Salvatore Valitutti


Di pari passo procedeva il suo impegno politico nel PLI per la scuola: sempre responsabile dell'Ufficio scuola, ne tracciò il carattere, tanto da renderlo un luogo di riferimento anche per i partiti più potenti. 
La riforma della secondaria lo trovò strenuo oppositore, tanto da definirla, così come concepita, "Una Riforma impossibile", che è anche il titolo del libro in cui ne tratta, edito da "L'Opinione" nel gennaio del 1983. E' un libro bianco, annunciato nel luglio del 1982, in occasione del voto contrario del PLI al progetto di riforma della secondaria, che si andò arricchendo di vari contributi, che richiamavano -già allora -anche la necessità di riformare il Ministero della Pubblica Istruzione. 
A pag. 46 del volume, che è anche la storia travagliata della Riforma, dal Convegno di Frascati del maggio 1970, ad allora, viene illustrato un concetto generale, che spiega senza saperlo né volerlo, anche i limiti della riforma dei cicli voluta dal Ministro Berlinguer (ed ora Moratti, ex opposizione al governo), ma non sufficientemente ostacolata dalle cosiddette opposizioni: "Quando si suddivide una scuola unitaria (vedasi la p.d.l. liberale a firma Malagodi del 31.5.1984, citata nelle lezioni del 1999) in aree e poi si suddividono le aree in indirizzi come fa il presente progetto (n. 120/A) è inevitabile cadere in un certo grado di arbitrarietà. Perché 4 aree e non 3 o 5? Perché 16 indirizzi e non 15?…. 
Con ciò non si vuole rifiutare l'atteggiamento empirico, bensì ammonire il ricercatore dell'assoluto a tener ben presente l'inevitabile grado di arbitrarietà che c'è nelle decisioni che toccano la materia empirica. . 
Si è ceduto allo spirito di geometria che è sempre uno spirito assoluto, quando si è voluto mettere l'area artistica allo stesso piano delle altre tre aree, linguistico-letteraria, scienze sociali e naturalistica, matematica e tecnologica. L'istruzione artistica è un'istruzione atipica che non si può costringere nel letto di Procuste dell'ordinamento scolastico generale. Persino i Russi... sanno rispettare e rispettano l'atipicità dell'istruzione artistica... Le riforme scolastiche si fanno assai più con "l'esprit de finesse che con l'esprit de geometrie". 
Oggi lo spirito del governo è solo utilitaristico e commerciale, cioè miope. È evidente, anche qui, la sensibilità del liberalismo verso una visione che lasci al singolo la responsabilità delle proprie scelte di vita; libertà della quale la scuola dovrebbe essere garante e maestra, attraverso l'affinamento degli strumenti propri i del giudizio critico. 
Già nel 1970 Valitutti -relatore di minoranza nella Commissione Biasini- all'indomani del Convegno di Frascati, opponendosi alla cosiddetta "scuola comprensiva", che Berlinguer è riuscito -in parte -ad attuare, aveva affermato: "La commissione ha rischiato di disegnare una specie di città del sole della nostra scuola nel settore secondario superiore astraendo dalle condizioni effettive in cui i modelli o le ipotesi elaborate e predisposte debbono attuarsi ed operare... questa operazione razionalizzante non può e non deve aver luogo prescindendo del tutto dalla considerazione realista delle condizioni di fatto in cui bisogna realizzare il disegno prescelto" (Op. cit. pag. 103). 
Più avanti Valitutti muove un'altra critica "alla posizione puramente teorizzante che emerge dal suddetto documento"; essa riguarda "l'omissione di ogni accenno sia pur vago e indiretto al costo finanziario della riforma". (pag. 104) 
Valitutti ricorda, sempre a pag. 104, l'articolo di Giovanni Gozzer pubblicato dal settimanale "Sette Giorni" n° 225 del 3 otto 1971, intitolato "Il genio del compromesso"; in cui l'Autore, fra gli ostacoli che si oppongono "all'ipotesi della scuola comprensiva" menziona il valore legale dei titoli di studio, al quale da sempre i liberali sono contrari. (Si rinvia sull'argomento alla relazione '99, capitolo dedicato a Einaudi). 
Tuttavia per la qualità della scuola oggi, con la cosiddetta scuola della Autonomia, più apparente che sostanziale, ci pare giunto, per i liberali, il momento di riprendere questa battaglia. 
Consideriamo la concretezza di un fondamento del pensiero liberale: la qualità della scuola, che discende dalla qualità dei contenuti e dell'insegnamento impartito in ciascun istituto e non dal semplice valore legale del diploma. 
In diritto allo studio, Gaetano Salvemini nel famoso articolo "Il diritto di essere ignoranti" afferma tra l'altro: "Noi non riusciremo mai a sapere tutto, nemmeno nel campo della coltura professionale... Le lacune nella sua coltura, (n.d.r. dell'uomo) tanto generale quanto professionale, rimarranno sempre enormi. Quello che un uomo riesce a imparare e quello che non saprà mai, stanno tra di loro come il finito sta all'infinito, vale a dire che la nostra conoscenza finita rispetto alla nostra ignoranza infinita sarà sempre uguale a zero. 
Noi stentiamo ad ammettere, per noi come per gli altri, la necessità di essere ignoranti intorno a un numero infinito di cose. Tormentiamo noi stessi e il prossimo perché non abbiamo né il coraggio né l'umiltà di riconoscere che la nostra capacità di imparare è e sarà sempre limitata, e che, stando così le cose, tanto gli altri che noi abbiamo il diritto di essere e di rimanere ignoranti su un numero infinito di cose."! 
Un altro grande tema sociale impegnò le energie del Senatore: "Il diritto allo studio". Il suo pensiero è sintetizzato nel volume proprio così intitolato, edito da Armando nel primo semestre del 1977 -nella collana "Controcampo". 
A noi interessa la qualità e non la quantità del diritto allo studio questione spinosa ed insoluta, nonostante le provvidenze di diversa forma, dal cosiddetto presalario all'assegno d'esame, le 150 ore ed oggi il buono scuola, varato con la L. R. n. 1 del 5.1.2000 dalla Regione Lombardia. 
Come si ricorderà, il diritto allo studio, ben presto in Italia con l'estensione all'obbligo scolastico sino alla licenza media 14 anni (ed oggi a 15) primo anno delle superiori, divenne nei fatti il diritto alla promozione sicura, al pezzo di carta; e con ciò tale diritto perdeva sostanza e valore, a danno proprio delle classi più deboli. 
Contro tale costume si pronuncia Valitutti, ricostruendo la storia di questo pur inalienabile diritto. 
A pag. 25 del volume citato, nel cap.: -Lo studio come diritto e come dovere -egli scrive: "L'obbligo dello Stato moderno di apprestare istituti e mezzi per l'istruzione dei fanciulli e dei giovani sorse sul fondamento del riconoscimento del diritto dei cittadini alla istruzione come mezzo necessario per l'effettivo esercizio dei diritti di libertà e di uguaglianza. Tuttavia proprio a cagione della latitudine del concetto di libertà come attributo dell'uomo non fu sancito subito anche l'obbligo dei cittadini di istruirsi. 
L'obbligo dello Stato di istituire scuole ebbe come suo presupposto il diritto dei cittadini di pretendere che le scuole fossero istituite per frequentarle, ma non l'obbligo degli stessi cittadini di frequentarle. Fu una posizione giacobina quella dalla quale si poterono costringere e, in effetti, si costrinsero i cittadini a diventare liberi obbligandoli a frequentare almeno la scuola primaria ritenuta liberatrice. 
Con l'istituzione dell'obbligo scolastico come obbligo dei cittadini avviene il passaggio della libertà negativa alla libertà positiva, cioè dalla libertà come mero diritto alla libertà come processo di autorealizzazione degli individui." 
Da ciò discende che l'art. 34 della Costituzione "non sancisce un vero e proprio diritto allo studio, come - ad esempio -il diritto al lavoro... la Costituzione si limita a garantire il diritto dei capaci e meritevoli, privi di mezzi, a raggiungere i gradi più alti degli studi... per il lavoro il diritto precede il dovere, in quanto tutti hanno bisogno di lavorare, mentre per lo studio il dovere precede il diritto, perché al di là della scuola dell'obbligo, alcuni scelgono ed altri non scelgono di studiare, almeno scolasticamente." Egli così conclude: "Il diritto allo studio è perciò diritto ai mezzi per poter studiare, diritto obiettivamente garantibile e garantito solo a chi dimostri di aver volontà e capacità di studiare e sia privo dei mezzi stessi" (Op. cit. pagg. 26-27). 
Coerentemente, dunque, per la concezione liberale, soltanto l'impegno intellettivo costante può elevare l'uomo; può formare con rigorosa disciplina i giovani titolari di quel diritto prima di ogni altro. 
Ed è -soprattutto -una libertà positiva, una scelta, libera, di chi vuole almeno tentare di essere artefice di se stesso per mezzo degli studi. 
Per questo -nella realtà quotidiana della scuola -non può legittimamente realizzarsi un diritto automatico al diploma, nell'interesse stesso dello studente. 
Né va dimenticato il conflitto anche artificiosamente creato, tra l'insegnamento pubblico e quello privato, anzi libero. 
Sullo spinoso contrasto Valitutti a pag. 52 del volume sopra citato, così si esprime, dopo aver riassunto i termini della questione: "... I buoni-alunno si potrebbero istituire non solo senza danno ma con vantaggio per la serietà degli studi solo in un sistema in cui i titoli di studio non avessero valore legale. In un sistema come quello che vige in Italia i buoni- alunno scatenerebbero la gara per il diploma più facile". 
La Regione Lombardia, con la L.R. 5.1.2000 n. 1 ha forzato i tempi di questo progetto e noi- non contrari né entusiasti ma potenzialmente favorevoli -attendiamo gli effetti della norma sul livello degli studi e sul funzionamento generale della scuola libera. In definitiva, lo Stato non è concepito dai liberali quale Stato etico, che pretenda di inculcare una religione, un credo politico o una specifica istruzione, "ma ha il dovere con le sue istituzioni scolastiche di educare tutti i cittadini ad una libera socialità, di formare il senso civico, l'indispensabile patriottismo civile. 
E tutti sappiamo quanto l'Italia ne abbia bisogno". (Paolo Bonetti in "Critica liberale", vol. 111, n.3, settembre 1996). 
Aggiungo che oggi si deve necessariamente avviare da parte della scuola privata e della scuola statale una fase di reciproca conoscenza e rispetto, perché entrambe, integrandosi, i possano costituire un armonico sistema d'istruzione nazionale.

 

Valitutti Ministro della Pubblica Istruzione

La mia esperienza di Ministro (agosto 1979 -aprile 1980): "Una delle più dure esperienze che ho dovuto soffrire subito come Ministro della Pubblica Istruzione è stata quella dello scarso grado di agibilità dello strumento amministrativo a mia disposizione. In questi anni l'organismo della scuola si è molto dilatato e complicato, e l'amministrazione, i cui atti ne condizionano il funzionamento, è diventata sempre più impari ai suoi compiti. Si sono aumentati gli organici del personale sia al centro che in periferia, ma ciò non è stato sufficiente. Neppure il largo trasferimento di funzioni dal Ministero ai Provveditorati agli studi ha reso più agile lo strumento amministrativo. Si è alleggerita la mole delle 
funzioni del Ministero e si è appesantita quella delle funzioni dei provveditorati agli studi, con l'effetto finale e complessivo di rallentare e complicare ulteriormente l'azione amministrativa." (In "Otto mesi alla Minerva" pag.l7) 
Altro cardine del liberalismo è il corretto funzionamento delle istituzioni. 
Divenuto Ministro, Valitutti si preoccupò in particolar modo di curare il funzionamento della macchina amministrativa del Ministero, peraltro a lui già nota, essendo stato Provveditore agli Studi di Mantova, nominato da Giuseppe Bottai. 
Dall' esame della situazione, egli maturò la convinzione che fosse necessario indire la prima Conferenza Nazionale della Scuola su "Finalità, problemi e organi della partecipazione scolastica in un ordinamento democratico". Roma, 6-7-8-9 febbraio 1980. 
Per la prima volta si organizzò una assemblea nazionale sul tema della partecipazione alla vita della scuola, alla quale presero parte docenti, dirigenti amministrativi, presidi, studenti, forze politiche e e sindacali. 
Tra l'altro, nel suo lungo e originale intervento, il Ministro disse: "L'Occidente è sorto e si è sviluppato in quest'ultimo trentennio un ampio e vario moto di pensiero sul problema della partecipazione nella scuola, sorto in dipendenza sia della nuova condizione giovanile, sulla quale tra poco mi soffermerò, e delle nuove responsabilità spettanti alla scuola nelle società industrializzate avanzate. In Italia questo moto di pensiero non ha avuto significativi svolgimenti. Forse, come ho già detto, gli organi collegiali istituiti nel 1974 ed entrati in azione nel 1975 costituirono un esperimento tanto più audace quanto più inserito in un sistema predisposto e propenso per le sue caratteristiche istituzionali, a rigettarlo o ad emarginarlo. Concependo e progettando questa conferenza, si è voluto anche fare il tentativo di ricongiungerci all'anzidetto moto di pensiero, collocando questo nostro particolare problema nell'unità della scuola europea, oltre che apprestare una sede adatta per una riflessione approfondita ed unitaria sulla esperienza quinquennale che si è fatta in Italia dell'azione degli organi collegiali creati ed attuati tra il 1975 ed oggi. Debbo confessare che personalmente, tra il 1973 ed il 1974, non fui tra i relatori di tali organi, ma non mancai di suggerire, anche attraverso scritti, buona volontà nell'applicarli, una buona volontà nutrita di coraggio, di saggezza e di pazienza. 
Purtroppo i più recenti avvenimenti hanno dimostrato che non abbiamo voluto avere pazienza. Dico che non abbiamo voluto avere pazienza, per significare, che, almeno alcuni di noi, hanno preteso di gettare tutto al macero una esperienza quinquennale, senza interpretarla, senza neppure utilizzarla con i materiali di studio. 
Nel rifiuto degli organi collegiali c'è stata una certa misura di volubilità irrazionale" (pag. 5 e 6 dell'Intervento). 
Più avanti:"E' da questo bisogno di trasformazione che nasce il problema della partecipazione che va risolto fronteggiando ed eliminando due gravissimi pericoli, quello di concepire e trattare i discenti come controparte dei docenti e di concepire e trattare i docenti come controparte dei discenti; secondo, quello di svuotare la scuola dei suoi contenuti culturali, con la pretesa di farla servire alla educazione sociale dei giovani. Per vincere questi due pericoli, bisogna tenere presente che la conflittualità che è propria della fabbrica non è trasferibile nella scuola, dato che in questa non ci possono essere datori di lavoro; e dall'altra, il volere ridurre la scuola ad uno strumento di educazione sociale significa vanificarla come scuola e trasformarla in sede di duellanti indottrinamenti politico-ideologici. Mi sembra di potere e di dovere dire che nel dibattito che attualmente si sta svolgendo nel nostro paese sulla riforma degli organi collegiali, nella scuola non sia sufficientemente chiara, viva e diffusa la consapevolezza di questi due gravissimi pericoli. 
Come vi ho detto, la spinta a porsi il problema della partecipazione nella scuola proviene anche da fattori oggettivi che sono da rintracciare nel tipo stesso della richiesta che la società industriale avanzata di oggi fa alla scuola, rivolge alla scuola, sollecitandola sempre più a corrispondere alle sue esigenze tecnico-professionali. La società industriale è una società densamente tecnico-professionale. 
La scuola è chiamata a trasferire sempre più la sua opera nella attualità. Le si chiede di aprirsi di più alla vita e perciò di parteciparvi. Non si può dire di no neppure a questo invito, ma difendendo in modo coerente l'irrinunciabile continuità, il valore della irrinunciabile continuità storica del pensiero umano, da cui si alimenta indispensabilmente la scuola" (pag. 15 e 16 dell'Intervento). 
Prosegue e conclude:"La riforma che dovremmo perciò affrontare sarebbe in primo luogo una riforma costituzionale. Infatti il comma secondo dell'articolo 33, che è giusto che noi rileggiamo, esattamente recita: -La Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali per tutti gli ordini e gradi. Proprio non riesco a vedere come una autorità locale, quale che essa sia, possa istituire scuole statali. Se vogliamo perciò conservare la nostra Costituzione ed insieme non violarla, dobbiamo necessariamente ricercare i modi più convenienti - e questa ricerca non è ulteriormente differibile -dobbiamo ricercare i modi più convenienti di riformare la nostra amministrazione scolastica sul presupposto che la scuola resti statale. Possiamo anche decidere di cambiare la Costituzione, se vogliamo costruire un sistema diverso; ma, appunto, dobbiamo sapere che per costruire un sistema diverso, dobbiamo affrontare la riforma dell'articolo 33 della nostra Costituzione. 
Signore e Signori, a questo punto desidero concludere leggendovi il brano di una lettera di un anonimo lettore ad una rivista scolastica, pubblicata qualche mese fa. La lettura di questo brano mi ha molto interessato e spero possa interessare anche voi, come conclusione di questo mio saluto augurale. 
Ecco che cosa dice esattamente il brano. C'è una richiesta precisa di dare fondamento culturale alle scelte di scuola nuova fatte tempo addietro; c'è il richiamo continuo ad uscire dalla rassicurante ripetizione di slogan, per verificare che cosa c'è dietro. C'è la voglia di fare della scuola un luogo dove si possa finalmente studiare; siamo in una fase nella quale stanno affiorando valori nuovi, diversi da quelli di un tempo, e diversi, anche, da quelli sognati negli anni del '68. E' tempo di guardare intorno a noi, con la voglia di vedere quello che effettivamente c'è e non alla ricerca di quello che ci piacerebbe trovare, chiudendo gli occhi proprio perché non lo troviamo. Mi pare che sia ora di crescere. Non serve a nessuno rimanere eternamente adolescenti. 
Anch'io, Signore e Signori, penso che non serve a nessuno rimanere eternamente adolescenti. Tutti sentiamo oramai il bisogno di crescere. Ora che abbiamo riconquistato la chiarezza di questo bisogno, commetteremmo un grave, forse irrimediabile errore, non andando avanti nella nostra volontà di crescere, ma cedendo alla nostalgia alla nostra adolescenza, pur se questa deve rimanere cara nel nostro ricordo" (pag. 20-21-22 dell'Intervento). 
Due anni dopo, non più ministro, ma sempre ispiratore della politica scolastica del PLI e del Paese, Valitutti propose al Partito di organizzare la Conferenza Nazionale della Scuola del PLI, a Roma il 25 e 26 maggio 1982. 
In questa egli tenne la relazione sul tema: "La Riforma della amministrazione scolastica". Disse tra l'altro: "Resistendo al timore di essere incolpato di voler cercare nella Costituzione anche quello che non c'è, come sovente accade, io oso ritenere che nel suo art. 33, che fissa i principi regolativi dei rapporti tra Stato e scuola si dovrebbe amministrare in forza del tipo degli anzidetti rapporti. Credo che si possa dire che l'art. 33 si collocò nell'ottica dell'amministrazione detta napoleonica, cioè dell'amministrazione nell’ottica dell'amministrazione della scuola attuata da organi statali, centrali e periferici. Infatti, il predetto articolo, premesso che l'arte e la scienza sono libere e libero ne è l'insegnamento, dice: 
l°) che la Repubblica detta le norme generali sull'istruzione ed istituisce scuole statali di ogni ordine e grado; 
2°) che enti e privati hanno il diritto di istituire scuole senza oneri per lo Stato e che la legge, nel fissare i diritti e gli obblighi delle scuole non statali che chiedono la parità, deve assicurare ad esse piena libertà e ai loro alunni un trattamento scolastico equipollente a quello degli alunni delle scuole statali; 
3°) che è prescritto un esame di Stato per l'ammissione ai vari ordini e gradi di scuole o per la conclusione di essi e per l'abilitazione all'esercizio professionale. 
Ci fu chi motivò il voto contrario all'approvazione dello art. 33 con riferimento alla norma relativa all'esame di Stato, ritenuta confermativa del precedente ordinamento amministrativo. 
Lo stesso art. 117, includendo espressamente l'istruzione artigiana e professionale fra le 
materie nelle quali le Regioni emanano norme legislative nei limiti dei principi fondamentali stabiliti dalle leggi dello Stato, conferma questa interpretazione. L'art. 118 specifica che spettano alle stesse Regioni le funzioni amministrative nelle suddette materie. E' vero che per il medesimo articolo lo Stato può delegare alle Regioni l'esercizio di altre funzioni amministrative delegabili quelle assegnate allo Stato espressamente dalla stessa Costituzione. 
Altre norme Costituzionali comprese negli Statuti di alcune Regioni ad ordinamento speciale espressamente prevedono la competenza legislativa delle Regioni stesse in alcuni rami della Pubblica Istruzione. Ad esempio lo statuto della regione siciliana del 1946 prevede la legislazione esclusiva di quella regione in materia d'istruzione elementare. Vero è che quella norma non si è finora attuata, e non credo per volontà dello Stato ma essa ancora esiste nel nostro ordinamento. Anche queste norme costituzionali confermano che le scuole istituite dallo Stato, ai sensi dell'art. 33, sono amministrabili dagli organi dello stesso Ente che le disciplina legislativamente e le istituisce (pagg. 1-2 della Relazione)." 
"... Entro questo quadro costituzionale inequivocabilmente segnato, e sostanzialmente accettato da tutte le forze politiche che avevano voluto la Costituzione partecipando alla sua elaborazione, persino da quelle che più tenacemente nella loro battaglia storica contro il cosiddetto statismo scolastico dello stato liberale prefascista si erano battute per l'autonomismo scolastico anche sul piano dei congegni amministrativi, non tardò a porsi il problema della riforma dell'amministrazione della scuola ma come problema di agilità e funzionalità dei suoi strumenti operativi via via che questi strumenti cominciarono a rilevare la loro impotenza e imprecisione nella realtà di una scuola cresciuta fisicamente al di là dei limiti della loro oggettiva idoneità a padroneggiarla. 
Si produsse ad un certo punto una sproporzione, e questa sproporzione andò via via allargandosi, tra le obiettive possibilità dello strumento amministrativo a dirigere, per la parte spettantegli, la scuola, e le esigenze della scuola stessa troppo cresciuta in relazione alle suddette possibilità. Si notò e riconobbe che lo strumento amministrativo era stato concepito e forgiato per l'amministrazione di una scuola con ristrette dimensioni e che lo strumento stesso era divenuto largamente inagibile in rapporto ad una scuola che aveva raggiunto dimensioni di massa "(pagg. 2 e 3 della Relazione). 
"Per vincere la sproporzione... si aumentarono gli organici sia al centro che alla periferia e soprattutto si premé sul pedale del decentramento amministrativo trasferendo via via non poche funzioni amministrative del Ministero della P. I. agli organi periferici e soprattutto ai Provveditorati agli Studi, ma seguendo non il metodo classico del decentramento che parte dalle unità periferiche più elementari e le rivitalizza e sale poi via via verso il centro bensì il metodo opposto, quello cioè che parte dal centro e scende via via verso la periferia. Certamente con questo metodo si sono trasferite non poche funzioni dagli organi centrali a quelli periferici, ma il risultato maggiore e più vistoso è stato quello di trasferire l'accentramento da Roma nelle sedi provinciali. Quest'accentramento è diventato ossessivo in quelle sedi nelle quali il fenomeno dell'urbanizzazione ha più addensato le popolazioni. Noi oggi abbiamo i Provveditorati agli Studi di Milano, di Roma, di Torino, di Napoli che non hanno più fattezze umane e che hanno raggiunto un alto grado di ingovernabilità in una situazione nella quale le circoscrizioni provinciali dei Provveditorati agli Studi sono rimaste invariate e in cui non si è tenuto presente che decentrare funzioni amministrative già accentrate poteva avere un effetto realmente decentrante in una piccola provincia ma che decentrare le stesse funzioni in province già popolose e divenute per l'urbanesimo sempre più popolose non poteva trasferire che l'accentramento, con la conseguenza non di accelerare ma di ritardare ulteriormente i procedimenti amministrativi (pag. 4). 
Abbiamo fatto l'esperienza che non si è sbagliato nel ricercare i rimedi della direzione nella quale si sono ricercati ma che si è sbagliata la scelta dei singoli rimedi. Dobbiamo riconoscere che si è andata via via creando una situazione di .crisi sempre più grave e che la crisi dello strumento amministrativo si è ripercossa e si ripercuote nella vita interiore della scuola ed è perciò diventata un momento ed un aspetto della stessa crisi della nostra amministrazione scolastica"(pagg. 4 e 5). 
"... Se ho privilegiato questa causa citando come prima nella mia esposizione, è solo perché di essa solitamente si parla ed è certamente la più appariscente. Ma ci sono almeno altre due cause che bisogna menzionare, di cui una minore e l'altra maggiore. 
La prima di tale causa va ricercata in un certo tipo di legislazione scolastica prevalsa in questi ultimi lustri nel nostro Paese con un ritmo ed un andamento obiettivamente schizo- frenici -absit iniura verbis -per la tutela di diritti e interessi di gruppi di insegnanti e di addetti alla scuola. Si è sviluppata una specie di spirale per cui le lacune e le ingiustizie di un dato provvedimento hanno determinato un provvedimento successivo inteso a colmare e a ripararle e il nuovo provvedimento ha determinato a sua volta per le stesse ragioni un nuovo provvedimento. 
E' questo il perverso congegno che si pone in essere allorché si deroga nella legislazione al principio della parità dei diritti di tutti dinanzi alla legge comune e generale. Le leggi derogatorie pongono sempre la premessa di nuove leggi di deroga in una corsa senza fine. Una sì fatta legislazione che impone tempi brevi per la sua applicazione finisce con il logorare e con il rendere impotente qualsiasi strumento amministrativo. 
Solitamente il nostro legislatore, specie quello scolastico, non accorda sufficiente attenzione alle possibilità e capacità dell' organo chiamato ad applicare le leggi che approva e alla misura e al modo in cui l'applicazione delle stesse leggi incide sulle qualità e sul grado di resistenza dell'organo anzi detto a perdurare nel suo essere. Si deve aggiungere che di questo tipo di legislazione protezionista più che garantista, ispirata largamente dalle forze sindacali, si richiede l'applicazione con interventi ispirati da una pregiudiziale diffidenza verso l'Amministrazione, diffidenza che finisce con il ridurne il rendimento. Ogni essere o organo demonizzato dalla sua controparte diventa non più ma meno alacre. 
Questo ci ha sempre insegnato e continua a insegnarci la storia delle lotte per la libertà. Io non imputo ai sindacati di porsi come contro-parte dell' Amministrazione nella difesa dei diritti e legittimi interessi delle categorie di cui sono espressione, ma solo la costante abitudine a demonizzarla presupponendo in ogni suo comportamento una precisa volontà come il retaggio fatale di una specie di peccato originale senza accorgersi che questo è proprio il modo di svegliare questa volontà. Analizzando la legislazione anzidetta e il comportamento delle forze che premono per la sua approvazione e ne controllano l'applicazione, si ha talvolta la impressione che non gli insegnanti ed addetti esistano per la scuola e perciò i suoi alunni, ma che alunni e scuola esistano e debbano esistere per insegnanti ed addetti, pur se è vero questo modo strumentale di considerare scuola ed alunni ha finito e finisce con il danneggiare di più proprio gli insegnanti nel periodo più lungo in cui deve spaziare la loro opera. Se ciò è vero, e purtroppo i troppi casi è vero, non possiamo far ricadere soltanto sull' Amministrazione la responsabilità di quei mancamenti che più si ripercuotono nella vita interiore della scuola e la rendono più travagliata. 
Anche un' Amministrazione che disponesse di migliori strumenti operativi sarebbe largamente impotente nell'attuale situazione in cui il funzionamento della scuola non è separabile dal funzionamento delle altre istituzioni. Mi spetta di aggiungere che la scuola italiana è (pagg. 5-6) probabilmente la sola scuola in Europa che da anni vive e soffre il dramma (!) dell'inizio dell'anno scolastico che non riesce a decollare se non dopo alcuni mesi durante i quali o gli alunni restano senza alcuni insegnanti ovvero assistono al rapido passaggio di molti insegnanti. 
La colpa di questo dramma si è fatta e si fa normalmente ricadere sulle manchevolezze e negligenze dell' Amministrazione, e non si sospetta neppure che la vera causa e da ricercare in leggi approvate dal Parlamento che hanno stabilito termini e fissato procedure il rispetto delle quali rende fatale e ripetitivo il lamentato ritardo che ha tanto inciso ed incide sull'autorevolezza morale della scuola. (pagg. 6-7) 
La terza causa è certamente quella che è emerso ed emerge di più nei dibattiti che più recentemente si sono svolti sul problema della riforma della nostra amministrazione scolastica e che prevedibilmente avrà sempre più peso nel prossimo avvenire in cui si vuole effettuare lo sforzo per uscire dalle presenti difficoltà. Essa è definibile come la incertezza sopravvenuta nella stessa concezione del tipo di rapporto intercorrente tra scuola e società nel nostro Paese. Questa incertezza ha investito e investe il rapporto esistente un rapporto, avente le sue radici, come già detto, nella stessa Costituzione, e mediato, per le scuole statali da organi amministrativi dello Stato, che istituisce le scuole stesse. Da questo tipo di rapporto mediato si vuole giungere ad un tipo di rapporto immediato tra scuola e società, pur se finora da parte di nessuno si individua esattamente la vera società alla quale la scuola dovrebbe immediatamente congiungersi saltando la mediazione statale. 
Il 30.7.1973 si approvò la legge delega n. 477 , sullo stato giuridico del personale della scuola che previde e prefigurò gli organi collegiali di governo della scuola. In applicazione di tale legge fu emanato il 31.5.1974, il D. D. n" 416, che ha istituito e riordinato gli organi anzidetti e si continua a dire che con la istituzione di tali organi, si è inaugurata la gestione sociale della scuola e perciò si è avviato il processo che deve stabilire il nuovo rapporto tra scuola e società caratterizzato dalla sua immediatezza. 
Senonché quando si ricerca la natura della società fatta entrare nella scuola con la istituzione degli organi collegiali si rileva che si tratta di una società molto corporativa, che è quella dei suoi attuali insegnanti, dei suoi presenti alunni e dei loro genitori (pagg. 7-8).
E' una società fluttuante e passeggera e comunque non è la società alla quale apparteniamo tutti, anche chi come me non è attualmente insegnante, né alunno né genitore di alunni che presentemente a scuola. 
Io che sono cittadino a Roma mi sento rappresentato dal sindaco, della giunta e dal consiglio comunale di Roma perché ho partecipato con il mio voto all'elezione democratica di questo consiglio. (pag. 8) 
Ma non mi sento rappresentato da nessuno dei consigli di Istituto presenti e operanti nel comune di Roma pur sentendomi cointeressato alla vita e all' attività della scuola come pubblica istituzione finanziata anche con l'introito delle imposte che io pago allo Stato. Quello che rende estremamente difficile sviluppare in modo fruttifero l'attuale dibattito sulla riforma dell' amministrazione della nostra scuola è proprio la indeterminatezza del concetto di società con cui la scuola dovrebbe stabilire un più diretto rapporto. 
Quando si tenta di abbracciare questo inafferrabile fantasma della società si finisce con l'abbracciare non la vera società di cui tutti siamo membri ma solo la corporazione scuola, come corporazione degli insegnanti, alunni e genitori. Mi piace citare a questo punto quello che scrisse un testimone insospettabile come l'ex Ministro della P.I. Luigi Gui, appartenente al partito nel quale la spinta al restringimento corporativo della società alla quale la scuola dovrebbe connettersi sembra avere le più forti radici storico-culturali. Luigi Gui scrisse esattamente nel 1975: "La scuola italiana si è costituita e sviluppata sulla base dell'impostazione che si usa chiamare napoleonica. Si tratta, cioè, di una scuola promossa dallo Stato come apparato e perciò centralizzata e gerarchica, finalizzata al rilascio di titoli e diplomi concessi e garantiti dalle autorità statali, e pertanto conseguiti su programmi e secondo ordinamenti e controlli dalle medesime predisposti. II suo collegamento con la società civile è concepito mediato: appunto attraverso l'intervento dell'apparato statale." (pag. 8). 
Valitutti parlò -insomma -da amministratore severo, ma cosciente che non si discuteva solo di denaro ma soprattutto di intelligenze giovanili, ed a queste lo Stato doveva rivolgersi. 
Il testo della relazione, dunque ricco di spunti e di proposte, parte dall'esame dell'art. 33 della Costituzione, lo statuto della Regione Sicilia del 1946 e la stessa forma assunta dal tipo di amministrazione della scuola statale, ma precisa Valitutti a pag. 2 della Relazione: "La verità è che il Costituente non si pone neppure il problema della prefigurazione di un tipo di amministrazione della scuola statale differente da quello posto in essere nella stessa formazione storica della scuola italiana, tipo di amministrazione che lo stato liberale aveva via via costruito e di cui il fascismo aveva mantenuta intatta la struttura fondamentale introducendovi alcuni meccanismi e procedimenti più autoritari. 
Sembrò che bastasse sopprimere quei meccanismi per restituire quella struttura alla sua purezza originaria, caratterizzata da un tipo di rapporto tra scuola e società, mediato, per cosi dire, da uno specifico apparato amministrativo statale, ridivenuto responsabile attraverso il Ministro della P.I., vertice del sistema, verso il Parlamento, eletto periodicamente dal popolo ed esclusivamente competente in materia di legislazione scolastica, tranne le eccezioni sopra specificate. 
Egli conclude: "Bisogna sapere preliminarmente se si vuole serbare questo tipo di Stato oppure lo si vuole modificare. Bisogna aver chiara questa idea per subordinare non la scuola allo strumento amministrativo ma lo strumento amministrativo alla scuola e alle sue irrinunciabili esigenze" (pag. 29 della Relazione). 
Sul punto ricordiamo anche il Quaderno n° 6 stampato dalla Direzione provinciale del PLI di Milano nel mese di ottobre del 1982, ed il Convegno nazionale svoltosi alI 'Hotel Executive di Milano il 28 ottobre del 1979 che fu la prima manifestazione pubblica del Sen. Valitutti, quale neoministro della Pubblica Istruzione.

Valitutti e il Partito

Il Senatore Valitutti scomparve il 30 settembre 1992. 
Amici ed avversari lo ricordarono in tutta Italia con stima e rispetto. Con Bozzi, Malagodi e Frumento, fu l'ultimo grande vecchio a lasciarci. Il Partito e la società italiana gli devono ancora molto. 
Si intrecciano i miei ricordi con la realtà storica di una visione della scuola come mezzo per elevare l'uomo attraverso la cultura. 
Ebbi con lui un rapporto conflittuale, se così vogliamo dire, ma certo leale e costruttivo. 
Alla fine di ogni discussione e di ogni confronto, la Commissione nazionale scuola di cui il Partito Liberale e lui stesso mi avevano affidato l'organizzazione, concludeva il proprio lavoro con un documento, che il Partito faceva suo: come avvenne per quello che consentì all'On. Zanone, Ministro della Difesa nel successivo governo di centrosinistra, luglio 1987 -luglio 1989, di far rinviare la riforma della secondaria e a me di elaborare il pdl di reinserimento dello studio del latino nella scuola media, presentato dal compianto On. Paolo Battistuzzi il 18.6.91 n° 5754 ed i1 24.6.92 n° 1100, del quale riporto il testo, per conoscenza dei lettori. 
CAMERA DEI DEPUTATI -PROPOSTA DI LEGGE d'iniziativa del deputato BATTISTUZZI -reinserimento del latino nel piano di studio della scuola media -presentata il 24 giugno 1992. 
"ONOREVOLI COLLEGHI! -La lingua latina ed il suo studio costituiscono, in quanto strettamente connessi con lo studio della lingua italiana e della storia, in modo particolare, la base per il recupero della sintesi culturale e dell'identità storica nella scuola italiana, oggi eccessivamente frammentata. 
Il reinserimento del latino nel curriculum della scuola media tende a restituire agli studenti adeguati mezzi per sostenere il confronto culturale europeo, essendo il latino parte fondamentale degli obiettivi didattici della scuola contemporanea, per la padronanza tecnico-linguistica che esso conferisce a chi studia, anche in ordine all'apprendimento delle lingue straniere, ancora trascurato. 
Introdurre nuovamente il latino nella scuola media significa andare incontro alla sempre più viva richiesta delle famiglie, che oggi colmano questa lacuna organizzando, nelle scuole che lo consentono, corsi pomeridiani auto finanziati. In particolare, si elimina così l'assurdo pedagogico di iniziare nel IV ginnasio lo studio contemporaneo del latino e del greco. 
Il latino eleva il livello medio della cultura e dell'istruzione non solo di chi continuerà gli studi, ma anche, e soprattutto, di quei giovani che dopo la scuola media, o dopo il successivo biennio, sceglieranno il mondo del lavoro. 
Infine, esso contribuisce a favorire l'orientamento e ad approfondire l'educazione e l'istruzione professionale, com'è richiesto dalla legge istitutiva della scuola media unica (legge 31 dicembre 1962, n. 1859) e dalla premessa ai programmi del 1979 (decreto del ministro della pubblica istruzione in data 9 febbraio 1979, pubblicato nel supplemento ordinario alla Gazzetta Ufficiale n. 50 del 20 febbraio 1979). 
Oltre alle ragioni culturali e didattiche, appena richiamate, c'è anche l'obiettivo di elevare le capacità logico-critiche di tutti gli studenti che consiglia il ritorno del latino nella scuola media. 
E' innegabile esigenza dei preadolescenti cominciare ad affinare la propria capacità critica contro il pericolo del conformismo e contro le influenze dei sistemi informativi più sofisticati; la scuola, infatti, soprattutto oggi, non può tradire il proprio ruolo di processo globale, in relazione allo sviluppo della personalità dell'alunno.La scuola deve essere mezzo formativo-educativo dell'intelligenza, della coscienza e del carattere; ossia strumento di elevazione spirituale, morale e civile della persona prima ancora di essere strumento di acquisizione e di utilizzo di una certa somma di sapere; tale funzione è bene esercitata proprio dallo studio della lingua latina. 
La concezione dell'istruzione disinteressata, che attragga ed educhi la mente alla ricerca ed alla analisi critica anche al di fuori degli interessi e delle preoccupazioni di ordine pratico, appartiene alla concezione tradizionale del liberalismo, che crede nell'uomo libero, dotato di i proprie ed autonome volontà e capacità di critica, che devono essere aiutate nel proprio sviluppo. La scuola deve rafforzare i suoi contenuti democratici, con l'introduzione delle necessarie innovazioni, dall'adeguamento dei mezzi, al rigore della qualità degli insegnamenti, se vogliamo che la conquista del diritto di accedere ai più alti livelli dello studio non sia vanificata dalle disfunzioni e dal decadimento del sistema scolastico. 
E' in questa prospettiva che si pone la presente proposta di legge".

Proposta di legge

ART. 1. 
1. L'insegnamento obbligatorio della lingua latina è inserito nel piano di studio della scuola media di primo grado a partire dall'anno scolastico successivo a quello della data di entrata in vigore della presente legge. 
ART. 2. 
1. Nell'orario di insegnamento della scuola media di primo grado devono essere previste due ore di latino settimanali nel primo, nel secondo e nel terzo anno. Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, provvede, ai sensi dell'articolo 3 della legge 31 dicembre 1962, n. 1859, a modificare conseguentemente gli orari di insegnamento della scuola media di primo grado. 
ART. 3. 
1. n Ministro della pubblica istruzione, con proprio decreto, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, disciplina il programma dell'insegnamento della lingua e letteratura latina nella scuola media di primo grado con le seguenti finalità: 
a) migliorare la conoscenza generale e l'approfondimento della lingua italiana; 
b) sollecitare lo sviluppo delle capacità logico-critiche; 
c) aiutare lo studente a comprendere il cammino delle civiltà attraverso una conoscenza diretta delle testimonianze del passato; 
d) fornire agli studenti che proseguono negli studi elementi propedeutici per una conoscenza più approfondita del latino nella scuola secondaria superiore. 
ART. 4. 
Il Ministro della pubblica istruzione, sentito il Consiglio nazionale della pubblica istruzione, provvede ad organizzare corsi di aggiornamento incentivati di lingua e letteratura latina per gli insegnanti della scuola media che ne facciano richiesta al fine di agevolare l'applicazione della presente legge. 
Il 19 febbraio 1992 l'Ufficio Scolastico del PLI milanese volle ricordare Valitutti. 
Il prof. V. E. Alfieri tenne la relazione. 
Egli, illustre liberale e uomo di alta cultura, centrò l'intervento sull'impegno di Salvatore Valitutti per ridare forza alla cultura nel Partito. 
Così si esprimeva, Valitutti, in una lettera allo stesso Alfieri: "Croce, in qualche suo scritto, definì il Partito Liberale il partito della cultura. Aveva perfettamente ragione. Un Partito Liberale deve essere necessariamente al più alto livello al quale è giunta la cultura del paese nel quale opera. Purtroppo oggi quello che si chiama Partito Liberale è culturalmente denutrito. La denutrizione culturale può non essere mortale per i partiti di interesse o fideistici ma è mortale per il Partito Liberale. 
"Personalmente faccio tutto quanto posso per rivitalizzare il Partito, ma so bene che l'anemia culturale che colpisce un partito richiede cure lunghe e pazienti mentre i tempi della politica sono più veloci e sbrigativi. lo non so se faremo in tempo a salvare il Partito. 
"Ti debbo anche dire che io sono piuttosto diffidente verso gli amici liberali che si etichettano come liberali di destra, perché di regola sono più arretrati degli altri sul terreno culturale." 
Egli si occupò anche dei ricorsi dei singoli e a me capitò di sottoporgli un' errata compilazione delle graduatorie del Provveditorato di Milano. 
Le fece correggere e molti recuperarono un posto di ruolo, che credevano perduto. 
Questo significò ripristino, almeno temporaneo, della fiducia nelle istituzioni. 
Imparammo da lui che la grande filosofia, la teoria deve divenire prassi; e lo dimostrò, quando, da Ministro, si interessò anche del funzionamento dell'Amministrazione scolastica, sino ad allora,e dopo, disdegnata dai suoi colleghi ministri. 
Teoria e pratica sono le due ruote della bicicletta: per quanto importante, l'una senza l'altra non serve. 
E' la cultura umanistica- meridionale, tanto sconosciuta e negletta, che ci fa ragionare così. 
Così lo ricordai sulla Gazzetta di Parma il3 novembre 1992: 
"In memoria di un saggio" -Sembri un ragazzino -mi disse il prof. Valitutti al congresso di Firenze vedendomi con un maglioncino rosso e la camicia aperta sul collo. A quel tempo la nostra collaborazione era già consolidata da innumerevoli riunioni della Commissione scuola nazionale e da un grande convegno, che avevo organizzato all'Executive di Milano, presente lui quale Ministro della Pubblica Istruzione, neonominato. 
Fu quello il culmine di molti convegni, conferenze e semplici incontri informali con professori, presidi e famiglie sui problemi di una scuola, che stentava ad uscire dalla contestazione e anche solo a bandire i concorsi direttivi e a cattedra, che proprio lui rimise in moto. Chi ha seguito il nostro lavoro sa che da allora la politica scolastica del PLI e quella nazionale subirono una svolta. 
Successivamente, la collaborazione con Salvatore Valitutti si sviluppò in moltissime occasioni: dai consigli nazionali alle riunioni della Commissione. L'ultimo impegno, che condussi a termine con il suo tacito consenso, fu proprio la presentazione della legge sul reinserimento del latino nella scuola media, che proprio all'inizio della corrente legislatura, l'on. Battistuzzi ha ripresentato. 
Interprete dell'insegnamento einaudiano, il senatore Valitutti non distingueva i docenti per categorie ideologiche, ma per il livello di capacità e cultura che dimostravano. Tal che essi si riducono a due categorie: i professori che conoscono la propria materia e che per questo riscuotono l'universale apprezzamento; e quelli che non la conoscono. 
Dotato di sterminata cultura e forte capacità argomentativa, il Senatore riusciva sempre ad elaborare tesi che, anche quando non accolte, fuori e dentro il partito, erano tenute in grande stima, quasi come vie d'uscita nelle più difficili situazioni. 
Nella concezione liberale la scuola non è uno strumento di potere ideologico né politico, ma il luogo in cui far lievitare la mente e l'animo dei giovani, perché solo accrescendo la loro cultura si garantisce il progresso del popolo. 
Da questo principio il senatore non si discostò mai ed in ogni occasione egli ce lo ricordava. Sapevamo che da tempo era malato e .che non usciva più da casa, ma la sua lucida mente ci aveva illuso, con la assiduità degli iscritti e della presenza sulla stampa, che sarebbe vissuto ancora molto e che la scuola avrebbe ancora goduto dei suoi servigio Una non rinviabile riunione di partito mi ha impedito di partecipare ai suoi funerali, pur trovandomi a Roma ed egli lo avrebbe apprezzato: "Prima il partito!", soleva dire. 
Scrivo in treno, nel viaggio di ritorno a Milano e rifletto sulle ultime grandi perdite del partito, ma soprattutto della Patria. Prima Bozzi, poi Malagodi ora lui. Da insegnante, di prima nomina mi ero avvicinato al partito liberale e li avevo conosciuti superficialmente, poi, presa la tessera e cominciata un'intensa attività tuttora viva, li frequentai e li conobbi, cercando d'imparare il più possibile, non solo la dottrina, ma soprattutto quel senso dello Stato e del servizio alla Nazione, per il quale anche un'azione in apparenza insignificante ha il suo valore per il Bene pubblico. Con il Senatore tutti gli attori sono usciti dalla scena ed un ciclo della nostra, della mia vita, si è concluso. 
Parlando da insegnante a insegnanti, sentii dire questo da Salvatore Valitutti: "Il docente a cui il giovane si rivolge, può sentirsi sconfitto quando il giovane non domanda più nulla, perché non ha più bisogno del suo maestro; invece, proprio allora questi ha vinto perché ha conseguito il suo più alto successo: l'autonomia dell'allievo, ormai capace di camminare con le proprie gambe". 
Egli annetteva grande importanza al diritto allo studio, un problema al quale dedicò un volume, perché tramite questo si amplia la sfera della cultura e della libertà dei giovani, capaci e meritevoli, che devono camminare da soli. Infatti: "L'analisi del diritto allo studio trova una sua corretta collocazione in una prospettiva di riformismo liberalista teso alla conservazione dei valori di libertà e alla estensione della loro sfera di attuazione" (Il diritto allo studio - Amando Editore, 1980). 
Ricordando Bozzi, egli richiamò l'elogio della morte del saggio, scritto da Benedetto Croce, il quale attende la morte in piena attività, "perché in ozio stupido essa non ci può trovare". 
E Valitutti così ha fatto: ha scritto e lavorato sino alle sue ultime ore di vita, tanto che avremmo dovuto incontrarlo 1'8 ottobre, in una prevista riunione della Consulta liberale della scuola. In questa egli ha sempre favorito la libera discussione e, spesso, mi sono trovato in contrasto con lui, ma sempre si raggiungeva un equilibrio di tesi, naturale nei liberali, ogni volta che un interesse generale e superiore lo imponga, nell' azione quotidiana. 
Così imparammo da lui che la grande filosofia, la teoria deve divenire prassi; e lo dimostrò quando, da ministro, si interessò anche del funzionamento dell'Amministrazione scolastica, sino ad allora e dopo disdegnata dai suoi colleghi ministri. 
Teoria e pratica sono le due ruote della bicicletta: per quanto importante, l'una senza l'altra non serve. E' la cultura umanistica-meridionale, tanto sconosciuta e negletta, che ci fa ragionare così. Una personalità a tutto tondo è scomparsa; ma noi siamo i suoi ostaggi: noi dobbiamo continuare.

                                                                                                         Michele D’Elia

 

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

I PATTI DI ROMA LE LIBERTA' E LE BUROCRAZIE

Ha ragione Raffaello Morelli, con i Trattati di Roma, l'idea di costruire l'Europa venne affidata alla libera scelta " in progress" dei cittadini dei vari stati. Quel processo di scelta sorretta dalla libertà è stato di fatto sostituito da decisioni di ordine tecnico, frutto di progetti apicali rigidi e predefiniti, tanto che noi tutti vediamo adesso una Europa algida e dominata dalle burocrazie. 

 

I PATTI DI ROMA, L'INCOMPRESA SOVRANITA' DEI CITTADINI ED I DISEGNI DELLE BUROCRAZIE

L’articolo “La lezione attuale di 60 anni fa” dell’eurodeputato PD Simona Bonafè auspica con passione un’Europa in cammino, ma elude il suo stesso titolo non cogliendo il nocciolo della lezione dei Trattati di Roma.
Riferendosi ai loro fondamenti, l’articolo mischia fattori che contrastano in modo sottile ma decisivo. Parla esattamente di “Libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali”, ma si sofferma subito su aspetti operativi che erano soltanto strumentali alla libera circolazione, tra i quali la cooperazione tra i membri. E infatti prosegue con un’affermazione netta e giustissima, “I Patti di Roma sono basati sulla libertà” ma poi affianca alla parola chiave libertà la parola cooperazione, così promuovendola d’imperio da strumento a valore fondante. E commenta: i Trattati di Roma sono “un’incredibile impresa di costituirci uniti che ci ha portato ben oltre le intenzioni iniziali”. Così confermando di non aver colto appieno la lezione.
Le intenzioni iniziali erano quelle. Nella Conferenza di Messina (giugno 1955), voluta da Gaetano Martino, Ministro degli Esteri, liberale, docente di fisiologia e rettore in quella Università, i sei paesi intervenuti, non essendoci consenso su un preciso progetto di unione europea, si accordarono per creare due istituzioni, la Comunità per l’atomo e la Comunità Economica Europea, poi nate con i Trattati.
L’accordo per la CEE ebbe due caratteristiche fondamentali. La prima è che, in coerenza con la libertà di movimento di persone e cose, l’iniziativa era degli Europei in autonomia, senza pressioni USA. La seconda è che l’iniziativa non rincorreva un'integrazione generale e non definiva i rapporti tra le nuove istituzioni e gli stati coinvolti. Fissava l’unione doganale e l’impegno a sviluppare l'integrazione economica a passo a passo. Dopo 12 anni, i Governi avrebbero valutato i risultati per stabilire il da farsi. Il metodo del passo dopo passo corrispondeva ad una visione non più legata all’aspirare a progetti rigidi predefiniti. Erano le singole realtà (e dunque gli stati su cui erano sovrani i cittadini) il motore per costruire l’assetto più efficace al fine di convivere insieme liberi.
Il PCI contrastò la costruzione CEE, definendo il sistema a passo a passo un trucco capitalistico per ingannare il popolo (famosi gli interventi in Parlamento ripetuti per due decenni). Negli anni, la capacità del metodo della libertà a passo a passo, ha fatto della UE l’istituzione internazionale meno lontana dai cittadini. Non a caso il meccanismo si è inceppato quando il metodo della libera circolazione e del confronto sperimentale sui risultati, è stato messo di fatto da parte e sostituito dalla cooperazione incapace di scegliere in base alle concrete condizioni reali. In pratica dal pensare possibile svilupparsi, sulle spalle della sovranità dei cittadini europei, privilegiando le burocrazie e i loro disegni prefissati.
Ecco perché non cogliere la lezione di libertà a passo a passo, rende ardua oggi l’impresa, auspicata dalla Bonafé, dell’Europa in cammino. Incombe lo spettro della proposta di riforma costituzionale che la Bonafè voleva. Non contano intenzioni e speranze, contano procedure e mezzi per il convivere accettati dai cittadini.

Raffaello Morelli 

                                                                                                                                  

4 marzo 2018: Liberali, che fare?

Care Amiche e cari Amici,
Che faranno i Liberali dalle ore 07,00 alle ore 23,00 del 4 marzo 2018?
Ho pensato di riportare le voci di alcuni amici più votati alla teoria che alla pratica perché nascondere dette indicazioni "di pensiero" sul voto, credetemi, sarebbe stato come separarvi da un libro giallo mentre state leggendo la pagina che svela l'assassino.
Chiedo scusa se non ho riportato gli interventi di tutti ma, sinceramente, riportare i ragionamenti di liberali che pensano di votare 5 stelle o lega ci porterebbe all'eresia.
Come sempre, ad aprire il dibattito è stato l'impareggiabile Livio Ghersi.


Cari Amici,

penso non sia male uno scambio di opinioni sulle intenzioni di voto. Questa volta non ho ritenuto opportuno scrivere un articolo in argomento,
ma sento l'importanza dell'appuntamento elettorale, al quale non voglio sottrarmi.
Dopo aver riflettuto, ma non più di tanto, considerando le caratteristiche dell'offerta politica, andrò al voto tranquillamente, avendo chiaro cosa devo fare.
Tanto per la Camera, quanto per il Senato, voterò i candidati nei collegi uninominali espressione della coalizione di centro-sinistra.
A Palermo, si tratta di due donne, entrambe del Partito democratico. Che, quindi, non demonizzo, nonostante la forte divaricazione del referendum del 4 dicembre
2016, in cui sostenni convintamente le ragioni del No. Il mio giudizio sull'operato di Gentiloni, come Presidente del Consiglio, è complessivamente positivo.
Tanto più, se valuto le possibili alternative.
Sbarrerò anche il contrassegno di una delle liste collegate, quella di "+ Europa". Non sono radicale e non ho mai nutrito particolare stima
nei confronti di Marco Pannella. Tuttavia, in mancanza di una forza politica dichiaratamente liberale quale io la concepisco, la lista di Emma Bonino
e di Tabacci (ma anche di Andrea Mazziotti, uno dei migliori deputati dell'ex Scelta Civica) rappresenta due istanze che mi sono care: la serietà nella tenuta
dei conti pubblici, nel senso di contenere la propensione all'indebitamento, e la scelta strategica a favore dell'Unione Europea.
Nel ringraziare per l'attenzione, invio un caro saluto

Livio Ghersi
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alla tua indicazione, che condivido, aggiungerei solo un po’ più di convinzione. Questo del 2018 è forse il voto più “facile” degli ultimi decenni. Il cd è in testa grazie all’apporto determinante di Salvini, un moderato sul cui tasso di liberalismo solo Stefano De Luca può scommettere, perché spera in un seggio a Salerno perchè l’unico partito a rispondere alle sue mail è stato la Lega. Siamo ai confini dell’iperbole. Prendi qualcosa di liberale e cerca l’iperbolico contrario e hai Salvini, che purtroppo pesa ben più dell’antica Lega romantica di Bossi. Berlusconi, con la sua corte immutabile ne sarà ben più che condizionato. Quanto ai 5Stelle rispondo all’amico Scarlino, dicendogli che i suoi amici liberali hanno fatto bene a scandalizzarsi. Ma come ti può venire in mente una scelta del genere? Hai una vaga idea di cosa potrebbe capitare a questo Paese, e soprattutto all’Europa (che li ha rigettati in Francia e Germania, cancellati in UK e Olanda) se “quasi” vincesse questa setta di incapaci e irresponsabili? Per la fretta di voler rispondere non riesco ad articolare un ragionamento moderato e pensante. Rispondo solo d’istinto e mi scuso, ma essere signorili sarebbe irrispettoso per se stessi. Anche qui: prendi la democrazia liberale, rovesciala nel suo contrario e hai il “progetto” grillino.

Fedeli e Faraone sono un buon motivo per votare questa gente? Ma la Fedeli almeno ha fatto le scuole elementari….

E comunque si può fare una scelta così importante come quella del 4 marzo – rimettendo in discussione un minimo di ripresa economica e un futuro europeo - solo per “il modo di fare” di Renzi?

Vai a vedere l’elenco delle riforme di questi ultimi 4 anni. Imperfette, insufficienti, manca lo ius soli eccetera, ma che modello civile è quello del reddito di cittadinanza?

Insomma, Adalberto, pensaci bene: anche il mezzo voto per questi qui sarebbe un suicidio. E fai tornare tuo figlio da Londra un po’ più spesso a trovarti. Ne guadagnerà la famiglia e si farà un’idea di come vanno le cose in Italia.

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Non è il caso che mi dilunghi. Concordo con le motivazioni di Livio Ghersi. Sono sufficienti. E non è necessario che ne aggiunga altre che, in questo pericolosissimo momento che attraversa la Democrazia italiana, inducono ogni onesto e serio Liberale a dare il proprio voto ai candidati nei collegi uninominali espressione della coalizione di centro-sinistra.

Una sola differenza, rispetto Livio Ghersi, sul voto alle liste della coalizione di Centro Sinistra. Prima di tutto io ho votato SI al referendum del 4 dicembre 2016. Ma in ogni caso, con un voto democraticamente “utile”, sbarrerò il contrassegno del PD auspicando che questo sia il partito più votato o, meglio, col maggior numero di parlamentari, superiore quindi sia ai 5Stelle che ai 2 principali partiti della Destra. Forza Italia e Lega. E ciò pur condividendo le motivazioni Liberali che idealmente e astrattamente mi porterebbero a preferire il voto per la lista +Europa.

Un caro saluto, e sperando che si eviti il disastro,

25 febbraio 2018 Enrico Lecis Cocco-Ortu

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Nella sostanza concordo con Facchetti, di fronte ai caratteri etnonazionalisti che caratterizzano il centrodestra e al populismo che lo accomuna ai Grillini non esistono più più alibi (per me non ne sono mai esistiti) per i liberali per non collocare il proprio (con i mille distinguo) nell’alveo di quello che resta delle culture fondative della Repubblica e cioè nella coalizione di centrosinistra.
Personalmente poi (anche qui con tutti i limiti dell’operazione) credo la scelta più coerente con la nostra storia sia quella di sostenere l’opzione di Più Europa, l’unica lista che ha ricevuto un endorsement dagli organismi ufficiali del liberalismo internazionale, che se superasse il 3% aprirebbe prospettive nuove ad una rinnovata presenza liberal-democratica nel Parlamento italiano.
Saluti
Valter Grossi
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Non voglio annoiarvi e saro brevissimo: d'accordo con Valter. +Europa con Bonino.

Renato Lupoli
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Rete per la democrazia liberale
“Stiamo assistendo ad un’indecorosa sceneggiata che evidenzia l’inadeguatezza della proposta politica”
La Giunta Esecutiva di RETE PER LA DEMOCRAZIA LIBERALE, presieduta da Enzo Palumbo ha ascoltato ed approvato la relazione del Segretario Politico Pippo Rao sulle elezioni politiche, che si stanno svolgendo tra promesse inattuabili, sovranismi impossibili e mondialismi velleitari, accuse di malaffare e rendicontazioni fasulle, candidati narcisisti che si autonominano premier senza poterlo diventare e propongono ministri altrettanto improbabili, insomma una indecorosa sceneggiata che evidenzia l’inadeguatezza della proposta politica su cui il Paese sarà chiamato a esprimersi il 4 marzo.
L’attuale scenario non ha nulla del confronto politico, che è ormai degradato sino alla riedizione farsesca degli opposti estremismi, senza uno straccio di proposta costruttiva per uscire dalla crisi morale, economica e sociale della società italiana, appesantita da un mostruoso debito pubblico che si autoalimenta e impedisce ogni investimento produttivo, e aggravata dalla prospettiva di affidare le sorti del Paese a parlamentari incompetenti, nominati dai capipartito per occasionale notorietà mediatica o per legami familistici, ufficiali od occulti, e paracadutati qua e là senza alcun legame col territorio che dovrebbero rappresentare.
Quale che sia l’esito elettorale, una cosa è certa: gli attuali partiti hanno come unico obiettivo quello della conquista del potere, e nessuno ha la minima idea di cosa serve per ridare agli italiani speranza nel futuro, per riaccendere il motore della ripresa e invertire il declino.
All’insufficienza della proposta politica, che spinge tanti cittadini all’astensione, si aggiunge lo sconcerto per una legge elettorale che non consente agli elettori di esprimere un voto consapevole, costretti come sono nella trappola perversa del voto congiunto, per cui chi vota per un candidato del collegio uninominale è costretto a farlo anche per una o più liste collegate che non vorrebbe votare, e viceversa; una prospettiva paradossale che, impedendo il voto diretto e libero, invoglia all’astensione che, da fenomeno assolutamente marginale in tutto il corso della prima repubblica, si è ora trasformato in patologia di massa.
I liberali sono convinti che il diritto di voto sia essenziale per una democrazia liberale e sono anche consapevoli che è irragionevole costringere i cittadini a votare per chi non si vuole, contrabbandando per elezione quella che in realtà è una vera e propria nomina dall’alto
E quindi, salve restando comprensibili preferenze personali per qualche candidatura uninominale, sapendo tuttavia che si finisce per votare anche una lista che potrebbe non piacere, all’elettore resta la facoltà di manifestare la propria indignazione annullando volontariamente la scheda con un voto disgiunto per candidature e liste entrambe gradite ancorché non collegate, ovvero scrivendo sulla scheda una qualsiasi frase emblematica di condanna per questa legge liberticida che, dopo due tentativi già bocciati dalla Consulta, rappresenta l’ennesimo furto di democrazia ai danni dei cittadini.
Come liberali, ci sentiamo assolutamente disimpegnati rispetto a queste elezioni farsesche – in cui non c’è niente di vero, salvo il generale tentativo d’impadronirsi di pezzi dello Stato da utilizzare nella successiva trattativa a tutela dei rispettivi interessi – mentre anticipiamo che, a partire dalle prossime elezioni amministrative, lavoreremo per preparare una nuova e seria proposta politica da offrire ai cittadini disorientati e disgustati dalle scene di questi giorni.
Mercoledì, 28. Febbraio 2018 – 11:48
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Astensione o voto?

Lettera aperta all'avvocato Enzo Palumbo

Caro Enzo,

collegandomi al Sito di "Rete liberale per la democrazia liberale", ho letto che, dopo un'assemblea tenuta a Messina, avete deciso, come Movimento, di astenervi dal voto. A quanti proprio non sappiano sottrarsi all'attrazione della cabina elettorale, consigliate di annullare il voto, magari con scritte creative. Non so se la coincidenza è voluta, ma, nella sostanza, avete assunto la medesima linea proposta da Rita Bernardini e dal Partito radicale transnazionale: lo "sciopero del voto". Permettimi di spiegarti perché sono in completo disaccordo.
So quanto Tu, personalmente, hai fatto per arrivare al giudizio di legittimità costituzionale delle due precedenti leggi elettorali: il cosiddetto "Porcellum" e il cosiddetto "Italicum" (legge peraltro rimasta sulla carta, perché mai attuata).
A prescindere dalla meritoria attività che, insieme ad altri, hai svolto per ricondurre le leggi elettorali allo spirito di una sana democrazia liberale, mi permetto di chiederti. La legge n. 270 del 2005, purtroppo, ha trovato applicazione più volte, fino alle elezioni politiche del 2013. In queste occasioni, il cittadino Palumbo ha votato, o non ha votato? Se hai votato, anche soltanto una volta, ti trovi ora in contraddizione con Te stesso. La legge elettorale vigente, infatti, al netto di tutte le sue magagne e di tutti i suoi difetti – inclusa l'approvazione mediante voti di fiducia – resta, comunque, molto meglio del "Porcellum".
Ad esempio, perché contempla i collegi uninominali. Tutti i sondaggi che si sono letti continuano a riproporre l'argomento dell'elettorato spaccato in tre parti, più o meno equivalenti; ciò significa che non hanno tenuto nel debito conto la rilevante novità del ritorno ai collegi uninominali per l'assegnazione di una considerevole quota parte dei seggi. Non sto a spiegarti come funziona il sistema maggioritario in un collegio uninominale, perché Tu, come giurista e soprattutto come persona che ha maturato una lunga esperienza politica sul campo, potresti insegnarlo a me.
La nuova legge elettorale doveva essere approvata dal Parlamento uscente, che era composto da certe forze politiche. Io penso che finché Berlusconi avrà potere e capacità di influenza, non sarà mai possibile approvare leggi elettorali ben fatte. Il cavaliere, infatti, non vuole le preferenze e, soprattutto, vuole predeterminare l'elezione dei parlamentari. Anche se, nel tempo, proprio tanti suoi ex fedelissimi lo hanno tradito. Mi dirai: perché, Renzi non vuole le stesse cose? Sì, ma forse Renzi, per "occhio di mondo", deve fingere di essere più virtuoso di Berlusconi. Quest'ultimo rappresenta per lui l'alibi perfetto: o si fa una legge senza preferenze, senza possibilità di voto disgiunto, eccetera, o non sarà possibile approvare alcuna legge elettorale.
Tieni conto che Berlusconi era contrarissimo alla reintroduzione dei collegi uninominali ed il meccanismo artificioso che è stato trovato (la possibilità che il voto ad una lista collegata valga anche per il candidato nel collegio uninominale, se non si vota per quest'ultimo) è stato concepito appositamente per lui.

Possiamo scrivere leggi elettorali bellissime, sulla carta, ma poi c'è il piccolo problema che qualcuno le deve approvare nel Parlamento. In conclusione, nel caso della legge elettorale "Rosato", non mi scandalizzo e non mi indigno, considerate le condizioni da cui si partiva, ossia i rapporti di forza nel Parlamento uscente. Da modesto cultore della materia elettorale, sono convinto che quanti hanno concepito questa legge stavolta non abbiano fatto bene i loro conti. Secondo me, hanno determinato un meccanismo che non saranno in grado di controllare fino in fondo. L'elemento di incertezza sta proprio nell'esito finale del voto in ciascun collegio uninominale.
Inoltre, penso – e spero – che il meccanismo della legge risulterà penalizzante per il Movimento 5 Stelle. A condizione, però, che le persone in grado di far funzionare la propria testa, vadano a votare.
Viviamo in tempi difficili. La classe politica è pessima. Il problema è che potrebbero venire anche tempi peggiori. Allora, se la situazione è questa, secondo me ciascuno, nel proprio piccolo, deve caricarsi sulle spalle una quota-parte della responsabilità del destino del nostro Paese, ossia del nostro destino. Si sceglie quello che risulta meno pericoloso, tra alternative tutte criticabili e mediocri. Non votare significa, invece, lavarsene le mani: succeda quel che succeda.
Nelle condizioni date, il voto più importante da esprimere è proprio quello per il candidato nel collegio uninominale, tanto per la Camera, quanto per il Senato. Dopodiché si può decidere di sbarrare anche il contrassegno di una lista collegata ed anche questa seconda scelta può determinare non trascurabili effetti politici. Avvalendosi anche di questa seconda scelta, sarà possibile correggere anche l'altra stortura legislativa; mi riferisco alla previsione che il voto attribuito al candidato per il collegio uninominale si traduca automaticamente in un voto anche per tutte le liste collegate che superano la soglia di sbarramento, da ripartire proporzionalmente fra loro.
Scusami davvero se l'ho fatta lunga. Non sapevo rassegnarmi a vedere un vecchio liberale come Te diventare paladino dell'astensione dal voto.
Cari saluti
Palermo, 1 marzo 2018 Livio Ghersi

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Per quanto mi riguarda, barrerò il solo simbolo di + Europa senza entusiasmo e con la speranza che molti disertino le urne poichè, una forte astensione, dovrebbe influire sulle delicate decisioni che dovrà assumere il Capo dello Stato all'esito dellle votazioni.
L'articolo 91 della Costituzione precisa che il Capo dello Stato presta giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione.
L'articolo 56 della Costituzione avverte che la ripartizione dei Seggi alla Camera, fra le Regioni, avviene distribuendoli " in proporzione alla popolazione".
Anche per il Senato, ai sensi dell'art.lo 57, vale la distribuzione dei Seggi in base alla popolazione.
L'articolo 92, al secondo comma, esattamente quello ignorato dal signore onorevole Di Maio, prevede che il Capo dello Stato: prima, nomina il Presidente del Consiglio dei Ministri e solo dopo, ricevuta da questi la lista dei Ministri, nomina anche loro.
Ciò chiarito, che importanza può assumere una percentuale davvero significativa di astensione e di schede da annullare?
Se in buona parte del Paese dovesse registrarsi un forte astensionismo, nessuno potrebbe impedire ai tanti eletti sia alla Camera che al Senato, magari con voti pari a quelli racimolati da un consigliere di quartiere, di prender possesso, come nulla fosse, di uno scranno a Montecitorio o a Palazzo Madama.
Orbene, in condizioni di forte astensionismo, direi in misura pari al 50% degli aventi diritto al voto, il Presidente della Repubblica non violerebbe certo il giuramento di fedeltà alla Repubblica e di osservanza della Costituzione nel dover prendere atto di un risultato elettorale inaccettabile in quanto acquisito - al limite anche solo per alcune Regioni - su un montante di voti validi del tutto irrilevante, traendone le conseguenze con il procedere allo scioglimento delle Camere, o anche di una sola di Esse, secondo le prerogative a Lui concesse dall'art.lo 88 della Costituzione.
Ne riparleremo, ove mai.... il 5 marzo.

Pasquale Dante

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Aprile)

 Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a       Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Sliding doors: porte che si aprono e si chiudono al Quirinale ma quel che non ne esce è una soluzione di governo. Persino Mattarella si spazientisce: ancora qualche giorno e poi farà da solo. L’Europa sta a guardare, perplessa ma non stupita, i mercati non sembrano per ora dare segni di preoccupazione, l’anti-europeismo di Salvini pare isolato anche rispetto alla cautela del movimento Cinque Stelle.
Le novità vengono dal panorama internazionale: Trump continua a spargere incertezze e contraddizioni, dopo l’Estremo Oriente è arrivato il momento del Medio Oriente. Dopo avere annunciato solennemente il disimpegno americano (creando qualche problema ai curdi e agli stessi israeliani) ha improvvisamente scoperto che i siriani di Assad utilizzano i gas e, dopo avere avvertito i russi in modo che i siriani avessero tutto il tempo di spostare il materiale sospetto, ha potuto lanciare i suoi missili su edifici vuoti esibendo finalmente la forza muscolare di cui è titolare. I francesi e gli inglesi si sono subito associati perdendo ancora una volta l’occasione di stabilire una strategia europea concertata. Come già fu per l’Iraq l’uso dei gas appare un pretesto; qualcuno deve avere ricordato a Trump che la vera partita che si gioca in Medio Oriente è quella tra l’asse americano-israeliano e quello sempre più evidente che coinvolge l’Iran e la Russia, con in mezzo la Turchia di Erdogan. Altro che “disimpegno” americano!

Il fenomeno Trump visto da Raffaello Morelli

IL VOTO COME SPINTA AL CAMBIAMENTO

Il giuramento del nuovo Presidente USA conclude un processo elettorale istruttivo non soltanto per gli americani. La sovranità del cittadino non si esaurisce in una scelta tra il progetto voluto da chi ha gestito il potere e il progetto di chi si era opposto. La sovranità del cittadino riguarda anche la scelta della natura del progetto di governo. Come questo caso dimostra.

I cittadini hanno rifiutato sia il programma dei democratici sia il programma dei repubblicani, incluse le rispettive dinastie familiari. Programmi senza dubbio differenti eppure analoghi. Su cosa? Sul praticare il governo secondo i modi, i fini e gli interessi non dei diversi cittadini bensì di quanti impiegati nel far funzionare la macchina istituzionale. In queste elezioni 2016 – in cui c’è stata non per caso la convergenza dei democratici e di importantissimi esponenti repubblicani – i cittadini hanno preferito un progetto di cambiamento strutturale che riportasse la barra sulla sovranità del cittadino. Oltretutto, nel sistema americano dello spoil sistem, ad ogni elezione i dirigenti istituzionali si avvicendano del tutto e quindi i cittadini hanno voluto evitare proprio il solito avvicendamento tra democratici e repubblicani ambedue disattenti al cittadino.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la volontà di cambiamento. Lui non è liberale. E’ un conservatore convinto pur non statico, fautore di meccanismi capitalistici pur senza blocchi ideologici, con forti pregiudizi maschilisti pur non accusato di scorrettezze sessuali. Gli americani hanno preferito questa personalità controversa per cambiare rispetto alle concezioni di governo repubblicane prima e dopo democratiche che hanno spinto gli Stati Uniti ad un regresso tangibile. Sul piano internazionale si è passati dall’incoerente esportazione della democrazia all’incapacità di far fronte alle guerre civili in Medio Oriente e di contrastare il diffondersi dell’ISIS, il tutto nell’ossessione di un’anacronistica guerra fredda con la Russia. Sul piano interno si è passati dalla colpevole mano libera alla gravissima crisi bancaria a metà anni 2000 alla continua perdita di posti di lavoro delle classi medie a vantaggio delle economie dei paesi emergenti e del non abbastanza controllato afflusso di mano d’opera straniera.

In maggioranza i cittadini americani non si fidavano più delle tradizionali ricette di governo dimostratesi inefficaci nei fatti. E hanno scelto uno che assicura il cambiamento con indirizzi protezionistici ma chiari. Ripensare il libero commercio internazionale per riportare le imprese americane ad investire negli USA , far crescere i posti di lavoro incentivando l’economia interna, ristabilire migliori rapporti con la Russia contro il terrorismo della Jihad e per collaborare nei punti di crisi, diminuire gli impegni finanziari nella NATO.

Ed è emblematico il cambiamento sull’annoso contenzioso tra israeliani e palestinesi. Da molti anni le Camere avevano votato che gli USA spostassero la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma un malinteso conformismo diplomatico aveva indotto i Presidenti a non farlo. Trump lo farà e questo non riguarda il Medio Oriente, ma investe il rispetto della sovranità dei cittadini che repubblicani e democratici hanno mostrato di non avere.

Le elezioni USA fanno vedere che i progetti politici sono essenziali nel processo democratico, ma non vanno mai trascurati i risultati della loro applicazione, dato che il fine vero della democrazia non è il voto in sé ma il voto per cambiare davvero e adeguarsi al mondo che muta nel tempo.

Raffaello Morelli

LA SICILIA CHE NON TI ASPETTI

 

Le elezioni regionali del 5 novembre 2017 hanno rappresentato un momento di svolta per la Regione siciliana: infatti, con una significativa novità rispetto a quanto avvenuto nei precedenti settant'anni (a partire dal 1947), il numero dei deputati dell'Assemblea regionale si è ridotto, passando da 90 a 70. Poiché la composizione dell'Assemblea regionale è stabilita direttamente dallo Statuto speciale della Regione, per realizzare questo cambiamento si è reso necessario approvare una legge costituzionale, la legge 7 febbraio 2013, n. 2. Com'è noto, per approvare una legge costituzionale, la Costituzione richiede una doppia lettura da parte di ciascuna delle due Camere del Parlamento e, in seconda lettura, l'approvazione di un testo conforme a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. É importante evidenziare che la procedura per l'approvazione della predetta legge costituzionale è stata avviata con un'iniziativa dell'Assemblea regionale siciliana, una cosiddetta "legge-voto". La Regione, quindi, è stata protagonista della volontà della propria auto-riforma istituzionale. Si è così dimostrato che non è vero che le Istituzioni non si possano riformare; occorre soltanto la volontà politica.

La predetta legge-voto è stata approvata durante la quindicesima Legislatura dell'ARS; quando, per la cronaca, nessun deputato del Movimento Cinque Stelle sedeva fra i banchi di Sala d'Ercole. L'iniziativa fu presentata al Senato il 21 dicembre 2011. Una classe politica regionale meno superficiale avrebbe messo in rilievo questo fatto durante la recente campagna elettorale; tanto per dimostrare ai Cinque Stelle che il mondo non è iniziato con loro e che qualcosa di buono è stata realizzata anche in passato. Venti deputati regionali in meno si traducono in un bel risparmio per il pubblico erario e questo è un dato oggettivo, incontestabile.

La legge elettorale con cui si è votato è la legge regionale 20 marzo 1951, n. 29, come modificata dalla legge 3 giugno 2005, n. 7. Quest'ultima ha disciplinato l'elezione popolare diretta del Presidente della Regione e razionalizzato il metodo di riparto proporzionale dei seggi nei nove collegi provinciali, escludendo dall'attribuzione di seggi le liste che non raggiungano, nella sommatoria regionale dei loro suffragi, il cinque per cento del totale regionale dei voti validi espressi. Anche se molti non lo ricordano, la legge regionale n. 7/2005 fu confermata da un referendum popolare tenutosi il 15 maggio 2005.

L'esito delle elezioni regionali del 5 novembre 2017 dovrebbe essere studiato nei testi che trattano in modo specialistico di legislazione elettorale. Si è, infatti, realizzato il caso, davvero straordinario, che, in costanza di uno sbarramento così alto (cinque per cento), ben nove liste abbiano ottenuto rappresentanza. In particolare, bisognerebbe complimentarsi con i responsabili della campagna elettorale di ciascuna delle liste coalizzate per l'elezione del Presidente della Regione Sebastiano (Nello) Musumeci. Queste liste erano cinque. Hanno ottenuto, complessivamente, il 42,04 % del totale dei voti validi e tutte e cinque hanno superato lo sbarramento. Chapeau! Bisognerebbe togliersi il cappello, perché qui siamo di fronte non a dei professionisti, ma a dei professori universitari in fatto di pratica politica. Alla quarta esperienza con la medesima legge elettorale, le forze politiche siciliane hanno dimostrato di essere diventate espertissime nel suo uso.

Nei collegi provinciali, le cinque liste che sostenevano il Presidente Musumeci hanno conquistato, complessivamente 29 seggi dei 62 disponibili. Poiché non hanno raggiunto quota 42 (ossia, il 60 % del totale dei deputati dell'Assemblea regionale), hanno ottenuto, in aggiunta, tutti i sette seggi della lista regionale collegata. Il seggio del neo-eletto Presidente della Regione più quelli di sei deputati, in ordine alternato fra uomini e donne. La legge elettorale prevede che questa limitata quota di seggi assegnati con sistema maggioritario serva ad incentivare la costituzione di una maggioranza parlamentare. Invece, nel caso in cui la coalizione più votata avesse già eletto più del 60 % dei deputati nei collegi provinciali, i sei ulteriori seggi sarebbero stati assegnati alle liste di minoranza, in proporzione alle loro cifre elettorali, per un riequilibrio della composizione dell'Assemblea.

Quella del Movimento Cinque Stelle è risultata la lista più votata in assoluto. Ha ottenuto 513.359 voti (26,74 %), conquistando 4 seggi nei collegi di Palermo e Catania, 2 seggi in quelli di Agrigento, Messina, Siracusa e Trapani, un seggio nei restanti tre collegi. Per complessivi 19 deputati, ai quali si aggiunge il seggio attribuito a Cancelleri, quale candidato alla carica di Presidente della Regione arrivato secondo. I Cinque Stelle hanno dimostrato di aver appreso come si usano le preferenze: buon per loro che fanno un passo avanti nella strada del realismo e bene per tutti noi perché così la selezione del loro ceto politico, ad opera degli elettori, diventa una cosa più seria. I deputati eterodiretti non ci piacciono.

L'infausto esito della candidatura di Micari è sotto gli occhi di tutti. Il Rettore dell'Università di Palermo ha ottenuto oltre centomila voti in meno rispetto a quelli delle liste che sostenevano la sua candidatura. Viceversa, Cancelleri è stato il più beneficiato dal voto disgiunto, ottenendo 209.196 voti in più rispetto a quelli andati alla lista del Movimento Cinque Stelle.

Commettono un errore, tuttavia, quanti danno per defunto il Partito democratico. Il PD non soltanto conterà 11 deputati in seno all'Assemblea, ma ha eletto deputati in tutti i collegi, 2 in quelli di Palermo e Catania.

Il presidente Musumeci è persona perbene e, nell'interesse della Sicilia, gli auguriamo sinceramente ogni successo. Abbiamo molto apprezzato il riferimento che, nel primo discorso successivo alla sua elezione, ha fatto all'unità d'Italia come valore; musica per le orecchie degli estimatori della tradizione risorgimentale, quali noi siamo. É molto difficile, però, governare con 36 voti su 70. Sussiste la maggioranza assoluta (metà più uno) dei deputati; ma è giusta giusta. Tanto risicata che ogni singolo deputato di maggioranza potrebbe domani esercitare un potere di veto, o di interdizione, sui provvedimenti in discussione.

Il fatto è che non si possono chiedere miracoli alle leggi elettorali. In una condizione di incertezza e di frantumazione delle forze politiche, le maggioranze autosufficienti diventano sempre più improbabili. La simpatica onorevole Giorgia Meloni, Segretaria di Fratelli d'Italia, deve rassegnarsi al fatto che, nell'interesse del bene comune, non solo è lecito, ma necessario, che i parlamentari dialoghino fra loro sul merito dei provvedimenti, senza irrigidirsi in logiche di schieramento.

Per concludere il discorso sulle elezioni del 5 novembre, la Sinistra, tradizionalmente penalizzata nelle tornate elettorali regionali, ha superato la soglia di sbarramento. L'unico seggio va a Claudio Fava. Questa volta la vittima più illustre della regola del 5 % è la lista di Alternativa popolare. Frutto dell'alleanza del partito del Ministro degli Esteri Alfano e degli ex UDC che hanno scelto il centro-sinistra, come il senatore Casini ed il deputato nazionale D'Alia. 80.366 voti, presi nell'intera Sicilia, non sono bastati. Ne occorrevano almeno centomila. Così, tra gli altri, ha perso il seggio il presidente dell'Assemblea regionale uscente, Giovanni Ardizzone. Invece l'UDC di Cesa, rimasta nel centro-destra, ha avuto il 6,96 % dei suffragi e ottenuto 5 seggi nei collegi.

Palermo, 7 novembre 1017                                                                                                              Livio Ghersi

 

Quindici giorni in quindici righe (16 - 30 Marzo)


La crisi di governo continua ad avvitarsi intorno allo scoglio (che appare per ora insuperabile) di Berlusconi. Il movimento cinque stelle non può accoglierlo in una coalizione di governo senza perdere la faccia di fronte al proprio elettorato, la lega di Salvini non può abbandonarlo al suo destino (almeno per ora) per ragioni numeriche ma anche per motivi di convenienza. Il partito democratico (almeno per ora) si tiene lontano dai giochi, registra con stupore gli sgarbi istituzionali dei Cinque Stelle (uffici di presidenza parlamentari, ecc.) e cerca nuovi equilibri interni.
Dopo la pausa di riflessione pasquale la partita sarà giocata al Quirinale ma anche la mediazione di Mattarella non potrà che produrre una soluzione debole e transitoria. Nuove elezioni entro un anno si dimostreranno inevitabili.
In Estremo Oriente Trump è stato spiazzato dalle improvvise aperture negoziali di Kim Il Jong. La  visita a Pechino del leader nord-coreano ha riportato al centro della scena la Cina ma ha anche mostrato la vera posta in gioco: il futuro della Corea del sud. Il disimpegno americano rappresenta per i cinesi una ghiotta occasione per neutralizzare Seul e impedire che si saldi un fronte (potenzialmente anche militare) con il Giappone e Taiwan. Trump non ha scelta: o una precipitosa marcia indietro oppure l’abbandono di ogni politica di contenimento dell’influenza cinese in Estremo Oriente. L’Europa appare immobile nel suo letargo.

LA CULTURA LIBERALE E L'APPUNTAMENTO ELETTORALE DEL 4 MARZO

L'idea di Livio Ghersi é pienamente condivisibile: il 4 marzo si deve andare a votare e, in mancanza di un Partito Politico che rappresenti tutti i Liberali, si dovrà operare una libera scelta fra le opzioni in campo. Come sempre, le riflessioni di Livio spaziano ma hanno anche un altro pregio: quello di farci sentire uniti e determinanti, magari in concorde discordia, ma sempre come teste pensanti in questo nuovo mondo di twittante superficialità  


       La resistenza della cultura liberale
Il prossimo 4 marzo non ci asterremo dal voto. Si tratta di
rinnovare il Parlamento italiano: un appuntamento elettorale
importante, che non mancheremo. Faremo, quindi, il nostro dovere di
cittadini e di elettori. Non abbiamo un partito, meno che mai una
coalizione, di riferimento. Ciò significa che sceglieremo quel candidato
nel collegio uninominale e quella lista (nel collegio plurinominale) che,
dal nostro punto di vista, rappresentano il meglio possibile nel
momento dato, ovvero il meno peggio.
Voteremo con lo stesso spirito che animava gli elettori del
Liberal Party nel Regno Unito, a partire dal secondo dopoguerra. Si
sapeva che, difficilmente, il candidato liberale sarebbe riuscito eletto
nel collegio uninominale in cui si presentava, perché l'elettorato
tendeva a concentrarsi nei due partiti di massa, il laburista ed il
conservatore. Gli elettori liberali però continuavano, tenacemente, a
sostenere il proprio candidato, collegio per collegio. Ad esempio, nelle
elezioni del 1974 per il rinnovo della Camera dei Comuni, il Liberal
Party ottenne il 19,35 % dei voti validi espressi; ma, in applicazione
della legge elettorale maggioritaria, conquistò soltanto 14 seggi. I
cocciuti elettori liberali erano contenti così. Per loro era sufficiente
partecipare, esprimere il proprio punto di vista, ottenere una
rappresentanza che desse loro voce in Parlamento. Poi cambiava poco
se i deputati eletti fossero stati 8, oppure 14, o 20.
Il nostro carattere nazionale è meno saldo. In Italia le
minoranze non suscitano simpatie. Si vuole vincere a tutti i costi e si
suole correre in soccorso di chi appare più forte. Forse, a ben vedere,
non si crede fino in fondo nel metodo democratico; sicuramente, si
crede poco nel sistema rappresentativo. L'elettore medio legge poco,
non coltiva ideali, se ne frega del "bene pubblico" e mira ad obiettivi
precisi: il proprio miglioramento economico, un lavoro per i figli,
addirittura un aiuto per risolvere problemi burocratici. Per la gente
che ragiona così, i politici non sono buoni, né cattivi. Possono essere
soltanto utili (per risolvere i loro concreti problemi), o inutili. Di
conseguenza, i politici non vanno criticati secondo ragionamenti logici
(giusti, o sbagliati che siano), ma combattuti solo in quanto possono
nuocere ai propri interessi immediati.
La critica "pura" è un lusso che noi pochi sopravvissuti di
cultura liberale ci siamo voluti concedere e continuiamo a volerci
concedere, ma che, nella politica "pratica", non porta da nessuna
parte.
Questa volta sceglieremo il candidato e la lista da votare
utilizzando, principalmente, tre criteri: a) affidabilità nella tenuta dei
conti pubblici; b) atteggiamento nei confronti dell'Unione Europea ed
indirizzi di politica estera da proporre in ambito europeo; c)
competenza e serietà circa il modo di affrontare i problemi
fondamentali della civile convivenza, a partire dal servizio di raccolta
e trattamento dei rifiuti solidi urbani.
Con riferimento al primo punto, riteniamo che tutti i partiti
italiani finora più votati non siano affidabili. Questo giudizio negativo
riguarda tanto il Partito democratico, quanto Forza Italia e la Lega (ex
Nord), ed ancor più il Movimento Cinque Stelle. Bisognerebbe usare
aggettivi molto forti (tipo, "cialtrone") per qualificare chi fa a gara nel
promettere forti riduzioni nel gettito dello Entrate dello Stato e degli
altri Enti pubblici (sotto forma di soppressione di imposte e tributi, o
di diminuzione di aliquote), quando la situazione complessiva
dell'economia nazionale vede un debito pubblico che supera il 130 %
del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Ridurre le entrate,
mantenendo invariate le spese, significa aumentare il debito. Non
occorre essere genî dell'economia per intendere questa semplice
regola matematica.
Nel nostro caso non è questione di differenti visioni di politica
economica. Anche un economista assertore della politica keynesiana
dovrebbe, sempre che sia una persona seria, astenersi dal proporre,
per l'immediato avvenire, politiche pluriennali sempre in deficit di
bilancio, che farebbero ulteriormente aumentare il già enorme debito
pubblico. La maggiore responsabilità dei principali partiti italiani
consiste, secondo noi, proprio nell'aver mentito e nel continuare a
mentire agli Italiani circa le conseguenze negative ed i pericoli
inerenti ad un così grande ammontare del debito pubblico.
L'attuale ripresa economica è ancora molto fragile e basterebbe
poco, davvero un semplice stormire di fronde, per riportare tutti gli
indicatori economici a valori negativi. Si immagini, semplicemente, un
diverso indirizzo della Banca centrale europea (BCE), che lasci gli
Stati membri meno tutelati nel rapporto con i mercati finanziari, per il
periodico collocamento sul mercato dei titoli del debito pubblico.
Continuare ad immaginare politiche economiche in deficit di
bilancio è, indubbiamente, facile. Proprio un bello sport. Che potrà
essere praticato finché altri ci consentiranno di continuare a
praticarlo. Con buona pace dei nostri "sovranisti". In un'economia
globale sul piano planetario, nessuno è più davvero sovrano. Con
poche risorse e molto debito si è in balìa degli altri. Altro che sovrani!
Noi abbiamo letto ed apprezzato economisti ed uomini di Stato
quali Quintino Sella, Silvio Spaventa, Luigi Einaudi. Si tratta di una
vera e propria scuola di pensiero, suffragata da esperienze storiche.
Quando gli Italiani comprenderanno, finalmente, che non tutti i
politici sono uguali? A chi volesse fare un sintetico ripasso della
materia, ricordiamo che l'articolo 81 della Costituzione, nel testo
vigente, recita al primo comma: «Lo Stato assicura l'equilibrio tra le
entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi
avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». L'equilibrio tra le
entrate e le spese del bilancio è, dunque, non una nostra opinione,
ma un valore costituzionale da perseguire.
La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, fu approvata da
entrambe le Camere con una maggioranza superiore a due terzi dei
componenti. Nella votazione finale alla Camera dei Deputati (6 marzo
2012) votarono a favore 489 deputati. Per raggiungere la
maggioranza di due terzi ne sarebbero bastati 420. Nella votazione
finale al Senato della Repubblica (17 aprile 2012) votarono a favore
235 senatori. Per raggiungere la maggioranza di due terzi ne
sarebbero bastati 214, includendo nel computo pure i senatori a vita.
Eppure oggi quella legge costituzionale sembra figlia di nessuno.
Quasi fosse stata imposta da Mario Monti. Al che noi rispondiamo:
lunga vita (anche politica) a Mario Monti. Rara persona seria.
Così come dovrebbero vergognarsi quanti imputano la riforma
delle pensioni alla persona fisica dell'ex ministro Elsa Fornero.
Per mancanza di spazio, non possiamo argomentare, come
vorremmo, gli altri due punti.
Con riferimento al secondo punto, è dal diciottesimo secolo che
si ragiona in termini di "storia universale". Valga, a questo proposito,
il Saggio sui costumi e lo spirito delle Nazioni di Voltaire. Il filosofo
Karl Jaspers, nel suo Origine e senso della storia, ricorda che le più
antiche alte civiltà conosciute erano tutte extraeuropee: l'Egitto, la
Mesopotamia, l'Indo, la Cina. Per quanto riguarda poi il periodo che
lui definisce "assiale" (intorno al 500 avanti Cristo), un solo popolo
europeo, i Greci, fu protagonista di quel fiorire della cultura umana.
Poi vengono in considerazione la Cina di Confucio e di Lao-tse, l'India
delle Upanishad e di Buddha, l'Iran di Zarathustra e la Palestina
ebraica con profeti quali Elia ed Isaia.
Siamo felici ed orgogliosi di essere europei, ma l'Europa non
risolve in sé il mondo. Tutti i popoli meritano rispetto; tanto più quelli
che vantano tradizioni millenarie. Con buona pace di Angelo
Panebianco, si può essere convinti che il presidente Trump costituisca
una sciagura per gli Stati Uniti, senza per questo diventare
antiamericani. Si può pensare che la politica del governo israeliano
presieduto da Benjamin Netanyahu sia caratterizzata da un
nazionalismo ottuso e non per questo diventare antisemiti. Si può
provare rispetto ed amicizia nei confronti degli Arabi, dei Persiani, dei
Turchi, perché quei popoli sono a noi legati da mille legami culturali
nella ricchissima storia del Mar Mediterraneo; e ciò
indipendentemente dai regimi politici che oggi governano quei Paesi.
Lo stesso dicasi per la Russia. Essere liberali in politica estera
significa seguire gli ideali di Immanuel Kant; mentre l'articolo di
Panebianco titolato L'Europa vicina ai regimi (nel quotidiano Corriere
della Sera del 14 gennaio 2018) è un perfetto compendio delle
posizioni più sbagliate.
Il nostro auspicio è che l'Europa – che concepiamo come unione
federale di popoli liberi – operi come fattore di equilibrio e di
moderazione nello scenario internazionale.
Quanto al terzo punto, la regola aurea di una sana
amministrazione è che i rifiuti urbani vengano trattati, riciclati nei
limiti in cui ciò è possibile, ed eliminati nella stessa area geografica in
cui sono raccolti. É semplicemente pazzesco che i rifiuti siano
trasferiti in altre aree geografiche, in altri Paesi, in altri continenti.
Spostare i rifiuti determina un costo economico aggiuntivo per i
cittadini e rappresenta un costante pericolo di inquinamento
ambientale e di traffici illeciti (con danni incalcolabili per la salute dei
cittadini che vivono nelle aree di destinazione finale di rifiuti trattati in
modo non appropriato).
Le "anime belle" che si preoccupano dei rischi derivanti
dall'incenerimento dei rifiuti, non si preoccupano delle vere e proprie
devastazioni del territorio che derivano dal proliferare incontrollato di
discariche. Mille volte meglio che vengano realizzati
termovalorizzatori, costruiti secondo le più moderne tecnologie e
sottoposti a costante controllo circa la manutenzione e la periodica
sostituzione dei filtri. Ciò determinerebbe un salto di qualità nella
selezione del personale: servirebbero ingegneri, tecnici di scienze
ambientali. Ossia, personale sempre più qualificato, per rendere un
servizio adeguato alla tutela dei beni primari della salute collettiva e
dell'igiene ambientale. Anche in questa materia incontriamo i
demagoghi che fantasticano di "rifiuti zero", negando la realtà.
Palermo, 14 gennaio 2018
Livio Ghersi

Quindici giorni in quindici righe (16 - 28 Febbraio)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


La campagna elettorale non ha prodotto sostanziali novità. Malgrado gli endorsement di Prodi e di Enrico Letta (o forse proprio per questo) Renzi non ha fatto ciò che tutti gli consigliavano: indicare sin d’ora Gentiloni alla presidenza del Consiglio. La candidatura di Tajani da parte di Berlusconi appare debole e poco convincente. L’apertura di Grasso a un “governo di scopo” con PD e FI per modificare la legge elettorale è stata accolta con freddezza. Di Maio stila la sua lista dei ministri e la manda al Quirinale perché Mattarella ne prenda debita conoscenza. Sembra un gioco, purtroppo non lo è. E’ vero invece che tutti pensano a una inevitabile seconda tornata elettorale l’anno prossimo.
Intanto però il discorso della Merkel alla convenzione del suo partito ha dato il via al rilancio dell’integrazione europea; se l’accordo tra socialisti e democristiani verrà ratificato anche dagli iscritti del partito socialista il nuovo governo tedesco sarà varato in pochi giorni e sarà probabilmente seguito da un vertice con Macron. La trattativa per la Brexit nel frattempo sta impantanandosi; la proposta di Corbyn di virare decisamente verso un’area di libero scambio regolata dalle norme comunitarie (sul modello norvegese) fa uscire dal limbo i laburisti ma mette in difficoltà la premier May, alle prese anche con la questione irlandese.
In Siria l’arroganza di Assad che impedisce la tregua stabilita dall'ONU anche dopo l’ultimatum russo purtroppo non fa notizia; difficile spiegarlo alle centinaia di civili innocenti massacrati in una guerra spietata per la spartizione delle spoglie dell’ISIS. Una vergogna.

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

P.L.I. – Liberale o Leghista?

Scusate, m'ero sbagliato.... rivisitando www.liberalequalunque.com  mi sono imbattuto in uno scritto del prof. Chiarenza dedicato proprio alla vicenda relativa alla allenanza elettorale che vede uniti il PLI di Morando e de Luca e la Lega di Salvini. Riporto lo scritto a completamento delle sovrastanti Sue 15 righe.... ( P. Dante)


Quella gloriosa L che al centro della sigla PLI campeggiava nel tricolore del glorioso partito fondato da Croce ed Einaudi dopo la seconda guerra mondiale significava appunto “liberale”.
Durante la prima repubblica il partito ha subito cambiamenti, trasformazioni, scissioni, ricomposizioni. Sempre però tenendo ferma la distinzione tra cultura liberale e nazionalismi conservatori (talvolta reazionari) che del simbolo liberale tentavano di impadronirsi; lo stesso Malagodi, che certo progressista non era, rifiutò sempre le ambigue offerte per la creazione di una “grande destra” con i missini e gli ex-monarchici, ribadendo più volte che un partito liberale – secondo l’insegnamento crociano – non poteva che collocarsi al centro dello schieramento politico. Nella seconda repubblica I liberali, si sono divisi nella scelta di campo scommettendo su due illusioni: quella di chi credeva nel “partito liberale di massa” promesso da Berlusconi, e l’altra, opposta ma non meno infondata, di chi pensava che sotto le fronde dell’Ulivo ci fosse spazio sufficiente per una cultura politica liberale. I nomi li ricordiamo tutti (almeno quelli della mia generazione e di quelle immediatamente successive): Martino, Biondi, Urbani, Pera nel primo caso; Zanone, Marzo, Morelli nel secondo. Un caso a sé ha rappresentato la decisione di Stefano De Luca il quale, raccogliendo il simbolo massacrato del partito, ha tentato di tenerlo in vita con equilibrismi non sempre compatibili con la sua tradizione.
Salvini liberale?
Leggo ora sui social network che il PLI presenterebbe suoi candidati nella Lega di Salvini. Spero di essere smentito ma non mi faccio illusioni. Dopo avere pericolosamente attraversato alleanze con Berlusconi e con la Meloni non mi stupisce questo nuovo approdo del PLI. Ognuno fa le sue scelte e chi è liberale rispetta sempre quelle degli altri anche quando non le condivide. Ma non posso evitare di esprimere la mia profonda amarezza nel vedere un simbolo che ha contrassegnato il mio impegno giovanile finire confuso con un partito come la Lega che di liberale non ha nulla, non solo per la sua storia ma anche per le caratteristiche programmatiche che Salvini gli ha imposto: contro l’Europa sovranazionale, contro l’apertura dei mercati, contro gli immigrati (con evidenti connotazioni razzistiche), contro la riduzione del debito pubblico.
Senza scomodare Zanone che si è fatto cremare, temo che Einaudi, Croce, Malagodi, Martino (Gaetano), e tanti altri si rivolterebbero nella tomba, non per altro, soltanto per non guardare.

31 gennaio 2018                                                   Franco Chiarenza


L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Marzo)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a     Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le elezioni politiche del 4 marzo hanno confermato le previsioni: sarà difficile costituire una maggioranza di governo. Intanto è cominciato il confronto – presumibilmente lungo e complicato – tra le forze politiche. Le palle di fuoco che i contendenti si sono scambiate durante la campagna elettorale potrebbero lasciare tracce indelebili. Per il momento il partito democratico si è giustamente fatto da parte e si lecca le ferite in attesa di decidere quale strada dovrà imboccare per tornare al potere. Renzi si è dimesso e Maurizio Martina (suo fedelissimo) ha assunto provvisoriamente la segreteria. Il primo appuntamento istituzionale, dopo la costituzione dei gruppi parlamentari, sarà l’elezione dei presidenti delle Camere.
All'estero tre sono gli avvenimenti di rilievo: negli Stati Uniti le dimissioni di Tillerson dalla segreteria di Stato e la nomina al suo posto di Mike Pompeo che ha fama di estremista di destra, in Germania la formazione del nuovo governo Merkel, fortemente condizionato non soltanto dalla forte presenza socialista ma anche da fermenti anti-europei presenti nel suo stesso partito, e infine l’uccisione a Londra di un altro dissidente russo che ha provocato uno scontro senza precedenti tra i governi di Londra e di Mosca con il conseguente raffreddamento delle relazioni diplomatiche che riporta sull'Europa ombre che non si vedevano dai tempi della guerra fredda.

Le 15 righe del prof. Franco Chiarenza

Grazie davvero a Franco Chiarenza per la capacità di riassumere, in poche righe, gli eventi significativi degli ultimi 15 giorni. Di seguito, la Sua sintesi per i giorni dal giorno uno al giorno quindici di gennaio 2018. Le sintesi del prof. Chiarenza sono pubblicate su  www.liberalequalunque.com 

In qualche modo l’Europa si muove. Il movimentismo di Macron si distingue da quello dei suoi predecessori per essere chiaramente europeista; il patto proposto all’Italia per allargare a tre l’intesa franco-tedesca (operativa da oltre cinquant’anni) ha trovato naturalmente in Gentiloni e Mattarella interlocutori attenti ma ovviamente condizionati dall’esito delle elezioni ormai imminenti.   In Germania l’accordo di governo tra democristiani e socialisti sblocca la situazione di stallo, nella speranza che l’intesa non venga respinta dalla base dell’SPD. In America Trump, pressato da una stampa ostile, passa da una gaffe all’altra e si muove disordinatamente in un crescendo di passi avanti e passi indietro; il resto del mondo, sempre più sconcertato, sta a guardare.

In Italia la campagna elettorale non registra nulla di nuovo: continua la valanga di promesse irrealizzabili tra la generale indifferenza dell’opinione pubblica che vorrebbe invece conoscere quali concrete soluzioni si propongono per la soluzione dei problemi del Paese. Unica novità la rinuncia di Maroni a candidarsi in Lombardia; un’occasione unica per la sinistra che verrà vanificata dalle sue divisioni regalando ancora una volta la Regione alla Lega. Sulla rinuncia di Maroni e sulla sua separazione da Salvini le illazioni si sprecano: tra le altre quella di un accordo con Berlusconi per la leadership del centro-destra.
 
Franco Chiarenza
14 gennaio 2018

L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

Beppe Grillo e l'ALDE

 

Beppe Grillo chiede agli iscritti al Movimento Cinque Stelle di pronunciarsi sulla collocazione futura dei parlamentari europei del Movimento e, in particolare, su una loro possibile adesione al Gruppo parlamentare dei liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo.
Immagino che non avrebbe promosso una consultazione degli iscritti tramite Rete se prima non avesse raggiunto una qualche intesa preventiva con i vertici dell'ALDE; il che significa che Guy Verhofstadt, attuale presidente del Gruppo dei Liberal-democratici, deve essere, non soltanto informato della questione, ma anche non ostile pregiudizialmente.
Forse non siamo molti in Italia ad essere interessati alle vicende dell'ALDE; che, ricordiamo, al momento non è il riferimento politico di alcun partito rappresentato in almeno una delle due Camere del Parlamento italiano. L'Italia ignora i liberal-democratici dell'ALDE, come hanno clamorosamente dimostrato le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, quando la lista denominata Scelta europea, promossa proprio da Verhofstadt, ottenne soltanto 196.157 voti (0,71 %).
Continuano a seguire con attenzione quanto i liberal-democratici fanno al Parlamento Europeo soltanto quei non molti, tra liberi intellettuali ed ex politici di professione, che continuano a rivendicare orgogliosamente la propria identità culturale liberale, o repubblicana, o federalista europea. C'è, invece, un numero ragguardevole di liberali destrorsi, già berlusconiani, o tuttora tali, che di un gruppo minoritario come quello dell'ALDE non ha mai saputo cosa farsene: questi liberali destrorsi sono realisti e sentono il richiamo del potere. Il loro punto di riferimento, passato e presente, resta saldamente il Gruppo del Partito Popolare Europeo. Qualcuno potrebbe obiettare che l'anima storica di quel gruppo è cristiano democratica, certamente non laico liberale. Queste, tuttavia, sono questioni di logica politica che, in un mondo di apparenza, di messaggi semplificati, di comunicazione eterodiretta, non devono interessare il vasto pubblico. Il liberale berlusconiano risolverà il problema con un approccio sincretico: definiamoci "liberal-popolari" e non se ne parli più.
Ora Beppe Grillo, per sue strategie politiche, per suoi tornaconti pratico-utilitaristici, viene a scuoterci dalle nostre malinconie liberali e repubblicane. Non mancano le reazioni indignate ed è perfettamente logico e comprensibile che ci siano. Cito per tutti l'amico Pasquale Dante, animatore del Movimento politico culturale "Agorà liberale", che ha inviato una lettera di vibrante protesta proprio a Verhofstadt: Dante, ricorda, fra l'altro, che, in occasione di un appuntamento molto importante per il nostro Paese, le elezioni dell'Assemblea Costituente nel 1946, il liberale Benedetto Croce, al tempo presidente del PLI, non volle fare un'alleanza elettorale con i Qualunquisti di Guglielmo Gianninini. Tutto vero; ma anche a questo argomento si potrebbe replicare che stiamo parlando di Benedetto Croce e che nell'Italia del 1946 c'era ancora un numero sufficiente di persone in grado di comprenderne gli ideali ed i ragionamenti. Vedete qualche Benedetto Croce in giro nell'Italia odierna?
Il Movimento Cinque Stelle ritiene insufficiente la democrazia parlamentare rappresentativa e punta sulla democrazia diretta. Vuole abolire il principio costituzionale secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (articolo 67 Cost.). L'idea del parlamentare che non può andare oltre la delega ricevuta e che è tenuto a sottostare alla disciplina di partito può sembrare attraente soltanto a chi non veda al di là del proprio naso. Quando, il 29 agosto del 2013, la Camera dei Comuni del Regno Unito respinse, con 285 voti contro 272, la mozione presentata dall'allora Primo ministro David Cameron che chiedeva un intervento militare in Siria, risultarono decisivi 30 deputati conservatori e 9 deputati liberal-democratici, i quali votarono in dissenso rispetto ai gruppi di appartenenza. Si preferisce che nelle grandi questioni di coscienza, com'è appunto quella di decidere se fare una guerra, i parlamentari siano soltanto numeri che si sommano, secondo le direttive dei partiti? Se sono soltanto numeri, tanto vale non farli nemmeno votare: che votino soltanto i capigruppo! La nostra idea di democrazia liberale è decisamente diversa: in ogni contesto è la singola persona, con la sua testa e con la sua coscienza, a fare la differenza.
Noi liberali siamo altra cosa rispetto ai Cinque Stelle e non è possibile alcuna mescolanza strutturale. Ciò non esclude che si possano trovare occasionali convergenze per l'approvazione di singoli provvedimenti; prassi che in un libero Parlamento va seguita nei confronti di tutti i gruppi rappresentati. Non deve mai, quindi, essere motivo di scandalo.
La verità è che anche il Gruppo parlamentare dell'ALDE è politicamente debole: per la mancanza di un orientamento chiaro, prima che per l'esiguità dei numeri. In passato era un partito sovranazionale, l'Internazionale liberale, a preoccuparsi di fare chiarezza ideale e programmatica e a dare la linea. Il Gruppo dei liberal-democratici è una creatura relativamente recente, che risale alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, nel 1976. Allora si chiamava gruppo dell'ELDR ed il presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi, riuscì a fare in modo che vi aderissero anche i repubblicani italiani di Ugo La Malfa.
Il Gruppo parlamentare è sempre stato occasione di convergenze politicamente discutibili, per l'unico obiettivo di determinare una massa numerica che potesse pesare di più negli equilibri parlamentari. Così, in passato, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Prodi, di Rutelli e di Enrico Letta: certamente tutti amici dei liberali, ma con la chiara consapevolezza di avere un'identità diversa da quella dei liberali. Ciò che è peggio, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Di Pietro, ossia l'Italia dei Valori.
Ecco, la vicenda del Movimento Cinque Stelle ricorda da vicino il precedente di Italia dei Valori. Che fu motivo di equivoci e di fraintendimenti anche per qualche liberale, il quale riteneva, magari in assoluta buona fede, ma a torto, che l'adesione all'ALDE significasse qualcosa nella sostanza.
Ora, grazie a quel precedente, sappiamo che, anche se l'accordo con il Movimento Cinque Stelle andrà in porto, si tratterà di un fatto di mera tattica parlamentare, roba da politica politicante.
Se liberali, repubblicani, federalisti europei, aspirano a qualcosa di diverso, si diano loro una mossa.
Palermo, 9 gennaio 2017

Livio Ghersi

Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Quindici giorni in quindici righe (16 - 31 Gennaio)

E' davvero un piacere leggere la sintesi del prof. Chiarenza e dunque, sino a quando non saremo diffidati dal pubblicare i Suoi sintetici scritti, continueremo a riportarli in evidenza. In verità, durante questi ultimi 15 giorni è accaduto anche dell'altro,  roba che il prof. Chiarenza, volando alto, comprensibilmente, non ha preso in alcuna considerazione. Mi riferisco alle intese fra i Liberali del PLI di Morando e de Luca e la Lega di Salvini.... Sul web s'è scatenato un pandemonio... Se disponessimo di un Partito Politico vero con un voto per ogni reciproco insulto che i Liberali si sono inviati a partire da un secondo dopo la pubblicazione della singolare alleanza, avremmo la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento. Sta di fatto che siamo imbattibili nel polemizzare ma straordinariamente pigri nel più faticoso compito di rimboccarci le maniche e scendere in piazza per diffondere, urbi et orbi, il nostro credo. Comunque sia, poiché dubito fortemente che a raccoglier consensi liberali possano essere Salvini ed i suoi seguaci, mi domando quanti liberali andrebbero a rappresentare gli eventuali eletti del PLI alla Camera o al Senato. La risposta, come ovvio, é : " nessun Liberale" . Stando così le cose, l'impressione che il PLI darà agli elettori, non potrà essere altra se non quella d'avere giocherellato con la Politica, passatempo al quale, riesaminati i nostri trascorsi, non supponevo avessimo attitudine e che può servir solo a complicarci l'esistenza. Ciò detto, torniamo a volare alto con il prof. Chiarenza e ricordiamo che potete trovare i Suoi scritti su: www.liberalequalunque.com ( P. Dante)


La politica interna è dominata dalla campagna elettorale per le elezioni politiche. I toni si sono un po’ raffreddati dopo che tutti i media (compresi i social) hanno abbondantemente ironizzato sulla gara delle promesse irrealizzabili in cui tutti i contendenti si sono profusi. Resta tuttavia l’impressione che le differenze all’interno dei due schieramenti (sinistra e destra) tendano ad aumentare fino al punto di rendere difficile una coabitazione dopo le elezioni. Il movimento cinque stelle malgrado l’evidente disimpegno di Grillo mantiene nei sondaggi una posizione preminente e Di Maio continua la sua campagna di rassicurazione nei confronti dei “poteri forti” nazionali e internazionali raccattando all’insegna della “competenza” personaggi provenienti dalle più disparate esperienze professionali e politiche.
Anche la politica internazionale attraversa un momento di stallo. L’Europa attende la formazione del nuovo governo tedesco e l’esito delle elezioni italiane a cui tutti guardano con apprensione. In America e in Asia continua il palleggio a fasi alterne tra Trump e la Cina mentre la minaccia nord-coreana sembra – come era prevedibile - ridimensionata. Anche la Russia attraversa un periodo pre-elettorale: non è in discussione la vittoria di Putin ma dalle sue dimensioni si potrà capire quanto il suo potere sia stabile. In Medio Oriente si agita, al momento, soltanto la Turchia preoccupata dello spazio politico e militare che, dopo la fine dell’ISIS, potrebbero occupare i curdi.

31 gennaio 2018                                                 Franco Chiarenza

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

Del governo a 5 Stelle.

 Come sempre, la analisi di Livio Ghersi non fa una piega. Da leggere subito

Consideriamo le otto regioni dell'Italia meridionale ed insulare: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. Nelle elezioni della Camera dei deputati, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 76 collegi uninominali su 80. Nelle elezioni del Senato, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 37 collegi uninominali su 39.

Come era logico che accadesse, con il sistema maggioritario in collegi uninominali l'Italia non è risultata tripolare, ma bipolare, perché uno dei tre poli di partenza, in questo caso il centro-sinistra, è uscito fortemente ridimensionato. Noi avevamo sperato, invece, che ad essere ridimensionato fosse il Movimento 5 Stelle che consideravamo partito di protesta, privo di reale radicamento.

Il problema è che il 4 marzo 2018 il vento della protesta è stato incontenibile, anche se localizzato soprattutto al Sud.

Consideriamo altre zone geografiche, di cui conosciamo i risultati definitivi. In Lombardia la coalizione di centro-destra ha conquistato, per la Camera, 34 collegi uninominali su 37 e, per il Senato, 17 collegi uninominali su 18.

Le ex regioni "rosse", Toscana ed Emilia-Romagna, non sono più rosse (ma questa non è una novità). Per la Camera, la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 16 collegi uninominali su 31, mentre gli altri 15 collegi sono andati alla coalizione di centro-destra. Per il Senato, nelle medesime due regioni la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 7 collegi uninominali su 15, mentre la coalizione di centro-destra ne ha conquistati 8.

A tre giorni di distanza dal voto, purtroppo non possediamo ancora i risultati definitivi in termini di seggi, ma è già chiaro che né il centro-destra, né il Movimento 5 Stelle possono avere una maggioranza numerica nei due rami del Parlamento. Anzi, sono entrambi lontani dal poter disporre di una maggioranza.

Tutte le tensioni, conseguentemente, si scaricano sul terzo raggruppamento, che fa capo al Partito democratico. Ho ascoltato il discorso con cui Renzi ha motivato le sue dimissioni dalla carica di Segretario del PD e, pur non essendo un suo estimatore, ho apprezzato la linea che ha enunciato: passaggio all'opposizione, senza sbandamenti a sostegno di questo e di quello.

Stanno venendo allo scoperto esponenti del Partito democratico pronti ad immaginare un sostegno esterno ad un governo espresso dal Movimento 5 Stelle. Sono per lo più meridionali, in particolare pugliesi e siciliani, ma non soltanto meridionali. La cosiddetta "sinistra" del Partito pensa di avere più cose in comune con i 5 Stelle, di quante ne possa avere con la Lega di Salvini.

Ciò induce a riflettere su che cosa sia il raggruppamento che fa capo a Di Maio. É vero che è stato massicciamente votato da elettori che, in precedenza, votavano per il Partito democratico e si consideravano "di sinistra". Tuttavia, il Movimento 5 Stelle, ricondotto alle teste pensanti che lo dirigono ed al suo ceto politico, non è una formazione "di sinistra". Somiglia, piuttosto, ai partiti "acchiappatutto", che abbiamo ben conosciuto. In particolare, secondo l'esperienza storica, sono partiti "acchiappatutto" quelli che si riconoscono in un'ideologia nazionalista (la Nazione sta al di sopra delle classi sociali) e quelli che fanno leva sul rancore sociale e, quindi, sono pronti a cavalcare tutte le proteste, anche di segno contraddittorio fra loro.

Come meridionale, non soltanto non mi sento gratificato dal fatto che oggi esista un così forte partito del Sud, ma mi aspetto il peggio proprio per il mio Sud. Che da noi esistano motivi validi per alimentare il rancore sociale, è fuori discussione. Sono in crisi i due tradizionali motori della raccolta del consenso clientelare: la spesa pubblica e l'impiego (ossia, il "posto" sicuro) nelle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, qualche "posto" da dare ancora c'è. La cosa che fa letteralmente impazzire la gente è che questo ambitissimo posto venga attribuito sempre a chi è "figlio di", o "amico di", al di fuori di ogni logica meritocratica; anzi, il più delle volte, in evidente spregio alla meritocrazia. Così, per uno che viene accontentato, mille si sentono offesi e covano un rancore e una rabbia montanti.

Non scambiate tutto questo per "ansia" di giustizia sociale. La mentalità predominante è individualistica. Qualora si aprisse uno spiraglio per dare il posto al proprio figlio, o figlia, al proprio genero, o nuora, immediatamente cambierebbe la considerazione nei confronti degli uomini di governo e degli amministratori: questi diverrebbero subito bravi e illuminati. Quello che manca – e ciò è disperante – è il senso della buona gestione del pubblico denaro e della buona amministrazione della cosa comune. Se, ad esempio, un uomo di governo si occupasse davvero, con onestà, della gestione dei rifiuti urbani, trovando una soluzione per evitare che gli autocompattatori debbano percorrere un centinaio di chilometri in autostrada per conferire i rifiuti in discariche sempre più lontane, e per di più pagando i soggetti privati che hanno la concessione delle discariche, allora quell'uomo di governo verrebbe visto come un alieno. In nome dell'ecologia, guai parlare della costruzione di termovalorizzatori. In nome dell'economia di mercato (quando serve a soddisfare interessi privati, anche l'economia di mercato può essere evocata come un valore), è evidente che la gestione delle discariche debba essere affidata a soggetti privati. Mentre il potere pubblico deve limitarsi a "controllare" che i concessionari rispettino tutte le normative in materia di trattamento dei rifiuti (risate omeriche).

Così la regola diventa quella delle mazzette a chi deve assegnare l'appalto per la gestione delle discariche e delle mazzette a chi deve poi dimenticarsi di fare verifiche e controlli. Salvo poi organizzare convegni sulla diffusione del fenomeno della corruzione.

Ogni tanto si scopre che la criminalità organizzata fa lucrosi affari nel settore dei rifiuti. Ma va?

Il Movimento 5 Stelle può modificare questo andazzo? Pensiamo proprio di no. Il tutto si risolverà unicamente in un ascensore sociale che consentirà ad un ristretto numero di persone, finora fuori dai giochi, di entrare a far parte del ceto politico con funzioni di rappresentanza, di amministrazione e di governo. Potere finalmente guardare dall'alto in basso quelli che, per nascita e per relazioni, finora hanno addentato la polpa della vita: questo il vero programma politico!

Fateli governare consecutivamente per cinque anni e poi vedrete se, a loro volta, non saranno travolti dalla protesta sociale. Il problema è: dopo cinque anni, che cosa resterà della nostra Italia?

Temo che sinistra di cultura post socialista e Movimento 5 Stelle possano accordarsi su una politica economica basata sulla spesa in deficit. Il povero Keynes, che era un economista bravo e degno del massimo rispetto, qui c'entra poco: muovendo da un debito pubblico che supera il 130 % del PIL (Prodotto interno lordo), nessun economista keynesiano serio si avventurerebbe sulla strada dell'espansione massiccia del deficit, quindi del debito.

Qui si fantastica, invece, di un reddito di cittadinanza, di entità consistente, che poi si sommerebbe inevitabilmente al lavoro in nero (tanto, chi controlla?).

Il Presidente della Repubblica si troverà a svolgere un ben difficile compito; nessuno vorrebbe essere nei suoi panni.

Per quanto direttamente ci riguarda, noi pochi liberali di tradizione risorgimentale siamo abituati ad essere minoranza. Dopo il 4 marzo 2018 lo saremo ancor di più. Del resto, il consenso sociale espresso per i 5 Stelle, soprattutto dalle generazioni più giovani, rispecchia perfettamente lo scadimento qualitativo del sistema scolastico pubblico. Riformatori di centro-sinistra e di centro-destra hanno dato il meglio di sé per scassare definitivamente la Scuola pubblica. Niente cultura "nozionistica", ridimensionamento progressivo dell'importanza di materie quali storia, geografia, filosofia, lingua latina, promozione garantita comunque a tutti. Fino all'alternanza fra scuola e "lavoro": qualunque cosa va bene pur di non studiare seriamente. Davvero complimenti, ed ora non stupitevi che un Di Maio possa essere scambiato per un uomo di Stato!

Cercheremo di resistere, di restare in sintonia con le dinamiche dell'Unione Europea, ma è bene iniziare ad attrezzarsi per svolgere un'opposizione all'altezza delle emergenze che viviamo.

Palermo 7 marzo 2018                                         Livio Ghersi



IL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO PROTAGONISTA DELL'ULTIMO LIBRO DI QUAGLIENI

Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell'Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell'attività del Centro "Mario Pannunzio" di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro. Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l'ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di "Maestri e amici". Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l'espressione "Le radici".

Dare un'idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c'è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all'Autore sembra l'essenziale, non c'è alcuna nota bibliografica. L'assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.
Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell'Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L'impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli "Incontri" di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l'Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un'opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).
Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell'utile»; mentalità espressa in una forma anch'essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.
Non penso sia un caso che la sezione "Le radici" si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell'Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall'iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire "anarco-capitalismo". Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L'Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell'equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all'attuale andazzo dell'economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l'economia. Così l'Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti "derivati", quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti "credit default swaps" (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l'obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.
Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell'esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini "laicismo" e "laicità". Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d'intransigenza e d'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della "laicità" correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d'accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi "laici", nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d'azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un'altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell'opinione pubblica.
In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio e "Il Mondo", uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra "colonna" de "Il Mondo", il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell'occasione, Pannunzio scrisse, tra l'altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al "Mondo" e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.
Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite "formali" e "borghesi". Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell'intellettuale pugliese: ridimensionare l'influenza che Croce aveva esercitato nell'opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall'altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.
Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d'Italia e l'iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s'impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.
In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un'Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l'attuale fase di decadenza.
Palermo, 22 marzo 2017

Livio Ghersi

Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

Per Femen, invece, finisce tutto oggi stesso

Non abbiamo mai avuto e mai avremo alcunché da condividere con la politica di Silvio Berlusconi, ma che una giovane ragazza - più o meno vestita poco importa - balzi sul tavolo innanzi un uomo avanti negli anni che si reca a votare per dirgli che la sua fine è ormai prossima, ci fa ribrezzo.

Nessuna lezione di civiltà umana e men che mai politica, potremo, da ora e per il futuro, ricevere da organizzazioni che, calpestando inutilmente la sensibilità di un uomo ormai inevitabilmente vicino alla morte, maneggiano e diffondono solo pratiche delinquenziali.

04 marzo 2018                             Pasquale Dante


Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Il Paese che non ha più il senso dello Stato

Un Paese dove il Presidente della Repubblica vota mentre tre ragazzotti divertiti continuano a stare seduti dietro un tavolo fatiscente, non ha futuro, anzi, ha il futuro che merita, quello di un Paese allo sfascio dove, per sopravvivere, devi imparare ad essere un perfetto cafone.


La Siria, oltre le bugie interessate.

La lettura di questa riflessione, colta, scorrevole di Livio Ghersi è in assoluta sintonia con il principio " conoscere per deliberare " di einaudiana memoria. Si possono non condividere le conclusioni cui Ghersi giunge, sia perchè non è detto che l'America intenda usare armi atomiche, sia perché lasciar correre l'utilizzo di armi chimiche non può essere accettato a cuor leggero. Personalmente, anche in questa occasione, credo debba porsi in evidenza il risvolto della medaglia del tanto osannato presidenzialismo. Non mi piace che Putin e Trump abbiano nelle mani le sorti dell'umanità: Il primo è troppo astuto, il secondo troppo sciocco. Almeno per l'impiego delle Armi contro altri Stati e/o Comunità, salva l'ipotesi del doversi subito difendere, ogni Paese civile dovrebbe delegare la decisione ad un comitato di saggi in modo da mitigare ogni isterismo.  Il pericolo di una democrazia ormai preda dei social, in cui, come ricordava Eco, non passa differenza fra il parere di un premio Nobel e quello di un avventore da bar , è che quella democrazia porti l'umanità sull'orlo del baratro. (P. Dante ) 

In questi ultimi anni ho seguìto passo passo e con grande trepidazione le notizie sulla Siria. Che non è un Paese come tutti gli altri; così come non è un Paese come tutti gli altri il confinante Iraq.
Leggo dal saggio del filosofo Karl Jaspers "Origine e senso della Storia" (del 1949): «Dall'oscuro mondo di una preistoria durata centinaia di migliaia di anni, e dalle decine di migliaia di anni di vita di esseri umani simili a noi, emersero le antiche alte civiltà qualche millennio prima di Cristo, in Mesopotamia, in Egitto, nella valle dell'Indo e lungo il Hoang-ho». Lo Hoang-ho è quello che noi chiamiamo "Fiume giallo", in Cina.
La Mesopotamia è la terra fra i due fiumi, l'Eufrate e il Tigri, i quali scorrono in direzione del Golfo Persico. Questo è una porzione di mare stretto e lungo, fra la penisola arabica ad Ovest e l'Iran a Est.
Lì, in quello spazio geografico, l'umanità ha fatto alcune delle sue prime importanti conquiste: a partire dalla scrittura, adottata, per quel che ne sappiamo, dai Sumeri in un tempo anteriore al tremila avanti Cristo. Ossia, circa cinquemilatrecento anni fa.
Se il concetto di "sacro" ha un senso, devono considerarsi sacri quei luoghi dove per migliaia e migliaia di anni esseri umani hanno raggiunto elevati livelli di civiltà e quindi hanno insegnato gli uni agli altri, hanno sviluppato la conoscenza (matematica, geometria, astronomia, tecniche di navigazione), hanno espresso il "bello" nelle arti figurative e nell'architettura, hanno sviluppato il sentimento religioso e pregato le Divinità in cui credevano.
La popolazione siriana è oggi, nella sua stragrande maggioranza, di fede islamica, ma la storia della Siria parte molto prima di quella dell'Islam. In più punti della Bibbia si parla di Damasco. Ad esempio, il profeta Geremia, nei suoi oracoli contro i popoli pagani, a proposito di Damasco ricorda come fosse considerata «la città della gloria, la città della gioia» (Gr, 49, 25). La Siria è stata teatro di vicende importanti nella storia dell'Europa meridionale, mediterranea, e nella storia del Cristianesimo: ricordate san Paolo "folgorato" mentre era sulla via di Damasco? Il regime degli Assad (di Hafiz al-Assad, al potere dal 1971 al 2000, poi del figlio Bashar al-Assad) è stato effettivamente rispettoso delle significative minoranze cristiane presenti in quel Paese. É stato subito chiaro quanto, in quel contesto, fosse preziosa una reale tolleranza religiosa quando si è manifestato l'ISIS, sedicente Stato islamico dell'Iraq e della Siria. Gli estremisti islamici dell'ISIS hanno cominciato a perseguitare sistematicamente tutte le minoranze religiose, cristiani in testa. In ciò contravvenendo a dei precisi precetti religiosi islamici, perché il Corano, il loro libro sacro, riconosce e rispetta "la gente del libro" (Ebrei e Cristiani). «Ma non tutti sono uguali: tra la gente del libro c'è una comunità di uomini retti, che recitano i versetti di Dio durante la notte e si prosternano, credono in Dio e nell'ultimo giorno, ordinano la giustizia e impediscono l'ingiustizia, e fanno a gara nelle buone azioni. Essi appartengono al numero dei puri, e il bene che fanno non sarà loro negato, Dio sa bene chi ha timore di Lui» (Sura 3, 113-115).«Nel nome di Dio, il Clemente, il Compassionevole. Dì: "Miscredenti! Io non adoro quel che voi adorate e voi non adorate quel che adoro, e io non adorerò quel che adorate e voi non adorerete quel che adoro. A voi la religione vostra, a me la mia"» (Sura 109). In questi giorni, in queste ore, ritornano le accuse contro il dittatore Bashar al-Assad e contro le sue forze armate per il presunto utilizzo di armi chimiche contro gli oppositori e, quindi, anche contro la popolazione civile. Le prime accuse di questo tipo risalgono all'agosto del 2013. Il governo siriano ha sempre negato. 

Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, ha ordinato di preparare una "punizione" esemplare contro il regime siriano. A quanto si dice, dovrebbe trattarsi di qualcosa di molto più doloroso e di molto più radicale rispetto ai missili americani lanciati nell'aprile del 2017 contro un aeroporto militare siriano.
Dal punto di vista della legalità internazionale, gli Stati Uniti non hanno alcun titolo per "punire" chicchessia. L'unico Organo a ciò deputato, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, non ha adottato alcuna risoluzione, perché la Russia ha posto il veto. Stupisce che a soffiare sul fuoco sia uno Stato quale la Francia, governata dal giovanotto ambizioso Emmanuel Macron. Stia attento, perché certi azzardi e certe avventure si possono pagare molto duramente.
Cosa c'entra la Francia con la Siria? Ce lo dice la storia. Al termine della prima guerra mondiale, Francia e Regno Unito si spartirono i territori del Medio Oriente prima soggetti alla dominazione dell'Impero Ottomano. Dall'intesa fra due diplomatici, l'inglese Mark Sykes ed il francese François Georges Picot, derivò l'invenzione di quattro stati nazionali, senza stare troppo a sottilizzare con i confini, spesso tracciati segnando linee con un righello nella carta geografica. Si stabilì che Siria e Libano ricadessero nella sfera d'influenza francese, mentre l'Iraq e la Transgiordania (comprendente non soltanto la Giordania, ma anche la Palestina e l'attuale Israele) furono ricondotti alla sfera d'influenza del Regno Unito. Il lettore obietterà che stiamo parlando del 1919. Il colonialismo non è, non dovrebbe essere, finito da un pezzo? Malpensanti, è chiaro che Macron difende le ragioni della "coscienza universale", la quale non può tollerare l'uso di armi chimiche.
Cerchiamo di far funzionare il cervello, che il buon Dio – per chi ci crede – ci ha dato. Ammesso e non concesso che il governo siriano abbia commesso la grave colpa di utilizzare armi chimiche, con conseguente strage indiscriminata di popolazione civile, in che cosa si tradurrà la sanzione? Bestie, di cui non riportiamo il nome, arrivano ad ipotizzare che, al minimo cenno di reazione, non tanto di Bashar al-Assad, che è debole, ma dei suoi alleati Russia e Iran, la Siria "sarà cancellata" dalla carta geografica. Il che lascia intravedere, almeno come minaccia, il possibile impiego di armi atomiche.
La logica che si vorrebbe adottare, dunque, è la seguente: per punire chi ha ucciso un centinaio di siriani innocenti, tra i quali bambini, bisogna essere pronti ad uccidere alcuni milioni di siriani, innocenti o colpevoli non importa, e tra loro, certamente, alcuna centinaia di migliaia di bambini. Non vi sembra che questo modo di ragionare sia quanto meno incoerente, per non definirlo in altro modo?
Di fronte ad una tragedia di questa portata, in Italia c'è chi pensa di poter utilizzare la politica estera come chiave per la politica interna. Nel quotidiano "La Stampa" dell'11 aprile 2018 viene riportata, con grande risalto, questa dichiarazione del Sottosegretario agli Esteri, tal Vincenzo Amendola: «Il Governo italiano è a fianco dei tradizionali alleati del nostro Paese: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Se Salvini la pensa diversamente lo dica con chiarezza». La "scandalosa" dichiarazione di Matteo Salvini, riportata dalla medesima fonte di stampa, è la seguente:«Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell'Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria».
Non ho alcuna simpatia politica per Salvini e per la sua Lega, ma condivido perfettamente il senso della sua dichiarazione e sono pronto a sottoscriverla. Gli Stati Uniti sono un grande Paese, ma bisogna pur comprendere che Trump non è Abraham Lincoln, né Franklin Delano Roosevelt. É mortificante ed inaccettabile avere come linea di politica estera la scelta di stare sempre e comunque al fianco di Trump. Il quale minaccia di colpire la Siria anche per distrarre l'opinione pubblica statunitense da alcune inchieste che direttamente lo riguardano. Ci deve pur essere un limite all'essere servi stupidi degli americani, all'appiattirsi sulla fedeltà atlantica. Dopo il 1989, più di un osservatore si è chiesto a che cosa serva ancora la Nato. Parlo di commentatori certamente non sospetti di estremismo politico e che padroneggiano davvero la materia della politica estera, quali Sergio Romano.
La fobia nei confronti della Russia non ha alcun fondamento di razionalità politica. Si tratta di un governo autocratico, obietterete. E allora? Anche la Cina attuale è un regime autoritario, secondo i nostri parametri. Tutti i Paesi islamici, dalla Turchia all'Arabia Saudita, dall'Egitto all'Iran, sono regimi autoritari. E allora? Dovremmo smettere di commerciare e rinchiuderci nella nostra presunta "purezza"? E poi il simbolo di questa "purezza", l'occidentale puro, chi sarebbe, forse Donald Trump? Purtroppo, non c'è niente da ridere.
Palermo, 12 aprile 2018                                                  Livio Ghersi

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Febbraio)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


La nascita della grande coalizione in Germania e il futuro dell'Europa

La campagna elettorale prosegue piuttosto stancamente. Nemmeno un efferato delitto compiuto da immigrati come quello di Macerata ha spostato sensibilmente le previsioni di voto. Il crescente rumore che circonda il naturale affanno dei candidati copre un vuoto di indifferenza e, al più, si limita a rafforzare intenzioni di voto già maturate in precedenza. Prevale tuttavia la sensazione – condivisa dai mercati finanziari – che chiunque vinca sarà una vittoria di Pirro e nei tempi medi e lunghi nulla di importante cambierà. La ripresina economica in atto contribuisce a questo stato di apatia che potrebbe tradursi in un astensionismo record.
La vera notizia viene dalla Germania. Se l’accordo tra SPD, CDU, CSU sarà confermato dal referendum tra gli iscritti del partito socialista, il nuovo governo Merkel, caratterizzato da una presenza più incisiva dei socialisti (Esteri e Finanze), metterà subito in campo il rafforzamento dell’Unione Europea. E’ questo l’unico punto su cui la coalizione di governo è concorde e di questo dovranno tenere conto i partner europei; è cominciato – forse – il conto alla rovescia. Se i simboli hanno una loro importanza va notato che anche a Berlino – come a Parigi dopo la vittoria di Macron – la necessità di un’Europa più forte ha preceduto per ordine d’importanza le tematiche nazionali. E l’inno alla gioia di Beethoven ha preceduto gli inni nazionali.


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