Economa ed estetica nella Palermo liberty

Basti pensare - ma dico cose note - all'impegno della prima generazione risorgimentale, e cioè a Cavour, alla formazione illuministica e mazziniana di Crispi, allo sforzo, anche ideologico, di Bertrando Spaventa di ricongiungere la filosofia italiana alla filosofia europea, e alla passione delle successive generazioni, come Sennino e Franchetti, giunti in Sicilia sulla scia dei grandi modelli culturali attinti dal liberalismo inglese e dal costituzionalismo tedesco.
Palermo, dunque, non aveva voluto rinunciare al grande collegamento con l'Europa, specialmente quando aveva celebrato, attraverso i suoi storici e i suoi politici tra i quali Crispi, il mito del Parlamento normanno: un Parlamento proiettato certamente nel Mediterraneo, ma costruito dai rudi uomini del Nord, giunti in Sicilia vittoriosi, con la forza - avrebbe detto Vico - che caratterizza i fondatori degli Stati.
Così Palermo, uscita dal Risorgimento, con le memorie dell' "antica libertà" dei suoi Parlamenti, strettamente legati, fin dal Medioevo, ai modelli inglesi, non volle mai perdere il dialogo con le civiltà architettonico-urbanistiche d'Europa.
Non è un caso che il catalogo di una mostra della Galleria d'Arte Moderna tenuta a Palermo nel 1981, contenga due saggi introduttivi: uno su Palermo 1900 e l'altro su Bruxelles, capitale de l'Art Nouveau ou la découverte d'une structure significative.
Pertanto, il personaggio che si innesta in questa nuova stagione palermitana è Michele Utveggio. Imprenditore o, meglio, costruttore, egli proveniva da profonde origini popolari. La sua figura sembra uscita dalle pagine di Michele Lessona, l'autore di Volere è potere.
Utveggio è l'uomo che si fa da sé, è il borghese che "diventa", secondo una nota affermazione di Croce che individuava nella borghesia il ceto mediatore capace di inglobare in sé tutte le altre classi sociali, purché lo spirito vitalistico e creativo degli individui si rivelasse vigoroso nella connessione interattiva tra la sfera categoriale dell'Utile, o mondo degli affari, e i valori della bellezza, propri della forma Estetica, dentro un universo di simboli e di linguaggi che continuano a parlare e che, a modo loro, entrano nel tempo che noi andiamo vivendo.
La scelta orientata su Utveggio spiega l'attenzione rivolta a questa figura perché si mantiene più legata, nella sua drammaticità e creatività, al tessuto di una nuova borghesia palermitana, fortemente minoritaria e poco fortunata, aperta al grande sogno della realizzazione di una città nuova, fatta di piccole e di grandi opere: del Castello sul Monte Pellegrino, e di eleganti e popolari quartieri giardino, destinati a dare il senso a quello che Giovanni Ansaldo - scrittore raffinato e con il "gusto dell'aneddotica", grande giornalista e autore di indimenticabili biografie - come quella su Giolitti - ha definito essere la qualità della "buona vita".
Utveggio e non i Florio, perché questi ultimi, specialmente l'ultima generazione, sono rappresentativi di un universo "non interamente borghese" come quello di Utveggio, ma piuttosto aperto ai compromessi con l'aristocrazia.
La descrizione dettagliata della figura di Utveggio e della Palermo fine Ottocento, che sostanzialmente sopravvive fino agli anni Trenta del Novecento, emerge da un brano suggestivo di Ansaldo, tratto dal Dizionario degli italiani illustri e meschini, dove si legge:
«Da parecchie strade centrali di Palermo, alzando gli occhi, si vede lontano, su un costone di Monte Pellegrino, una costruzione potente e solitaria, che a primo aspetto sembra un castello. E, se si chiedono informazioni, si ha precisamente questa: 'E' il castello dell'Utveggio'. E il nome strano accresce stranezza alla costruzione. In realtà Michele Utveggio fu un tipo [...] stranissimo. Nato a Calafatimi [1866-1933], da povero manovale, si tirò su a piccolo appaltatore; poi trasferitesi a Palermo, vi trovò l'America sua. Cominciò con la demolizione dei bastioni di San Vito [che delimitavano la città] e con la costruzione di alcuni grandi palazzi dietro il Teatro Massimo. Continuò dopo la Esposizione Nazionale del 1892, costruendo case 'fin di secolo' ai due lati di Via della Libertà, aperta nel 1848, ma rimasta per semplici passeggiate. Case decorose e severe, a mezze tinte, con piccoli e austeri giardinetti dinanzi. La Via della Libertà diventò il quartiere dei baroni che disertavano i 'feudi' o dei professionisti di grido» (G. Ansaldo, Dizionario degli italiani illustri e meschini. Milano 1980. p. 236.)
Il ritratto di questo imprenditore e della sua città prosegue con la narrazione delle vicende di Utveggio, delle sue realizzazioni spesso identificate con la crescita urbanistica di Palermo, e del Castello che fu progettato insieme all'architetto Santangelo con riferimento ai modelli figurativi medioevali di tipo neo-romantico. 
Il Castello, secondo l'ordine artistico della spazialità costruita (che rappresenta la trasfigurazione della materia in immagine figurativa-espressiva) e della temporalità (propria delle evoluzioni e variazioni del mutamento del reale), esprime le forme di ciò che nella sua unicità è il linguaggio monumentale, codice di riferimento entro cui si attua la comunicazione simbolica. «Scrive [... ] lo Schleirmacher.II contrasto fra i due ordini d'arte [il simultaneo e il successivo, connessi rispettivamente allo spazio e al tempo ] significa solamente che ogni contemplazione, al pari di ogni produttività, è sempre successiva, ma [...] nel pensare la relazione dei due lati in un'opera d'arte, l'uno e l'altro ci appaiono indispensabili: il coesistere (das Zugleichsein\ e l'essere successivamente (das Successivsein)>
"Spazio e tempo - secondo la critica di Carlo Ludovico Ragghianti, critico d'arte - è, appunto, non già astrazione [...] ma il concreto linguaggio espressivo dell'opera d'arte [...]. [Infatti], noi nell'interpretazione non facciamo altro che riflettere in termini spazio-temporali un'attività - anzi, un'espressione - della quale è intrinseco ed originario, costitutivo, l'ordinamento spazio-temporale" (A. Pagliaro, La parola e l'immagine. Napoli 1957, p. 103.)
"II tempo, di cui si parla,  precisa Antonino Pagliaro studioso del linguaggio,  è il tempo vissuto, cioè la partecipazione alla continuità dell'essere come durata, non il tempo strutturato, che è una forma della mente: e, [...] l'opera d'arte, [...] non è altro se non obiettivazione del vissuto, colto in un momento intenso del suo ritmo, il quale costituisce la forma interna dell'opera stessa e le consente di essere un'entità vivente perennemente attuale" (M. Coltura, // castello Utveggio, Palermo 1991, p. 32.)
II Castello Utveggio, secondo il suo percorso storico, fu costruito dal 1928 al 1932, da un'altezza di 346 m. sul livello del mare, per offrire ai visitatori un panorama di eccezionale risonanza turistica, esaltante l'intera «Città e Conca d'oro [...] a volo d'uccello con tutti i monti che la circondano, ... dal Monte Gallo al Monte Aspra, oltre uno sfondo infinito di alti monti tra i quali [...] quelli delle Madonie».
«I materiali costruttivi, strutture continue e cemento armato ( di cui l'Utveggio fu un antesignano tra i costruttori di Palermo), l'intonaco in 'rosa Zona' [dal nome di un ingegnere che aveva dato quella tinta ad una casetta di sua proprietà, e l'arredamento della famosa ditta Ducrot], definirono un organismo architettonico particolare», inscindibilmente interagente con l'habitat naturale del monte, della sky-line della città di Palermo.
Tutto ciò esprime l'autenticità di un uomo, dotato di un forte spirito calvinista e di una fervida immaginazione capace di vedere nel suo mentale una forte proiezione verso il futuro. Ma il futuro si conquista - secondo Croce - con il "trionfo di capacita che è soprattutto "una conquista non materiale ma spirituale e duratura", '"un trionfo di antiveggenza", frutto del connubio tra la struttura materiale — che rappresenta il contenuto — ed il gusto ideale per l'arte architettonica — che rappresenta Sforma entro cui quel contenuto è plasmato — valore che l'Utveggio assunse nella forma d'indomabile passione.
«Nel primo dopoguerra — come precisa Ansaldo — [...] venne in mente [a Utveggio] di edificare un albergo sul Monte Pellegrino. Sul Monte non c'era [...] acqua. L'Utveggio stabilì un servizio di pompe tra il costone prescelto e le falde del monte, e assicurò l'approvvigionamento idrico. Purtroppo andò incontro, per questo e per le innumerevoli altre difficoltà incontrate, a spese enormi. Ma l'Utveggio era di una testardaggine eroica; e, pure rovinandocisi, e pure dovendo vendere, per questo, proprio il palazzo di piazza Verdi [con l'attico e il cinema-teatro], portò a compimento l'impresa. E l'albergo, maestoso come un castello, fu aperto; restando senza clienti. Donde la battuta di Mormino, direttore generale del Banco di Sicilia: 'L'Utveggio ha costruito un monumento ai propri danari". Ma — conclude Ansaldo — il «punto più notabile di questa avventura umana è che l'Utveggio era pressoché analfabeta».
E' necessario aggiungere — per comprendere la tenacia dello spirito innovativo di questo grande imprenditore — che Utveggio progettò per i visitatori — purtroppo senza successo — la costruzione di una funivia aerea, nuova attrattiva palermitana che, — oltre la fruizione di un servizio pubblico di autobus, — avrebbe collegato, in soli dieci minuti, il centro di Palermo da Piazza Leoni alla grotta di S. Rosalia, con una fermata intermedia al Castello Utveggio. Inoltre «le vetture dovevano essere dotate di collegamento telefonico con la stazione di manovra. Intutte e tre le stazioni erano previsti un locale per il pubblico con bar e servizi".
La città di cui parla Ansaldo è quindi la Palermo che in questo slancio si ricongiunge ai modelli architettonici e culturali di atmosfera anglosassone e mitteleuropea, rilevando un clima di eleganza che non aveva nulla da invidiare alle altre città d'Europa.
Ma in questa città c'è anche un'altra figura di carattere mitteleuropeo che qui è bene descrivere, simbolo dell'atmosfera di quei tempi: è Guido Jung, proprietario di un'azienda che produceva mandorle e frutta secca, tale da «egemonizza[re] il commercio mondiale del prodotto».9 Personalità plurivalente, Jung fu Ministro delle Finanze, Presidente dell ' ICE, Presidente della Sofindit, la società finanziaria industriale italiana che preparò l'IRI, l'Istituto di Ricostruzione Industriale. 
Attraverso di lui, il giovane figlioccio Enrico Cuccia (nato nel 1907), suo pupillo, sarà in grado di iniziare, con spirito innovativo, una splendida carriera diplomatica che lo vedrà fondatore dell'unica vera banca d'affari in Italia, Mediobanca, in grado di condizionare le vicende dell'economia e della finanza italiana, con la capacità di garantire la stabilità del sistema. «E' proprio Guido Jung a suggerire a papà Beniamino Cuccia e alla consorte Aurea Ragusa, [famiglia di radici greco-albanesi, perfettamente integrata nella buona borghesia palermitana], di trasferirsi in Roma-Capitale, agevolandolo nell'assunzione al Ministero delle finanze. Per questa coincidenza che si rivelerà propizia, Enrico viene alla luce a Roma anziché a Palermo. Con un padrino illustre come Jung». Fu infatti la diplomazia internazionale di Jung a favorire a Cuccia la possibilità di introdursi, anzitempo, ai vertici della borghesia di Stato romana, e procedere nell'iter trionfante della sua carriera
Giovanni Malagodi - il grande leader del liberalismo italiano - ha tracciato di Jung un ritratto singolare e chiaro. Jung, ha scritto Malagodi, «risiedeva, scapolo già avanti negli anni, a Palermo con la vecchissima e arzilla madre. Presiedeva a Roma quell'Istituto per il Commercio Estero, dove era stato messo temporaneamente al sicuro Ugo La Malfa, finché l'aria di Roma non diventò comunque troppo malsana, e di lì venne all'Ufficio Studi della Comit. [...]. 
Jung, [a livello descrittivo], era roseo, coi capelli bianchi e gli occhi blu porcellana. Vestiva di solito calzoni scuri a righe, giacca nera, gilet nero orlato di piche bianco (deve essere stato l'ultimo europeo a portarlo così). Di origine ebreo-tedesca, era un appassionato patriota, anzi nazionalista italiano. Si era guadagnato una medaglia d'argento negli anni '15 - '18. Un'altra se ne doveva guadagnare in Etiopia dove andò volontario e non giovane, dopo avere preso il brevetto di aviatore e dopo che Mussolini l'ebbe tolto dalle Finanze [...] per rendere più agevole quella gestione meno ortodossa che la guerra richiedeva. Le sue amicizie erano soprattutto nell'ambiente economico triestino e confortavano la sua sincera e magari un po' ingenua fede nella logica dell'economia di mercato».
Palermo e Trieste, idealmente, si unificavano, non a caso, nella personalità di Jung, quasi a significare un accordo tra la Palermo mediterranea, protesa verso il Nord Europa, e la Trieste mitteleuropea del Mediterraneo, sorella quest'ultima delle altre città minori, come Spalato e Ragusa in Dalmazia.
Enzo Bettiza, il grande scrittore e giornalista di origine dalmata, si ritiene un «erede disperso di quella singolare Mitteleuropa mediterranea ch'era la Dalmazia», con una attenzione particolare a Ragusa, città che egli descrive «nella sua bellezza architettonica, nella sua unicità rinascimentale e mediterranea [...]: cosmopolita, marinara, lontana dalle cupole ortodosse, dalle icone bizantine e dai testi sacri in cirillico [...] con le memorie d'arte e d'architettura dell'Atene degli slavi del Sud' ». Bettiza si sofferma a ricordare la figura di suo padre che era, «per gli studi universitari, per l'eleganza molto viennese dei modi e degli abiti, un'incarnazione a suo modo esemplare di quella rara creatura cosmopolita, ormai estinta, che si chiamava una volta 'homo austriacus'[...J che non implicava però il connotato della nazionalità [...]. Il suo tollerante stile di vita era austriaco, mentre i suoi misurati ma persistenti sentimenti nazionali erano italiani».
Il problema si pone quindi nel rapporto tra l'ideal-tipo del "borghese", prima delineato, e la realtà sociale palermitana. Utveggio e Jung rappresentano certamente significative incarnazioni di questo modello. Ma esse appaiono isolate in un contesto difficile.
Chi volesse ricostruire questo contesto dovrebbe, quindi, rifarsi al dialogo della Sicilia con l'Europa che ha, come è noto, una sua propaggine proiettata attivamente verso il mondo inglese. Il circuito più vitale si coglie — fin dalla prima metà dell'Ottocento — attraverso l'azione imprenditoriale prestigiosa di «Vincenzo Florio, legato dal 1840 all'industria enologica fondata dagli inglesi (Wood-house, Ingham) a Marsala, ... [e che] 'nello stesso periodo divenne secondo azionista di una società di navigazione inglese ed incentivò una serie di migliorie portuali'».
Pertanto, questo dialogo palermitano, di carattere mitteleuropeo, si nutre di valide consistenze operative, al punto tale che, nel settore della costruzione delle strade, la diffusione delle nuove tecniche studiate da John McAdam, vengono utilizzate con interesse da alcuni imprenditori privati, e gli scambi commerciali, tra la Sicilia e l'Inghilterra, diventeranno dieci volte di intensità superiore rispetto agli altri stati dell'Italia centrale e settentrionale.
Queste iniziative di tipo industriale — che rappresentano un tentativo coraggioso di promuovere un progresso tecnologico, in un panorama di carenze di sviluppo nel settore della produzione industriale palermitana, — conducono alla creazione del «Giardino Inglese» lungo la via Libertà, nel 1851, e alla «Villa Garibaldi» in Piazza Marina, tra il 1861 e il 1864, opere queste di G.B.Filippo Basile, padre di Emesto Basile.
Tale apertura ebbe la sua commistione, alla fine dell'Ottocento, con una breve ripresa di motivi settecenteschi e neo-classici, finché la città si proiettò, con decisione ed energia, verso una nuova stagione, più legata a motivi internazionali; e Palermo divenne, per un breve e intenso periodo, la «piccola capitale del liberty o dell'art nouveau, che si richiamava a flessuosi motivi vegetali e animali, per avvicinarsi alle più segrete forze della natura contro il rigido verticalismo.
Luigi Capuana scrisse nel 1885 che «un palermitano dell'alta classe e della borghesia differiva, esteriormente e interiormente, così poco da un parigino delle stesse classi, che il coglierne la vera caratteristica presentava una difficoltà quasi insuperabile, almeno a prima vista».
Questa dimensione internazionale della cultura si riflette nel settore architettonico, e dalla seconda metà dell'Ottocento, precisamente dagli anni Sessanta in poi, la borghesia palermitana, forte dei suoi contatti economici e culturali con l'Europa, sente il bisogno di erigere a Palermo, a ridosso della via Maqueda, il «monumento» per eccellenza, privilegio economico della nuova classe: il «Teatro Massimo Vittorio Emanuele», (1875-1895) che «onora, nella sua prodigiosa bellezza, due grandi Maestri, padre e figlio, G.B.Filippo ed Ernesto Basile».
Quest'opera monumentale rappresenta la "sintesi degli studi, della mente e del cuore e G.B.Filippo Basile ed onora tutta la vita di un'Artista e di un'epoca. Il Teatro di Palermo si colloca degnamente accanto ai due più grandi Teatri europei costruiti nella epoca moderna, quello di Vienna e quello di Parigi ed entrambi li supera per la grandiosità dello stile e per la purezza delle sue linee architettoniche", liberamente ispirate al "corinzio italico", di valore storico ed estetico.
In misura minore, la borghesia palermitana edifica il «Teatro Politeama», in una posizione di cerniera tra l'ultimo pezzo della città e la città moderna: Teatro diurno, di orientamento democratico, aperto alla partecipazione del popolo. Le due costruzioni artistiche e monumentali rappresenteranno le due anime dell'architettonica palermitana del XIX secolo, designando l'inizio della nuova città alla espansione, all'interno di un «controllo e una raffinatezza di gusto [...] insolite nel deprimente panorama italiano contemporaneo». In quel situazione, anche se isolato da alcuni gravi problemi della città, sorgeranno «alcuni degli episodi più eleganti di tutto il Liberty italiano», in un clima di "giovinezza e di modernità addirittura avveniristica [dove] tutti possano tornare a fruire della categoria della bellezza. In realtà, realizzazioni liberty, sia perché nuove e sperimentali, sia anche perché intrinsecamente portate alla complessità e all'impiego di numerosi materiali, riuscirono fruibili soltanto a un pubblico molto ristretto, di estrazione alto-borghese [...] nonostante si [proponessero] di garantire un'eleganza e una bellezza moderna a un pubblico che fosse il più esteso e democratico possibile".
Questo grande respiro vitalistico e stilistico-ornamentale rappresentato da fluide ondulazioni lineari , avrà il suo riferimento specifico nelle figure di Ernesto Basile e di Michele Utveggio. Entrambi i personaggi saranno espressione di una borghesia lontana dall'affarismo sfrenato del Nord del Paese o dal burocratismo di quella romana; ma vicina, piuttosto, ad un modello culturale in cui la Bellezza e l’Utile - le due «scienze mondane» esaltate da Croce come le due forze motrici della società moderna— riusciranno a convivere armoniosamente.
Infatti, si chiede Croce: "che cosa, in ultima analisi, fanno queste due scienze? [...] Esse intendono [...] definire e sistemare [...] quel che si chiama il "senso" [...] e [perché] il senso [ha] due congiunti ma distinti significati, e designa, da una parte, quel che nel conoscere non è logico ma sensibile e intuitivo, e, dall'altra, quel che nella pratica non è per sé morale e dettato dal dovere ma semplicemente voluto perché ornato, desiderato, utile e piacevole [...]. [Ciò] mette capo, da una parte, alla logica dei sensi o logica poetica, scienza del puro conoscere intuitivo o Estetica, e, l'altra all'edonistica, alla logica dell'utile, all'Economica"
Riguardo i due personaggi palermitani, Basile ed Utveggio, si delineano però notevoli differenze.
Basile proveniva dalla borghesia delle professioni e della cultura. Utveggio invece da profonde origini popolari, ma con la determinazione della «volontà occhiuta»: volontà che, con l'occhio sottile del «genio pratico» vedeva «l'inesistente esistere nella volontà; e questa esistenza nella volontà costituiva] [...] la realtà estetica» Utveggio non era borghese, ma con accelerazione lo «divenne», fino ad entrare nella frequentazione consuetudinaria delle classi alte, — tra cui re e regine — per realizzare «interessi profondi e duraturi», relativamente permanenti.
Alla luce dell'obiettivo da raggiungere, cioè la costruzione del Castello, Utveggio seppe quindi formarsi, lottare, aspettare e sacrificare la sua vita per modellare se stesso secondo l'«etica del lavoro», connaturata a questo tipo di borghesia, «classe non classe», che Croce identificava nel «ceto medio»: «che non è un ceto economico, [...] laddove esso è da intendere più largamente e nella sua purezza, come il complesso di tutti coloro che hanno vivo il sentimento del bene pubblico, ne soffrono la passione, affinano e determinano i loro concetti a quest'uopo, e operano in modo conforme». Questa borghesia, infatti, identificava un pubblico che fosse il più esteso e democratico possibile". 
E Come intendeva il Goethe [...] ogni sistema mentale, [...] ogni concezione della realtà [...] tramutata in fede, [diviene] fondamento di azione e insieme lume di vita morale». Sbagliava Mormino, direttore del Banco di Sicilia, quando attribuiva ad Utveggio una volontà semplicemente dominata dal denaro. Al contrario, Utveggio trasformava il denaro in veicolo strumentale per l'affermazione della Bellezza nell'ambito dell'edilizia imprenditoriale e dello sviluppo sociale.
Così si può comprendere il giudizio di Croce sulla borghesia come «classe non classe», e il genio di colui che sa di agire o «genio dell'agente», ciò di cui era permeato l'Utveggio.
Ma, per comprendere bene questa vicenda, è necessario allora ricorrere a modelli culturali diversi: / tìuddenhrook di Mann o L'uomo senza qualità di Musil, dove la storia della borghesia e la storia dello «sborghesizzamento» si intrecciano.
A questo proposito, C. Magris scrive: «Mann sentiva vibrare la Biirgerlichkeit, una patria borghese del sentimento che non si identificava con alcuna Bougeoisie, con alcun ordine sociale determinato, ma sentiva pure echeggiare l'indicibile struggimento di una forma che rinvia oltre i propri limiti, di una felicità che naufraga nell'illimitato, di un oblioso abbandono il cui segreto si sottrae a quel calcolo e a quella fatica senza i quali non sarebbe nata quella melodia che lo dice». «Il decoro borghese, basato sulla dedizione al lavoro, sulla rettitudine e sul prestigio sociale era una rappresentazione cui si credeva con passione. Nei Buddenhrook, il capolavoro manniano del 1901, [...] Thomas Buddenbrook pensa che lo zio ribelle [che si era sposato per amore contro le ragioni di interesse richieste dalla tradizione] non aveva avuto sufficiente poesia e fantasia per capire quale profondo significato simbolico potesse essere celato nella fedele obbedienza all'onorata insegna di una ditta familiare alle sue proprietà. E' da questo ethos che Mann riceve il senso inflessibile e struggente della forma, la disciplina del lavoro, trasferita nel disciplinatissimo e assiduo lavoro artistico, l'appassionato rispetto del limite che è amore per la vita, minacciata dall'informe».
Musil, nell' Uomo senza qualità, traccia il profilo di Arnheim, uomo di finanza e di impresa, aperto alla bellezza e al "grande poema della vita"; [egli afferma che gli individui] facendo poesia della vita possono considerarsi veramente nati per il loro mestiere, e [pronti] a permeare di responsabilità morale la loro attività quotidiana, si sentono obbligati a mille piccole decisioni affinché essa diventi bella e morale [e] [...] sul pensiero che Goethe è vissuto così [ si può affermare ] che senza musica, senza natura, senza lo spettacolo dei giochi innocenti dei bambini e degli animali e senza un buon libro la vita non darebbe loro alcuna gioia".
Come è noto, Arnheim rappresenta Walter Rathenau, grande rappresentante della finanza e dell'economia tedesca e interprete dello spirito della Repubblica di Weimar, inteso come equilibrio tra il mondo della cultura ed il mondo dell'economia. Benedetto Croce ebbe grande ammirazione verso Rathenau, e ne recensì il saggio L'econo mia nuova, pubblicato in Italia nel 1919. Croce apprezzò in Rathenau la capacità di considerare l'economia non disgiunta da tutte le altre attività umane. L'utopia del "socialismo del capitale", cara a Rathenau, nascondeva, infatti, come Amheim, un grande progetto di rigenerazione individuale e sociale.
Ma queste sono le grandi figure "ideal-tipiche". Nella realtà Palermo, sotto il profilo crociano della borghesia, identificata come «classe non classe», non è riuscita a permanere stabilmente "città mitteleuropea", come alcuni dei quartieri di Bruxelles, di Vienna o di Budapest.
Ci siamo interrogati sulle ragioni della difficoltà di questa città a mantenere in vita, nel tempo e lungamente, un tessuto edilizio e civile. La risposta si può trovare in un saggio di Croce, scritto nel 1928, Contrasti di ideali politici dopo il 1870, in Etica e politica, in cui si osserva con inquietudine l'affermarsi di forze economiche prive di respiro etico.
Il Castello ubicato sul monte, rappresenta così il successo della sua durata, una magia tutta rivolta al prestigio della pura visibilità e al suo guardare verso l'Europa. Infatti «il principio dell'arte - secondo Ragghianti - non è la bellezza, o il concetto, o il piacere, o il sentimento, o l'imitazione, ma la visibilità intesa come autonoma conoscenza del reale».
Così, da qualsiasi punto della città lo si guardi, il Castello è visibile per la sua prominente collocazione sul Primo Pizzo del Monte Pellegrino, che Goethe definì «il più bei promontorio del mondo», e dove vi «giunsero il re d'Italia, i principi di Piemonte, imprenditori, e molta nobiltà internazionale».35 Inoltre, la posizione strategica del Castello, privilegia la sua durata come struttura relativamente permanente. Infatti, durante la seconda guerra mondiale, si constatò che la sua distruzione era pressoché impossibile a causa dei vuoti d'aria esistenti in quel posto, tali da rendere difficoltosa l'azione degli aerei che avessero voluto colpire l'obiettivo m picchiata o bombardare da alta quota.
Malgrado lo scempio edilizio, dove buona parte delle ville liberty andarono distrutte, possiamo ancora ritrovare le tracce di questo passato in cui Palermo era una città giardino, un modello di città immersa nel verde, ed ancora oggi si può notare il quartiere «Matteotti», sorto sul progetto degli architetti Santangelo ed Epifanie. Questo quartiere, destinato alla classe media della città, rifulge per la sua eleganza sobria, delicata e sfumata, e per l'individualismo delle sue costruzioni, vicine ai celebri riferimenti anglosassoni e alla Secessione viennese.
Analogamente, la propaggine minore e oggi dimenticata di Via Villa Caputo, riflette, per corrispondenza, il medesimo modello, ma in modo aggregativo diverso, più popolare, anche se individualistico esso stesso. Questo quartiere mantiene, però, osservato da vicino, un vigore strutturale e un tessuto evocativo analogo al riferimento del quartiere-giardino Matteotti e ai modelli nazionali e internazionali di grande forza. L'idea animatrice riecheggia, alla lontana, il valore popolare del «socialismo della bellezza», in cui l'arte e il suo dialogo continuano ad operare anche all'interno dell'edilizia più legata alle esigenze popolari
II rapporto tra il quartiere-giardino Matteotti e Via Villa Caputo è quello della parità tra «grande» e «piccolo». Ma, soprattutto, quel rapporto evidenzia una continuità del tessuto urbano palermitano che fa risaltare alcune sue «emergenze», e, nello stesso tempo, agisce nella continuità di un'edilizia residenziale e abitativa più standardizzata, e altrettanto carica di richiami.
Lungo il tracciato di via Libertà si delinea idealmente come un quadrilatero o rombo delle memorie, in cui i motivi della Palermo liberty si intrecciano in maniera sorprendente con i temi del Risorgimento e soprattutto con le figure di Crespi e di Garibaldi. Ai due estremi si trovano la Statua della Libertà, con le memorie della Grande Guerra, e la statua di Crespi a Piazza Croci; ai due lati, invece, si riscontra la statua equestre di Garibaldi e, di fronte, nel Giardino Inglese, la fiaccola simbolicamente accesa dei caduti della Grande Guerra.
A loro volta la «città Liberty» e la «città giardino» sono immerse nella città delle memorie e dei simboli della «religione della Patria», custodita nel Pantheon di Piazza S. Domenico. Allo stesso modo, il quartiere Matteotti ha intitolato le sue vie a molti luoghi delle battaglie della Grande Guerra.
Eppure, quelle memorie e quei simboli, nella loro permanenza, creano forti emozioni e conservano il ricordo delle gesta dei patrioti del Risorgimento e della Grande Guerra, specialmente negli splendidi bassorilievi dove è impresso lo scenario delle azioni che furono significative e rivoluzionarie per la storia. Il porsi di quei simboli assume, però, un tono equilibrato e non aggressivo.
Tant'è vero che, accanto ad essi, in quelle case degne della più grande cultura europea e occidentale, operava un geloso e moderno individualismo, insieme alla cultura pacata della «buona vita».
Anche a Palermo si va affermando — come ha scritto con finezza Elena Croce — il «culto della casa come ideale borghese», carico di individualismo e sempre più adeguato al «moderno concetto di società industriale, con connesse disponibilità e bisogno di 'status' di presentabilità». Ma a Palermo c'è di più. Si mantiene vivo, infatti, il gusto della bellezza e quello della «buona vita», così come Ansaldo ce l'aveva descritta in un capitolo della biografia su Giolitti. Nascono, infatti, e si affermano le prime automobili, i negozi, un'alimentazione e un vestiario più ricchi, il gas e la luce elettrica.
Le case e le ville di Utveggio e di Basile, — come Villa Deliella (1905-1906) che sorgeva a Piazza Croci, il Villino Bonanno, le palazzine di Via Notarbartolo e di Via Libertà — tutte furono distrutte dalla devastazione selvaggia della nuova edilizia di questo secondo dopoguerra, mentre rimane il Grand Hotel Villa Igiea (1899-1904), uno dei capolavori del liberty italiano di Basile e Villino Florio (1899-1903), in Viale Regina Margherita, che, dopo un incendio doloso negli interni ed nel parco, è attualmente in ristrutturazione. Esse riflettevano, appunto, l'ideale della «buona vita» e svolgevano un ruolo fondamentale sui caratteri distintivi della storia della città.
E c'è una casa che rispecchia non solo la «buona vita», ma l'alta cultura innestata in un universo simbolico ancora da svelare e indagare: è la «casetta bianca» o «Villino Ida» del 1904, dimora di Emesto Basile. Questa casa, colta nella sua individualità, assume la connotazione del suo autoritratto, in quanto accoglie all'interno, le predilezioni oggettive dell'artista riferite al design dei mobili ed arredi, in sintonia con i suoi affetti, i suoi desideri e interessi, e le contraddizioni del suo carattere, mentre all'esterno riflette i tratti stilistici e vitalistico-ornamentali dell'arte nuova
Riteniamo di avere compreso le ragioni profonde che abbiano spinto il Basile a eleggere quel luogo come sede della sua abitazione. Non a caso la sua collocazione si pone sul quadrante di Mezzogiorno, nell'angolo situato tra via Villafranca e via Siracusa, luogo di privilegiata residenza borghese. Su questi due fronti stradali, si nota un meccanismo di rotazione che fa capo allo spigolo dell'edificio posto tra le due vie, coronato sul balcone dall'intreccio angolare in ferro battuto, che assume un ruolo fondamentale e si lega a giuochi di simmetria più complessi.
Il riferimento al luogo, ha la sua ragion d'essere nel sottile richiamo alla condizione astronomica reale della rosa dei venti — che presumibilmente il Basile ritenne essere simbolo jainico della fortuna — e l'asse Nord-Sud che funge da autentico spartiacque di luce per il soleggiamento della casa. Il giuoco vibrante della luce in rapporto alla posizione del sole, forte nel dettaglio ma estremamente delicato nell'insieme, rimanda a più antiche e sapienti esperienze (quelle egiziane, cabalistiche, pitagoriche e moderne).
Lo spigolo, l'ingresso e la torretta rappresentano un «biglietto da visita» nel quale, non a caso, nel prospetto di via Siracusa, sul frontale del portone, figurano, con motivi decorativi e grafici, le iniziali del Basile, poste nella funzione di «essere» e «apparire», in corrispondenza al rapporto che si instaura tra l'esterno e l'interno della casa. Lo stucco bianco, materiale impiegato con maestrìa dai fratelli Li Vigni, autori del celebre e insuperato impasto, denota il fascino di adesione del Basile rispetto al Serpotta; nel rapporto tra «ornato» e «struttura» in cui il materiale e la capacità di impiego risultano fusi insieme. Il Serpotta, che è  secondo il Basile —«considerato dai suoi contemporanei non altro che come un valente stuccatore, è non pure il più grande degli scultori siciliani, ma uno dei maggiori che la scuola dell'arte possa vantare».
All'interno della casa, nel suo cuore, singolare è la disposizione simbolica, ruotante verso sinistra, delle mattonelle del pavimento, e delle figure emblematiche poste sul soffitto. In basso, più specificatamente, si coglie in forma di linguaggio, il movimento verso sinistra della rosa dei venti; in alto, insieme ai motivi floreali, si distingue la forma di una lucertola che, nel suo segreto ultimo, simboleggia l'elemento fuoco della natura, così come il focolare domestico, l'ardore degli affetti familiari, la trasformazione dei soggetti che abitano quotidianamente la casa lungo il percorso della loro vita — oltre a considerare la metamorfosi alchemica di un materiale costruttivo, essenzialmente povero, tradotto in raffinato prodotto d'arte.
La serenità della comunicazione dei mobili lineari della stanza da pranzo, il giardino con i suoi profumi, l'odore di zagara, la frescura e i silenzi, tutto trasmette il linguaggio della casa come oasi: simbiosi tra realtà e sogno.
Da chiarire è il significato del motto incastonato all'ingresso, sul coronamento del portone : dispar et unum.
E' evidente il richiamo ai pitagorici. Il principio fondamentale della loro dottrina consiste nel considerare la vera natura del mondo, come delle singole cose, in un ordinamento geometrico, esprimibile in numeri: dal moto degli astri al succedersi delle stagioni, dai toni musicali al ciclo della vegetazione, tutto è riconducibile ad una struttura numerica.
Dispar è, secondo Pitagora, nella sua essenza, un'entità terminata e compiuta, quindi limitata. Lo stesso è per il bene e la perfezione che stanno sempre dalla parte del limite. Al contrario è per il «pari». Unum esprime l'unità come armonia delle mescolanze e concordanza delle discordanze. Il messaggio finale è l'armonia come giusto equilibrio di «forma e materia», «numeri e cose», «soggetti e oggetti».

      Liliana Sammarco

L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

SIAMO AL LAVORO PER IL RIPRISTINO DELLA FUNZIONALITA' DEL SITO

Cari amici liberali,

Agorà Liberale è l'unico Partito Politico che non rilascia tessere di appartenenza,

che da voce a liberali di diverso orientamento politico, che ama gli

approfondimenti tematici e rifugge da insulti ed anatemi rivolti a chicchessia

che non sta sui social perché la pensa come il compianto Umberto Eco, il quale

inorridiva al pensiero di un miscuglio fra il parere di un avventore del bar e quello di 

un premio Nobel, che ritiene sufficiente l'elezione di un liberale attraverso qualunque

formazione politica, purché pensi, si esprima ed agisca sempre e comunque da liberale.

Bene, nonostante tanta pacatezza, qualcuno ogni tanto prova gusto ad oscurare

questa meravigliosa penombra entro la quale depositiamo i nostri pensieri nella

piena consapevolezza di stare fuori dal mondo sguaiato della politica d'oggi.

Non disprezziamo chi ci molesta poiché, come affermava Chateaubriand, il disprezzo 

va usato con parsimonia in un mondo così pieno di bisognosi, ma chiediamo

ai nostri amici liberali di avere pazienza, certi di trovarli ormai abituati a tanto almeno

sin dai primi anni novanta del secolo scorso, anni in cui venne incautamente deliberato lo

scioglimento del Partito Liberale Italiano.

A presto,

Pasquale Dante 

Le 15 righe del prof. Franco Chiarenza

Grazie davvero a Franco Chiarenza per la capacità di riassumere, in poche righe, gli eventi significativi degli ultimi 15 giorni. Di seguito, la Sua sintesi per i giorni dal giorno uno al giorno quindici di gennaio 2018. Le sintesi del prof. Chiarenza sono pubblicate su  www.liberalequalunque.com 

In qualche modo l’Europa si muove. Il movimentismo di Macron si distingue da quello dei suoi predecessori per essere chiaramente europeista; il patto proposto all’Italia per allargare a tre l’intesa franco-tedesca (operativa da oltre cinquant’anni) ha trovato naturalmente in Gentiloni e Mattarella interlocutori attenti ma ovviamente condizionati dall’esito delle elezioni ormai imminenti.   In Germania l’accordo di governo tra democristiani e socialisti sblocca la situazione di stallo, nella speranza che l’intesa non venga respinta dalla base dell’SPD. In America Trump, pressato da una stampa ostile, passa da una gaffe all’altra e si muove disordinatamente in un crescendo di passi avanti e passi indietro; il resto del mondo, sempre più sconcertato, sta a guardare.

In Italia la campagna elettorale non registra nulla di nuovo: continua la valanga di promesse irrealizzabili tra la generale indifferenza dell’opinione pubblica che vorrebbe invece conoscere quali concrete soluzioni si propongono per la soluzione dei problemi del Paese. Unica novità la rinuncia di Maroni a candidarsi in Lombardia; un’occasione unica per la sinistra che verrà vanificata dalle sue divisioni regalando ancora una volta la Regione alla Lega. Sulla rinuncia di Maroni e sulla sua separazione da Salvini le illazioni si sprecano: tra le altre quella di un accordo con Berlusconi per la leadership del centro-destra.
 
Franco Chiarenza
14 gennaio 2018

Per Femen, invece, finisce tutto oggi stesso

Non abbiamo mai avuto e mai avremo alcunché da condividere con la politica di Silvio Berlusconi, ma che una giovane ragazza - più o meno vestita poco importa - balzi sul tavolo innanzi un uomo avanti negli anni che si reca a votare per dirgli che la sua fine è ormai prossima, ci fa ribrezzo.

Nessuna lezione di civiltà umana e men che mai politica, potremo, da ora e per il futuro, ricevere da organizzazioni che, calpestando inutilmente la sensibilità di un uomo ormai inevitabilmente vicino alla morte, maneggiano e diffondono solo pratiche delinquenziali.

04 marzo 2018                             Pasquale Dante


Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

Trattato di Dublino, dimmi come voti e ti dirò chi sei. La questione migranti fa comodo a Lega e M5s

Il Fatto Quotidiano del 6 luglio 2018 ha riportato uno scritto - come sempre interessante - del sen. Enzo Palumbo. La tesi del " buscar el levante por el ponente" è particolarmente affascinante per i Liberali, abituati da sempre a riflettere su tutto ciò che sta dietro le apparenze. Ci permettiamo solo di dubitare che gli onorevoli Di Maio e Salvini possano ricordare, anche lontanamente, il grande Cristoforo Colombo, a parte il fatto che che, all'illustre nostro connazionale, i sospettosi regnanti spagnoli assegnarono compagni di viaggio prelevati dalle patrie galere e destinati, in alternativa, a morirvi dentro. Fatte queste necessarie premesse, la tesi del senatore Palumbo è davvero godibile. L'augurio è che leggano in tanti, il pericolo è che legga anche il ministro Savona....  


Cristoforo Colombo, studiando le antiche mappe, si era giustamente convinto che la Terra non poteva essere piatta ma più o meno rotonda e che quindi andando per mare verso occidente si poteva raggiungere l’oriente più facilmente che navigando direttamente verso “le Indie”. Sostenne allora che si poteva “buscar el levante por el ponente” e, dopo avere fatto il giro delle sette chiese, riuscì a convincere i regnanti spagnoli a finanziarlo, forse anche con l’avallo del papa genovese Innocenzo VIII, al secolo Giovan Battista Cybo, cui si deve la denominazione della prima grande isola scoperta da Colombo.
Ho la sensazione che, mutatis mutandis, qualcosa del genere stiano facendo oggi i nostri rumorosi governanti, il cui reale intento sembra quello di sottrarsi alle strettoie finanziarie dell’Ue ma senza dirlo, anzi affermando il contrario e poi di fatto provando a raggiungere quel risultato per diversa via. Non si apre la discussione sull’euro, che preoccupa l’opinione pubblica e in particolare i risparmiatori italiani e invece si prova a raggiungere lo scopo enfatizzando la questione dei migranti, su cui è agevole trovare la solidarietà del Paese, nella previsione che l’assenza di una ragionevole soluzione europea finisca per fungere da detonatore di un’esplosione destinata a coinvolgere anche l’euro e con esso l’Ue. […]
Dal summit europeo dei giorni scorsi il nostro Paese ha solo ricavato, per i movimenti primari, un’affermazione ovvia (chi sbarca in Italia, sbarca in Europa, e se no, dove altro?) e un programma impossibile (centri di raccolta a cura di chi ci sta, cioè nessuno), ferma restando la responsabilità del Paese di primo approdo (cioè l’Italia) in forza dell’immodificato Trattato di Dublino III, mentre per i movimenti secondari dovremo accettare i rimpatri di decine di migliaia di migranti che sono riusciti a superare le nostre frontiere e che ci verranno graziosamente restituiti. Insomma, un risultato che non risolve alcun nostro problema e che sembra fatto apposta per suscitare nuove ondate di protesta contro l’Europa, che i nostri governanti si affretteranno a cavalcare gridando a più non posso per fare crescere il malcontento e sperando che la corda, a furia di strattoni, finisca per rompersi col consenso inconsapevole degli italiani.
Se si fosse voluto assumere una posizione difficilmente contestabile dai grandi Paesi europei che pure l’hanno votata, occorreva invece difendere a spada tratta la risoluzione approvata lo scorso novembre dall’assemblea plenaria del Parlamento europeo (che condivide col Consiglio e con la Commissione la potestà legislativa dell’Ue), su proposta dalla deputata liberale svedese Cecilia Wikstrom, che mira a superare il regolamento di Dublino III, eliminando il criterio del primo Paese di accesso e sostituendolo con meccanismo permanente e automatico di ricollocamento e di ricongiunzione familiare, che tutti i Paesi dell’Ue dovrebbero accettare sotto pena di perdere i fondi strutturali. Ovviamente, quella risoluzione (approvata con 390 voti favorevoli, 175 contrari e 44 astenuti) ha visto la contrarietà dei Paesi di Visegràd, cioè quelli che, pur essendo i nostri naturali avversari, sono stranamente diventati il riferimento ideologico dei partiti che compongono il nostro governo.
Ed è significativo che in quell’occasione gli europarlamentari della Lega si siano astenuti e quelli del M5s abbiano addirittura votato contro, sostenendo paradossalmente che la proposta era insufficiente, quando invece il documento ora uscito da Bruxelles è ben più arretrato. Se facciamo proprio l’esatto contrario di quello che dovremmo fare per corrispondere all’interesse del Paese, allora gatta ci cova e viene naturale il sospetto che si voglia proprio “buscar al levante por el ponente”, come dire puntare a Schengen per arrivare a Francoforte e poi magari a Mosca, magari passando per Budapest. Solo che, a differenza di Colombo, che gridava ai quattro venti quel che voleva fare, i nostri governanti ce lo tengono ben nascosto, parlando di una cosa e cercando di farne un’altra.
[…] Il sospetto è quindi che sulla questione dei migranti si voglia lasciare irrisolto il problema sino a quando, giunto sulla soglia della rottura, il governo sembrerà costretto a fare l’ultimo passo col sostegno di un consenso popolare che non riuscirebbe ad avere se mettesse oggi in discussione l’euro e l’Ue. E a quel punto le rotative del poligrafico dello Stato potranno cominciare a stampare tutta la moneta virtuale che servirà per attuare le mirabolanti promesse elettorali del programma di governo, con l’inevitabile inflazione che in breve falcidierà e questa volta col loro consenso, i risparmi degli italiani, che così saranno contenti e gabbati!

Il Paese che non ha più il senso dello Stato

Un Paese dove il Presidente della Repubblica vota mentre tre ragazzotti divertiti continuano a stare seduti dietro un tavolo fatiscente, non ha futuro, anzi, ha il futuro che merita, quello di un Paese allo sfascio dove, per sopravvivere, devi imparare ad essere un perfetto cafone.


LA SICILIA CHE NON TI ASPETTI

 

Le elezioni regionali del 5 novembre 2017 hanno rappresentato un momento di svolta per la Regione siciliana: infatti, con una significativa novità rispetto a quanto avvenuto nei precedenti settant'anni (a partire dal 1947), il numero dei deputati dell'Assemblea regionale si è ridotto, passando da 90 a 70. Poiché la composizione dell'Assemblea regionale è stabilita direttamente dallo Statuto speciale della Regione, per realizzare questo cambiamento si è reso necessario approvare una legge costituzionale, la legge 7 febbraio 2013, n. 2. Com'è noto, per approvare una legge costituzionale, la Costituzione richiede una doppia lettura da parte di ciascuna delle due Camere del Parlamento e, in seconda lettura, l'approvazione di un testo conforme a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. É importante evidenziare che la procedura per l'approvazione della predetta legge costituzionale è stata avviata con un'iniziativa dell'Assemblea regionale siciliana, una cosiddetta "legge-voto". La Regione, quindi, è stata protagonista della volontà della propria auto-riforma istituzionale. Si è così dimostrato che non è vero che le Istituzioni non si possano riformare; occorre soltanto la volontà politica.

La predetta legge-voto è stata approvata durante la quindicesima Legislatura dell'ARS; quando, per la cronaca, nessun deputato del Movimento Cinque Stelle sedeva fra i banchi di Sala d'Ercole. L'iniziativa fu presentata al Senato il 21 dicembre 2011. Una classe politica regionale meno superficiale avrebbe messo in rilievo questo fatto durante la recente campagna elettorale; tanto per dimostrare ai Cinque Stelle che il mondo non è iniziato con loro e che qualcosa di buono è stata realizzata anche in passato. Venti deputati regionali in meno si traducono in un bel risparmio per il pubblico erario e questo è un dato oggettivo, incontestabile.

La legge elettorale con cui si è votato è la legge regionale 20 marzo 1951, n. 29, come modificata dalla legge 3 giugno 2005, n. 7. Quest'ultima ha disciplinato l'elezione popolare diretta del Presidente della Regione e razionalizzato il metodo di riparto proporzionale dei seggi nei nove collegi provinciali, escludendo dall'attribuzione di seggi le liste che non raggiungano, nella sommatoria regionale dei loro suffragi, il cinque per cento del totale regionale dei voti validi espressi. Anche se molti non lo ricordano, la legge regionale n. 7/2005 fu confermata da un referendum popolare tenutosi il 15 maggio 2005.

L'esito delle elezioni regionali del 5 novembre 2017 dovrebbe essere studiato nei testi che trattano in modo specialistico di legislazione elettorale. Si è, infatti, realizzato il caso, davvero straordinario, che, in costanza di uno sbarramento così alto (cinque per cento), ben nove liste abbiano ottenuto rappresentanza. In particolare, bisognerebbe complimentarsi con i responsabili della campagna elettorale di ciascuna delle liste coalizzate per l'elezione del Presidente della Regione Sebastiano (Nello) Musumeci. Queste liste erano cinque. Hanno ottenuto, complessivamente, il 42,04 % del totale dei voti validi e tutte e cinque hanno superato lo sbarramento. Chapeau! Bisognerebbe togliersi il cappello, perché qui siamo di fronte non a dei professionisti, ma a dei professori universitari in fatto di pratica politica. Alla quarta esperienza con la medesima legge elettorale, le forze politiche siciliane hanno dimostrato di essere diventate espertissime nel suo uso.

Nei collegi provinciali, le cinque liste che sostenevano il Presidente Musumeci hanno conquistato, complessivamente 29 seggi dei 62 disponibili. Poiché non hanno raggiunto quota 42 (ossia, il 60 % del totale dei deputati dell'Assemblea regionale), hanno ottenuto, in aggiunta, tutti i sette seggi della lista regionale collegata. Il seggio del neo-eletto Presidente della Regione più quelli di sei deputati, in ordine alternato fra uomini e donne. La legge elettorale prevede che questa limitata quota di seggi assegnati con sistema maggioritario serva ad incentivare la costituzione di una maggioranza parlamentare. Invece, nel caso in cui la coalizione più votata avesse già eletto più del 60 % dei deputati nei collegi provinciali, i sei ulteriori seggi sarebbero stati assegnati alle liste di minoranza, in proporzione alle loro cifre elettorali, per un riequilibrio della composizione dell'Assemblea.

Quella del Movimento Cinque Stelle è risultata la lista più votata in assoluto. Ha ottenuto 513.359 voti (26,74 %), conquistando 4 seggi nei collegi di Palermo e Catania, 2 seggi in quelli di Agrigento, Messina, Siracusa e Trapani, un seggio nei restanti tre collegi. Per complessivi 19 deputati, ai quali si aggiunge il seggio attribuito a Cancelleri, quale candidato alla carica di Presidente della Regione arrivato secondo. I Cinque Stelle hanno dimostrato di aver appreso come si usano le preferenze: buon per loro che fanno un passo avanti nella strada del realismo e bene per tutti noi perché così la selezione del loro ceto politico, ad opera degli elettori, diventa una cosa più seria. I deputati eterodiretti non ci piacciono.

L'infausto esito della candidatura di Micari è sotto gli occhi di tutti. Il Rettore dell'Università di Palermo ha ottenuto oltre centomila voti in meno rispetto a quelli delle liste che sostenevano la sua candidatura. Viceversa, Cancelleri è stato il più beneficiato dal voto disgiunto, ottenendo 209.196 voti in più rispetto a quelli andati alla lista del Movimento Cinque Stelle.

Commettono un errore, tuttavia, quanti danno per defunto il Partito democratico. Il PD non soltanto conterà 11 deputati in seno all'Assemblea, ma ha eletto deputati in tutti i collegi, 2 in quelli di Palermo e Catania.

Il presidente Musumeci è persona perbene e, nell'interesse della Sicilia, gli auguriamo sinceramente ogni successo. Abbiamo molto apprezzato il riferimento che, nel primo discorso successivo alla sua elezione, ha fatto all'unità d'Italia come valore; musica per le orecchie degli estimatori della tradizione risorgimentale, quali noi siamo. É molto difficile, però, governare con 36 voti su 70. Sussiste la maggioranza assoluta (metà più uno) dei deputati; ma è giusta giusta. Tanto risicata che ogni singolo deputato di maggioranza potrebbe domani esercitare un potere di veto, o di interdizione, sui provvedimenti in discussione.

Il fatto è che non si possono chiedere miracoli alle leggi elettorali. In una condizione di incertezza e di frantumazione delle forze politiche, le maggioranze autosufficienti diventano sempre più improbabili. La simpatica onorevole Giorgia Meloni, Segretaria di Fratelli d'Italia, deve rassegnarsi al fatto che, nell'interesse del bene comune, non solo è lecito, ma necessario, che i parlamentari dialoghino fra loro sul merito dei provvedimenti, senza irrigidirsi in logiche di schieramento.

Per concludere il discorso sulle elezioni del 5 novembre, la Sinistra, tradizionalmente penalizzata nelle tornate elettorali regionali, ha superato la soglia di sbarramento. L'unico seggio va a Claudio Fava. Questa volta la vittima più illustre della regola del 5 % è la lista di Alternativa popolare. Frutto dell'alleanza del partito del Ministro degli Esteri Alfano e degli ex UDC che hanno scelto il centro-sinistra, come il senatore Casini ed il deputato nazionale D'Alia. 80.366 voti, presi nell'intera Sicilia, non sono bastati. Ne occorrevano almeno centomila. Così, tra gli altri, ha perso il seggio il presidente dell'Assemblea regionale uscente, Giovanni Ardizzone. Invece l'UDC di Cesa, rimasta nel centro-destra, ha avuto il 6,96 % dei suffragi e ottenuto 5 seggi nei collegi.

Palermo, 7 novembre 1017                                                                                                              Livio Ghersi

 

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Febbraio)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a   Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


La nascita della grande coalizione in Germania e il futuro dell'Europa

La campagna elettorale prosegue piuttosto stancamente. Nemmeno un efferato delitto compiuto da immigrati come quello di Macerata ha spostato sensibilmente le previsioni di voto. Il crescente rumore che circonda il naturale affanno dei candidati copre un vuoto di indifferenza e, al più, si limita a rafforzare intenzioni di voto già maturate in precedenza. Prevale tuttavia la sensazione – condivisa dai mercati finanziari – che chiunque vinca sarà una vittoria di Pirro e nei tempi medi e lunghi nulla di importante cambierà. La ripresina economica in atto contribuisce a questo stato di apatia che potrebbe tradursi in un astensionismo record.
La vera notizia viene dalla Germania. Se l’accordo tra SPD, CDU, CSU sarà confermato dal referendum tra gli iscritti del partito socialista, il nuovo governo Merkel, caratterizzato da una presenza più incisiva dei socialisti (Esteri e Finanze), metterà subito in campo il rafforzamento dell’Unione Europea. E’ questo l’unico punto su cui la coalizione di governo è concorde e di questo dovranno tenere conto i partner europei; è cominciato – forse – il conto alla rovescia. Se i simboli hanno una loro importanza va notato che anche a Berlino – come a Parigi dopo la vittoria di Macron – la necessità di un’Europa più forte ha preceduto per ordine d’importanza le tematiche nazionali. E l’inno alla gioia di Beethoven ha preceduto gli inni nazionali.


Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

P.L.I. – Liberale o Leghista?

Scusate, m'ero sbagliato.... rivisitando www.liberalequalunque.com  mi sono imbattuto in uno scritto del prof. Chiarenza dedicato proprio alla vicenda relativa alla allenanza elettorale che vede uniti il PLI di Morando e de Luca e la Lega di Salvini. Riporto lo scritto a completamento delle sovrastanti Sue 15 righe.... ( P. Dante)


Quella gloriosa L che al centro della sigla PLI campeggiava nel tricolore del glorioso partito fondato da Croce ed Einaudi dopo la seconda guerra mondiale significava appunto “liberale”.
Durante la prima repubblica il partito ha subito cambiamenti, trasformazioni, scissioni, ricomposizioni. Sempre però tenendo ferma la distinzione tra cultura liberale e nazionalismi conservatori (talvolta reazionari) che del simbolo liberale tentavano di impadronirsi; lo stesso Malagodi, che certo progressista non era, rifiutò sempre le ambigue offerte per la creazione di una “grande destra” con i missini e gli ex-monarchici, ribadendo più volte che un partito liberale – secondo l’insegnamento crociano – non poteva che collocarsi al centro dello schieramento politico. Nella seconda repubblica I liberali, si sono divisi nella scelta di campo scommettendo su due illusioni: quella di chi credeva nel “partito liberale di massa” promesso da Berlusconi, e l’altra, opposta ma non meno infondata, di chi pensava che sotto le fronde dell’Ulivo ci fosse spazio sufficiente per una cultura politica liberale. I nomi li ricordiamo tutti (almeno quelli della mia generazione e di quelle immediatamente successive): Martino, Biondi, Urbani, Pera nel primo caso; Zanone, Marzo, Morelli nel secondo. Un caso a sé ha rappresentato la decisione di Stefano De Luca il quale, raccogliendo il simbolo massacrato del partito, ha tentato di tenerlo in vita con equilibrismi non sempre compatibili con la sua tradizione.
Salvini liberale?
Leggo ora sui social network che il PLI presenterebbe suoi candidati nella Lega di Salvini. Spero di essere smentito ma non mi faccio illusioni. Dopo avere pericolosamente attraversato alleanze con Berlusconi e con la Meloni non mi stupisce questo nuovo approdo del PLI. Ognuno fa le sue scelte e chi è liberale rispetta sempre quelle degli altri anche quando non le condivide. Ma non posso evitare di esprimere la mia profonda amarezza nel vedere un simbolo che ha contrassegnato il mio impegno giovanile finire confuso con un partito come la Lega che di liberale non ha nulla, non solo per la sua storia ma anche per le caratteristiche programmatiche che Salvini gli ha imposto: contro l’Europa sovranazionale, contro l’apertura dei mercati, contro gli immigrati (con evidenti connotazioni razzistiche), contro la riduzione del debito pubblico.
Senza scomodare Zanone che si è fatto cremare, temo che Einaudi, Croce, Malagodi, Martino (Gaetano), e tanti altri si rivolterebbero nella tomba, non per altro, soltanto per non guardare.

31 gennaio 2018                                                   Franco Chiarenza


I PATTI DI ROMA LE LIBERTA' E LE BUROCRAZIE

Ha ragione Raffaello Morelli, con i Trattati di Roma, l'idea di costruire l'Europa venne affidata alla libera scelta " in progress" dei cittadini dei vari stati. Quel processo di scelta sorretta dalla libertà è stato di fatto sostituito da decisioni di ordine tecnico, frutto di progetti apicali rigidi e predefiniti, tanto che noi tutti vediamo adesso una Europa algida e dominata dalle burocrazie. 

 

I PATTI DI ROMA, L'INCOMPRESA SOVRANITA' DEI CITTADINI ED I DISEGNI DELLE BUROCRAZIE

L’articolo “La lezione attuale di 60 anni fa” dell’eurodeputato PD Simona Bonafè auspica con passione un’Europa in cammino, ma elude il suo stesso titolo non cogliendo il nocciolo della lezione dei Trattati di Roma.
Riferendosi ai loro fondamenti, l’articolo mischia fattori che contrastano in modo sottile ma decisivo. Parla esattamente di “Libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali”, ma si sofferma subito su aspetti operativi che erano soltanto strumentali alla libera circolazione, tra i quali la cooperazione tra i membri. E infatti prosegue con un’affermazione netta e giustissima, “I Patti di Roma sono basati sulla libertà” ma poi affianca alla parola chiave libertà la parola cooperazione, così promuovendola d’imperio da strumento a valore fondante. E commenta: i Trattati di Roma sono “un’incredibile impresa di costituirci uniti che ci ha portato ben oltre le intenzioni iniziali”. Così confermando di non aver colto appieno la lezione.
Le intenzioni iniziali erano quelle. Nella Conferenza di Messina (giugno 1955), voluta da Gaetano Martino, Ministro degli Esteri, liberale, docente di fisiologia e rettore in quella Università, i sei paesi intervenuti, non essendoci consenso su un preciso progetto di unione europea, si accordarono per creare due istituzioni, la Comunità per l’atomo e la Comunità Economica Europea, poi nate con i Trattati.
L’accordo per la CEE ebbe due caratteristiche fondamentali. La prima è che, in coerenza con la libertà di movimento di persone e cose, l’iniziativa era degli Europei in autonomia, senza pressioni USA. La seconda è che l’iniziativa non rincorreva un'integrazione generale e non definiva i rapporti tra le nuove istituzioni e gli stati coinvolti. Fissava l’unione doganale e l’impegno a sviluppare l'integrazione economica a passo a passo. Dopo 12 anni, i Governi avrebbero valutato i risultati per stabilire il da farsi. Il metodo del passo dopo passo corrispondeva ad una visione non più legata all’aspirare a progetti rigidi predefiniti. Erano le singole realtà (e dunque gli stati su cui erano sovrani i cittadini) il motore per costruire l’assetto più efficace al fine di convivere insieme liberi.
Il PCI contrastò la costruzione CEE, definendo il sistema a passo a passo un trucco capitalistico per ingannare il popolo (famosi gli interventi in Parlamento ripetuti per due decenni). Negli anni, la capacità del metodo della libertà a passo a passo, ha fatto della UE l’istituzione internazionale meno lontana dai cittadini. Non a caso il meccanismo si è inceppato quando il metodo della libera circolazione e del confronto sperimentale sui risultati, è stato messo di fatto da parte e sostituito dalla cooperazione incapace di scegliere in base alle concrete condizioni reali. In pratica dal pensare possibile svilupparsi, sulle spalle della sovranità dei cittadini europei, privilegiando le burocrazie e i loro disegni prefissati.
Ecco perché non cogliere la lezione di libertà a passo a passo, rende ardua oggi l’impresa, auspicata dalla Bonafé, dell’Europa in cammino. Incombe lo spettro della proposta di riforma costituzionale che la Bonafè voleva. Non contano intenzioni e speranze, contano procedure e mezzi per il convivere accettati dai cittadini.

Raffaello Morelli 

                                                                                                                                  

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

Quindici giorni in quindici righe (16 - 30 Marzo)


La crisi di governo continua ad avvitarsi intorno allo scoglio (che appare per ora insuperabile) di Berlusconi. Il movimento cinque stelle non può accoglierlo in una coalizione di governo senza perdere la faccia di fronte al proprio elettorato, la lega di Salvini non può abbandonarlo al suo destino (almeno per ora) per ragioni numeriche ma anche per motivi di convenienza. Il partito democratico (almeno per ora) si tiene lontano dai giochi, registra con stupore gli sgarbi istituzionali dei Cinque Stelle (uffici di presidenza parlamentari, ecc.) e cerca nuovi equilibri interni.
Dopo la pausa di riflessione pasquale la partita sarà giocata al Quirinale ma anche la mediazione di Mattarella non potrà che produrre una soluzione debole e transitoria. Nuove elezioni entro un anno si dimostreranno inevitabili.
In Estremo Oriente Trump è stato spiazzato dalle improvvise aperture negoziali di Kim Il Jong. La  visita a Pechino del leader nord-coreano ha riportato al centro della scena la Cina ma ha anche mostrato la vera posta in gioco: il futuro della Corea del sud. Il disimpegno americano rappresenta per i cinesi una ghiotta occasione per neutralizzare Seul e impedire che si saldi un fronte (potenzialmente anche militare) con il Giappone e Taiwan. Trump non ha scelta: o una precipitosa marcia indietro oppure l’abbandono di ogni politica di contenimento dell’influenza cinese in Estremo Oriente. L’Europa appare immobile nel suo letargo.

Del governo a 5 Stelle.

 Come sempre, la analisi di Livio Ghersi non fa una piega. Da leggere subito

Consideriamo le otto regioni dell'Italia meridionale ed insulare: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia, Sardegna. Nelle elezioni della Camera dei deputati, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 76 collegi uninominali su 80. Nelle elezioni del Senato, il Movimento 5 Stelle ha conquistato 37 collegi uninominali su 39.

Come era logico che accadesse, con il sistema maggioritario in collegi uninominali l'Italia non è risultata tripolare, ma bipolare, perché uno dei tre poli di partenza, in questo caso il centro-sinistra, è uscito fortemente ridimensionato. Noi avevamo sperato, invece, che ad essere ridimensionato fosse il Movimento 5 Stelle che consideravamo partito di protesta, privo di reale radicamento.

Il problema è che il 4 marzo 2018 il vento della protesta è stato incontenibile, anche se localizzato soprattutto al Sud.

Consideriamo altre zone geografiche, di cui conosciamo i risultati definitivi. In Lombardia la coalizione di centro-destra ha conquistato, per la Camera, 34 collegi uninominali su 37 e, per il Senato, 17 collegi uninominali su 18.

Le ex regioni "rosse", Toscana ed Emilia-Romagna, non sono più rosse (ma questa non è una novità). Per la Camera, la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 16 collegi uninominali su 31, mentre gli altri 15 collegi sono andati alla coalizione di centro-destra. Per il Senato, nelle medesime due regioni la coalizione di centro-sinistra ha conquistato 7 collegi uninominali su 15, mentre la coalizione di centro-destra ne ha conquistati 8.

A tre giorni di distanza dal voto, purtroppo non possediamo ancora i risultati definitivi in termini di seggi, ma è già chiaro che né il centro-destra, né il Movimento 5 Stelle possono avere una maggioranza numerica nei due rami del Parlamento. Anzi, sono entrambi lontani dal poter disporre di una maggioranza.

Tutte le tensioni, conseguentemente, si scaricano sul terzo raggruppamento, che fa capo al Partito democratico. Ho ascoltato il discorso con cui Renzi ha motivato le sue dimissioni dalla carica di Segretario del PD e, pur non essendo un suo estimatore, ho apprezzato la linea che ha enunciato: passaggio all'opposizione, senza sbandamenti a sostegno di questo e di quello.

Stanno venendo allo scoperto esponenti del Partito democratico pronti ad immaginare un sostegno esterno ad un governo espresso dal Movimento 5 Stelle. Sono per lo più meridionali, in particolare pugliesi e siciliani, ma non soltanto meridionali. La cosiddetta "sinistra" del Partito pensa di avere più cose in comune con i 5 Stelle, di quante ne possa avere con la Lega di Salvini.

Ciò induce a riflettere su che cosa sia il raggruppamento che fa capo a Di Maio. É vero che è stato massicciamente votato da elettori che, in precedenza, votavano per il Partito democratico e si consideravano "di sinistra". Tuttavia, il Movimento 5 Stelle, ricondotto alle teste pensanti che lo dirigono ed al suo ceto politico, non è una formazione "di sinistra". Somiglia, piuttosto, ai partiti "acchiappatutto", che abbiamo ben conosciuto. In particolare, secondo l'esperienza storica, sono partiti "acchiappatutto" quelli che si riconoscono in un'ideologia nazionalista (la Nazione sta al di sopra delle classi sociali) e quelli che fanno leva sul rancore sociale e, quindi, sono pronti a cavalcare tutte le proteste, anche di segno contraddittorio fra loro.

Come meridionale, non soltanto non mi sento gratificato dal fatto che oggi esista un così forte partito del Sud, ma mi aspetto il peggio proprio per il mio Sud. Che da noi esistano motivi validi per alimentare il rancore sociale, è fuori discussione. Sono in crisi i due tradizionali motori della raccolta del consenso clientelare: la spesa pubblica e l'impiego (ossia, il "posto" sicuro) nelle pubbliche amministrazioni. Tuttavia, qualche "posto" da dare ancora c'è. La cosa che fa letteralmente impazzire la gente è che questo ambitissimo posto venga attribuito sempre a chi è "figlio di", o "amico di", al di fuori di ogni logica meritocratica; anzi, il più delle volte, in evidente spregio alla meritocrazia. Così, per uno che viene accontentato, mille si sentono offesi e covano un rancore e una rabbia montanti.

Non scambiate tutto questo per "ansia" di giustizia sociale. La mentalità predominante è individualistica. Qualora si aprisse uno spiraglio per dare il posto al proprio figlio, o figlia, al proprio genero, o nuora, immediatamente cambierebbe la considerazione nei confronti degli uomini di governo e degli amministratori: questi diverrebbero subito bravi e illuminati. Quello che manca – e ciò è disperante – è il senso della buona gestione del pubblico denaro e della buona amministrazione della cosa comune. Se, ad esempio, un uomo di governo si occupasse davvero, con onestà, della gestione dei rifiuti urbani, trovando una soluzione per evitare che gli autocompattatori debbano percorrere un centinaio di chilometri in autostrada per conferire i rifiuti in discariche sempre più lontane, e per di più pagando i soggetti privati che hanno la concessione delle discariche, allora quell'uomo di governo verrebbe visto come un alieno. In nome dell'ecologia, guai parlare della costruzione di termovalorizzatori. In nome dell'economia di mercato (quando serve a soddisfare interessi privati, anche l'economia di mercato può essere evocata come un valore), è evidente che la gestione delle discariche debba essere affidata a soggetti privati. Mentre il potere pubblico deve limitarsi a "controllare" che i concessionari rispettino tutte le normative in materia di trattamento dei rifiuti (risate omeriche).

Così la regola diventa quella delle mazzette a chi deve assegnare l'appalto per la gestione delle discariche e delle mazzette a chi deve poi dimenticarsi di fare verifiche e controlli. Salvo poi organizzare convegni sulla diffusione del fenomeno della corruzione.

Ogni tanto si scopre che la criminalità organizzata fa lucrosi affari nel settore dei rifiuti. Ma va?

Il Movimento 5 Stelle può modificare questo andazzo? Pensiamo proprio di no. Il tutto si risolverà unicamente in un ascensore sociale che consentirà ad un ristretto numero di persone, finora fuori dai giochi, di entrare a far parte del ceto politico con funzioni di rappresentanza, di amministrazione e di governo. Potere finalmente guardare dall'alto in basso quelli che, per nascita e per relazioni, finora hanno addentato la polpa della vita: questo il vero programma politico!

Fateli governare consecutivamente per cinque anni e poi vedrete se, a loro volta, non saranno travolti dalla protesta sociale. Il problema è: dopo cinque anni, che cosa resterà della nostra Italia?

Temo che sinistra di cultura post socialista e Movimento 5 Stelle possano accordarsi su una politica economica basata sulla spesa in deficit. Il povero Keynes, che era un economista bravo e degno del massimo rispetto, qui c'entra poco: muovendo da un debito pubblico che supera il 130 % del PIL (Prodotto interno lordo), nessun economista keynesiano serio si avventurerebbe sulla strada dell'espansione massiccia del deficit, quindi del debito.

Qui si fantastica, invece, di un reddito di cittadinanza, di entità consistente, che poi si sommerebbe inevitabilmente al lavoro in nero (tanto, chi controlla?).

Il Presidente della Repubblica si troverà a svolgere un ben difficile compito; nessuno vorrebbe essere nei suoi panni.

Per quanto direttamente ci riguarda, noi pochi liberali di tradizione risorgimentale siamo abituati ad essere minoranza. Dopo il 4 marzo 2018 lo saremo ancor di più. Del resto, il consenso sociale espresso per i 5 Stelle, soprattutto dalle generazioni più giovani, rispecchia perfettamente lo scadimento qualitativo del sistema scolastico pubblico. Riformatori di centro-sinistra e di centro-destra hanno dato il meglio di sé per scassare definitivamente la Scuola pubblica. Niente cultura "nozionistica", ridimensionamento progressivo dell'importanza di materie quali storia, geografia, filosofia, lingua latina, promozione garantita comunque a tutti. Fino all'alternanza fra scuola e "lavoro": qualunque cosa va bene pur di non studiare seriamente. Davvero complimenti, ed ora non stupitevi che un Di Maio possa essere scambiato per un uomo di Stato!

Cercheremo di resistere, di restare in sintonia con le dinamiche dell'Unione Europea, ma è bene iniziare ad attrezzarsi per svolgere un'opposizione all'altezza delle emergenze che viviamo.

Palermo 7 marzo 2018                                         Livio Ghersi



Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

La Siria, oltre le bugie interessate.

La lettura di questa riflessione, colta, scorrevole di Livio Ghersi è in assoluta sintonia con il principio " conoscere per deliberare " di einaudiana memoria. Si possono non condividere le conclusioni cui Ghersi giunge, sia perchè non è detto che l'America intenda usare armi atomiche, sia perché lasciar correre l'utilizzo di armi chimiche non può essere accettato a cuor leggero. Personalmente, anche in questa occasione, credo debba porsi in evidenza il risvolto della medaglia del tanto osannato presidenzialismo. Non mi piace che Putin e Trump abbiano nelle mani le sorti dell'umanità: Il primo è troppo astuto, il secondo troppo sciocco. Almeno per l'impiego delle Armi contro altri Stati e/o Comunità, salva l'ipotesi del doversi subito difendere, ogni Paese civile dovrebbe delegare la decisione ad un comitato di saggi in modo da mitigare ogni isterismo.  Il pericolo di una democrazia ormai preda dei social, in cui, come ricordava Eco, non passa differenza fra il parere di un premio Nobel e quello di un avventore da bar , è che quella democrazia porti l'umanità sull'orlo del baratro. (P. Dante ) 

In questi ultimi anni ho seguìto passo passo e con grande trepidazione le notizie sulla Siria. Che non è un Paese come tutti gli altri; così come non è un Paese come tutti gli altri il confinante Iraq.
Leggo dal saggio del filosofo Karl Jaspers "Origine e senso della Storia" (del 1949): «Dall'oscuro mondo di una preistoria durata centinaia di migliaia di anni, e dalle decine di migliaia di anni di vita di esseri umani simili a noi, emersero le antiche alte civiltà qualche millennio prima di Cristo, in Mesopotamia, in Egitto, nella valle dell'Indo e lungo il Hoang-ho». Lo Hoang-ho è quello che noi chiamiamo "Fiume giallo", in Cina.
La Mesopotamia è la terra fra i due fiumi, l'Eufrate e il Tigri, i quali scorrono in direzione del Golfo Persico. Questo è una porzione di mare stretto e lungo, fra la penisola arabica ad Ovest e l'Iran a Est.
Lì, in quello spazio geografico, l'umanità ha fatto alcune delle sue prime importanti conquiste: a partire dalla scrittura, adottata, per quel che ne sappiamo, dai Sumeri in un tempo anteriore al tremila avanti Cristo. Ossia, circa cinquemilatrecento anni fa.
Se il concetto di "sacro" ha un senso, devono considerarsi sacri quei luoghi dove per migliaia e migliaia di anni esseri umani hanno raggiunto elevati livelli di civiltà e quindi hanno insegnato gli uni agli altri, hanno sviluppato la conoscenza (matematica, geometria, astronomia, tecniche di navigazione), hanno espresso il "bello" nelle arti figurative e nell'architettura, hanno sviluppato il sentimento religioso e pregato le Divinità in cui credevano.
La popolazione siriana è oggi, nella sua stragrande maggioranza, di fede islamica, ma la storia della Siria parte molto prima di quella dell'Islam. In più punti della Bibbia si parla di Damasco. Ad esempio, il profeta Geremia, nei suoi oracoli contro i popoli pagani, a proposito di Damasco ricorda come fosse considerata «la città della gloria, la città della gioia» (Gr, 49, 25). La Siria è stata teatro di vicende importanti nella storia dell'Europa meridionale, mediterranea, e nella storia del Cristianesimo: ricordate san Paolo "folgorato" mentre era sulla via di Damasco? Il regime degli Assad (di Hafiz al-Assad, al potere dal 1971 al 2000, poi del figlio Bashar al-Assad) è stato effettivamente rispettoso delle significative minoranze cristiane presenti in quel Paese. É stato subito chiaro quanto, in quel contesto, fosse preziosa una reale tolleranza religiosa quando si è manifestato l'ISIS, sedicente Stato islamico dell'Iraq e della Siria. Gli estremisti islamici dell'ISIS hanno cominciato a perseguitare sistematicamente tutte le minoranze religiose, cristiani in testa. In ciò contravvenendo a dei precisi precetti religiosi islamici, perché il Corano, il loro libro sacro, riconosce e rispetta "la gente del libro" (Ebrei e Cristiani). «Ma non tutti sono uguali: tra la gente del libro c'è una comunità di uomini retti, che recitano i versetti di Dio durante la notte e si prosternano, credono in Dio e nell'ultimo giorno, ordinano la giustizia e impediscono l'ingiustizia, e fanno a gara nelle buone azioni. Essi appartengono al numero dei puri, e il bene che fanno non sarà loro negato, Dio sa bene chi ha timore di Lui» (Sura 3, 113-115).«Nel nome di Dio, il Clemente, il Compassionevole. Dì: "Miscredenti! Io non adoro quel che voi adorate e voi non adorate quel che adoro, e io non adorerò quel che adorate e voi non adorerete quel che adoro. A voi la religione vostra, a me la mia"» (Sura 109). In questi giorni, in queste ore, ritornano le accuse contro il dittatore Bashar al-Assad e contro le sue forze armate per il presunto utilizzo di armi chimiche contro gli oppositori e, quindi, anche contro la popolazione civile. Le prime accuse di questo tipo risalgono all'agosto del 2013. Il governo siriano ha sempre negato. 

Il Presidente degli Stati Uniti d'America, Donald Trump, ha ordinato di preparare una "punizione" esemplare contro il regime siriano. A quanto si dice, dovrebbe trattarsi di qualcosa di molto più doloroso e di molto più radicale rispetto ai missili americani lanciati nell'aprile del 2017 contro un aeroporto militare siriano.
Dal punto di vista della legalità internazionale, gli Stati Uniti non hanno alcun titolo per "punire" chicchessia. L'unico Organo a ciò deputato, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, non ha adottato alcuna risoluzione, perché la Russia ha posto il veto. Stupisce che a soffiare sul fuoco sia uno Stato quale la Francia, governata dal giovanotto ambizioso Emmanuel Macron. Stia attento, perché certi azzardi e certe avventure si possono pagare molto duramente.
Cosa c'entra la Francia con la Siria? Ce lo dice la storia. Al termine della prima guerra mondiale, Francia e Regno Unito si spartirono i territori del Medio Oriente prima soggetti alla dominazione dell'Impero Ottomano. Dall'intesa fra due diplomatici, l'inglese Mark Sykes ed il francese François Georges Picot, derivò l'invenzione di quattro stati nazionali, senza stare troppo a sottilizzare con i confini, spesso tracciati segnando linee con un righello nella carta geografica. Si stabilì che Siria e Libano ricadessero nella sfera d'influenza francese, mentre l'Iraq e la Transgiordania (comprendente non soltanto la Giordania, ma anche la Palestina e l'attuale Israele) furono ricondotti alla sfera d'influenza del Regno Unito. Il lettore obietterà che stiamo parlando del 1919. Il colonialismo non è, non dovrebbe essere, finito da un pezzo? Malpensanti, è chiaro che Macron difende le ragioni della "coscienza universale", la quale non può tollerare l'uso di armi chimiche.
Cerchiamo di far funzionare il cervello, che il buon Dio – per chi ci crede – ci ha dato. Ammesso e non concesso che il governo siriano abbia commesso la grave colpa di utilizzare armi chimiche, con conseguente strage indiscriminata di popolazione civile, in che cosa si tradurrà la sanzione? Bestie, di cui non riportiamo il nome, arrivano ad ipotizzare che, al minimo cenno di reazione, non tanto di Bashar al-Assad, che è debole, ma dei suoi alleati Russia e Iran, la Siria "sarà cancellata" dalla carta geografica. Il che lascia intravedere, almeno come minaccia, il possibile impiego di armi atomiche.
La logica che si vorrebbe adottare, dunque, è la seguente: per punire chi ha ucciso un centinaio di siriani innocenti, tra i quali bambini, bisogna essere pronti ad uccidere alcuni milioni di siriani, innocenti o colpevoli non importa, e tra loro, certamente, alcuna centinaia di migliaia di bambini. Non vi sembra che questo modo di ragionare sia quanto meno incoerente, per non definirlo in altro modo?
Di fronte ad una tragedia di questa portata, in Italia c'è chi pensa di poter utilizzare la politica estera come chiave per la politica interna. Nel quotidiano "La Stampa" dell'11 aprile 2018 viene riportata, con grande risalto, questa dichiarazione del Sottosegretario agli Esteri, tal Vincenzo Amendola: «Il Governo italiano è a fianco dei tradizionali alleati del nostro Paese: Stati Uniti, Francia e Regno Unito. Se Salvini la pensa diversamente lo dica con chiarezza». La "scandalosa" dichiarazione di Matteo Salvini, riportata dalla medesima fonte di stampa, è la seguente:«Chiedo al presidente Gentiloni una presa di posizione netta dell'Italia contro ogni ulteriore e disastroso intervento militare in Siria».
Non ho alcuna simpatia politica per Salvini e per la sua Lega, ma condivido perfettamente il senso della sua dichiarazione e sono pronto a sottoscriverla. Gli Stati Uniti sono un grande Paese, ma bisogna pur comprendere che Trump non è Abraham Lincoln, né Franklin Delano Roosevelt. É mortificante ed inaccettabile avere come linea di politica estera la scelta di stare sempre e comunque al fianco di Trump. Il quale minaccia di colpire la Siria anche per distrarre l'opinione pubblica statunitense da alcune inchieste che direttamente lo riguardano. Ci deve pur essere un limite all'essere servi stupidi degli americani, all'appiattirsi sulla fedeltà atlantica. Dopo il 1989, più di un osservatore si è chiesto a che cosa serva ancora la Nato. Parlo di commentatori certamente non sospetti di estremismo politico e che padroneggiano davvero la materia della politica estera, quali Sergio Romano.
La fobia nei confronti della Russia non ha alcun fondamento di razionalità politica. Si tratta di un governo autocratico, obietterete. E allora? Anche la Cina attuale è un regime autoritario, secondo i nostri parametri. Tutti i Paesi islamici, dalla Turchia all'Arabia Saudita, dall'Egitto all'Iran, sono regimi autoritari. E allora? Dovremmo smettere di commerciare e rinchiuderci nella nostra presunta "purezza"? E poi il simbolo di questa "purezza", l'occidentale puro, chi sarebbe, forse Donald Trump? Purtroppo, non c'è niente da ridere.
Palermo, 12 aprile 2018                                                  Livio Ghersi

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

Quindici giorni in quindici righe (16 - 31 Gennaio)

E' davvero un piacere leggere la sintesi del prof. Chiarenza e dunque, sino a quando non saremo diffidati dal pubblicare i Suoi sintetici scritti, continueremo a riportarli in evidenza. In verità, durante questi ultimi 15 giorni è accaduto anche dell'altro,  roba che il prof. Chiarenza, volando alto, comprensibilmente, non ha preso in alcuna considerazione. Mi riferisco alle intese fra i Liberali del PLI di Morando e de Luca e la Lega di Salvini.... Sul web s'è scatenato un pandemonio... Se disponessimo di un Partito Politico vero con un voto per ogni reciproco insulto che i Liberali si sono inviati a partire da un secondo dopo la pubblicazione della singolare alleanza, avremmo la maggioranza assoluta nei due rami del Parlamento. Sta di fatto che siamo imbattibili nel polemizzare ma straordinariamente pigri nel più faticoso compito di rimboccarci le maniche e scendere in piazza per diffondere, urbi et orbi, il nostro credo. Comunque sia, poiché dubito fortemente che a raccoglier consensi liberali possano essere Salvini ed i suoi seguaci, mi domando quanti liberali andrebbero a rappresentare gli eventuali eletti del PLI alla Camera o al Senato. La risposta, come ovvio, é : " nessun Liberale" . Stando così le cose, l'impressione che il PLI darà agli elettori, non potrà essere altra se non quella d'avere giocherellato con la Politica, passatempo al quale, riesaminati i nostri trascorsi, non supponevo avessimo attitudine e che può servir solo a complicarci l'esistenza. Ciò detto, torniamo a volare alto con il prof. Chiarenza e ricordiamo che potete trovare i Suoi scritti su: www.liberalequalunque.com ( P. Dante)


La politica interna è dominata dalla campagna elettorale per le elezioni politiche. I toni si sono un po’ raffreddati dopo che tutti i media (compresi i social) hanno abbondantemente ironizzato sulla gara delle promesse irrealizzabili in cui tutti i contendenti si sono profusi. Resta tuttavia l’impressione che le differenze all’interno dei due schieramenti (sinistra e destra) tendano ad aumentare fino al punto di rendere difficile una coabitazione dopo le elezioni. Il movimento cinque stelle malgrado l’evidente disimpegno di Grillo mantiene nei sondaggi una posizione preminente e Di Maio continua la sua campagna di rassicurazione nei confronti dei “poteri forti” nazionali e internazionali raccattando all’insegna della “competenza” personaggi provenienti dalle più disparate esperienze professionali e politiche.
Anche la politica internazionale attraversa un momento di stallo. L’Europa attende la formazione del nuovo governo tedesco e l’esito delle elezioni italiane a cui tutti guardano con apprensione. In America e in Asia continua il palleggio a fasi alterne tra Trump e la Cina mentre la minaccia nord-coreana sembra – come era prevedibile - ridimensionata. Anche la Russia attraversa un periodo pre-elettorale: non è in discussione la vittoria di Putin ma dalle sue dimensioni si potrà capire quanto il suo potere sia stabile. In Medio Oriente si agita, al momento, soltanto la Turchia preoccupata dello spazio politico e militare che, dopo la fine dell’ISIS, potrebbero occupare i curdi.

31 gennaio 2018                                                 Franco Chiarenza

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

Il fenomeno Trump visto da Raffaello Morelli

IL VOTO COME SPINTA AL CAMBIAMENTO

Il giuramento del nuovo Presidente USA conclude un processo elettorale istruttivo non soltanto per gli americani. La sovranità del cittadino non si esaurisce in una scelta tra il progetto voluto da chi ha gestito il potere e il progetto di chi si era opposto. La sovranità del cittadino riguarda anche la scelta della natura del progetto di governo. Come questo caso dimostra.

I cittadini hanno rifiutato sia il programma dei democratici sia il programma dei repubblicani, incluse le rispettive dinastie familiari. Programmi senza dubbio differenti eppure analoghi. Su cosa? Sul praticare il governo secondo i modi, i fini e gli interessi non dei diversi cittadini bensì di quanti impiegati nel far funzionare la macchina istituzionale. In queste elezioni 2016 – in cui c’è stata non per caso la convergenza dei democratici e di importantissimi esponenti repubblicani – i cittadini hanno preferito un progetto di cambiamento strutturale che riportasse la barra sulla sovranità del cittadino. Oltretutto, nel sistema americano dello spoil sistem, ad ogni elezione i dirigenti istituzionali si avvicendano del tutto e quindi i cittadini hanno voluto evitare proprio il solito avvicendamento tra democratici e repubblicani ambedue disattenti al cittadino.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la volontà di cambiamento. Lui non è liberale. E’ un conservatore convinto pur non statico, fautore di meccanismi capitalistici pur senza blocchi ideologici, con forti pregiudizi maschilisti pur non accusato di scorrettezze sessuali. Gli americani hanno preferito questa personalità controversa per cambiare rispetto alle concezioni di governo repubblicane prima e dopo democratiche che hanno spinto gli Stati Uniti ad un regresso tangibile. Sul piano internazionale si è passati dall’incoerente esportazione della democrazia all’incapacità di far fronte alle guerre civili in Medio Oriente e di contrastare il diffondersi dell’ISIS, il tutto nell’ossessione di un’anacronistica guerra fredda con la Russia. Sul piano interno si è passati dalla colpevole mano libera alla gravissima crisi bancaria a metà anni 2000 alla continua perdita di posti di lavoro delle classi medie a vantaggio delle economie dei paesi emergenti e del non abbastanza controllato afflusso di mano d’opera straniera.

In maggioranza i cittadini americani non si fidavano più delle tradizionali ricette di governo dimostratesi inefficaci nei fatti. E hanno scelto uno che assicura il cambiamento con indirizzi protezionistici ma chiari. Ripensare il libero commercio internazionale per riportare le imprese americane ad investire negli USA , far crescere i posti di lavoro incentivando l’economia interna, ristabilire migliori rapporti con la Russia contro il terrorismo della Jihad e per collaborare nei punti di crisi, diminuire gli impegni finanziari nella NATO.

Ed è emblematico il cambiamento sull’annoso contenzioso tra israeliani e palestinesi. Da molti anni le Camere avevano votato che gli USA spostassero la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma un malinteso conformismo diplomatico aveva indotto i Presidenti a non farlo. Trump lo farà e questo non riguarda il Medio Oriente, ma investe il rispetto della sovranità dei cittadini che repubblicani e democratici hanno mostrato di non avere.

Le elezioni USA fanno vedere che i progetti politici sono essenziali nel processo democratico, ma non vanno mai trascurati i risultati della loro applicazione, dato che il fine vero della democrazia non è il voto in sé ma il voto per cambiare davvero e adeguarsi al mondo che muta nel tempo.

Raffaello Morelli

IL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO PROTAGONISTA DELL'ULTIMO LIBRO DI QUAGLIENI

Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell'Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell'attività del Centro "Mario Pannunzio" di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro. Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l'ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di "Maestri e amici". Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l'espressione "Le radici".

Dare un'idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c'è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all'Autore sembra l'essenziale, non c'è alcuna nota bibliografica. L'assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.
Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell'Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L'impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli "Incontri" di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l'Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un'opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).
Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell'utile»; mentalità espressa in una forma anch'essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.
Non penso sia un caso che la sezione "Le radici" si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell'Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall'iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire "anarco-capitalismo". Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L'Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell'equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all'attuale andazzo dell'economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l'economia. Così l'Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti "derivati", quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti "credit default swaps" (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l'obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.
Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell'esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini "laicismo" e "laicità". Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d'intransigenza e d'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della "laicità" correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d'accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi "laici", nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d'azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un'altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell'opinione pubblica.
In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio e "Il Mondo", uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra "colonna" de "Il Mondo", il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell'occasione, Pannunzio scrisse, tra l'altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al "Mondo" e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.
Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite "formali" e "borghesi". Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell'intellettuale pugliese: ridimensionare l'influenza che Croce aveva esercitato nell'opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall'altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.
Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d'Italia e l'iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s'impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.
In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un'Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l'attuale fase di decadenza.
Palermo, 22 marzo 2017

Livio Ghersi

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

Beppe Grillo e l'ALDE

 

Beppe Grillo chiede agli iscritti al Movimento Cinque Stelle di pronunciarsi sulla collocazione futura dei parlamentari europei del Movimento e, in particolare, su una loro possibile adesione al Gruppo parlamentare dei liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo.
Immagino che non avrebbe promosso una consultazione degli iscritti tramite Rete se prima non avesse raggiunto una qualche intesa preventiva con i vertici dell'ALDE; il che significa che Guy Verhofstadt, attuale presidente del Gruppo dei Liberal-democratici, deve essere, non soltanto informato della questione, ma anche non ostile pregiudizialmente.
Forse non siamo molti in Italia ad essere interessati alle vicende dell'ALDE; che, ricordiamo, al momento non è il riferimento politico di alcun partito rappresentato in almeno una delle due Camere del Parlamento italiano. L'Italia ignora i liberal-democratici dell'ALDE, come hanno clamorosamente dimostrato le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, quando la lista denominata Scelta europea, promossa proprio da Verhofstadt, ottenne soltanto 196.157 voti (0,71 %).
Continuano a seguire con attenzione quanto i liberal-democratici fanno al Parlamento Europeo soltanto quei non molti, tra liberi intellettuali ed ex politici di professione, che continuano a rivendicare orgogliosamente la propria identità culturale liberale, o repubblicana, o federalista europea. C'è, invece, un numero ragguardevole di liberali destrorsi, già berlusconiani, o tuttora tali, che di un gruppo minoritario come quello dell'ALDE non ha mai saputo cosa farsene: questi liberali destrorsi sono realisti e sentono il richiamo del potere. Il loro punto di riferimento, passato e presente, resta saldamente il Gruppo del Partito Popolare Europeo. Qualcuno potrebbe obiettare che l'anima storica di quel gruppo è cristiano democratica, certamente non laico liberale. Queste, tuttavia, sono questioni di logica politica che, in un mondo di apparenza, di messaggi semplificati, di comunicazione eterodiretta, non devono interessare il vasto pubblico. Il liberale berlusconiano risolverà il problema con un approccio sincretico: definiamoci "liberal-popolari" e non se ne parli più.
Ora Beppe Grillo, per sue strategie politiche, per suoi tornaconti pratico-utilitaristici, viene a scuoterci dalle nostre malinconie liberali e repubblicane. Non mancano le reazioni indignate ed è perfettamente logico e comprensibile che ci siano. Cito per tutti l'amico Pasquale Dante, animatore del Movimento politico culturale "Agorà liberale", che ha inviato una lettera di vibrante protesta proprio a Verhofstadt: Dante, ricorda, fra l'altro, che, in occasione di un appuntamento molto importante per il nostro Paese, le elezioni dell'Assemblea Costituente nel 1946, il liberale Benedetto Croce, al tempo presidente del PLI, non volle fare un'alleanza elettorale con i Qualunquisti di Guglielmo Gianninini. Tutto vero; ma anche a questo argomento si potrebbe replicare che stiamo parlando di Benedetto Croce e che nell'Italia del 1946 c'era ancora un numero sufficiente di persone in grado di comprenderne gli ideali ed i ragionamenti. Vedete qualche Benedetto Croce in giro nell'Italia odierna?
Il Movimento Cinque Stelle ritiene insufficiente la democrazia parlamentare rappresentativa e punta sulla democrazia diretta. Vuole abolire il principio costituzionale secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (articolo 67 Cost.). L'idea del parlamentare che non può andare oltre la delega ricevuta e che è tenuto a sottostare alla disciplina di partito può sembrare attraente soltanto a chi non veda al di là del proprio naso. Quando, il 29 agosto del 2013, la Camera dei Comuni del Regno Unito respinse, con 285 voti contro 272, la mozione presentata dall'allora Primo ministro David Cameron che chiedeva un intervento militare in Siria, risultarono decisivi 30 deputati conservatori e 9 deputati liberal-democratici, i quali votarono in dissenso rispetto ai gruppi di appartenenza. Si preferisce che nelle grandi questioni di coscienza, com'è appunto quella di decidere se fare una guerra, i parlamentari siano soltanto numeri che si sommano, secondo le direttive dei partiti? Se sono soltanto numeri, tanto vale non farli nemmeno votare: che votino soltanto i capigruppo! La nostra idea di democrazia liberale è decisamente diversa: in ogni contesto è la singola persona, con la sua testa e con la sua coscienza, a fare la differenza.
Noi liberali siamo altra cosa rispetto ai Cinque Stelle e non è possibile alcuna mescolanza strutturale. Ciò non esclude che si possano trovare occasionali convergenze per l'approvazione di singoli provvedimenti; prassi che in un libero Parlamento va seguita nei confronti di tutti i gruppi rappresentati. Non deve mai, quindi, essere motivo di scandalo.
La verità è che anche il Gruppo parlamentare dell'ALDE è politicamente debole: per la mancanza di un orientamento chiaro, prima che per l'esiguità dei numeri. In passato era un partito sovranazionale, l'Internazionale liberale, a preoccuparsi di fare chiarezza ideale e programmatica e a dare la linea. Il Gruppo dei liberal-democratici è una creatura relativamente recente, che risale alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, nel 1976. Allora si chiamava gruppo dell'ELDR ed il presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi, riuscì a fare in modo che vi aderissero anche i repubblicani italiani di Ugo La Malfa.
Il Gruppo parlamentare è sempre stato occasione di convergenze politicamente discutibili, per l'unico obiettivo di determinare una massa numerica che potesse pesare di più negli equilibri parlamentari. Così, in passato, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Prodi, di Rutelli e di Enrico Letta: certamente tutti amici dei liberali, ma con la chiara consapevolezza di avere un'identità diversa da quella dei liberali. Ciò che è peggio, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Di Pietro, ossia l'Italia dei Valori.
Ecco, la vicenda del Movimento Cinque Stelle ricorda da vicino il precedente di Italia dei Valori. Che fu motivo di equivoci e di fraintendimenti anche per qualche liberale, il quale riteneva, magari in assoluta buona fede, ma a torto, che l'adesione all'ALDE significasse qualcosa nella sostanza.
Ora, grazie a quel precedente, sappiamo che, anche se l'accordo con il Movimento Cinque Stelle andrà in porto, si tratterà di un fatto di mera tattica parlamentare, roba da politica politicante.
Se liberali, repubblicani, federalisti europei, aspirano a qualcosa di diverso, si diano loro una mossa.
Palermo, 9 gennaio 2017

Livio Ghersi

LA CULTURA LIBERALE E L'APPUNTAMENTO ELETTORALE DEL 4 MARZO

L'idea di Livio Ghersi é pienamente condivisibile: il 4 marzo si deve andare a votare e, in mancanza di un Partito Politico che rappresenti tutti i Liberali, si dovrà operare una libera scelta fra le opzioni in campo. Come sempre, le riflessioni di Livio spaziano ma hanno anche un altro pregio: quello di farci sentire uniti e determinanti, magari in concorde discordia, ma sempre come teste pensanti in questo nuovo mondo di twittante superficialità  


       La resistenza della cultura liberale
Il prossimo 4 marzo non ci asterremo dal voto. Si tratta di
rinnovare il Parlamento italiano: un appuntamento elettorale
importante, che non mancheremo. Faremo, quindi, il nostro dovere di
cittadini e di elettori. Non abbiamo un partito, meno che mai una
coalizione, di riferimento. Ciò significa che sceglieremo quel candidato
nel collegio uninominale e quella lista (nel collegio plurinominale) che,
dal nostro punto di vista, rappresentano il meglio possibile nel
momento dato, ovvero il meno peggio.
Voteremo con lo stesso spirito che animava gli elettori del
Liberal Party nel Regno Unito, a partire dal secondo dopoguerra. Si
sapeva che, difficilmente, il candidato liberale sarebbe riuscito eletto
nel collegio uninominale in cui si presentava, perché l'elettorato
tendeva a concentrarsi nei due partiti di massa, il laburista ed il
conservatore. Gli elettori liberali però continuavano, tenacemente, a
sostenere il proprio candidato, collegio per collegio. Ad esempio, nelle
elezioni del 1974 per il rinnovo della Camera dei Comuni, il Liberal
Party ottenne il 19,35 % dei voti validi espressi; ma, in applicazione
della legge elettorale maggioritaria, conquistò soltanto 14 seggi. I
cocciuti elettori liberali erano contenti così. Per loro era sufficiente
partecipare, esprimere il proprio punto di vista, ottenere una
rappresentanza che desse loro voce in Parlamento. Poi cambiava poco
se i deputati eletti fossero stati 8, oppure 14, o 20.
Il nostro carattere nazionale è meno saldo. In Italia le
minoranze non suscitano simpatie. Si vuole vincere a tutti i costi e si
suole correre in soccorso di chi appare più forte. Forse, a ben vedere,
non si crede fino in fondo nel metodo democratico; sicuramente, si
crede poco nel sistema rappresentativo. L'elettore medio legge poco,
non coltiva ideali, se ne frega del "bene pubblico" e mira ad obiettivi
precisi: il proprio miglioramento economico, un lavoro per i figli,
addirittura un aiuto per risolvere problemi burocratici. Per la gente
che ragiona così, i politici non sono buoni, né cattivi. Possono essere
soltanto utili (per risolvere i loro concreti problemi), o inutili. Di
conseguenza, i politici non vanno criticati secondo ragionamenti logici
(giusti, o sbagliati che siano), ma combattuti solo in quanto possono
nuocere ai propri interessi immediati.
La critica "pura" è un lusso che noi pochi sopravvissuti di
cultura liberale ci siamo voluti concedere e continuiamo a volerci
concedere, ma che, nella politica "pratica", non porta da nessuna
parte.
Questa volta sceglieremo il candidato e la lista da votare
utilizzando, principalmente, tre criteri: a) affidabilità nella tenuta dei
conti pubblici; b) atteggiamento nei confronti dell'Unione Europea ed
indirizzi di politica estera da proporre in ambito europeo; c)
competenza e serietà circa il modo di affrontare i problemi
fondamentali della civile convivenza, a partire dal servizio di raccolta
e trattamento dei rifiuti solidi urbani.
Con riferimento al primo punto, riteniamo che tutti i partiti
italiani finora più votati non siano affidabili. Questo giudizio negativo
riguarda tanto il Partito democratico, quanto Forza Italia e la Lega (ex
Nord), ed ancor più il Movimento Cinque Stelle. Bisognerebbe usare
aggettivi molto forti (tipo, "cialtrone") per qualificare chi fa a gara nel
promettere forti riduzioni nel gettito dello Entrate dello Stato e degli
altri Enti pubblici (sotto forma di soppressione di imposte e tributi, o
di diminuzione di aliquote), quando la situazione complessiva
dell'economia nazionale vede un debito pubblico che supera il 130 %
del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Ridurre le entrate,
mantenendo invariate le spese, significa aumentare il debito. Non
occorre essere genî dell'economia per intendere questa semplice
regola matematica.
Nel nostro caso non è questione di differenti visioni di politica
economica. Anche un economista assertore della politica keynesiana
dovrebbe, sempre che sia una persona seria, astenersi dal proporre,
per l'immediato avvenire, politiche pluriennali sempre in deficit di
bilancio, che farebbero ulteriormente aumentare il già enorme debito
pubblico. La maggiore responsabilità dei principali partiti italiani
consiste, secondo noi, proprio nell'aver mentito e nel continuare a
mentire agli Italiani circa le conseguenze negative ed i pericoli
inerenti ad un così grande ammontare del debito pubblico.
L'attuale ripresa economica è ancora molto fragile e basterebbe
poco, davvero un semplice stormire di fronde, per riportare tutti gli
indicatori economici a valori negativi. Si immagini, semplicemente, un
diverso indirizzo della Banca centrale europea (BCE), che lasci gli
Stati membri meno tutelati nel rapporto con i mercati finanziari, per il
periodico collocamento sul mercato dei titoli del debito pubblico.
Continuare ad immaginare politiche economiche in deficit di
bilancio è, indubbiamente, facile. Proprio un bello sport. Che potrà
essere praticato finché altri ci consentiranno di continuare a
praticarlo. Con buona pace dei nostri "sovranisti". In un'economia
globale sul piano planetario, nessuno è più davvero sovrano. Con
poche risorse e molto debito si è in balìa degli altri. Altro che sovrani!
Noi abbiamo letto ed apprezzato economisti ed uomini di Stato
quali Quintino Sella, Silvio Spaventa, Luigi Einaudi. Si tratta di una
vera e propria scuola di pensiero, suffragata da esperienze storiche.
Quando gli Italiani comprenderanno, finalmente, che non tutti i
politici sono uguali? A chi volesse fare un sintetico ripasso della
materia, ricordiamo che l'articolo 81 della Costituzione, nel testo
vigente, recita al primo comma: «Lo Stato assicura l'equilibrio tra le
entrate e le spese del proprio bilancio, tenendo conto delle fasi
avverse e delle fasi favorevoli del ciclo economico». L'equilibrio tra le
entrate e le spese del bilancio è, dunque, non una nostra opinione,
ma un valore costituzionale da perseguire.
La legge costituzionale 20 aprile 2012, n. 1, fu approvata da
entrambe le Camere con una maggioranza superiore a due terzi dei
componenti. Nella votazione finale alla Camera dei Deputati (6 marzo
2012) votarono a favore 489 deputati. Per raggiungere la
maggioranza di due terzi ne sarebbero bastati 420. Nella votazione
finale al Senato della Repubblica (17 aprile 2012) votarono a favore
235 senatori. Per raggiungere la maggioranza di due terzi ne
sarebbero bastati 214, includendo nel computo pure i senatori a vita.
Eppure oggi quella legge costituzionale sembra figlia di nessuno.
Quasi fosse stata imposta da Mario Monti. Al che noi rispondiamo:
lunga vita (anche politica) a Mario Monti. Rara persona seria.
Così come dovrebbero vergognarsi quanti imputano la riforma
delle pensioni alla persona fisica dell'ex ministro Elsa Fornero.
Per mancanza di spazio, non possiamo argomentare, come
vorremmo, gli altri due punti.
Con riferimento al secondo punto, è dal diciottesimo secolo che
si ragiona in termini di "storia universale". Valga, a questo proposito,
il Saggio sui costumi e lo spirito delle Nazioni di Voltaire. Il filosofo
Karl Jaspers, nel suo Origine e senso della storia, ricorda che le più
antiche alte civiltà conosciute erano tutte extraeuropee: l'Egitto, la
Mesopotamia, l'Indo, la Cina. Per quanto riguarda poi il periodo che
lui definisce "assiale" (intorno al 500 avanti Cristo), un solo popolo
europeo, i Greci, fu protagonista di quel fiorire della cultura umana.
Poi vengono in considerazione la Cina di Confucio e di Lao-tse, l'India
delle Upanishad e di Buddha, l'Iran di Zarathustra e la Palestina
ebraica con profeti quali Elia ed Isaia.
Siamo felici ed orgogliosi di essere europei, ma l'Europa non
risolve in sé il mondo. Tutti i popoli meritano rispetto; tanto più quelli
che vantano tradizioni millenarie. Con buona pace di Angelo
Panebianco, si può essere convinti che il presidente Trump costituisca
una sciagura per gli Stati Uniti, senza per questo diventare
antiamericani. Si può pensare che la politica del governo israeliano
presieduto da Benjamin Netanyahu sia caratterizzata da un
nazionalismo ottuso e non per questo diventare antisemiti. Si può
provare rispetto ed amicizia nei confronti degli Arabi, dei Persiani, dei
Turchi, perché quei popoli sono a noi legati da mille legami culturali
nella ricchissima storia del Mar Mediterraneo; e ciò
indipendentemente dai regimi politici che oggi governano quei Paesi.
Lo stesso dicasi per la Russia. Essere liberali in politica estera
significa seguire gli ideali di Immanuel Kant; mentre l'articolo di
Panebianco titolato L'Europa vicina ai regimi (nel quotidiano Corriere
della Sera del 14 gennaio 2018) è un perfetto compendio delle
posizioni più sbagliate.
Il nostro auspicio è che l'Europa – che concepiamo come unione
federale di popoli liberi – operi come fattore di equilibrio e di
moderazione nello scenario internazionale.
Quanto al terzo punto, la regola aurea di una sana
amministrazione è che i rifiuti urbani vengano trattati, riciclati nei
limiti in cui ciò è possibile, ed eliminati nella stessa area geografica in
cui sono raccolti. É semplicemente pazzesco che i rifiuti siano
trasferiti in altre aree geografiche, in altri Paesi, in altri continenti.
Spostare i rifiuti determina un costo economico aggiuntivo per i
cittadini e rappresenta un costante pericolo di inquinamento
ambientale e di traffici illeciti (con danni incalcolabili per la salute dei
cittadini che vivono nelle aree di destinazione finale di rifiuti trattati in
modo non appropriato).
Le "anime belle" che si preoccupano dei rischi derivanti
dall'incenerimento dei rifiuti, non si preoccupano delle vere e proprie
devastazioni del territorio che derivano dal proliferare incontrollato di
discariche. Mille volte meglio che vengano realizzati
termovalorizzatori, costruiti secondo le più moderne tecnologie e
sottoposti a costante controllo circa la manutenzione e la periodica
sostituzione dei filtri. Ciò determinerebbe un salto di qualità nella
selezione del personale: servirebbero ingegneri, tecnici di scienze
ambientali. Ossia, personale sempre più qualificato, per rendere un
servizio adeguato alla tutela dei beni primari della salute collettiva e
dell'igiene ambientale. Anche in questa materia incontriamo i
demagoghi che fantasticano di "rifiuti zero", negando la realtà.
Palermo, 14 gennaio 2018
Livio Ghersi

Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

Quindici giorni in quindici righe (1 - 15 Marzo)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a     Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.

Le elezioni politiche del 4 marzo hanno confermato le previsioni: sarà difficile costituire una maggioranza di governo. Intanto è cominciato il confronto – presumibilmente lungo e complicato – tra le forze politiche. Le palle di fuoco che i contendenti si sono scambiate durante la campagna elettorale potrebbero lasciare tracce indelebili. Per il momento il partito democratico si è giustamente fatto da parte e si lecca le ferite in attesa di decidere quale strada dovrà imboccare per tornare al potere. Renzi si è dimesso e Maurizio Martina (suo fedelissimo) ha assunto provvisoriamente la segreteria. Il primo appuntamento istituzionale, dopo la costituzione dei gruppi parlamentari, sarà l’elezione dei presidenti delle Camere.
All'estero tre sono gli avvenimenti di rilievo: negli Stati Uniti le dimissioni di Tillerson dalla segreteria di Stato e la nomina al suo posto di Mike Pompeo che ha fama di estremista di destra, in Germania la formazione del nuovo governo Merkel, fortemente condizionato non soltanto dalla forte presenza socialista ma anche da fermenti anti-europei presenti nel suo stesso partito, e infine l’uccisione a Londra di un altro dissidente russo che ha provocato uno scontro senza precedenti tra i governi di Londra e di Mosca con il conseguente raffreddamento delle relazioni diplomatiche che riporta sull'Europa ombre che non si vedevano dai tempi della guerra fredda.

DAI VITALIZI ALLA DEMOCRAZIA PARLAMENTARE, IL PASSO E' BREVE

Il 25 luglio il Dubbio ha pubblicato una riflessione, come sempre attenta, del sen. Enzo Palumbo. Riportiamo anche questo contributo alla nostra diversità liberale, intesa come capacità di analisi di ciò che accade al di fuori dagli schemi dell'ordinaria superficialità che ci opprime. 


Una persona che mi è cara, e che combatte la sua grave malattia affrontandone le spese con una pensione neppure
sufficiente a sopravvivere, si è indignata leggendo le proteste generate dal caso di Franco Grillini, che ha svolto
onorevolmente il suo compito di parlamentare e uomo politico in difesa dei più deboli, e che oggi, con la malattia che
l’ha colpito, si trova esposto alla falcidia del suo vitalizio a iniziativa dell’attuale Presidenza della Camera, impegnata a
concludere la battaglia del suo partito contro gli ex parlamentari, individuati come il “locus minoris resistentiae” contro cui è agevole infierire nella certezza di non pagare alcun dazio elettorale, anzi di guadagnare qualche consenso in più.
Nonostante la vulgata secondo cui la crisi sarebbe finita, il PIL in crescita e i consumi in ripresa, resta il fatto che
tantissimi italiani sono ancora costretti a sbarcare il lunario con pensioni da fame o con retribuzioni che oscillano tra il
precario e il ridicolo, senza alcuna soddisfazione per l’oggi e alcuna certezza per il domani. E’ una situazione che è
appartenuta a tutte le epoche e a tutte le latitudini, e magari oggi, stando alle statistiche, un po’ meno di prima, ma che
viene resa tanto più insopportabile quanto più risulta amplificata dalle reciproche conoscenze sulle abissali disparità che differenziano i redditi degli esseri umani, alcuni dei quali (pochissimi) detengono una parte sempre maggiore della
ricchezza mondiale, per non dire delle retribuzioni stellari di tanti dirigenti e manager pubblici che, in un modo o
nell’altro, riescono a collocarsi ben al di sopra dell’indennità del Capo dello Stato. Per cui, quando emerge un caso
come quello di Franco Grillini, trovo naturale che s’indignino i tanti che vivono reali e sofferte condizioni d’indigenza,
anche per sopravvenute perdite del lavoro o, peggio, per gravi malattie o invalidità L’Ufficio di Presidenza della
Camera ha pensato di potere fronteggiare queste particolari situazioni inserendo nella recente delibera che ha
rideterminato i vitalizi un apposito paragrafo che prevede, a richiesta, la possibilità di un modesto supplemento in
presenza di particolari situazioni di disagio personale.

Quindici giorni in quindici righe (16 - 28 Febbraio)

Resoconto politico a cura del prof. Franco Chiarenza, tratto da " il liberale qualunque" . E' possibile comunicare con il prof. Franco Chiarenza inviandogli un'email a    Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. E' necessario abilitare JavaScript per vederlo.


La campagna elettorale non ha prodotto sostanziali novità. Malgrado gli endorsement di Prodi e di Enrico Letta (o forse proprio per questo) Renzi non ha fatto ciò che tutti gli consigliavano: indicare sin d’ora Gentiloni alla presidenza del Consiglio. La candidatura di Tajani da parte di Berlusconi appare debole e poco convincente. L’apertura di Grasso a un “governo di scopo” con PD e FI per modificare la legge elettorale è stata accolta con freddezza. Di Maio stila la sua lista dei ministri e la manda al Quirinale perché Mattarella ne prenda debita conoscenza. Sembra un gioco, purtroppo non lo è. E’ vero invece che tutti pensano a una inevitabile seconda tornata elettorale l’anno prossimo.
Intanto però il discorso della Merkel alla convenzione del suo partito ha dato il via al rilancio dell’integrazione europea; se l’accordo tra socialisti e democristiani verrà ratificato anche dagli iscritti del partito socialista il nuovo governo tedesco sarà varato in pochi giorni e sarà probabilmente seguito da un vertice con Macron. La trattativa per la Brexit nel frattempo sta impantanandosi; la proposta di Corbyn di virare decisamente verso un’area di libero scambio regolata dalle norme comunitarie (sul modello norvegese) fa uscire dal limbo i laburisti ma mette in difficoltà la premier May, alle prese anche con la questione irlandese.
In Siria l’arroganza di Assad che impedisce la tregua stabilita dall'ONU anche dopo l’ultimatum russo purtroppo non fa notizia; difficile spiegarlo alle centinaia di civili innocenti massacrati in una guerra spietata per la spartizione delle spoglie dell’ISIS. Una vergogna.

In ricordo del filosofo Girolamo Cotroneo

Abbiamo appreso da Enrico Morbelli, la perdita di Girolamo Cotroneo, un filosofo liberale a noi particolarmente caro anche per la Sua scelta di condurre la Sua esistenza ed il Suo insegnamento in Sicilia. Sempre grazie a Morbelli, lo ricordiamo con uno scritto del filosofo Giuseppe Molino, che è stato anche Suo allievo.

Girolamo Cotroneo (Campo Calabro 1934-Messina 2018) è stato uno dei maggiori pensatori liberali italiani del secondo Novecento. Seguace della grande scuola crociana di cui fecero parte prima di lui De Ruggiero e Franchini, riuscì ad aggiornare ed ampliare le prospettive originarie con l’apporto teoretico tratto da filosofi come Popper e Arendt. Il mio incontro con lui avvenne all'università di Messina nei primi anni ’80, quando giovane studente cominciai il mio percorso intellettuale iscrivendomi alla facoltà di filosofia . Mi colpirono subito durante le prime lezioni dedicate alla Fenomenologia di Hegel la chiarezza espositiva e la lucidità dell’analisi, che permetteva a noi studenti di superare le impervie pagine dell’opera del filosofo di Stoccarda. Queste doti così importanti in un filosofo unite a una amabilità dei modi e a una disponibilità ad aprirsi al rapporto diretto con gli studenti mi convinse a seguirne tutte le successive lezioni. Negli anni che trascorsi seguendo i suoi corsi imparai a leggere e interpretarepagine di Kant, Kierkegaard, , Sartre, Cassirer, Perelman ed ebbi modo di ricevere molteplici stimoli ma soprattutto il convincimento mai più crollato che solo sulla libertà si possano fondare le comunità sociali e politiche moderne. Quando poi vinsi la cattedra di storia e filosofia al liceo e dovetti trasferirmi lontano, il Prof Cotroneo continuò a seguire i miei studi, sempre prodigo di consigli e ricco di affabilità umana. Fu sempre grazie a lui che dopo qualche anno dalla laurea riuscii a pubblicare la mia tesi di laurea su Splengler. Poi, come spesso accadde nella vita, il mio percorso personale mi portò ad allontanarmi da lui anche se sempre mantenni nel mio animo un vivo ricordo e un sincero affetto . Al contrario di me,che decisi di emigrare, Cotroneo, che pure ne ebbe l’occasione, non volle mai lasciare Messina, che considerava la sua città adottiva, e la facoltà di Lettere e Filosofiadi Messina, dove si era formato, seguendo per un periodo il marxismo di Della Volpe ma volgendosi poi definitivamente verso lo storicismo di Franchini, e dove mantenne la cattedra di Storia della filosofia fino alla fine della sua carriera. Questo alla fine secondo me gli nocque, impedendogli di ottenere ancor più ampi riconoscimenti culturali. La sua scomparsa segna una grave perdita culturale per la città di Messina e anche per il Sud d’Italia, in un momento storico in cui proprio la riscoperta dei valori umani insiti nel liberalismo dei Cotroneo e dei Croce potrebbe essere decisivo per una autentica svolta morale.

                                                                                                                 Giuseppe Molino



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