudicato storico, tra la destra e la sinistra italiana.

A questi liberali di oggi, immemori del passato, mi viene di segnalare quanto scriveva nel 1968 su Libertà Nuova il leader dei liberali di allora Giovanni Malagodi, introducendo la fondamentale distinzione tra liberali oligarchici e liberali democratici:

Io non credo al liberalismo oligarchico; credo al liberalismo democratico. I liberali oligarchici, in fondo, lo vogliano o no, sono dei razzisti; non razzisti della pelle ,….., ma razzisti delle persone per bene (da una parte) e dei tangheri (dall’altra), questi ultimi che formano, secondo i primi, la grande massa dell’umanità”; ed aggiungeva: “Una delle caratteristiche dei liberali oligarchici è di avere una preconcetta irragionevole simpatia per il sistema uninominale, come se esso non significasse in Italia la scomparsa delle forze intermedie, …………….., a favore del blocco clericale sostanzialmente populista-conservatore, da una parte, e di un blocco comunista, dall’altra“.

Quando Malagodi scriveva, quasi “propheta in patria”, quelle parole, democristiani e comunisti erano i protagonisti di quello che nella c. d. prima Repubblica era stato definito il “bipartitismo imperfetto”; e tuttavia, la situazione non sembra essere stata granché diversa durante gli ultimi venti anni di “bipolarismo perfetto”, con Forza Italia e col PD entrambi impegnati nel tentativo di egemonizzare le rispettive alleanze attraverso le proposte via via elaborate, all’evidente scopo di liberarsi di ogni possibile forma di controllo.

E posso solo immaginare come lo stesso Malagodi avrebbe censurato, ieri la legge Calderoli del 2005, ed oggi le proposte di legge elettorale e di sostanziale eliminazione del Senato, entrambe palesemente finalizzate a realizzare un vero e proprio sistema oligarchico, in cui pochi “ottimati”, al vertice dei rispettivi partiti, decidono per tutti, e i cittadini vengono chiamati ogni cinque anni ad un formale plebiscito di consenso per l’uno o per l’altro, e così dimenticando che una democrazia liberale può vivere e prosperare solo nel pluralismo delle opzioni politiche e nella pluralità dei centri decisionali in cui si articola la società.

Ne consegue un giudizio positivo sull’evoluzione liberaldemocratica di alcuni, così attenti alla tutela delle libertà fondamentali, ed invece un giudizio fortemente negativo sull’involuzione oligarchica di altri, quale vieppiù emerge dalla superficialità con cui sponsorizzano un complessivo progetto che trascura temi sensibili, direttamente incidenti sulle libertà fondamentali dei cittadini, e cancella le garanzie che le presidiano.

Le parti sembrano quindi essersi invertite, e spero proprio che questa visione liberaldemocratica della società emergente dalla proposta del sen. Chiti e dei suoi coraggiosi colleghi, riesca a resistere agli ordini di scuderia che continuano a partire dalla nuova dirigenza del suo partito, sulla base dell’assioma per cui il popolo delle c.d. “primarie” avrebbe così deciso nell’atto di eleggere il segretario di quel partito, quando invece è ragionevole immaginare che in quell’occasione chi si è pronunziato per quel segretario pensasse soltanto al candidato che aveva maggiori probabilità di vincere le elezioni successive, piuttosto che alla riforma del Senato o alla nuova legge elettorale, che allora non era neppure all’ordine del giorno.

E se anche questa motivazione avesse qualche verosimiglianza, si tratterebbe di una affermazione in puro stile partitocratico, perché si finirebbe per affidare a meno di due milioni di elettori, o presunti tali, di una sola parte politica il diritto di decidere le regole che devono presiedere alla vita di cinquanta milioni di italiani per i prossimi decenni.

 

6) ALCUNI FALSI MITI IN CIRCOLAZIONE.

Da qualche anno, e più ancora negli ultimi tempi, si aggirano nella società italiana alcuni falsi miti che qui, prima di concludere, mi sembra il caso di provare a sfatare.

 

A) Da trenta anni i professori bloccano tutto!

L’ultimo, in ordine di tempo, ed anche il più falso rispetto alla realtà storica e il più sgradevole sul piano del linguaggio adoperato, è quello secondo cui, negli ultimi trenta anni, tutti i tentativi di riformare le istituzioni dello Stato sono falliti a causa di quelli che sono stati spregiativamente chiamati “professoroni”.

Le vicende delle tante commissioni, parlamentari e di studio, che si sono succedute dal 1983 e che abbiamo puntigliosamente ripercorso, dimostrano invece che, ogni volta che il problema della riforma istituzionale si è posto, è stata la politica a bloccarne la positiva conclusione, talvolta anche dopo avere trovato un’iniziale condivisione, e sempre per motivi che nulla avevano a che fare col merito delle riforme e invece per ragioni tutte regolate dall’interesse degli schieramenti che in quel momento si confrontavano, ognuno di essi attento a trarre dalle riforme, di volta in volta sostenute o avversate, qualche contingente convenienza per la propria parte politica o di danno per la parte contrapposta.

Invero, le riforme proposte dalla Commissione Bozzi naufragarono sullo scoglio della staffetta di governo tra socialisti e democristiani; quelle trasversali della X Legislatura finirono nel dimenticatoio per l’incuranza dei partiti; le conclusioni della Commissione De Mita-Iotti furono travolte dall’irrompere della Lega nel panorama politico e dai referendum di Mario Segni; le proposte originate dalla Commissione D’Alema subirono la stessa sorte quando Berlusconi rovesciò il tavolo dell’intesa già raggiunta, sconfessando il c. d. “patto della crostata”; la bozza Violante sparì con lo scioglimento anticipato della XV Legislatura ed eguale sorte ebbe il testo ABC nella Legislatura successiva; quanto alla Commissione Quagliariello, le sue conclusioni sono ancora sul tappeto, ma nessuno sembra più ricordarsene dopo l’archiviazione della prospettiva di modifica dell’art. 138 Cost., finita nel nulla con la rottura del patto di maggioranza tra PD e PdL e poi con la fine prematura del Governo Letta.

Quanto all’esito della riforma di Lorenzago, varata nella XIV legislatura, il referendum del giugno del 2006, intervenuto a iter legislativo parlamentare ormai concluso, ebbe un risultato negativo propiziato proprio dal partito che cerca ora di riproporre le medesime ricette, e questa volta in chiave centralista piuttosto che federalista come allora,

 

Cosa c’entrino i c. d. “professoroni” in tutto questo non è dato capire, ma c’è chi continua a dirlo, senza nemmeno sapere di cosa parla, nella speranza di farlo diventare un “mantra” acquisito ed incontestabile.

Ancora una volta l’apparenza fa premio sulla realtà, che è chiarissima nella sua semplicità: tutti i partiti, quelli che in passato hanno egemonizzato la scena politica, e quelli di oggi, che, non avendo radici ideali, traggono le ragioni della loro esistenza e/o la prospettiva del loro futuro dai personali percorsi dei loro leader, guardano al processo riformatore con gli occhiali deformanti della rispettiva convenienza, piuttosto che con l’occhio rivolto agli interessi del Paese.

E’ mancato e continua a mancare nei legislatori di ieri e in quelli di oggi lo “spirito costituente” che animò i fondatori della nostra Repubblica, che, pur essendo portatori di legittime istanze politiche, in qualche caso assolutamente contrapposte, si sforzarono di legiferare “sotto un velo di ignoranza”, come avrebbe poi suggerito il più acuto dei pensatori del moderno liberalismo egalitario, John Rawls, che all’epoca della Costituente italiana studiava ancora filosofia morale all’università di Princeton, e che, venticinque anni dopo, nel 1971, avrebbe scritto quella che è forse la sua opera più importante, “Una Teoria della Giustizia”,  nella quale ha evidenziato che soltanto agendo in termini razionali e reciprocamente disinteressati, così che nessuno possa pensare di avvantaggiarsi dalla scelta di taluni criteri piuttosto che di altri, è possibile che i principi che ne scaturiscono siano “equi”, capaci quindi di regolare la vita della società sulla base della pari opportunità per tutti, senza che alcuno possa pensare di esserne favorito o penalizzato in partenza.

E, se anche il velo d’ignoranza può essere attenuato ed al limite anche rimosso quando si tratti di realizzare un programma di governo basato su una proposta politica inevitabilmente partigiana  sottoposta al vaglio degli elettori, esso va invece ispessito tutte le volte in cui si tratti di porre mano alle regole della convivenza politica, in cui nessuno deve potere immaginare di partire con un qualche vantaggio su altri, ovvero di trovarsi senza controllo quando gli fosse stato affidato il compito di realizzare il suo programma politico.

 

B) La lentezza della legislazione.

Qualche aggancio con la realtà può invece averla l’affermazione secondo cui il procedimento legislativo è troppo lento rispetto alla velocità con cui evolvono i fenomeni economici e sociali che la vanno regolati.

Ma c’è da dire che, se questo può essere vero, non è tutta la verità.

Le ultime legislature dimostrano che, quando c’è una forte e coesa volontà politica, si può legiferare agevolmente ed in fretta, talvolta anche con troppa fretta.

Ne sono un chiaro esempio tutte le leggi ad personam (c’è chi è arrivato a contarne ben 37) votate sotto la spinta dell’interesse di Berlusconi originato dai processi in corso; ma è anche emblematica in tal senso, in termini certamente più nobili, la recentissima riforma dell’art. 81 Cost. in tema di vincoli alla legge di bilancio e all’indebitamento, la cui prima lettura alla Camera si è avuta il 30 novembre 2011, e l’ultima al Senato il 17 aprile 2012; cosicché, in meno di cinque mesi, è stata approvata una riforma costituzionale di grande importanza, con una fretta forse eccessiva, se è vero che oggi molti s’interrogano sull’opportunità di introdurre in costituzione vincoli così stringenti, che l’Europa non ci aveva neppure chiesto e che siamo stati noi a volere offrire.

 

C) L’inefficienza dei governi.

Che i nostri governi siano tradizionalmente inefficienti è, anche questa, una parziale verità.

E tuttavia, attribuire al Parlamento difetti che appartengono alla politica e in definitiva ai rapporti tra i partiti e alla loro capacità di essere tempestivi rispetto alle aspettative dell’opinione pubblica, significa intervenire nel punto sbagliato della crisi, similmente al chirurgo che interviene nel punto sbagliato del corpo del paziente.

Per altro, le esperienze del governo Monti prima e quelle del governo Renzi ora, dimostrano che, quando ci sono volontà politica e sufficiente consenso dei partiti, le cose si possono fare, ed anche in fretta.

E in ogni caso, se proprio si ritiene necessario implementare la capacità di governo, si può e si deve incidere sulla forma di governo e non sulla natura parlamentare della nostra democrazia, che, con l’inefficienza dei governi non c’entra quasi mai.

 

D) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.

Un altro mito da sfatare è quello secondo cui il bipolarismo è sconosciuto nel resto del mondo.

Appositi dossier predisposti dall’Ufficio Studi del Senato dimostrano alcune verità fattuali, che sembra il caso qui di riassumere per sfatare anche questo falso mito.

In particolare:

 

n  tutti i paesi del G8 sono bipolari (Canada, Francia, Italia, Germania, Giappone, Regno Unito, Russia, Stati Uniti);

n  15 paesi del G20 sono bicamerali (gli stessi del G8 e inoltre: Argentina, Australia, Brasile, India, Messico, Sud Africa, la stessa UE), mentre sono monocamerali Arabia Saudita, Cina, Corea Del Sud, Indonesia e Turchia;

n  4 miliardi di persone su 5,5 (senza la Cina) sono rappresentati da sistemi bicamerali, e 30 dei 40 paesi più popolati al mondo (sopra i 30 milioni di abitanti) sono bicamerali;

n  sono invece monocamerali: Indonesia, Turchia, Bangladesh, Iran, Iraq, Corea del Sud, Tanzania, Ucraina, Uganda, oltre ai paesi che non è possibile definire democratici (Arabia Saudita, Cina, Vietnam).

 

E quanto ai sistemi elettorali, alcuni prevedono sistemi di elezione indiretta o mista; in particolare:

 

n  il Senato francese è eletto in forma indiretta, ma è anche inserito in un contesto semipresidenziale, in cui i deputati vengono eletti con un sistema elettorale a doppio turno in collegi uninominali; in particolare, il Senato viene eletto da parte di un collegio elettorale composto da deputati, senatori, rappresentanti regionali, dipartimentali e locali (una platea di poco meno di 150.000 elettori, quindi difficilmente manovrabile dai vertici dei partiti) con metodo misto (proporzionale con parità di genere per la maggior parte, maggioritario a due turni per il resto);

n   il Bundesrat tedesco, nominato dai governi dei Lander tra i rispettivi componenti, ha come presupposto essenziale una vera e propria struttura federale dello Stato;

n  la House of Lords inglese è  ormai quasi tutta di nomina governativa, salvo qualche residua presenza ecclesiastica;

n  il Senato spagnoloviene eletto in parte (209 senatori) direttamente dai cittadini (con sistema maggioritario in collegi provinciali multiseggio), ed in piccola parte (57 senatori) dalle assemblee legislative delle comunità autonome; non vota la fiducia al governo, ma sulle leggi ordinarie può emendare o respingere i testi del congresso, che poi decide a maggioranza assoluta; per le leggi c.d. organiche (diritti fondamentali ed autonomie locali) occorre la maggioranza assoluta in entrambe le camere, e per le riforme costituzionali occorre la maggioranza dei tre quinti in entrambe le camere.

 

Questi sistemi, che regolano la vita istituzionale dei quattro più importanti paesi dell’Europa Occidentale, hanno tutti una loro logica interna che si collega alla rispettiva tradizione, in stretta connessione con la legge elettorale con cui si genera la rappresentanza parlamentare.

E quindi, se proprio si vuole, se ne potrebbe copiare l’uno o l’altro, purché lo si faccia totalmente, perché in ognisistema-paese tutto si tiene (parlamento, governo, istituzioni di garanzia, magistrature, mass-media); se invece se ne vuole importare un solo segmento, come in Italia sembra si voglia fare, ne risulterebbero alterati i delicati equilibri istituzionali che li reggono e che reciprocamente li condizionano.

Cosicché, se si vuole imitare la Francia, occorrerà introdurre il semipresidenzialismo insieme al  doppio turno di collegio; se si vuole copiare dalla Germania, occorrerà creare un vero stato federale; se si vuole guardare all’Inghilterra, occorrerà reinventarsi una qualche monarchia costituzionale, magari affidandosi agli improbabili eredi dei Savoia o dei Borbone (absit inuria verbis !); infine, se si vuole importare il sistema spagnolo (che è quello più simile al nostro) non si potrà comunque sottrarre al Senato che verrà la sostanziale legittimità elettorale oltre che l’autonomia finanziaria.

 

Altri importanti paesi europei hanno camere alte elette direttamente dai cittadini:

n  Polonia: sistema maggioritario uninominale;

n  Romania: sistema misto, maggioritario a un turno e proporzionale;

n  Repubblica Ceca: sistema maggioritario a due turni;

n  Svizzera: maggioritario, salvo il proporzionale in due cantoni;

 

E, fuori dall’Europa, gli Stati Uniti sono il più classico esempio di bipolarismo perfetto, con diretta legittimazione popolare, differenziata nei tempi dell’elezione proprio per accrescere la capacità di controllo sul sistema, come pure avevano immaginato per l’Italia i nostri padri costituenti.

Ma anche negli altri più importanti paesi del mondo, retti da democrazie parlamentari, il bipolarismo su base elettorale diretta è la regola:

n  Australia: elezione diretta con sistema del “voto singolo trasferibile” in collegi plurinominali,

n  Brasile: elezione diretta con sistema maggioritario;

n  Giappone: elezione diretta con sistema misto uninominale/proporzionale;

n  Messico: elezione diretta con sistema misto maggioritario/proporzionale;

 

Non è possibile in questa sede fare un esame specifico su ciascuna camera alta; ma i dossier diffusi dall’Ufficio Studi del Senato consentono di evidenziare alcune caratteristiche prevalenti, così sintetizzate:

n  il bicameralismo si accompagna solitamente a sistemi complessi (popolazione, livello di ricchezza, superficie, rapporti interni ed internazionali), mentre il monocameralismo si adatta meglio a sistemi semplici caratterizzati da relativa omogeneità sociale;

n  le camere alte sono generalmente (ma non sempre) estranee al rapporto di fiducia nei confronti dei governi;

n  sono espressione delle realtà territoriali, per lo più stati federati o regioni;

n  rivestono un ruolo di garanzia sulle istituzioni, di controllo sui governi, di equilibrio nei confronti delle camere basse e di riflessione sulla legislazione.

 

7) QUALE BICAMERALISMO E QUALE FORMA DI GOVERNO PER L’ITALIA DI DOMANI ?

Ciò che ho sin qui detto non comporta certamente la negazione delle criticità esistenti nel sistema, che anzi ho provato ad evidenziare, e quindi non comporta il rifiuto di fare qualcosa per superarle.

E tuttavia, ciò non significa che sia necessario fare “qualunque cosa” pur di “fare qualcosa”.

Ancora una volta, quindi, il problema è di individuare quale tipo di bicameralismo e quale forma di governo si adatti meglio all’Italia, senza arroccarsi per pregiudizio nella conservazione dell’esistente, ma senza indulgere per movimentismo al riformismo quale che sia.

Se l’esperienza ha dimostrato che ci sono problemi da risolvere, occorre affrontarli nello specifico, e non utilizzarli ad altri fini, in particolare per accrescere artificialmente le quote di potere che non si riesce a conquistare sulla base del consenso popolare.

Se quindi le esigenze sono quelle, assolutamente ragionevoli, di rafforzare la capacità di governo, di concentrare in tempi brevi le estenuanti sessioni di bilancio e di rendere meno farraginoso l’iter legislativo, le soluzioni sono a portata di mano, senza alcun bisogno di alterare gli equilibri istituzionali e di mortificare un ramo del Parlamento rispetto all’altro.

Volendo agire in tal senso sul piano del Governo, basterebbe introdurre la fiducia al solo Presidente del Consiglio, che potrebbe liberamente proporre la revoca dei ministri come oggi può proporne la nomina, e prevedere che possa essere rimosso soltanto attraverso una mozione di sfiducia costruttiva; quanto ai documenti finanziari e di bilancio, basterebbe prevederne l’emendabilità solo a richiesta e col consenso del Governo; e quanto alla formazione delle leggi, basterebbe differenziare le competenze per materia, introdurre il c. d. “principio della culla”, generalizzare l’esame delle commissioni in sede redigente, con riserva d’aula per il solo voto finale sul complesso della proposta.

E se poi si volesse prestare un qualche omaggio allo spirito dei tempi, e in particolare alla demagogia di moda, facendo mostra di volere incidere anche sui costi del Parlamento, basterebbe ridurre il numero di senatori e deputati, cominciando da quelli eletti nelle circoscrizioni estere, ma ancora una volta senza esagerare, e tenendo conto che ogni parlamentare in meno comporta una corrispondente diminuzione di capacità rappresentativa dell’elettorato, specie al Senato, dove l’effetto del voto è costituzionalmente destinato ad esaurirsi in ambito regionale.

Ed infine, se anche questi semplici e ragionevoli accorgimenti non fossero sufficienti per soddisfare la voglia di novità, e si volesse, in avversata ipotesi, sottrarre comunque al Senato il rapporto fiduciario col Governo e l’esame delle leggi di bilancio, allora si potrebbe prendere come base di lavoro il progetto Chiti, apportandovi alcuni significativi miglioramenti, ed in particolare:

n  equiparare il numero di deputati e senatori, in modo che essi abbiano lo stesso peso nell’elezione degli organi di garanzia;

n  ed al contempo rafforzare i quorum per l’elezione di tali organi;

n  consentire ad un numero significativo di senatori di attivare direttamente lo scrutinio di costituzionalità di una legge approvata dalla Camera;

n  e soprattutto, last but not least, introdurre una legge elettorale che consenta al pluralismo della società italiana di esistere ed esprimersi, ed ai cittadini di scegliere direttamente tutti i loro rappresentanti, rimuovendo gli attuali ostacoli, a monte delle elezioni (le firme di presentazione) ed a valle (le soglie di sbarramento),

 

Ciò che non mi sento proprio di condividere è invece l’approccio culturale sotteso al progetto del Governo, tutto mirato a ridurre drasticamente gli spazi e le sedi delle garanzie costituzionali, valutate come fastidiosi ostacoli su cui s’infrangerebbe l’efficienza dei governi.

E, francamente, non mi sembrano sufficienti i suggerimenti contenuti nell’appello dei costituzionalisti dell’Associazione Libertà Eguale, pure apprezzabili nell’intento di offrire un contributo migliorativo alla proposta governativa.

Intanto perché quell’appello muove da una premessa, la fine del “complesso del tiranno”, che, anche nelle società degli anni duemila, risulta tutt’altro che scontata.

Basti guardare a ciò che stava per avvenire l’altro ieri nella Polonia dei fratelli Kaczyński, ieri nell’Ucraina di Janukovyč, e ancora oggi nella Russia di Putin, nell’Ungheria di Orban e nella Turchia di Erdogan, per non parlare dei fenomeni involutivi, spesso accompagnati da sanguinose guerre civili, che stanno caratterizzando tutti i paesi rivieraschi del Mediterraneo; mentre non sono certo rassicuranti le ventate di populismo che si stanno sviluppando in quasi tutti i paesi europei di lunga ed all’apparenza rassicurante democrazia, non esclusa l’Italia.

Ma anche e soprattutto perché tutte le Costituzioni, in via di principio, si giustificano sempre e dovunque proprio in ragione del “complesso del tiranno”.

Si dimentica purtroppo che le vittorie della Libertà, dovunque, non sono mai per sempre, e che i suoi nemici sono sempre in agguato, presentandosi di volta in volta con sembianze e modalità assolutamente diverse ed insospettabili, e proprio per questo facilmente ingannevoli.

Quanto al merito, i suggerimenti di Libertà Eguale non mi sembrano comunque sufficienti a migliorare in termini significativi l’impianto del progetto governativo.

Si può forse condividere l’idea di mettere insieme la riscrittura del titolo V in tema di competenze regionali con la riforma del Senato, superando, in ragione della specifica coerenza della materia, il suggerimento einaudiano dell’unitarietà di ogni referendum confermativo.

Ma non convince l’idea del Senato quale sede privilegiata della rappresentanza territoriale, nello stesso momento in cui alle Regioni viene sottratta buona parte della loro competenza legislativa.

E si possono senz’altro condividere alcuni specifici suggerimenti, in particolare sull’opportunità: di riequilibrare il rapporto tra rappresentanti regionali (anche in ragione della numerosità delle popolazioni), e comunali; di restituire alle regioni la competenza sul merito degli ordinamenti regionali; di allargare la platea dei rappresentanti regionali chiamati a esprimersi nelle sedute comuni del Parlamento; e infine di consentire a una quota significativa di senatori la facoltà del ricorso preventivo di costituzionalità.

Ma non convince l’idea di attribuire ai senatori di ciascuna regione un voto unitario, che potrebbe giustificarsi solo nella misura in cui si creasse in Italia un vero e proprio Stato federale, che, dopo il declino della Lega, non è certamente in vista.

In ogni caso, a me sembra che si tratti di suggerimenti di mera “cosmesi costituzionale”, in taluni punti condivisibili ma non esaustivi del problema, che resta quello di evitare che il Senato sia destinato a un ruolo ancillare, rispetto al Governo come rispetto alle Regioni, il che lo trasformerebbe in breve tempo in una sorta di dopolavoro per politici locali, quasi una riedizione di quel CNEL, che oggi s’intende opportunamente abolire.

Ciò che invece non mi convince proprio è l’ostilità verso l’elezione diretta dei senatori e l’ampliamento della legislazione bicamerale sui temi di libertà, non fosse altro per le  ragioni che presiedono a questa impostazione.

Dire che l’elezione diretta è destinata a generare la necessità di nuove grandi coalizioni significa stabilire una regola in ragione della previsione del risultato che potrebbe derivarne, così rimuovendo del tutto il “velo d’ignoranza” che dovrebbe invece presiedere alla formazione delle regole costituzionali, che devono essere “eque” in sé stesse, a prescindere dai loro possibili esiti.

E dire che l’allargamento della platea delle leggi bicamerali avrebbe l’effetto di reintrodurre surrettiziamente quel rapporto fiduciario che si vorrebbe sottrarre al Senato, significa, per un verso e nella migliore delle ipotesi, sottovalutare la delicatezza delle materie sensibili, invece puntigliosamente elencate nel progetto Chiti, e per altro ed in peggiore ipotesi, attribuire ai governi del futuro intenzioni in qualche misura liberticide, che in tal caso sarebbe anzi assolutamente necessario di potere efficacemente contrastare.

 

8) CONCLUSIONE

Prossimamente, la Commissione Affari Costituzionali del Senato deciderà su quale dovrà essere il testo base su cui poi bisognerà lavorare di cesello per la riforma che si preannunzia.

L’augurio è che questa decisione, come le altre che seguiranno in materia, non sia presa nell’interesse di una, ovvero dell’altra, ovvero anche di entrambe le parti politiche che hanno sin qui ostentato la paternità di questa riforma, talvolta sostenendola e talvolta paradossalmente avversandola, ma sia presa nell’interesse del Paese e delle sue libertà, per l’oggi certamente, ma anche per le generazioni di domani, anche se non mi nascondo che questa sembra essere l’ultima delle preoccupazioni dell’attuale classe politica, con doverose eccezioni che finiscono per confermano la regola.

Mentre è forte la sensazione che ogni decisione venga presa in ragione della quota di potere che ciascuno dei protagonisti potrà pensare di assicurarsi approvando una riforma costituzionale piuttosto che un’altra.

Per quanto più direttamente mi riguarda in ragione della mia impostazione culturale, spiace in particolare che questa posizione la assumano alcuni liberali, i quali non hanno mai appreso, o hanno dimenticato, che il liberalismo non è la dottrina della conquista o della gestione del potere, ma piuttosto la dottrina della limitazione del potere.

In tal senso, una preoccupazione in più nasce dal surreale dibattito che si sta sviluppando sull’influenza che i risultati delle prossime elezioni europee potrebbero avere proprio sul cammino delle riforme, quando invece si tratterà di scegliere verso quale modello di Europa vogliamo indirizzarci: quello federale, come personalmente auspico, o quello attuale intergovernativo che condannerebbe l’Europa alla paralisi, e forse anche alla fine del sogno europeo.

Sembra invece che il risultato delle europee finirà per essere la cartina di tornasole per valutare lo stato della nostra politica interna, piuttosto che la direzione verso l’Europa che vogliamo.

Mentre si dà alle elezioni europee questo improprio significato, stravolgendone le finalità, si dimentica che le norme destinate a reggere l’impianto istituzionale del Paese, che interessano tutti noi ma anche le future generazioni, dovrebbero essere fatte sotto quel “velo d’ignoranza” che animò i lavori dell’Assemblea Costituente.

Mentre c’è toccato di leggere, ad opera di uno dei piu’ autorevoli commentatori del quotidiano della Confindustria, che è anche il politologo(D’Alimonte) piu’ ascoltato dalle parti del Governo,  un articolo che aveva il dichiarato scopo di rassicurare l’occasionale alleato di Renzi circa il fatto che, comunque vadano le elezioni europee, le riforme in cantiere “convengono” (c’è scritto proprio così), e non all’Italia, ma proprio a “Forza Italia”: come dire, della serie: “non c’è piu’ pudore”!

Come ci preoccupa sentire dire che questo cammino si potrebbe invece arrestare se, in ipotesi, uno dei due o entrambi i partiti che hanno contratto il patto del Nazareno dovessero registrare un risultato elettorale insoddisfacente, e invece un risultato migliore rispetto all’uno ovvero ad entrambi venisse conseguito dal terzo incomodo.

Quello, per intenderci, che si è affacciato di recente sulla scena politica, guastando ulteriormente la pietanza sgradevole del bipolarismo italiano; e che, sia detto a onore del vero, in questa circostanza di grande rilievo istituzionale, al di là dei toni adoperati, sta dimostrando, almeno in questo frangente della politica, di volere tutelare gli spazi di libertà di tutti piuttosto che il proprio esclusivo interesse,che, coi risultati elettorali assolutamente eccezionali che si vanno profilando, dovrebbe portarlo a privilegiare un sistema assolutamente maggioritario ed assolutamente privo di controlli, come quello che viene oggi proposto dai suoi competitori.

Se il cammino di una qualche riforma del Senato, sia pure diversa da quella ipotizzata nel progetto governativo, si arrestasse di fronte a risultati elettorali non positivi per i suoi promotori, allora ne risulterebbe confermata la sensazione che il gran parlare che si fa di riforme istituzionali non è mai stato finalizzato all’interesse del Paese, ma soltanto alla prospettiva di conquistare spazi maggiori di potere per uno dei due poli che negli ultimi anni si sono avvicendati sulla scena politica.

E questa è cosa che potremo presto verificare, tra appena qualche settimana!

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA LIVIO GHERSI

Che Livio Ghersi sappia il fatto suo in materia di diritto costituzionale ( oltre che di filosofia e di tanto altro...) lo sappiamo bene, ma egli riesce ad arricchire l'esposizione delle Sue riflessioni con attenti richiami al metodo nell'agire politico che, in questa occasione, appaiono illuminanti.
In seno al Suo scritto leggerete: "Il Parlamento non ha elaborato la riforma costituzionale in discussione: l'ha subita. Si è fatto appello alla disciplina di partito; i dissidenti più irriducibili sono stati messi nelle condizioni di dover lasciare il Partito democratico. Le forze di opposizione sono state emarginate, fino ad arrivare in più occasioni ad uscire, per protesta, dalle aule parlamentari".
Ma se ancor prima della riforma è stato possibile giungere a tanto, è davvero il caso di spingersi oltre?

Oltre il tempo degli avventurieri


livio ghersi ( da dossier di Critica Liberale)
La Costituzione della Repubblica italiana, come tutti dovrebbero sapere, è entrata in vigore l'1 gennaio 1948. Fu approvata da un'Assemblea Costituente, composta da 556 deputati, eletti con una legge elettorale ultra-proporzionale: il fatto che i resti (ossia i voti non utilizzati nelle circoscrizioni) fossero recuperati dalle varie liste in sede di Collegio unico nazionale, consentì che anche formazioni che avevano ottenuto un consenso elettorale numericamente ridotto avessero rappresentanza. Valga, a titolo di esempio, il caso della Concentrazione democratica repubblicana che, grazie al conteggio dei resti in sede nazionale, elesse alla Costituente Ferruccio Parri ed Ugo La Malfa, pur avendo ottenuto complessivamente solo 97.690 voti (pari allo 0,4 %).

UN REFERENDUM PER IL DESTINO DELLA LIBIA

Con lo scritto che segue Livio Ghersi ci regala interessanti riflessioni sulla attuale condizione della Libia, sulle sue tradizioni e sugli interessi che spingono alcuni Paesi a determinare modalità diverse per la sua sua stabilizzazione. L'idea di offrire ai Libici la scelta di come costruire il loro futuro attraverso un referendum è forse utopica, ma se i soldati italiani arrivassero in Libia anche con il compito di aiutare quella popolazione a scegliere il modello ideale di convivenza, la missione acquisirebbe certamente un taglio diverso, potrebbe farci muovere accompagnati da un più ampio consenso internazionale e comunque darebbe un senso al rischio della perdita di vite umane che, nelle condizioni operative che ci attendono, sarebbe da sprovveduti non tenere in considerazione.

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L'argomento della Libia ha rilevante peso nel discorso pubblico italiano odierno. Impossibile stare dietro alle analisi ed ai commenti: troppo numerosi, ma spesso approfonditi e di buona qualità. Per quanto mi riguarda, ho trovato particolarmente ben scritto l'editoriale di Paolo Mieli "La missione in Libia e i pericoli per l'Italia" (nel Corriere della Sera, del 6 marzo 2016, pp. 1 e 30). Dei tre interrogativi formulati da Mieli, il secondo ed il terzo meritano una riflessione attenta. Soprattutto da parte del Governo e del Parlamento italiani; fermo restando che la prudenza fin qui dimostrata dal Governo italiano è, dal mio punto di vista, opportuna e da apprezzarsi.
La posizione ufficiale dell'Italia è sempre stata quella di difendere l'unità statuale della Libia. Alcuni commentatori si spingono a dire che ciò costituirebbe un preminente interesse nazionale italiano. In una situazione tanto complessa e difficile, tuttavia, non ci possono essere argomenti tabù: siamo davvero sicuri che insistere sulla unità statuale libica sia la via migliore per ottenere la pacificazione e la stabilizzazione di quell'area geografica?

Le ragioni del NO per l'on.le Carlo Smuraglia

"Nel ringraziare Emanuela Citati, Presidente della Associazione di Cultura e Ricerca Giuseppe Zanardelli, per avere segnalato la Sua intervista all'on.le Carlo Smuraglia, ne pubblichiamo volentieri il testo, sottolineando la assoluta assonanza in merito a tante valutazioni, prima fra tutte quella relativa al decadimento politico e culturale che determinerebbe, nel Paese, l'approvazione della riforma costituzionale."

 

INTERVISTA ALL’ON. CARLO SMURAGLIA

   di Emanuela Citati 

Incontrare l’on. Carlo Smuraglia alla Festa Provinciale dell’A.N.P.I. di Brescia, giunta quest’anno alla settima edizione, è circostanza di rilievo. Riconfermato di recente alla Presidenza Nazionale ANPI, l’on. Smuraglia ha tenuto alta l’attenzione di un folto pubblico parlando d’importanti temi d’attualità: l’accoglienza dei rifugiati e dei migranti, il contrasto alla diffusione dei movimenti neofascisti, la difesa della Costituzione. A proposito del referendum l’ANPI si è schierata per il “no” alla riforma del Senato e alla legge elettorale. Volendo approfondire le ragioni di una scelta abbiamo rivolto alcune domande al suo Presidente.

Qualcuno ha l’impressione che questa riforma costituzionale nasconda degli interessi dei poteri forti. Cosa ne pensa?

L’ombra dei poteri forti c’è sempre quando si parla di riforme che stravolgono la Costituzione inoltre, nel nostro caso, è stato fatto - in sede politica - un calcolo elementare a uso proprio: si fa una legge che favorirà il partito che prende più voti, non il più rappresentativo. La versione finale licenziata dal Senato, approvata definitivamente dalla Camera, prevede un premio di maggioranza che assicura 340 seggi alla lista (circa il 54% di quelli disponibili n.d.a.), non più alla coalizione, in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno. C’è poi la questione del ballottaggio tra le liste più votate. Se nessuna dovesse raggiungere la soglia del 40%, la lista con più voti otterrebbe immeritatamente il premio, quindi, la maggioranza assoluta. Si sostiene che non conoscere subito gli esiti di un’elezione può destabilizzare il sistema economico. La Germania, però, dopo le elezioni ha impiegato due mesi per trovare l’accordo di coalizione e nessuno ha trovato da ridire.

La Germania tiene stretta la sua Costituzione e non pensa a cambiarla, perché?

La Germania è sufficientemente forte per resistere a questo tipo di pressioni. Noi abbiamo dichiarato, già due anni fa, che il miscuglio tra legge elettorale e riforma del Senato crea un groviglio profondamente antidemocratico.

La Riforma riduce le funzioni del Senato. Cosa può dire in proposito?

I paesi che hanno la Camera Alta o il Senato autorevolmente impegnati hanno maggior forza e prestigio nei consessi internazionali. In alcuni paesi esiste un Senato delle autonomie locali come in Germania e in Austria. In Italia non si è pensato al Senato come ad una vera e propria Camera delle autonomie. In Germania sono i land, con i loro governi, che votano i rappresentanti della Camera delle autonomie. Qui da noi non è così perché i consiglieri regionali che diventano senatori rappresentano al massimo la fettina di elettori che li ha votati. Ci sarebbe bisogno di elevare il tono culturale e politico degli organismi istituzionali elettivi, si è invece scelto di abbassare il livello dell’impegno individuale, perché non è possibile svolgere bene nel medesimo tempo le funzioni di consigliere regionale e di senatore. Un’altra bubbola che si racconta a sostegno della Riforma è che il bicameralismo perfetto allunghi i tempi di approvazione delle leggi. In realtà i tempi si allungano perché i partiti non si mettono d’accordo e perché ci sono dei poteri che si ricattano tra loro. C’è poi un'altra storia che viene raccontata, ma non è vera: sostenere che non c’è nulla di male in questa Riforma perché si mette mano solo alla seconda parte della Costituzione lasciando intatta la prima; ma se si attacca la rappresentatività del Senato e i partiti possono designare un capolista "bloccato" in ogni collegio, lo stravolgimento è evidente, proprio nel senso che incide sull’esercizio della sovranità popolare, art.1 della Costituzione.

Lei ha affermato che la Costituzione è sicuramente perfettibile. Che cosa si sarebbe dovuto cambiare per adeguarla all’evolversi dei tempi?

In alcuni paesi con il bicameralismo perfetto esiste la possibilità che alcune leggi si facciano in seduta comune di Camera e Senato che lavorano a pari condizioni. Si sarebbe potuto introdurre qualcosa del genere anche in Italia. Ci sono paesi dove solo la Camera vota la fiducia al Governo. Al Senato spetta un controllo penetrante sull’esecutivo, sulle aziende partecipate e sugli effetti delle leggi, un aspetto da sempre molto trascurato in Italia. Da noi, infatti, non c’è nessuno che dopo due anni riferisca sugli effetti applicativi di una norma stabilendo se ha funzionato o meno. In un progetto di riforma si potevano togliere al Senato alcune incombenze attribuendone altre. Nel mettere mano alla Riforma – puntualizza ancora l’on. Smuraglia - molti invocavano delle regole per favorire l’esercizio legislativo d’iniziativa popolare. Adesso raccogliendo 50 mila firme si può presentare una proposta legge. Quando arriva in Parlamento, però, è dimenticata perché non ci sono tempi certi che impongano il suo esame. Si poteva quindi stabilire una scadenza entro la quale il Parlamento doveva bocciarla o promuoverla. Questo non è avvenuto e si è fatta la cosa peggiore: moltiplicare per tre le firme necessarie, portandole a 150 mila, rinviando ai regolamenti parlamentari tutto il resto. C’era, infine, un altro tema in discussione da tempo, riguardava la mancanza di uno statuto delle opposizioni a garanzia delle minoranze. La legge di riforma del Senato ha rimandato la questione al legislatore ordinario o ai regolamenti parlamentari.

In conclusione si sono perse delle occasioni per introdurre buone modifiche. In compenso, però, ci si è accaniti su riforme che stravolgono l’armonia e l’equilibrio della nostra Costituzione.  e.c. 

IL NO " CONGIUNTO " DI STEFANO DE LUCA RAFFAELLO MORELLI ED ANTONIO PILEGGI

 

A nome del Comitato Per le libertà dei cittadini, NO al peggio Stefano de Luca, Raffaello Morelli, Antonio Pileggi hanno ricordato che le buone ragioni del NO alla proposta di revisione costituzionale emergeranno tanto più forti quanto più il confronto verterà sul merito.
“In questa ottica – hanno aggiunto – va nettamente respinta la concezione del documento dell’agenzia di rating, Fitch, ricalcata sulla linea del Fondo Monetario Internazionale. Per l’agenzia Fitch, un successo del SI al referendum promette sia una legislazione più facile che un governo più stabile, indotti dalla riforma elettorale e dal trasferimento delle competenze dalle regioni al livello centrale.
A chi sostiene simili concezioni – che oltretutto non affrontano il merito della proposta di riforma caratterizzata da pasticciate complicazioni legislative – diciamo che negli anni 2000, l’autoritarismo corre sui binari delle burocrazie finanziarie internazionali senza volto e senza responsabilità civile, mentre la democrazia si fonda sul principio intoccabile della sovranità popolare, incoraggiandone le sue più faconde diversità legate al merito delle cose.
Come ha dimostrato la storia, solo garantendo che il potere sovrano sia saldamente nelle mani del cittadino-elettore, si possono garantire, nel confronto democratico, condizioni di vita migliori ed una reale espressione della diversità degli individui; in sintesi si attiva una convivenza più evoluta per affrontare consapevolmente i continui cambiamenti della esaltante avventura della modernità”.

Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

I PATTI DI ROMA LE LIBERTA' E LE BUROCRAZIE

Ha ragione Raffaello Morelli, con i Trattati di Roma, l'idea di costruire l'Europa venne affidata alla libera scelta " in progress" dei cittadini dei vari stati. Quel processo di scelta sorretta dalla libertà è stato di fatto sostituito da decisioni di ordine tecnico, frutto di progetti apicali rigidi e predefiniti, tanto che noi tutti vediamo adesso una Europa algida e dominata dalle burocrazie. 

 

I PATTI DI ROMA, L'INCOMPRESA SOVRANITA' DEI CITTADINI ED I DISEGNI DELLE BUROCRAZIE

L’articolo “La lezione attuale di 60 anni fa” dell’eurodeputato PD Simona Bonafè auspica con passione un’Europa in cammino, ma elude il suo stesso titolo non cogliendo il nocciolo della lezione dei Trattati di Roma.
Riferendosi ai loro fondamenti, l’articolo mischia fattori che contrastano in modo sottile ma decisivo. Parla esattamente di “Libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali”, ma si sofferma subito su aspetti operativi che erano soltanto strumentali alla libera circolazione, tra i quali la cooperazione tra i membri. E infatti prosegue con un’affermazione netta e giustissima, “I Patti di Roma sono basati sulla libertà” ma poi affianca alla parola chiave libertà la parola cooperazione, così promuovendola d’imperio da strumento a valore fondante. E commenta: i Trattati di Roma sono “un’incredibile impresa di costituirci uniti che ci ha portato ben oltre le intenzioni iniziali”. Così confermando di non aver colto appieno la lezione.
Le intenzioni iniziali erano quelle. Nella Conferenza di Messina (giugno 1955), voluta da Gaetano Martino, Ministro degli Esteri, liberale, docente di fisiologia e rettore in quella Università, i sei paesi intervenuti, non essendoci consenso su un preciso progetto di unione europea, si accordarono per creare due istituzioni, la Comunità per l’atomo e la Comunità Economica Europea, poi nate con i Trattati.
L’accordo per la CEE ebbe due caratteristiche fondamentali. La prima è che, in coerenza con la libertà di movimento di persone e cose, l’iniziativa era degli Europei in autonomia, senza pressioni USA. La seconda è che l’iniziativa non rincorreva un'integrazione generale e non definiva i rapporti tra le nuove istituzioni e gli stati coinvolti. Fissava l’unione doganale e l’impegno a sviluppare l'integrazione economica a passo a passo. Dopo 12 anni, i Governi avrebbero valutato i risultati per stabilire il da farsi. Il metodo del passo dopo passo corrispondeva ad una visione non più legata all’aspirare a progetti rigidi predefiniti. Erano le singole realtà (e dunque gli stati su cui erano sovrani i cittadini) il motore per costruire l’assetto più efficace al fine di convivere insieme liberi.
Il PCI contrastò la costruzione CEE, definendo il sistema a passo a passo un trucco capitalistico per ingannare il popolo (famosi gli interventi in Parlamento ripetuti per due decenni). Negli anni, la capacità del metodo della libertà a passo a passo, ha fatto della UE l’istituzione internazionale meno lontana dai cittadini. Non a caso il meccanismo si è inceppato quando il metodo della libera circolazione e del confronto sperimentale sui risultati, è stato messo di fatto da parte e sostituito dalla cooperazione incapace di scegliere in base alle concrete condizioni reali. In pratica dal pensare possibile svilupparsi, sulle spalle della sovranità dei cittadini europei, privilegiando le burocrazie e i loro disegni prefissati.
Ecco perché non cogliere la lezione di libertà a passo a passo, rende ardua oggi l’impresa, auspicata dalla Bonafé, dell’Europa in cammino. Incombe lo spettro della proposta di riforma costituzionale che la Bonafè voleva. Non contano intenzioni e speranze, contano procedure e mezzi per il convivere accettati dai cittadini.

Raffaello Morelli 

                                                                                                                                  

Una analisi chiara sintetica ma completa sull'Isis

Ringraziamo il Circolo dii Studi Diplomatici e l'autore dello scritto che segue, Francesco Aloisi de Larderel, per le valutazioni precise, complete ed obiettive su quella terribile creatura partorita dallo Stato Islamico che è il Califfato.


Stato Islamico e Califfato.


Dimensione regionale e proiezione globale.


A poco più di un anno dalla proclamazione del “Califfato” (29 giugno 2014) può essere utile passare in rassegna le caratteristiche di questo nuovo “avatar” di un’antica istituzione del mondo islamico, partendo dal movimento politico che le ha dato i natali, e cioè dallo Stato Islamico.

1) Ad un primo livello, lo Stato Islamico è un movimento dell’Islam politico che si propone la difesa delle popolazioni sunnite in Iraq ed in Siria, soggette in entrambi i Paesi ad accentuata repressione da parte di Governi a guida shiita. Di conseguenza l’affermazione iniziale dell’IS ha potuto godere di un pregiudizio favorevole da larga parte delle locali popolazioni sunnite, che ancora probabilmente in parte sussiste.
A differenza degli altri movimenti dell’Islam politico jihadista, lo Stato Islamico esercita il controllo dei territori interessati. Gestisce oggi un’area di una superficie paragonabile a quella dell’Italia o del Regno Unito (anche se in parte deserta), con una popolazione circa 7/8 milioni di abitanti, nel quale assicura – secondo i proprî criteri ideologici - una serie di funzioni normalmente riservate all’autorità statale (scuole, sanità, energia, trasporti…, ma anche forme di giustizia e di imposizione fiscale).
Poco si conosce della sua effettiva dirigenza e organizzazione anche perché, essendo sottoposto ad una forte pressione anti terroristica – mantiene la stessa segretezza operativa che caratterizzava le sue precedenti fasi di organizzazione clandestina.
Esiste in particolare molta incertezza sul totale dei quadri politici e militari di cui dispone, anche perché la loro composizione è molto articolata (amministratori, tecnici, battaglioni combattenti, combattenti stranieri, forze di sicurezza/Mukhabarat, ecc…) e quindi essi possono essere contati in vari modi. Le stime oscillano infatti tra le 30.000 e le 200.000 unità.
Oltre a rimanere certamente un movimento terrorista, l’IS gestisce anche operazioni militari di tipo classico (d’altronde con materiale pesante di origine statunitense sottratto all’esercito iracheno).
La presenza nei quadri dell’IS di un numero importante di ufficiali dell’ottimo esercito di Saddam Hussein, ed in particolare dei servizi segreti, spiega la rapidità e l’efficienza della sua conquista di parte della Siria nord orientale e delle provincie sunnite in Iraq.
Non è chiaro se questi ufficiali dell’esercito baathista iracheno rappresentino solamente il braccio armato dell’ISIS, o quanto ne siano stati i veri creatori, come sostiene ad esempio una recente inchiesta di Der Spiegel. In questo caso l’autoproclamato Califfo, Abu Bakr el Baghdadi, sarebbe solamente una figura di copertura, utile ad una legittimazione sul piano religioso (anche perché appartiene alla tribù dei Qureshi, uno dei requisiti per rivestire il Califfato). Ma a questo punto la questione ha solamente un interesse storico.

2) Non sfugge che l’affermazione in larghe parti della Siria e dell’Iraq dello Stato Islamico costituisca un pregiudizio per l’esercizio dell’influenza dell’Iran in quell’area, e quindi un vantaggio per l’Arabia Saudita e per le Monarchie del Golfo che questa influenza combattono.
E’ quindi probabile che, nella fase ambigua del ritiro delle truppe americane dall’Iraq e della sua nascita e distacco dalla preesistente al Qaeda, l’IS possa aver contato su appoggi finanziari e di altra natura appunto dall’Arabia Saudita e da altri membri del CCG, per via diretta o indiretta. In diversi momenti ha anche beneficiato - sul piano puramente tattico - di una connivenza delle autorità siriane e turche.
Questa fase - essenziale per l’affermarsi dell’IS - è probabilmente oggi superata (salvo prova contraria!) dato che, come vedremo, la più recente proclamazione del “Califfato” rappresenta una minaccia anche per le autorità sunnite della regione. Uno dei tanti esempi di eterogenesi dei fini di cui si è testimoni nell’odierno scenario mediorientale.
Comunque, ora che ha consolidato il suo potere nelle vaste aree conquistate, lo Stato Islamico sembra essersi procurato gli strumenti per un importante autofinanziamento (confisca degli averi delle banche locali, esportazioni clandestine di petrolio e di opere d’arte, tassazione delle popolazioni locali, riscatti di ostaggi, ecc…), tanto da non dipendere più da padrini esterni.

3) Dal punto di vista dell’Islam politico, l’ISIS adotta una versione jihadista del salafismo che presenta alcune caratteristiche distintive:
- Considera “takfiri”, cioè apostati, non solamente coloro che deviano dalla fede o non l‘accettano, ma anche coloro che ne violano i precetti (quindi non solo i miscredenti, ma anche i peccatori). Una definizione molto più estrema di quelle adottate da tutti gli altri movimenti islamisti, compresa al Qaeda. Ed i “takfiri” possono essere uccisi, ciò che nello Stato Islamico avviene ogni giorno.
- E’ anche una linea “escatologica”, che interpreta la lotta politica come resa dei conti con il mondo degli “infedeli” in funzione di una prossima fine dei tempi, nella quale il Califfato avrà il ruolo di protagonista.
- Infine propugna una interpretazione delle scritture che ritorna ai primi e più violenti giorni della vicenda bellica di Maometto. Tale interpretazione finisce per legittimare i peggiori istinti della psicologia umana (volendo, le decapitazioni, crocifissioni, lapidazioni, crudeltà indicibili, schiavitù, disprezzo della dignità dei nemici, distruzione dell’eredità culturale non islamica, ecc…, possono trovare giustificazione nel Corano). E’ sorprendente come un movimento di dichiarata ispirazione religiosa finisca per rassomigliare molto ad una forma di nichilismo, almeno rispetto ai valori ed alla cultura occidentali.
La violenza di tali comportamenti – oltre a costituire una affermazione di principio - è comunque funzionale sia a terrorizzare il nemico che e a mantenere il controllo sulle popolazioni dei territori controllati. Facilita comunque il reclutamento di determinati tipi di persone, in loco e da Paesi terzi.
Non è dato sapere quanto siano sincere le convinzioni religiose della dirigenza dell’IS (di cui si sa pochissimo). Sta di fatto che le migliaia di membri dello Stato Islamico mantengono queste convinzioni con coerenza, e con coerenza le praticano, in molti casi usque ad cadaver. Ciò costituisce un dato politico concreto.

4) Su di un altro livello, con la proclamazione di un “Califfato” lo Stato Islamico mira a superare la dimensione locale (governo delle aree sunnite della Siria e dell’Iraq) per proporre a tutti i musulmani sunniti un governo politico unitario della Umma.
Il Califfato è, per sua natura, universale e quindi espansionista. Non riconosce i confini né gli Stati esistenti.
Dato il suo carattere universalistico - e sovversivo dell’ordine costituito - il richiamo ad un Califfato esercita una grandissima attrazione su tutti gli scontenti delle popolazioni arabe e musulmane e spiega sia la serie di adesioni (baya’a) all’ISIS di movimenti islamisti sovversivi in altre Paesi (ad es. Arabia Saudita, Yemen, Egitto/Sinai, Libia, Nigeria, ecc…), sia l’afflusso di combattenti stranieri da tutte le comunità islamiche, anche del mondo occidentale.
Come è noto, il richiamo propagandistico del Califfato in tutto il mondo musulmano è veicolato da una attività di comunicazione che sfrutta in modo mirabile i media informatici, facendo leva su tutte le frustrazioni delle comunità musulmane, sia degli stessi Paesi islamici che dell’emigrazione.

5) Il Califfato - per le caratteristiche ideologiche e per il suo programma politico - è quindi in urto con tutte le altre forme di Islam politico, a partire da al Qaeda da cui l’IS si è originariamente staccato. L’IS combatte infatti oggi contro altri movimenti islamisti in Siria, in Yemen, in Libia.
L’IS costituisce anche una minaccia diretta anche per i Governi degli altri Paesi islamici dell’area. Infatti, mentre al Qaeda ha fatto la scelta di combattere “il nemico lontano” (gli Stati Uniti e l’Occidente) l’IS sceglie di combattere il “nemico vicino” cioè tutti gli Stati arabi e tutti i movimenti di Islam politico con impostazioni diverse dalla sua.
Lo Stato Islamico, per le sue caratteristiche ideologiche, non è in grado, né intende, di partecipare alla Comunità Internazionale. Non può infatti riconoscere altre autorità (nazionali o internazionali) con cui negoziare, perché non esiste altra sovranità di quella di Dio.
Quindi il progetto del Califfato, mentre gode di una vasta e crescente popolarità in determinati strati delle popolazioni musulmane, è politicamente isolato, nei confronti di tutti gli altri movimenti dell’Islam politico e degli Stati della Regione.

6) Per il momento l’espansione territoriale dello Stato Islamico è contenuta dall’azione congiunta dei bombardamenti aerei da parte dell’alleanza guidata dagli USA nonché, sul terreno ed in maniera territorialmente limitata, dalle milizie curde e dalle milizie sciite irachene sostenute dall’Iran. Ma nel frattempo sta rafforzando la sua presa nelle zone sunnite di Siria ed Iraq dalle quali non sembra per ora possibile sloggiarlo. In tali aree IS resiste soprattutto perché non ha nemici concreti sul terreno.
Mentre lo Stato Islamico, di per sé, costituirebbe soprattutto un problema regionale, il suo abbinamento al progetto di un Califfato rappresenta un pericolo molto apprezzabile per la comunità internazionale e per l’Occidente, perché:
- nel caso di una destabilizzazione dell’Arabia Saudita (che travolgerebbe sicuramente le altre Monarchie del Golfo), ma anche della Giordania o dello Yemen, potrebbe allargare il suo controllo territoriale in una zona nevralgica del Medio Oriente;
- suscita una serie di fenomeni di imitazione da parte di altri movimenti islamisti nel mondo musulmano (Egitto/Sinai, Yemen, Libia, Nigeria, Afghanistan, ecc…);
- genera un’attrazione ideologica su molti ambienti estremisti dell’emigrazione islamica in Europa e nel resto del mondo occidentale, che già si manifesta in modo molto sensibile con le migliaia di “foreign fighters” provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’Europa occidentale, dall’Australia, dal Caucaso.
In conclusione il pericolo principale non è costituito dalla occupazione da parte dell’IS di parte della Siria e dell’Iraq, ma dalla attrazione esercitata, ben al di là della valle dell’Eufrate, dal Califfato e dal suo modello ideologico/politico.

7) L’occupazione di un vasto territorio in Iraq e Siria costituisce invece il suo principale elemento di vulnerabilità: senza una solida base territoriale l’IS diventerebbe un movimento jihadista “come gli altri” e verrebbe a mancargli la base concreta per la rivendicazione di un “Califfato”.
In linea di principio il carattere “territoriale” dell’IS lo espone al pericolo di essere debellato da una forza militare convenzionale. Ma questa forza non esiste a livello regionale, ed i pochi Paesi dell’area che dispongono di eserciti di terra significativi (Egitto, Turchia, Giordania) hanno altri problemi interni cui dedicare le loro risorse militari, o altre priorità.
Né la Comunità internazionale mostra molto interesse per un intervento militare dall’esterno della regione, i cui esiti politici sarebbero per lo meno incerti, che avrebbe certamente un costo umano altissimo per le popolazioni civili e che sicuramente fornirebbe nuovo ossigeno allo jihadismo internazionale.
Un altro possibile punto di debolezza costituisce nel carattere largamente illegale delle sue fonti di finanziamento (vedi par.2). Un serio blocco economico, qualora ve ne fossero le condizioni politiche, contribuirebbe certamente a destabilizzare lo Stato Islamico.

8) La sconfitta e l’eliminazione dello Stato Islamico richiede comunque una premessa di carattere politico: è indispensabile offrire alle popolazioni sunnite della Siria dell’Iraq una alternativa alla soggezione all’ISIS che non sia il ritorno allo status quo ante, e cioè rispettivamente alla dominazione alawita e shiita su popolazioni a maggioranza sunnita.
Le recentissime dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore uscente delle Forze Armate americane, Generale Ray Odierno – secondo le quali si potrebbe arrivare ad una divisione permanente dell’Iraq, ma il momento non è ancora giunto – potrebbero essere interpretate in questo senso.
Sono in teoria possibili varie formule (conferma delle partizioni di fatto già esistenti in Siria ed in Iraq, soluzioni federali o strutture confederali), ma esse necessitano tutte di una collaborazione tra Arabia Saudita ed Iran perché la nascita dello Stato Islamico e del suo sedicente Califfato non sono che l’ultimo nefasto risultato della loro competizione regionale, accentuatasi dopo il disastroso esito del secondo conflitto iracheno.
Da registrare in proposito che il Segretario di Stato Kerry sembra aver strappato all’Arabia Saudita ed alle Monarchie del Golfo una approvazione di principio all’accordo nucleare con l’Iran, e che negli ultimi giorni sembra poter percepire un’attenuazione dello scontro tra Arabia Saudita ed Iran a proposito del conflitto yemenita.
Contemporaneamente si ha notizia di una serie di contatti tra i principali protagonisti della scena internazionale e regionale per trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Potrebbero trattarsi dei primi timidi segni di una incipiente collaborazione politica mirante ad una ricomposizione della struttura politica dell’area.
Una volta individuate soluzioni politiche per il futuro della Siria e dell’Iraq, una sconfitta militare dello Stato Islamico potrebbe diventare più agevole, anche tenuto conto del suo isolamento politico, e potrebbe essere accettata più facilmente dalle popolazioni interessate.
L’effettivo avvio di questo processo permane ancora del tutto incerto, e una sua positiva conclusione ancora lontana e difficile da immaginare. Ma la sua possibile evoluzione sembra fornire la chiave per valutare lo svolgersi degli eventi nella regione nel corso dei prossimi mesi.

                                                                                                                              Francesco Aloisi de Larderel


L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA ENZO MARZO

Se amate i commenti e le riflessioni al vetriolo, Enzo Marzo fa per voi.
E' un liberale, e la creatura Critica Liberale, che non è roba da poco, è tutta Sua.
Non osiamo riportare il Suo nome con le iniziali in maiuscolo poichè appartiene alla comunità degli studiosi consapevoli dell'immensità che circonda il sapere,immensità di fronte alla quale non occorrerebbe rendere onore al nome quanto ai concetti espressi dall'interessato.
Sul punto specifico non saranno d'accordo gli insegnanti della scuola elementare, pronti ad inorridire per quel minuscolo sul quale, lo confesso, anch'io ho qualche dubbio d'ispirazione liberale classicheggiante.
Studiosi della materia hanno affermato che tutta la filosofia crociana appare come «una celebrazione dell’individualità», poichè «vede l’infinito nella sua concreta individuazione» ed anche nella storia come pensiero e come azione " l’universale palpita nella realtà non altrimenti che col palpito dell’individuale; e quanto più si ficca l’occhio al fondo di questo, più si vede a fondo l’universale".
Innegabile, per altro verso, concedere a Marzo il richiamo ad un passaggio della filosofia della pratica ove, lo stesso Croce, afferma tuttavia che «la nostra individualità è una parvenza fissata dal nome, cioè da una convenzione», là dove solo l’opera, che è ciò che possiamo riconoscere e continuare degli estinti, ne costituisce la realtà e il significato: «noi realmente non siamo altro che questo desiderio e questa opera, e ciò solo vogliamo immortale di noi».
Comprendo perfettamente che una introduzione come questa ad un commento al referendum Renzi Boschi è come presentarsi in giacca e cravatta ad un concerto di Guè Pequeno ( che è un noto cantante rapper), ma il punto debole dei liberali - è arcinoto - è quello che non hanno il senso della misura.


libertà va cercando, ch'è sì cara

siamo già al regime renziano


di enzo marzo ( tratto da Critica Liberale)

«Ciò che non fecero i barbari lo fecero i Barberini»
Detto romanesco

 Non sappiamo, nel momento in cui scriviamo, se Renzi sia del parere che il voto di domenica è un voto di fiducia sull’attività del suo governo. Su questo tema ha cambiato idea ogni dodici ore, fino a farsi bacchettare dal suo sponsor Napolitano e a farsi tirare per la giacchetta da Mattarella. Noi prendiamo in parola il Renzi dell’ultimo minuto e siamo d’accordo con lui che in occasione del referendum i votanti esprimeranno soprattutto un giudizio sui suoi “mille giorni”. Un cittadino, ancor prima che mostrarsi avverso alle singole “riforme”, credo, spero, che darà un giudizio sulla linea direttrice che sottostà a ogni sua alleanza politica e a ogni suo provvedimento. Direi di più. Mi auguro che il cittadino dia un giudizio sul disegno di fondo del renzismo che si sta realizzando a marce forzate.
Un importante politologo, come Angelo Panebianco, pur di motivare il suo Sì alla riforma costituzionale, ha espresso una tesi da rabbrividire. Che è riassumibile in breve: certo, la riforma non è perfetta, ma cosa lo è?, sicuramente non è imposta dall’alto (sorvolando sull’anomalia dell’iniziativa governativa), e sicuramente «non c’è nessuna “democrazia autoritaria” alle porte». Poi il politologo riconosce che «è giusto ricordare che la riforma del Senato è strettamente collegata alla legge elettorale (Italicum). Chi vota (in un senso o nell’altro) sul Senato vota anche, di
fatto, su quella legge». (I votanti di domenica se lo ricordino, e chissà come la pensano i vari Napolitano e i vari Scalfari che con raro senso della democrazia ora si accorgono che quel democraticissimo vestito su misura che si fece cucire addosso il Renzi del 40% è diventato antidemocraticissimo solo perché il loro pupillo è dimagrito di qualche decina di punti elettorali e il vestito gli “cade addosso”. E ora
va a pennello ai 5 stelle). Poi Panebianco conclude in bellezza: «Non c’è alcun progetto autoritario. E Renzi non è Erdogan. Ma il buon senso è merce rara».

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                                                                 Pasquale Dante

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                        Pasquale Dante

IL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO PROTAGONISTA DELL'ULTIMO LIBRO DI QUAGLIENI

Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell'Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell'attività del Centro "Mario Pannunzio" di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro. Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l'ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di "Maestri e amici". Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l'espressione "Le radici".

Dare un'idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c'è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all'Autore sembra l'essenziale, non c'è alcuna nota bibliografica. L'assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.
Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell'Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L'impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli "Incontri" di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l'Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un'opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).
Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell'utile»; mentalità espressa in una forma anch'essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.
Non penso sia un caso che la sezione "Le radici" si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell'Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall'iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire "anarco-capitalismo". Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L'Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell'equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all'attuale andazzo dell'economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l'economia. Così l'Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti "derivati", quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti "credit default swaps" (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l'obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.
Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell'esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini "laicismo" e "laicità". Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d'intransigenza e d'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della "laicità" correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d'accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi "laici", nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d'azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un'altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell'opinione pubblica.
In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio e "Il Mondo", uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra "colonna" de "Il Mondo", il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell'occasione, Pannunzio scrisse, tra l'altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al "Mondo" e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.
Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite "formali" e "borghesi". Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell'intellettuale pugliese: ridimensionare l'influenza che Croce aveva esercitato nell'opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall'altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.
Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d'Italia e l'iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s'impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.
In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un'Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l'attuale fase di decadenza.
Palermo, 22 marzo 2017

Livio Ghersi

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

Ghersi riassume lo stato d'animo dei Liberali dopo il Rerendum

Credo che le parole di Livio nello scritto che segue, possano riassumere i sentimenti di tutti gli amici liberali, spero anche di quelli che, con convinzione, hanno votato per il SI. Dopo il Referendum, di fatto, non è cambiato nulla, continuiamo a non avere un Partito per discutere e decidere tutti insieme, ma conserviamo le vecchie regole costituzionali e ci aspetta solo una nuova battaglia per riavere il proporzionale ed, almeno, il diritto di tribuna: dividerci adesso anche su questo, sarebbe troppo. Comunque sia, la forza dell'idea che ha spinto Livio Ghersi a battersi, nonostante i problemi di salute che tratta con un distacco ammirevole, ci riunirà: ne sono certo, è solo questione di tempo. P. Dante -

Un quattro dicembre da ricordare.

Ho l'abitudine di andare a votare presto e, passate da poco le otto del mattino, ero già tornato a casa, dopo aver assolto il mio dovere di elettore. Quella domenica, 4 dicembre 2016, avevo sensazioni negative. Nelle settimane precedenti, avevo visto il Presidente del Consiglio Renzi occupare tutti i possibili spazi televisivi e temevo che una parte rilevante dell'opinione pubblica, quella più anziana, che frequenta poco la rete Internet o la disconosce del tutto, avrebbe finito per lasciarsi condizionare dal messaggio per il Sì, veicolato massicciamente dai canali televisivi.
Nel mio piccolo, ho cominciato a studiare la proposta di riforma costituzionale e, immediatamente, ad oppormi ad essa, fin da quando fu presentato il disegno di legge costituzionale d'iniziativa governativa (DDL n. 1429, Atti Senato, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, Renzi, e del Ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi). Il mio primo articolo al riguardo, pubblicato nel quindicinale on-line di Critica Liberale, titolato "I malcontenti del Senato", reca la data del 12 maggio 2014.
Per quanti articoli, da allora in poi, avessi scritto e per quanti messaggi di posta elettronica avessi potuto mandare, nel tempo, agli amici ed alle persone con le quali sono abitualmente in corrispondenza, avevo chiara consapevolezza che il mio apporto individuale, nella guerra della comunicazione, era pari a zero.
Sono sempre stato abituato, per formazione culturale e per un certo romanticismo politico, a battermi per quelle che, dal mio punto di vista, erano le buone cause, battermi anche quando apparivano perse in partenza. Nessuna migliore causa del patriottismo costituzionale, della difesa della Costituzione della Repubblica italiana, scritta dai deputati all'Assemblea Costituente, di numerosi dei quali onoro la memoria. Eppure, quella domenica mattina mi sentivo un vecchio professionista della sconfitta, per nulla romanticamente nobile, ma proprio vinto, schiantato da una realtà che è troppo forte e dura nei confronti di chi tenta di opporsi. Forse anche gli effetti della chemioterapia contribuivano ad uno stato d'animo tendenzialmente depressivo.
In serata, quando sono cominciati a pervenire gli exit-poll, il mondo è cambiato. Non dico che sono stato sorpreso; perché parlare di sorpresa sarebbe riduttivo. Alla fine dello scrutinio, i dati ufficiali del Ministero dell'Interno sono inequivocabili. La partecipazione al Referendum è stata altissima: in Italia ha votato il 68,48 % degli aventi diritto; percentuale che si abbassa di poco, al 65,47 %, quando si tiene conto del voto della Circoscrizione Estero.
I No, il mio campo, sono stati, complessivamente, 19 milioni 419 mila (59,11 % dei voti validi), mentre i Sì sono stati 13 milioni 432 mila (40,89 %). Stiamo parlando di sei milioni di voti in più per il No; uno scarto che nessuno avrebbe potuto nemmeno lontanamente prevedere in questa misura.
Nella mia Sicilia, il 71,58 % dei voti validi sono stati per il No e stiamo parlando di un milione 620 mila persone in carne ed ossa. In tutta l'Italia Meridionale ed Insulare la vittoria del No è stata schiacciante; con percentuali del 72,22 % in Sardegna, del 68,52 % in Campania, del 67,16 % in Puglia, del 67,02 % in Calabria, del 65,89 % in Basilicata, del 64,39 % in Abruzzo, del 60,78 % in Molise. La "questione meridionale" a qualcuno sembra non più di moda? C'è un profondo malessere nel nostro Sud e chi proverà a liquidare il voto referendario come la conferma di una mentalità conservatrice di noi italiani meridionali, non ha davvero capito alcunché.
E' molto significativo, tuttavia, che il No abbia ottenuto percentuali superiori al 60 % anche in Veneto, Friuli - Venezia Giulia, Liguria e Lazio. Soltanto in tre Regioni italiane i Sì hanno prevalso, ma con percentuali di poco superiori al 50 %: Trentino - Alto Adige, Toscana ed Emilia - Romagna. Ciò significa che c'è un dato omogeneo nell'intero territorio nazionale.
Quale valore dare a questo risultato? Viene punito chi ha creduto che si potessero modificare più di quaranta articoli della Costituzione imponendo al Parlamento un testo calato dall'alto, facendo affidamento su una maggioranza parlamentare ottenuta grazie ad una legge elettorale ultra-maggioritaria, di cui la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità con sentenza n. 1/2014, maggioranza che i risultati del Referendum dimostrano non trovare alcuna corrispondenza nel Paese. Chi ha creduto fosse cosa "normale" mortificare ed emarginare le opposizioni parlamentari, fino a costringerle, ripetutamente, ad abbandonare le aule parlamentari; così come fosse "normale" costringere i più irriducibili dissidenti ad uscire dal Partito democratico.
Viene punito chi non sa concepire altro che la velocità della decisione e pensa sia giusto comprimere il principio di rappresentanza (fino a ridicolizzarlo), per puntare tutto sul principio di governabilità. Il sottinteso disegno autoritario sta in questo. Bisognerà, quindi, modificare anche quella legge elettorale, il cosiddetto "Italicum", pensata insieme e fatta approvare negli stessi tempi, della tentata riforma costituzionale. Dal momento che ci sono ricorsi pendenti, bisogna auspicare che la Corte Costituzionale si pronunci prima possibile sull'argomento. Ciò contribuirebbe a sgombrare il campo da dubbi ed incertezze, aiuterebbe il difficile lavoro del Presidente della Repubblica, faciliterebbe l'individuazione di una soluzione nella sede propria, che è quella parlamentare.
E' degno di nota che tutte le più rilevanti forze politiche che facevano parte del fronte del No (l'accozzaglia, nel lessico renziano) abbiano dimostrato di poter orientare la parte prevalente dei propri rispettivi elettorati. Secondo le primi analisi del voto referendario, hanno avuto un'ottima tenuta elettorale la Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia, il Movimento Cinque Stelle. Anche la sinistra del Partito democratico ha fatto la sua, non trascurabile, parte.
Voglio ricordare anche l'apporto, certamente di qualità, se non di quantità, dato dal piccolo gruppo che ho sostenuto: il Comitato per il No che ha realizzato un coordinamento fra liberali, repubblicani e socialisti. Rispetto alle poche risorse, anche umane, disponibili, non sono state cosa da poco la tenacia e lo spirito di militanza dimostrati da un periodico, quale Critica Liberale, e l'intelligente attivismo dell'Associazione per l'Unità repubblicana.
Mi piace citare anche il senatore Mario Monti che, con le sue argomentate dichiarazioni a sostegno del No, ha dimostrato la sua incomparabile superiorità intellettuale rispetto ai tanti che, in un recente passato, erano stati etichettati come "montiani" e che hanno creduto di trovare più convenente approdo nel partito di Renzi. Non dimenticherò mai come quei "montiani" abbiano sabotato e tradito, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, la lista di "Scelta europea", promossa dal leader liberale belga Guy Verhofstadt, e collegata con il gruppo dei Liberal-democratici, l'ALDE, in sede europea. Forse allora sapevano già che si sarebbero accasati nel PD e, dunque, ritennero inutile fare campagna elettorale per una lista alla quale, pure, avevano formalmente aderito e nella quale avevano espresso candidature. Ora li ho ascoltati argomentare per il Sì, e tutto è stato più chiaro.
In conclusione, chi abbia una visione negativa dell'impegno politico, non può immaginare quale gioia possa dare sentirsi parte di una comunità di milioni e milioni di persone, le quali, forse per le imperscrutabili vie della Provvidenza, in un dato momento si muovono all'unisono e fanno valere il proprio punto di vista contro la linea ufficiale, governativa, che era stata sposata acriticamente da tutti i principali mezzi di comunicazione di massa. Gli avvenimenti storici sono anche determinati da queste forze morali.
Nel bilancio della mia vita, ricorderò la data del 4 dicembre 2016 come una delle giornate più significative, che ho avuto la fortuna di vivere.
Palermo, 5 dicembre 2016

Livio Ghersi

Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

ACCOLTI SEI RILIEVI DI INCOSTITUZIONALITA'

IL LIBERALE ENZO PALUMBO SPEDISCE L'ITALICUM ALLA CORTE COSTITUZIONALE

 

 

Grazie alla sua competenza e puntigliosità, il senatore ed avvocato Enzo Palumbo, non a caso a suo tempo inviato dal P.L.I. al CSM, è riuscito a convincere i Giudici del Tribunale di Messina a riconoscere vari profili di incostituzionaloità dell'italicum.
Ecco i sei motivi che hanno indotto i Giudici a trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale:
III° MOTIVO – Il “vulnus” al principio della rappresentanza territoriale.
IV° MOTIVO – Il “vulnus” ai principi della rappresentanza democratica.
V° MOTIVO – La mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio.
VI° MOTIVO – Impossibilità di scelta diretta e libera dei deputati.
XII° MOTIVO – Irragionevole soglia di accesso al Senato
XIII MOTIVO – Irragionevole applicazione della nuova normativa elettorale per la Camera a Costituzione vigente per il Senato, non ancora trasformato in camera non elettiva, come vorrebbe la riforma costituzionale.
E' un risultato importante per i liberali e per chi ha a cuore il rispetto delle Istituzioni e dei valori di democrazia liberale custoditi nella Costituzione.

 

Le ragioni di un No (liberale) alla Riforma Costituzionale

di Andrea Bitetto
Il no al referendum è coerente con la prospettiva liberale perché evita di dare attuazione a una riforma che crea un sistema anomalo di rapporti orizzontali, relativi alla separazione dei poteri, e rapporti verticali, relativi al riparto di competenze tra Stato centrale ed enti territoriali.
I principi cardine del costituzionalismo
Per valutare la riforma costituzionale che il 4 dicembre prossimo gli elettori italiani saranno chiamati a votare vorrei prender spunto da alcuni dei principi cardine del costituzionalismo.
Come ricordava Nicola Matteucci riprendendo l'opera di Carl Friedrich (Constitutional Governement and Democracy) “l'assolutismo, in tutte le sue forme, prevede la concentrazione dell'esercizio del potere, il costituzionalismo, al contrario, la ripartizione dell'esercizio del potere”.
Sino al XIX secolo il costituzionalismo era il costituzionalismo liberale tout court, in quanto il costituzionalismo altro non era che la tecnica della libertà, ovvero quella tecnica mediante la quale ai cittadini viene assicurato l'esercizio dei loro diritti individuali e, al contempo, lo Stato è posto nella condizione di non poterli violare.
In tale definizione del costituzionalismo è evidentemente presente anche il calco dell'idea di libertà propria di Thomas Jefferson, per il quale “la fiducia è sempre la madre del dispotismo: la libertà politica è fondata sul sospetto e non sulla fiducia. È il sospetto, e non la fiducia, che ci impone di stabilire dei limiti costituzionali, al fine di vincolare quelli a cui affidiamo il potere. Di conseguenza la nostra costituzione [quella americana, N.d.A] ha stabilito entro quali limiti può spingersi la nostra fiducia”.
Se questi principi generali sono condivisi, ed oggi lo sono non solo da parte di coloro i quali si professano liberali, è da questa prospettiva che vorrei tentare di spiegare le mie riserve nei confronti del testo della Riforma costituzionale, e, di conseguenza, le mie ragioni per il No.

Saragat voterebbe no: Trump subito si


Il Presidente del Consiglio dei Ministri non è certo un liberale e, conseguentemente, illuminarlo con riferimento ai preziosi insegnamenti partoriti dalle menti degli Uomini di Stato devoti alla nostra idea, sarebbe tempo perso.
Una qualche attenzione, anche senza il nostro aiuto, Egli avrebbe però potuto - e forse anche dovuto - prestarla almeno ai leader della social democrazia, disciplina per Lui certamente meno indigesta, se non altro per non "suonare ad orecchio" ed in qualche modo, entrare finalmente in sintonia con qualcosa di serio.
Ma non c'è stato niente da fare, ed è così sfuggito al Presidente del Consiglio, al Ministro signora Boschi ed ai sostenitori del si alla riforma costituzionale a Loro vicini, l'insegnamento che Giuseppe Saragat, allora Presidente della Repubblica, lasciò ai posteri in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario dell'Assemblea Costituiente.
Prima di ricordare il pensiero di Saragat, ricordiamo comunque che il Paese risulta diviso secondo due linee di pensiero opposte.
Al netto delle minoranze colte, che ovviamente non hanno voce in capitolo, da una parte stanno gli amanti dalle performances del comico Benigni, che aveva incantato vaste platee leggendo con enfasi la Carta prima di cambiare idea, dall'altra stanno gli amanti delle performances del comico Grillo, che, viceversa, pare non avere avuto ripensamenti riguardo quelle del collega...

Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

Il rispetto del Parlamento, delle opposizioni e delle regole per modificare la Costituzione

Suggeriamo vivamente la lettura dello scritto di Livio Ghersi  che, con la consueta chiarezza, esprime sorpresa ed attente riflessioni riguardo il prosieguo dei lavori parlamentari per la riforma della Carta Costituzionale, in dispregio delle decisioni adottate da tutte le opposizioni di abbandonare l'Aula.

La Conferenza-stampa delle opposizioni

Venerdì 13 febbraio 2015 ho assistito con un misto di stupore e di crescente angoscia alla Conferenza-stampa tenuta congiuntamente dai deputati Renato Brunetta per il Gruppo di Forza Italia, Arturo Scotto per il Gruppo di Sinistra, Ecologia e Libertà, Massimiliano Fedriga per il Gruppo della Lega Nord, Fabio Rampelli per il Gruppo di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale, Barbara Saltamartini del Gruppo Misto.
Immediatamente dopo, il Gruppo del Movimento Cinque Stelle avrebbe tenuto la propria Conferenza-stampa. Separata, ma volta a comunicare sostanzialmente la medesima cosa: tutte le opposizioni parlamentari hanno deciso di abbandonare l'Aula della Camera dei deputati, in segno di protesta rispetto al modo in cui si stanno svolgendo i lavori parlamentari nella discussione del disegno di legge costituzionale che si prefigge di riformare radicalmente la Parte seconda della Costituzione della Repubblica italiana.
E' vero che non siamo nel 1924; ma la circostanza che tutte — ripeto, tutte — le opposizioni parlamentari abbiano deciso congiuntamente di non partecipare ai lavori della Camera, qualche riflessione dovrebbe pur suscitarla. 

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA ENZO PALUMBO

Il liberale Enzo Palumbo usa il metodo maieutico caro a Socrate, e mettendo in ordine gli accadimenti che hanno preceduto la genesi di ciò che lui per primo ha definito una vera e propria " deforma" costituzionale, ci aiuta a comprendere chi potrebbe essere il vero artefice di ciò che speriamo possa passare alla storia solo come un fallito colpo di stato.
Leggendo la coinvolgente ricostruzione degli accadimenti riportata con la ben nota attenzione ai particolari che caratterizza tutti gli scritti di Enzo Palumbo, scoprirete così che il Presidente del Consiglio è solo una pedina che altri muovono per l'affermazione di interessi di natura economico- finanziaria.
Nulla da eccepire, eccetto la constatazione che i potentati economici non sono più quelli di una volta.
Una volta, volendo far passare una riforma costituzionale, avrebbero avuto l'accortezza di convocare il Presidente Renzi ed il Ministro signora Boschi, consegnare loro qualcosa di scritto decentemente, ed indi avvisarli di occuparsi solo di tutto il resto.


riveliamo il nome dell'assassino


ma questa “deforma” costituzionale, chi l’ha realmente voluta ?


   enzo palumbo ( dossier Critica Liberale)


Un classico brocardo latino, dettato dall’esperienza che ha accompagnato i secoli scorsi, quando non esistevano le     analisi dei gruppi sanguigni e non si sapeva ancora dell’esistenza del DNA, ci ha a lungo ricordato che “mater semper certa est, pater numquam”, volendo significare che, se era sempre agevole individuare la madre di un soggetto, non altrettanto poteva dirsi quanto alla paternità.
Applicando questo principio alla c.d. “deforma” costituzionale, è quindi agevole individuare nell’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e nel
ministro Boschi la maternità congiunta della nuova Costituzione, della quale la splendida coppia sta forzando la nascita col forcipe dell’imbroglio mediatico rappresentato dal quesito farlocco, stampato sulla scheda di votazione che da mesi tracima da tutti gli schermi televisivi, nonostante il tentativo di farlo modificare per mano di una magistratura amministrativa che ha sin qui evitato di affrontare il merito della questione, trincerandosi dietro un difetto assoluto di giurisdizione, che in qualche modo fa venire in mente la vicenda del mugnaio di Potsdam, che comunque, alla fine, un giudice finì per trovarlo nella stessa persona dell’imperatore Federico, non per niente detto il Grande.

A proposito del superamento del bicameralismo paritario....

Per introdurre l'imperdibile saggio di Livio Ghersi, ho deciso di ricorrere a George Washington.
Nel 1787, Washington ricopriva la carica di Presidente del Congresso Continentale di Filadelfia ed ebbe ad occuparsi, insieme ai giuristi del tempo, della nuova Costituzione da dare al suo Paese.
Si scelse di dar vita ad una Confederazione di Stati, ma, data la sensibile differenza di elettori presso ciascuno Stato, nacque subito il problema delle scelte da operare per assicurare un equo potere decisionale, in sede congressuale, anche agli Stati più piccoli.
Si decise di dare deputati in misura proporzionale al numero degli abitanti di ciascuno Stato, tuttavia, per dare eguale diritto d'espressione a ciascuna comunità, si decise anche di stabilire il numero di due Senatori per ciascuno Stato, indipendentemente dall'estensione o dal numero di abitanti.
Semplice, no?
Concludo comunque con due aneddoti ed una mia breve riflessione.
C'era anche, per Washington e per i costituenti, il problema del diritto di voto da assegnare agli schiavi. Essi erano in numero decisamente più elevato negli Stati del sud che, conseguentemente, pur maltrattandoli, spingevano per il diritto di voto egualitario in loro favore, trovandosi così in netto disaccordo con gli Stati del nord. Se il problema si fosse posto in Italia, dal 1787 staremmo ancora oggi discutendo animatamente sul da farsi. Gli americani decisero in fretta, attribuendo a cinque schiavi il voto di tre cittadini.
Durante i lavori, qualcuno chiese poi a Washington l'utilità di disporre anche del Senato, come seconda Camera.
Washington stava sorseggiando una tazza di caffè e, come in uso al tempo, usava il piattino della tazza per raffreddarlo prima di riversarlo nella tazza ed indi berlo.
Rispose semplicemente ricordando che la seconda Camera sarebbe servita come il piattino del suo caffè, per raffreddare gli entusiasmi e rendere più riflessive le leggi.
Adesso non è che io desideri denigrare le complesse riflessioni di tanti giuristi che si sono affrettati a correre in soccorso del Presidente del Consiglio e del Ministro signora Boschi, tuttavia, a distanza di 239 anni da intuizioni così semplici ed equilibrate, la Riforma costituzionale che ci viene proposta fa pensare al Manzoni il quale, non a torto, ricordava che, purtroppo, "..non tutto ciò che viene dopo è progresso...".
Buona lettura.

P. Dante

LA RIFORMA COSTITUZIONALE VALUTATA NEL MERITO

di Livio Ghersi
La prima informazione da dare ai cittadini è che il testo della legge costituzionale che sarà oggetto del Referendum popolare nel prossimo mese di ottobre è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, Serie generale, del 15 aprile 2016, n. 88. Chi ha studiato un po' di diritto si procuri quel testo e lo legga. In modo da comprendere esattamente di cosa si sta parlando, senza aspettare le interpretazioni e le spiegazioni di commentatori partigiani.
Il titolo della legge costituzionale enuncia gli obiettivi perseguiti dai promotori della riforma. Il primo è: «superamento del bicameralismo paritario». I fautori del NO, nei quali, per giocare a carte scoperte, dichiaro subito di riconoscermi, sostengono che la normativa approvata non realizzi compiutamente tale obiettivo. Si consideri l'articolo 10 del testo, che riguarda il procedimento legislativo, con un'integrale sostituzione dell'attuale articolo 70 della Costituzione. Al primo comma sono elencati tutti i casi in cui la funzione legislativa continua ad essere «esercitata collettivamente dalle due Camere». Ciò significa che in questi casi Camera dei Deputati e Senato della Repubblica continueranno ad esercitare i medesimi poteri nel procedimento di approvazione delle leggi. Si tratta di casi molto rilevanti. Rientrano nell'elenco: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea (art. 80, secondo periodo, Cost.); le leggi sull'ordinamento di Roma, in quanto capitale della Repubblica (art. 114, terzo comma, Cost.); le leggi che possono attribuire «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» a Regioni diverse da quelle a statuto speciale (art. 116, terzo comma, Cost.); disposizioni di legge di carattere generale in materia di indebitamento di Regioni, Città metropolitane e Comuni (art. 119, sesto comma, Cost.); esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti di organi di governo regionali e locali, inclusi i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali quando gli Enti da loro amministrati versino in «stato di grave dissesto finanziario» (art. 120, secondo comma, Cost.); disposizioni in materia di emolumenti dei componenti dei Consigli regionali (art. 122, primo comma, Cost.); leggi che autorizzano Comuni a staccarsi da una Regione e aggregarsi ad un'altra, dopo l'assenso espresso dalla maggioranza delle popolazioni interessate (art. 132, secondo comma, Cost.). Chi abbia la pazienza di leggere con attenzione la riformulazione dell'articolo 70 Cost. vedrà che l'elenco è molto più lungo, oltre ai casi che abbiamo voluto espressamente richiamare, a titolo di esempio.
Quanti puntano al superamento del bicameralismo paritario lamentano che, nell'ordinamento vigente, un testo di legge possa passare più volte da una Camera ad un'altra, perché basta una minima modifica per rendere necessaria una nuova lettura da parte dell'altro Ramo del Parlamento (la cosiddetta navetta). Non è esatto, però, che tale inconveniente non possa più ripetersi in futuro. In tutte le situazioni che finora abbiamo visto, in cui la funzione legislativa continuerà ad essere esercitata collettivamente dalle due Camere, niente impedisce il ripetersi di navette, senza limiti temporali.
Posto che il Senato della Repubblica, nella nuova versione riformata, ha tra i suoi compiti fondamentali quello di rappresentare le istituzioni territoriali e di esercitare «funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica» (art. 55, comma 5, Cost.), la prima cosa che un comune cittadino è portato a pensare è che il Senato debba dire la sua quando si tratti di approvare la legge annuale di bilancio dello Stato (art. 81, quarto comma, Cost.). Infatti, si prevede che i disegni di legge in materia di bilancio (o di rendiconto) siano assegnati automaticamente al Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro 15 giorni dalla trasmissione (si veda art. 70, comma quinto, Cost.). Spetterà poi alla Camera dei Deputati pronunciarsi in via definitiva. Tuttavia, considerato che il Senato avrà comunque una visibilità maggiore rispetto all'attenzione che finora hanno avuto negli organi di informazione i lavori della Conferenza unificata (Stato - Regioni - Città ed autonomie locali), si potrà facilmente verificare che la lettura del Senato si traduca in una passerella per consiglieri regionali e sindaci, con l'unico effetto di amplificare la protesta ed il malcontento delle istituzioni territoriali.

Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

Raffaello Morelli sulla proposta di riforma costituzionale

 la riforma proposta da Renzi Boschi è uno strumento accentratore e cesarista che comprime  la libertà del cittadino 

Il Presidente Renzi ha inaugurato al Teatro Niccolini di Firenze la campagna del governo per il referendum sulla riforma costituzionale e lo ha fatto in termini inequivoci. Per lui l’attuale proposta di riforma sarebbe quella che gli italiani attendono da sempre e in specie “una riforma che non è contro chi ha combattuto per la libertà”. Comportandosì così, Renzi non solo insiste nel violare lo spirito dell’art.138 della Costituzione trasformando il referendum in un plebiscito sul suo governo, ma pronuncia un’enorme bugia che grida vendetta. Infatti, chi ha combattuto per la libertà lo ha fatto per la libertà dei cittadini nel convivere autonomi ed invece è dimostrabile in termini tecnici e di rapporti politici – come è scritto nella recente lettera di decine di costituzionalisti e di giuristi – cheche comprime la libertà del cittadino per più versi. Una simile proposta non c’entra niente con le riforme di cui ogni Costituzione – anche quella italiana vigente – ha bisogno con il passar del tempo per dare regole più aperte e adeguate alla convivenza dei cittadini. Purtroppo la riforma Renzi Boschi propone un peggioramento gravissimo delle condizioni di libertà dei cittadini. Dunque dobbiamo opporci in ogni modo e lavorare per il NO al peggio.

Non soltanto perché la proposta Renzi Boschi è frutto di una procedura parlamentare non rispettosa in partenza della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che, dichiarando l’incostituzionalità del premio della legge elettorale, ha reso un grande numero di parlamentari non più titolari della facoltà di modificare la Costituzione. Soprattutto perché la proposta Renzi Boschi ha un testo che riga per riga (e riguarda oltre 40 articoli) disegna un chiaro inganno a danno della partecipazione civile dei cittadini, soffocata da numerosissime complicazioni procedurali, da incoerenze costituzionali, da confusioni tra gli organi dello Stato e dal potere esagerato attribuito al governo centrale e al suo Presidente.

E’ indispensabile che il campo dei cittadini liberi si svegli fin d’ora per impedire con il voto (non c’è quorum, vincerà la maggioranza) la regressione della libertà della convivenza. Bisogna battersi con fermezza per un NO nel merito alla proposta di riforma costituzionale Renzi Boschi, utile solo a far regredire l’Italia mettendola nelle mani dell’uomo solo al comando che tacita il popolo distribuendo regalie.

                                                                                                                                                               Raffaello Morelli

Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

Ancora in ricordo di Valerio Zanone


Abbiamo tenuto a lungo in prima pagina un nostro breve ricordo di Valerio Zanone ed un Suo scritto sulla tolleranza.
Terremo sempre quel ricordo e quello scritto accessibili nella sezione approfondimenti.
Adesso continuiamo a ricordare Valerio Zanone in questa prima pagina di accesso al Sito, riportando due scritti. il primo lo dobbiamo al prof. Ernesto Paolozzi che ha affermato: " lo ricordo, come spero lui avrebbe voluto, con una sua dichiarazione di intenti limpida, modernissima. Per tanti di noi, una sorta di guida spirituale ed etico politica. Le conclusioni del congresso del Partito Liberale che si tenne il 18 novembre del 1981 a Firenze:"
- Liberale è darsi una regola piuttosto che doverla ricevere.
- Liberale è la società aperta che riconosce a ciascuno il diritto e la possibilità di diventare ciò che vuol essere.
- Liberale è rinunciare all'illusione della società perfetta, ma cercare ogni giorno di correggerne qualche imperfezione.
- Liberale è l'iniziativa individuale combinata con la responsabilità collettiva.
- Liberale è il rifiuto di staccare nel tempo la libertà e la socialità; ai marxisti che promettono la libertà dopo la socialità, ai conservatori che promettono la socialità dopo la libertà, i liberali devono rispondere che libertà e socialità si guadagnano e si perdono insieme.
- Liberale è la sintesi difficile non impossibile, fra l'efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia.
- Liberale è chi non delega e non si sottomette, chi chiede al grande fratello pubblico il conto delle spese.
- Liberale è chi ha letto vent'anni fa il romanzo di Orwell, scopre che il fatidico 1984 è alle porte, e prepara la difesa contro la più illiberale delle diseguaglianze, quella che potrebbe istaurarsi fra una massa livellata e un'oligarchia di livellatori.
- Liberale è il rifiuto di separare il tempo della propria vita, di scinderlo fra un tempo di lavoro senza fantasia e un tempo libero senza significato.
- Liberale è la voglia di cambiare ogni tanto lavoro e pensieri, di imparare qualcosa anche quando è finita la scuola.
- Liberale è per noi, italiani, credere nella vivacità e opporci alle politiche che la mortificano, respingere le lamentazioni catastrofiche, avere fiducia in questo paese dissestato e grande; e cercare nelle ragioni della libertà le nostre ragioni di speranza.
Abbiamo poi ricevuto dagli Amici dell' Associazione di cultura e ricerca "Zanardelli" di Brescia uno scritto in memoria di Valerio che affidiamo volentieri, di seguito, alla riflessione dei nostri lettori.

La lezione liberale di Valerio Zanone e la nostra città

L’anno che inizia si è aperto con un grave lutto nel mondo della cultura liberale: la scomparsa dell’on. Valerio Zanone il 7 gennaio scorso. Con il suo impegno politico ha attraversato cinquanta anni di storia italiana nella prima e seconda Repubblica senza mai un cedimento sui principi in cui credeva: democrazia, europeismo laico e riformatore. Rifiutando accordi sottobanco e prendendo le distanze da amicizie divenute impresentabili, seppe rimanere pulito negli anni tremendi di Tangentopoli che videro cadere, falciati dagli scandali, nomi noti della politica italiana.
Nel momento in cui la destra cominciò a sbracciarsi per propagandare i propri uomini liberali come gli unici e i veri, Zanone non entrò in polemica limitandosi a rimarcare, con i fatti e le sue scelte, che il pensiero schiettamente liberale aveva le proprie radici nel centrosinistra, le stesse di Giuseppe Zanardelli giurista e statista bresciano. E i legami con Brescia furono saldi e costanti nel tempo.
Quando nel 1995 fu tra i fondatori dell’Ulivo di Romani Prodi, visitò la nostra città invitando noi liberali a seguirlo in quell’esperienza. Il suo entusiasmo mi contagiò e confluì nel Comitato Provinciale dell’Ulivo presieduto da Tino Bino. In campagna elettorale ebbi la soddisfazione di rappresentare l’Ulivo al Convegno Provinciale Islamico quale risposta a un invito rivolto alla Segreteria portando i saluti di quest’ultima, per poi fermarmi a dialogare con una vasta assemblea interessata ai valori della cultura democratica.
Chiusa l’esperienza di Prodi, nel 2001 fu la volta della Margherita con Zanone al fianco di Rutelli per fare spazio a una presenza liberale nella "Margherita".
Anche in quel caso noi liberali lo seguimmo ancora e Giuliano Terzi, coordinatore provinciale, sciolse la sezione della Federazione dei Liberali per confluire nel Comitato Provinciale della Margherita, che aveva sede in via Volturno presieduto da Gianni Girelli.
Nel 2003 lo rividi per l’ultima volta. Si svolgeva la campagna elettorale di Paolo Corsini quale sindaco di Brescia al secondo mandato consecutivo.
Valerio venne a presentare la pubblicazione degli atti del Convegno su Piero Gobetti curato da me, al quale avevano partecipato tra gli altri Michele d’Elia, Michelangelo Bovero del Centro Studi Gobetti di Torino e i giornalisti Franco Abruzzo (in quel momento presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia) e Giambattista Lanzani (direttore del Giornale di Brescia). Ebbe parole di encomio per la nostra città e la sua cultura democratica, antifascista e liberale. Parlò dello spirito europeista di Piero Gobetti, seppe porre Brescia in relazione agli eventi economici dell’Europa, tracciò dei collegamenti con il Trattato di Lisbona in corso di elaborazione, catturando l’attenzione degli astanti. Sentendolo parlare si allargava l’orizzonte e il futuro era già nell’oggi alla portata di chiunque volesse mettersi in gioco.
Valerio Zanone era un leader convincente e di là dalle etichette, il trait d’union tra un’esperienza e l’altra era la passione per gli ideali liberali appresi dagli scritti di Luigi Einaudi e altri grandi liberali. Nel 2015 colsi la reminiscenza proprio di una lezione di Einaudi nella reazione (senza successo) di Valerio e Roberto Einaudi, entrambi presidenti onorari della Fondazione Einaudi, di opporsi al salvataggio economico dell’ente da parte di Berlusconi. Nel 1948, sul “Corriere della Sera” Einaudi aveva scritto: Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico della libertà: all’uno estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; e all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano monopolismo e collettivismo: ed entrambi sono fatali alla libertà.
Il Cavaliere di Arcore chiedeva in cambio di nominare un nuovo consiglio di amministrazione Zanone temeva, per la Fondazione romana di studi economici, la prospettiva di entrare nell’orbita di un solo partito, con conseguente perdita di libertà, e ciò gli faceva preferire la sua chiusura per mancanza di fondi.
Torinese nell’anima, liberale e riformista nelle scelte, nemico di sovranità assolute. Laureato in filosofia estetica l’impegno di Valerio mostra, in tutte le sue parti, una rara coerenza di vita che diviene bellezza. La voce mai gridata, perché forte nelle idee, si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona. Qualcosa, oggi, in controcorrente che ci esorta a dire: Onore a un Vero Liberale!

Prof. Emanuela Citati
Presidente dell’Ass. di Cultura e Ricerca “Zanardelli”
Brescia

Il fenomeno Trump visto da Raffaello Morelli

IL VOTO COME SPINTA AL CAMBIAMENTO

Il giuramento del nuovo Presidente USA conclude un processo elettorale istruttivo non soltanto per gli americani. La sovranità del cittadino non si esaurisce in una scelta tra il progetto voluto da chi ha gestito il potere e il progetto di chi si era opposto. La sovranità del cittadino riguarda anche la scelta della natura del progetto di governo. Come questo caso dimostra.

I cittadini hanno rifiutato sia il programma dei democratici sia il programma dei repubblicani, incluse le rispettive dinastie familiari. Programmi senza dubbio differenti eppure analoghi. Su cosa? Sul praticare il governo secondo i modi, i fini e gli interessi non dei diversi cittadini bensì di quanti impiegati nel far funzionare la macchina istituzionale. In queste elezioni 2016 – in cui c’è stata non per caso la convergenza dei democratici e di importantissimi esponenti repubblicani – i cittadini hanno preferito un progetto di cambiamento strutturale che riportasse la barra sulla sovranità del cittadino. Oltretutto, nel sistema americano dello spoil sistem, ad ogni elezione i dirigenti istituzionali si avvicendano del tutto e quindi i cittadini hanno voluto evitare proprio il solito avvicendamento tra democratici e repubblicani ambedue disattenti al cittadino.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la volontà di cambiamento. Lui non è liberale. E’ un conservatore convinto pur non statico, fautore di meccanismi capitalistici pur senza blocchi ideologici, con forti pregiudizi maschilisti pur non accusato di scorrettezze sessuali. Gli americani hanno preferito questa personalità controversa per cambiare rispetto alle concezioni di governo repubblicane prima e dopo democratiche che hanno spinto gli Stati Uniti ad un regresso tangibile. Sul piano internazionale si è passati dall’incoerente esportazione della democrazia all’incapacità di far fronte alle guerre civili in Medio Oriente e di contrastare il diffondersi dell’ISIS, il tutto nell’ossessione di un’anacronistica guerra fredda con la Russia. Sul piano interno si è passati dalla colpevole mano libera alla gravissima crisi bancaria a metà anni 2000 alla continua perdita di posti di lavoro delle classi medie a vantaggio delle economie dei paesi emergenti e del non abbastanza controllato afflusso di mano d’opera straniera.

In maggioranza i cittadini americani non si fidavano più delle tradizionali ricette di governo dimostratesi inefficaci nei fatti. E hanno scelto uno che assicura il cambiamento con indirizzi protezionistici ma chiari. Ripensare il libero commercio internazionale per riportare le imprese americane ad investire negli USA , far crescere i posti di lavoro incentivando l’economia interna, ristabilire migliori rapporti con la Russia contro il terrorismo della Jihad e per collaborare nei punti di crisi, diminuire gli impegni finanziari nella NATO.

Ed è emblematico il cambiamento sull’annoso contenzioso tra israeliani e palestinesi. Da molti anni le Camere avevano votato che gli USA spostassero la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma un malinteso conformismo diplomatico aveva indotto i Presidenti a non farlo. Trump lo farà e questo non riguarda il Medio Oriente, ma investe il rispetto della sovranità dei cittadini che repubblicani e democratici hanno mostrato di non avere.

Le elezioni USA fanno vedere che i progetti politici sono essenziali nel processo democratico, ma non vanno mai trascurati i risultati della loro applicazione, dato che il fine vero della democrazia non è il voto in sé ma il voto per cambiare davvero e adeguarsi al mondo che muta nel tempo.

Raffaello Morelli

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Beppe Grillo e l'ALDE

 

Beppe Grillo chiede agli iscritti al Movimento Cinque Stelle di pronunciarsi sulla collocazione futura dei parlamentari europei del Movimento e, in particolare, su una loro possibile adesione al Gruppo parlamentare dei liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo.
Immagino che non avrebbe promosso una consultazione degli iscritti tramite Rete se prima non avesse raggiunto una qualche intesa preventiva con i vertici dell'ALDE; il che significa che Guy Verhofstadt, attuale presidente del Gruppo dei Liberal-democratici, deve essere, non soltanto informato della questione, ma anche non ostile pregiudizialmente.
Forse non siamo molti in Italia ad essere interessati alle vicende dell'ALDE; che, ricordiamo, al momento non è il riferimento politico di alcun partito rappresentato in almeno una delle due Camere del Parlamento italiano. L'Italia ignora i liberal-democratici dell'ALDE, come hanno clamorosamente dimostrato le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, quando la lista denominata Scelta europea, promossa proprio da Verhofstadt, ottenne soltanto 196.157 voti (0,71 %).
Continuano a seguire con attenzione quanto i liberal-democratici fanno al Parlamento Europeo soltanto quei non molti, tra liberi intellettuali ed ex politici di professione, che continuano a rivendicare orgogliosamente la propria identità culturale liberale, o repubblicana, o federalista europea. C'è, invece, un numero ragguardevole di liberali destrorsi, già berlusconiani, o tuttora tali, che di un gruppo minoritario come quello dell'ALDE non ha mai saputo cosa farsene: questi liberali destrorsi sono realisti e sentono il richiamo del potere. Il loro punto di riferimento, passato e presente, resta saldamente il Gruppo del Partito Popolare Europeo. Qualcuno potrebbe obiettare che l'anima storica di quel gruppo è cristiano democratica, certamente non laico liberale. Queste, tuttavia, sono questioni di logica politica che, in un mondo di apparenza, di messaggi semplificati, di comunicazione eterodiretta, non devono interessare il vasto pubblico. Il liberale berlusconiano risolverà il problema con un approccio sincretico: definiamoci "liberal-popolari" e non se ne parli più.
Ora Beppe Grillo, per sue strategie politiche, per suoi tornaconti pratico-utilitaristici, viene a scuoterci dalle nostre malinconie liberali e repubblicane. Non mancano le reazioni indignate ed è perfettamente logico e comprensibile che ci siano. Cito per tutti l'amico Pasquale Dante, animatore del Movimento politico culturale "Agorà liberale", che ha inviato una lettera di vibrante protesta proprio a Verhofstadt: Dante, ricorda, fra l'altro, che, in occasione di un appuntamento molto importante per il nostro Paese, le elezioni dell'Assemblea Costituente nel 1946, il liberale Benedetto Croce, al tempo presidente del PLI, non volle fare un'alleanza elettorale con i Qualunquisti di Guglielmo Gianninini. Tutto vero; ma anche a questo argomento si potrebbe replicare che stiamo parlando di Benedetto Croce e che nell'Italia del 1946 c'era ancora un numero sufficiente di persone in grado di comprenderne gli ideali ed i ragionamenti. Vedete qualche Benedetto Croce in giro nell'Italia odierna?
Il Movimento Cinque Stelle ritiene insufficiente la democrazia parlamentare rappresentativa e punta sulla democrazia diretta. Vuole abolire il principio costituzionale secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (articolo 67 Cost.). L'idea del parlamentare che non può andare oltre la delega ricevuta e che è tenuto a sottostare alla disciplina di partito può sembrare attraente soltanto a chi non veda al di là del proprio naso. Quando, il 29 agosto del 2013, la Camera dei Comuni del Regno Unito respinse, con 285 voti contro 272, la mozione presentata dall'allora Primo ministro David Cameron che chiedeva un intervento militare in Siria, risultarono decisivi 30 deputati conservatori e 9 deputati liberal-democratici, i quali votarono in dissenso rispetto ai gruppi di appartenenza. Si preferisce che nelle grandi questioni di coscienza, com'è appunto quella di decidere se fare una guerra, i parlamentari siano soltanto numeri che si sommano, secondo le direttive dei partiti? Se sono soltanto numeri, tanto vale non farli nemmeno votare: che votino soltanto i capigruppo! La nostra idea di democrazia liberale è decisamente diversa: in ogni contesto è la singola persona, con la sua testa e con la sua coscienza, a fare la differenza.
Noi liberali siamo altra cosa rispetto ai Cinque Stelle e non è possibile alcuna mescolanza strutturale. Ciò non esclude che si possano trovare occasionali convergenze per l'approvazione di singoli provvedimenti; prassi che in un libero Parlamento va seguita nei confronti di tutti i gruppi rappresentati. Non deve mai, quindi, essere motivo di scandalo.
La verità è che anche il Gruppo parlamentare dell'ALDE è politicamente debole: per la mancanza di un orientamento chiaro, prima che per l'esiguità dei numeri. In passato era un partito sovranazionale, l'Internazionale liberale, a preoccuparsi di fare chiarezza ideale e programmatica e a dare la linea. Il Gruppo dei liberal-democratici è una creatura relativamente recente, che risale alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, nel 1976. Allora si chiamava gruppo dell'ELDR ed il presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi, riuscì a fare in modo che vi aderissero anche i repubblicani italiani di Ugo La Malfa.
Il Gruppo parlamentare è sempre stato occasione di convergenze politicamente discutibili, per l'unico obiettivo di determinare una massa numerica che potesse pesare di più negli equilibri parlamentari. Così, in passato, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Prodi, di Rutelli e di Enrico Letta: certamente tutti amici dei liberali, ma con la chiara consapevolezza di avere un'identità diversa da quella dei liberali. Ciò che è peggio, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Di Pietro, ossia l'Italia dei Valori.
Ecco, la vicenda del Movimento Cinque Stelle ricorda da vicino il precedente di Italia dei Valori. Che fu motivo di equivoci e di fraintendimenti anche per qualche liberale, il quale riteneva, magari in assoluta buona fede, ma a torto, che l'adesione all'ALDE significasse qualcosa nella sostanza.
Ora, grazie a quel precedente, sappiamo che, anche se l'accordo con il Movimento Cinque Stelle andrà in porto, si tratterà di un fatto di mera tattica parlamentare, roba da politica politicante.
Se liberali, repubblicani, federalisti europei, aspirano a qualcosa di diverso, si diano loro una mossa.
Palermo, 9 gennaio 2017

Livio Ghersi

IL NOSTRO E' UN POPOLO OPPURE UN GREGGE?

La rinuncia al voto referendario è rinuncia al confronto ed al diritto di partecipazione alla vita politica del Paese

Di trivelle avrete sentito parlare quanto basta, e dunque vi tedierò pochissimo e solo perché ho letto una interessante riflesione del prof. Gianni Silvestrini, oggi probabilmente attempato scienziato, che ho conosciuto ed apprezzato in gioventù, quando si organizzavano dibattiti seri "dal vivo" in occasione dei quali la qualità degli interventi era misurata dall'intensità degli applausi degli astanti, e non certo dal numero dei " mi piace".
Fece allora un intervento sicuro e preciso per sconsigliare il nucleare e, coerentemente, da ciò che leggo, ci dice oggi che occorrerebbe velocizzare la transizione energetica verso le rinnovabili, precisando che le piattaforme di cui ci occuperemo domenica, possono offrire copertura solo allo 0,9% dei consumi nazionali.
Ricorda anche che, mentre le rinnovabili rappresentano dappertutto la prima voce di investimento ( circa 329 miliardi di dollari ), con impegni di spesa quintuplicati negli ultimi 5 anni e con occupazione del settore in crescita esponenziale, il nostro Paese ha stretto i cordoni della borsa determinando la perdita, nel settore, di circa 10.000 posti di lavoro.
Non dimentichiamo poi l'impatto ambientale, nella migliore delle ipotesi anche solo per le sostanze inquinanti che comunque vengono rilasciate.
Comunque sia, domenica si deve andare a votare; se lo si preferisce anche per il NO, ma bisogna andare a votare.
Sappiamo che sono di diverso avviso sia il Presidente del Consiglio che il Presidente Emerito Giorgio Napolitano.
Lasciamo perdere le motivazioni del Presidente Renzi ed occupiamoci di quelle del Presidente Emerito, che tutto è tranne che sprovveduto.
Egli sostiene che, in occasione delle consultazioni referendarie, starsene a casa sarebbe un modo come un altro per manifestare il proprio NO, e, sopratutto, che l'art.lo 48 di ciò che ancora resta della nostra Costituzione, non imporrebbe un vero e proprio obbligo di recarsi alle urne.
Verissimo, infatti la menzione " non è andato a votare" sul certificato di buona condotta prevista originariamente per i non votanti, è stata abrogata con il Decreto Legislativo 534/93.
Stupisce, tuttavia, il significato politico del pronunciamento del Presidente Emerito, che ci vorrebbe riportare alla seconda metà del 1800, quando per accedere al Senato del Regno d'Italia, bastava una manciata di voti.
A che sarebbero servite le battaglie per il suffragio universale, per il voto alle donne, e ditemi, perchè mai ciascuno di noi dovrebbe sentirsi appagato nel paragonarsi ai destinatari di sentenza penale irrevocabile ovvero ai colpevoli di indegnità morale, cittadini questi nei confronti dei quali, lo stesso articolo 48 della Costituzione richiamato dal Presidente Emerito, esclude la possibilità d'esercizio del diritto di voto?
Al Presidente Emerito hanno fatto eco dotte riflessioni di raffinati giuristi, tutti pronti a giurare che, in occasione dei Referendum,se si desidera che le cose rimangano come stanno, si può esprimere egualmente un voto determinante standosene a casa.
Certo, l'aria che tira è quella di portare sempre di più i Cittadini a debita distanza del cuore dei problemi della Politica: giova ai poteri consolidati ed alle oligarchie di Partito - ammesso che si possano chiamare ancora così strutture in cui da almeno due decenni non esiste un idem sentire ideologico - ed è sicuramente con questi intenti che si è scritta la riforma del sistema elettorale.
Via i partiti piccoli, via le voci dissonanti, via la coerenza, via le minoranze e sopratutto via il Senato, così si fa in fretta a trattare i cambi di casacca ed a costruire un bel Governo con maggioranze raffazzonate per portare avanti un programma che sarà quel che sarà.
Direte allora, ma l'articolo 75 della Costituzione, il quale precisa che la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi aiuta questo disegno?
Neanche per idea, anzi, tutto l'opposto: l'articolo 75 di ciò che rimane della nostra Costituzione avverte solo che non può essere innalzato al rango di disposizione abrogativa di una legge espressa dal Parlamento, un pronunciamento sul quale non si sia formato un dibattito che abbia coinvolto più del 50% degli aventi diritto al voto, tutto qui.
Del resto, se i Costituenti avessero voluto dare un significato precostituito all'astensione, avrebbero potuto risolvere brillantemente il problema disponendo per la compilazione di una scheda con il solo SI e condizionando il successo della consultazione al solo numero di voti espressi in misura superiore al 50% degli aventi diritto.
Solko così ai non votanti si sarebbe potuto dare certezza d'avere comunque espresso una opinione.
Sarebbe stata una soluzione forse possibile, ma avrebbe infranto il sacro principio del dibattito politico, poichè avrebbe dato un indebito vantaggio ad una delle parti, beneficiata da impedimenti, distrazione, disaffezione, disinformazione e comunque, generica impossibilità di recarsi alle urne per ogni altro ipotizzabile motivo.
Stando così le cose - e sfido chiunque a provare che non stiano così - chi insiste perchè si vada al voto si batte per un Paese in cui il Popolo abbia voglia di esercitare direttamente la sua sovranità, chi invita i sostenitori del NO a rimanere a casa, non può definirsi un leader Politico: al più, se ha buona forma fisica, non sprechi tempo prezioso in politica, venga in Sicilia o vada in Sardegna per dedicarsi alla cura di un bel gregge di pecorelle belanti.
Pasquale Dante

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