I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

A differenza dell’anno scorso, di questa lezione sono protagonisti uomini del Partito Liberale Italiano tramite la loro presenza nella vita culturale e legislativa del Paese. Il motivo si enuncia da sé: nel momento in cui i partiti sono ancora offuscati dalla vicenda di “tangentopoli”, dalla distruzione della classe politica e dal conseguente trasformismo, una Scuola di Liberalismo non può ignorare la funzione costruttiva che la Costituzione riconosce loro (oltre al fatto che si tratta di un partito autenticamente liberale). Marco Minghetti, nel volume I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione, cento anni fa esamina limiti e pregi e conclude sostenendo che essi non vanno demonizzati ma ricondotti nell’alveo delle leggi statali, affinché queste ne regolino la funzione civile. Lo stesso Aldo Bozzi, tra le proposte di riassetto dello Stato e di modifica di ben quarantadue articoli della Costituzione, prefigurò una regolamentazione ancora oggi di là da venire, per la mancanza di coraggio proprio di quella Destra, che si dice liberale senza esserlo, e le convenienze della Sinistra. Le ancora futuribili regole avrebbero garantita la trasparenza del finanziamento pubblico e la democrazia interna, mediante la partecipazione degli iscritti alle diverse fasi della formazione della volontà politica e la difesa delle minoranze interne di partiti. Il partito è strumento della democrazia: la sua morte genera la dittatura, tanto di un uomo quanto di una forza politica. Antonio Baslini (1926 - 1995): la libertà laica La lunga vita politica e l’operosità dell’imprenditore lombardo Antonio Baslini, possono ricondursi agli ideali di libertà e progresso, specifici della concezione liberale della vita: la battaglia per la legge sul divorzio; l’impegno per la riforma elettorale in senso maggioritario; la vita di partito. 5 giugno 1968. Viene presentata la proposta di legge per lo Scioglimento del matrimonio, primo firmatario, per la maggioranza di governo, l’on. Loris Fortuna del PSI. 7 ottobre 1968. E’ presentata dal PLI, primo firmatario l’on. Antonio Baslini, la proposta di legge relativa alla Disciplina dei casi di divorzio. Le due proposte furono sintetizzate in una sola, che divenne la ben nota legge Fortuna Baslini, approvata il primo dicembre 1970. Diciassette anni dopo, il Senato e la Camera approvarono il testo coordinato della precedente legge con le proposte di modifica presenti nella legge Marinucci (PSI) e Malagodi (PLI) denominataDisciplina dei casi di scioglimento di matrimonio. Il nuovo testo introduceva norme generali negli articoli 19 e 23 e causava la conseguente modifica dell’art. 89 del Codice Civile. Lo leggiamo nell’ormai introvabile opuscolo del 1987, curato da Roberto Svasata, allora responsabile nazionale del PLI per i problemi dello Stato: La nuova legge segna, dal punto di vista politico, il superamento delle divisioni del referendum del 1974, lasciando isolati alcuni pochi esponenti integralisti. Ma il fatto più caratterizzante sta nella riduzione della durata della separazione, unificata in tre anni. Vi è un altro aspetto importante: di fatto si è compiuto anche nelnostro Paese un nuovo passo verso il cosiddetto divorzio consensuale che permetterebbe, sempre alla presenza del giudice, una ulteriore semplificazione delle procedure. I liberali hanno perciò proposto, sia in commissione, sia in aula, l’abbreviazione del termine ad un anno, in caso di coniugi consenzienti e senza prole, essendo convinti che due soggetti maggiorenni abbiano diritto di disporre liberamente di sè, quando tale comportamento non incida, non avendo essi figli, sulla Società. L’emendamento fu respinto. Non entriamo nel merito della legge ma, in sede storica, riviviamo i momenti e le azioni che si conclusero con un profondo e irreversibile mutamento della società italiana, in senso laico e liberale. Di tutto ciò fu anima Antonio Baslini: nel decennio 1960-70, “sentendo” che nella società italiana maturavano esigenze a lungo latenti o appena affioranti, sensibilizzò il partito affinché assumesse le iniziative necessarie per approdare a una nuova proposta di legge. Ma il partito, timoroso di perdere il consenso dei cattolici, che comunque non lo votavano, resisteva. Malagodi era contrario e si oppose a Bozzi, propenso a firmare la proposta di legge. Fu allora che Baslini stabilì un utile collegamento con il deputato Loris Fortuna, sostenitore dell’analoga istanza all’interno del PSI, e con tutti gli ambiti sociali disposti ad ascoltarlo. Uno di questi fu l’ambiente monarchico. Baslini, infatti, da lunghi anni era iscritto e sostenitore dell’Unione Monarchica Italiana, in ciò seguendo l’esempio del nonno, senatore del Regno. Ma era necessario creare un’occasione di confronto pubblico. La costruimmo l’Ispettore regionale Guido Aglina, il Segretario provinciale Pier Giulio Sodano ed io, responsabile degli universitari del Fronte Monarchico Giovanile. Con molto sussiego, gli anziani (direi quasi il “sinodo monarchico”) concessero l’uso della sala nella sede milanese di Corso di Porta Romana 122. Era una sera d’estate del ’67, e dopo la riunione ci fermammo a discutere davanti ad una onesta birra. Tra noi studenti e il giovane deputato nacque un’amicizia che sarebbe durata ininterrottamente, sino alla sua scomparsa. Baslini continuò la sua battaglia all’interno del PLI, che alla fine dopo incontri e scontri, fece sua la proposta di legge. Nel 1974 Fanfani organizzò il referendum abrogativo, del divorzio quale colpo di coda dell’ambiente clericale, ma il tentativo fallì: il divorzio ormai era definitivamente entrato nel costume nazionale, come noi giovani insegnanti capivamo dai discorsi “impegnati” dei nostri alunni. Riporto per completezza la dichiarazione di voto dell’on. Baslini, pronunciata il 28 novembre 1969. ...Nessuno di noi pretende, come è stato detto, che il divorzio sia “la formula della felicità”, ma riteniamo che gli “orfani della carta bollata”, di cui ha parlato l’onorevole Andreotti nel suo elevato intervento, ci siano comunque,quando una coppia si separa; e le conseguenze che i figli sono costretti a sopportare a causa della rottura dell’unità familiare sono di gran lunga superiori in un sistema che, prevedendo l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, porta all’inevitabile formarsi di situazioni illegittime, che non in un sistema che, attraverso il divorzio, prenda atto apertamente della situazione e ne regoli le conseguenze salvaguardando gli interessi morali e materiali dei figli e dell’altro coniuge. Un altro aspetto che mi sembra importantetener presente è che l’impossibilità di rifarsi una famiglia legittima pesa maggiormente su chi appartiene alle classi socialmente ed economicamente meno elevate ed è costretto a sopportare, senza speranza, tutti i danni morali e materiali di una situazione di crisi coniugale, ed a mortificare il desiderio di legalità innato nell’uomo civile. E’ quindi falso sostenere che il divorzio è una legge per i ricchi, mentre sappiamo benissimo che chi appartiene ai ceti più abbienti riesce molto spesso a trovare una soluzione ai primiproblemi familiari anche senza l’introduzione del divorzio. Ma non è il caso qui di ripetere le tante ragioni di carattere giuridico, costituzionale, morale, sociale ed umano che sono alla base della posizione dei liberali in favore del progetto di divorzio che ci accingiamo a votare. C’è invece una ragione di ordine politico che mi preme evidenziare. Si sono più volte accusati i divorzisti di “anacronistico anticlericalismo” e di “dispetto” o addirittura di “vendetta laica”. Nulla di tutto ciò: ma è bene che coloro cui incombe la responsabilità di votare a favore o contro la legge per l’introduzione del divorzio siano consci del fatto che un voto favorevole avrà il significato di una dichiarazione di indipendenza dello Stato italiano nei confronti dell’influenza della Chiesa nella nostra vita politica. .Condotta a termine la battaglia per il divorzio, che si inquadra in una revisione di fatto dei rapporti fra Stato Italiano e Stato Vaticano, alcuni anni dopo, Baslini intuì le avvisaglie di un nuovo mutamento della società italiana: quella di dare all’elettore un nuovo strumento per esprimere il proprio voto. Anche qui il dato liberale: la capacità di anticipare i tempi e prevenire le esigenze dei cittadini, emergono tramite la sensibilità dell’uomo politico. Nel 1984 pubblica assieme a Giuseppe Vegas, oggi senatore di Forza Italia, il volume Decidere con il voto. Il nuovo impegno, che anticipava di molti anni il sistema maggioritario oggi in atto, era incentrata sul seguente assunto: Le leggi elettorali non sono tabù, ma essenzialmente strumenti tecnici della democrazia, che possono e debbono essere cambiati quando non funzionano. La proporzionale e il regime assembleare che ne consegue hanno fatto il loro tempo: per affrontare le sfide del futuro, sono necessari esecutivi e governi stabili. Quasi tutte le democrazie efficienti adottano sistemi elettorali maggioritari: quello a doppio turno è, a mio avviso, il sistema più adatto all’attuale realtà italiana. Era una battaglia anticipatrice, un po’ da matti sedici anni fa, ma, come ricorda Giuseppe Tamburrano, “In un popolo ci vogliono i politici attuali e quelli inattuali, e, se i primi sono giudicati savi e i secondi matti, guai ai popoli che hanno solo i savi perché spetta di solito ai matti di porre e coltivare i germi della politica avvenire. Baslini, Vegas e il sottoscritto (Tamburrano) apparteniamo alla categoria dei matti”. Ero e resto convinto che il sistema proporzionale sia migliore di quello maggioritario, ma va detto che l’odierno maggioritario deformato, è un ibrido ben lontano da quello pensato da Baslini e Vegas e da lui proposto alla Camera il 19 marzo 1985. Il Partito Nella vita del PLI Antonio Baslini lasciò il segno: per stile, coerenza e rispetto di ciascuno dei suoi membri: dal più illustre all’ultimo iscritto, all’ultimo impiegato; ma soprattutto, per disinteresse. Consigliere comunale di Milano nel 1960 e deputato per cinque legislature dal 1963, sottosegretario di Stato, vicepresidente nazionale del PLI, giornalista, direttore de La Tribuna, silenzioso sostenitore del nostro foglio monarchico Nuove Sintesi, non disdegnò mai l’incontro, il colloquio ed il consiglio a chi lo chiedeva. Il suo stile garbato, però, non celava la tempra decisa che lo conduceva ad assumersi responsabilità dalle quali altri rifuggivano. Parco nelle parole non lo era nei fatti. Il 30 ottobre del 1995, egli fu ricordato a Milano, in un convegno nazionale che tale non fu. Infatti, alcuni liberali pensarono di appropriarsi della sua figura escludendo altri liberali che avrebbero prodotto l’effetto di una stecca nel coro. Chiamarono alla tribuna personaggi che forse gli avevano parlato due o tre volte in vita loro. Infine, raccolsero nel volume Idealismo senza illusioni alcune testimonianze e contributi, a volte improbabili e comunque, di parte ancorché liberali, ma non certo della sua parte, fatta di equilibrio, capacità e volontà di confronto. Al “matto” Baslini non piacevano di certo alcuni “santi”, secondo l’aforisma di Benedetto Croce, prima ricordato. Baslini, amministratore accorto del voto dei suoi elettori, sapeva (come scrive Jacques Necker in Federalismo e governo forte) che bisogna essere concreti, perché “Quando questi filosofi che avranno rilassato tutto, lasciato tutto dissolversi, si faranno seguire dai politici metafisici formuleranno il progetto di un mondo nuovo sulle rovine del precedente”. E poi: “La reputazione è un frutto che richiede lunga coltivazione e sarà, quindi, spesso trascurata da uomini ai quali si danno due soli anni per rendersi visibili, ci vuole assai minor tempo per piacere; si semina e si raccoglie nello stesso giorno”. Del resto è noto che la buona amministrazione non fa scintille: “Nulla è più opaco della saggezza, nulla è meno appariscente di una moralità perfetta, e queste due qualità sono, tuttavia, indispensabili al governo degli affari pubblici”. Antonio Baslini ha dimostrato di possedere ed esercitare entrambe tali qualità. “L’alternativa liberale”, come ricorda Raffaello Morelli nel suo intervento, “per Baslini non doveva essere concepita come una promessa per quando il PLI fosse maggioranza; l’alternativa liberale si doveva intendere come un qualcosa da realizzarsi giorno per giorno nella misura possibile”. Aldo Bozzi (1909 - 1987): il rigore del magistrato in politica L’attività politica quale sintesi dei doveri verso lo Stato; i comportamenti dell’uomo politico come insieme di atteggiamenti e scelte funzionali alla crescita civile e culturale, tanto del singolo cittadino che della società nazionale in cui egli vive; lo snellimento della macchina dello Stato; una legislazione leggera ed essenziale, che sia guida al cittadino e non ne soffochi la vivacità e l’intraprendenza; il laicismo severo per il quale ciascun legittimo potere operi nella propria sfera; le leggi rigorose ma temperate dall’umanità del giudice, con la quale tentare di risolvere i problemi del Paese e dei cittadini, sono i cardini della tradizione parlamentare liberale, dura a volte nello scontro ma, aperta e leale Tra i liberali che ho conosciuto credo che Aldo Bozzi li abbia meglio vive. In un mondo politico spesso incline anche se oggi, più di ieri, al richiamo del messaggio pubblicitario fine a se stesso, ma capace di colpire l’immaginario delle masse, in origine per scopi commerciali, ora per la presentazione di una tesi, se tesi è, politica come fosse un dentifricio, Bozzi passava fatalmente inosservato. Per le masse è sempre stato uno sconosciuto, più o meno illustre. Infatti, il rigoroso uomo di legge, da giovane referendario a presidente di sezione di Consiglio di Stato, non era noto al grande pubblico, anche se più volte candidato ad importanti incarichi, tra i quali anche quello di Presidente della Repubblica e della Camera, dopo le elezioni del 1979; in quel momento, cioè dal congresso del 1978, egli era già Presidente del PLI. Ma dovette aspettare la IX legislatura, per essere eletto con voto unanime Presidente della prima Bicamerale, anzi dell’unica, che abbia raggiunto dei risultati e presentate percorribili proposte di riforma istituzionale. Egli scherzava su questo suo altalenare: “Io sono diventato un po’ come la sora Camilla che tutti la vogliono ma nessuno se la piglia”. Bozzi così si esprimeva sulla società italiana dell’epoca: “La nostra società è passata in questo periodo da una fase statica, caratterizzata dalla prevalenza dell’economia agricola sugli altri comparti produttivi, ad una fase di grande dinamismo, che l’ha trasformata in società industriale e per alcuni aspetti post-industriale, e la proietta ora verso gli ulteriori sviluppi determinati dall’impatto con le nuove tecnologie che caratterizzano la cosiddetta “terza rivoluzione industriale”. Tutto questo ha cambiato il quadro di riferimento sociale delle disposizioni costituzionali. In altri termini: non tutto quello che andava bene per la società italiana del 1946-48 può andare bene per la società italiana degli “anni Ottanta”, ancor meno per quella degli “anni novanta” che ormai batte alle porte. Ma non gli mancavano la fermezza ed il coraggio. L’aveva dimostrato dopo l’8 settembre, quando si diede alla macchia quale partigiano; o quando fu battuto nel suo collegio dal giovane Paolo Battistuzzi, anch’egli scomparso, continuando a servire il Partito ed il Paese. La politica, sapeva, è un mare ondoso e le onde sono incontrollabili. Un debito di civiltà L’uomo politico non appannava il giurista ma forse ne affinava la lungimiranza: “Quando fui presidente di un Club Lions ... invitai Segni, allora Presidente della Repubblica: fu una serata brillante e io tenni un discorso sulla riparazione degli errori giudiziari, un tema che mi è molto caro, considerando la riparazione un debito di civiltà che lo Stato deve pagare all’innocente colpito dalla mano, che può essere appunto fallace, della giustizia. Oggi vi è tra i magistrati la tendenza ad emettere ordini di cattura con soverchia facilità, sì da porre in crisi la garanzia dell’habeas corpus”. A conclusione del capitolo Vita di Pretura, egli scrive: “ Credo di non aver dismesso mai l’abito del magistrato, che mi ha condotto a tentare di dare ai problemi politici un’inquadratura logica, a non chiudermi nella faziosità del particolare, ad ascoltare le ragioni dell’avversario, a riconoscerne, se del caso, la validità ... è questo uno dei motivi della mia non troppo brillante carriera politica. Malagodi mi ha rimproverato di essere più giurista che politico. Ed è per quell’abito di magistrato che la Democrazia Cristiana non mi ha voluto nel 1981 Guardasigilli nel Governo Spadolini, accusandomi di essere troppo “garantista”. Del resto, chi è stato magistrato ha avuto sempre scarsa fortuna in politica; fanno eccezione in Francia de Tocqueville e in Italia Giolitti”. Scomparso nel 1987, la sorte gli ha risparmiato lo scempio di “mani pulite”, e dei “giudici-giustizieri”, e mentre numerosi tra loro diventavano deputati, senatori, presidenti di regione o divi della televisione. La Politica Aristotele ha stabilito, credo in modo definitivo, il concetto supremo di politica: è la capacità o l’arte del governo degli uomini, che si è malamente tradotta nell’arte del possibile, cioè della convenienza, del piccolo cabotaggio, del particulare. La tradizione liberale, che incentra nelle libertà costituzionali e parlamentari il fondamento del governo, ha in Aldo Bozzi uno degli interpreti più schietti. Alla politica non può mancare, perché sia effettivamente tale, un assunto di pensiero, una filosofia; e, dunque, un ampio respiro e una visione lungimirante della vita, che informi legge e decreti. Qui si presenta l’eterno ed artificioso dilemma: se debbano governare i politici o i tecnici. Due categorie del genere umano assai diverse tra loro e, credo, antitetiche. La difficoltà sta nell’integrare le intuizioni e i disegni dei primi (se ne hanno) con le conoscenze, appunto, tecniche e, perciò, particolari e specifiche, dei secondi (se ne hanno). L’esperienza di Ministro dei Trasporti nel governo Andreotti, dove Malagodi fu Ministro del Tesoro, dopo l’elezione di Giovanni Leone, rafforzò in Bozzi questa convinzione: “... il discorso che si fa sulla necessità di tecnici alla direzione dei Ministri è privo di fondamento ... è certo che il mestiere di Ministro è quello di compiere scelte, cioè d’individuare gli obiettivi da raggiungere; i tecnici gli stanno accanto come collaboratori ed esecutori ...” In ciò seguiva Einaudi che in Bellezza della lotta, scritto in onore di Piero Gobetti nel 1923, critica il collettivismo che “serve solo a far morire di fame e di noia la gente. Sono puri socialisti ... coloro i quali vogliono far capilare le leggi del lavoro da consigli superiori, in cui, accanto e al di sopra delle due parti contendenti, i competenti, gli esperti, i dotti, i neutri insegnino ai contendenti le regole del perfetto galateo”. Croce, in Filosofia e storiografia, rincara la dose definendo i tecnici gli “invocati competenti” e ricordando Ippolito Taine, circa “medici consultatori”. Del resto, un Paese ricorre ai governi tecnici nei momenti più oscuri. Ma un altro insegnamento si ricava dalla sua attività di Ministro, che si riverbera positivamente sul Partito: quello di una verità semplice e trascurata: il rispetto delle promesse fatte, degli impegni assunti. “Ho sempre creduto che uno dei veleni corrosivi della democrazia sia promettere senza adempiere”. Ed il suo predecessore Scalfaro ne aveva fatte di promesse, sapendo di non poterle mantenere, quando stava per lasciare l’incarico. Questo malcostume ancora vivo non ha danneggiato un partito, ma infirmato le fiducia del cittadino nelle istituzioni. Bozzi e la Monarchia Per quanto il PLI abbia voluto nasconderlo o dimenticarlo, in un eccesso di zelo repubblican-giacobina, Bozzi restò sempre monarchico, come Einaudi e Croce, come tutte i grandi liberali. Nel volume autobiografico Schegge, che è la prima fonte delle nostre notizie, egli in più riprese richiama questo concetto, pur con parole di critica. Dopo aver definito “pagine buie” l’arresto di Mussolini e la fuga di Pescara Bozzi, egli scrive: “Ricordo la sera del 25 luglio 1943, quando la radio annunciò la caduta del Fascismo ... molta gente si precipitò per le strade sventolando il tricolore, vi fu una dimostrazione a piazza del Quirinale e il re Vittorio Emanuele III si affacciò al balcone; in tanto sbandamento v’era bisogno d’un punto a cui riferirsi e tale sembrò allora la corona, mancando ancora l’organizzazione di partiti antifascisti. Il giorno dopo i netturbini faticarono molto a portare via i distintivi fascisti che i bravi romani avevano gettato per le strade ...”. Più esplicito ancora è nel capitolo intitolato: Inizio di vita politica dove afferma: “Votai però monarchia e non scheda bianca, non già in omaggio ai Savoia il cui comportamento, egoistico e pavido, condannava, ma per un principio a cui ho sempre creduto che i popoli dovrebbero attenersi: quello della continuità istituzionale, che deve consentire novità anche profonde senza rotture traumatiche. In realtà, la diarchia Mussolini-Vittorio Emanuele III, il comune primo maresciallato dell’Impero, che fu un insulto per il re, avevano largamente affievolito nella gente l’affetto per la monarchia. La proclamazione della Repubblica, infatti, fu accolta senza eccessivi tripudi e senza tumulti, salvo qualche eccezione a Napoli e nel Sud. Il popolo in una fase drammatica dette prova di maturazione; e bisogna pur dire che Umberto II dimostrò anche lui senso di equilibrio. Il partito monarchico ebbe fortuna nei primi anni, poi, per scissioni, ne nacquero due e infine i superstiti sono confluiti nel movimento sociale italiano, che certo alla monarchia dei Savoia preferisce la Repubblica Sociale di Mussolini con lo stato di Verona. Fu atto d’intelligenza politica eleggere a primo Presidente della Repubblica un uomo, Luigi Einaudi, che s’era battuto per il trionfo della causa monarchica nella campagna referendaria: il messaggio ch’egli lesse nel 1948 innanzi alle Camere riunite è una pagina di alta nobiltà etico-politica...” Verso l’istituto monarchico mantenne sempre questa lealtà spirituale ed ideale, tanto da manifestarla con un atto di alto sentire civile. Infatti alla Camera dei Deputati il 10 agosto 1983 la p.d.l. costituzionale n° 338, per abrogare la XIII disposizione transitoria della Costituzione, cioè l’esilio dei Savoia, costituita da un “articolo unico”. Ne fu il solo firmatario e solo restò. Il PLI non volle assumere posizione formale. La pubblicai nel periodico Nuovo sintesi, al quale inviò un articolo. Sapendomi monarchico, mi disse scherzosamente: “Caro D’Elia, siamo rimasti in due”. Armando Frumento (1911 - 1995): l’operosa amministrazione Il pensiero e l’opera di Armando Frumento si sviluppano nell’alveo della tradizione einaudiana del buon governo. Vice Presidente dell’Internazionale liberale e del PLI, Assessore regionale della Cultura, docente di economia alla Bocconi, Armando Frumento aveva ricoperto nel 1954 l’incarico di rappresentante italiano nel Comitato del Carbone e dell’Acciaio della N.A.T.O. e nel 1958 era stato eletto Presidente del Comitato Siderurgico dell’O. E.C.E. a Parigi e per anni Direttore Generale della Falck. Per questi suoi incarichi, che lo rendevano appieno un cittadino d’Europa, era forse più noto all’estero che in Italia. Non trascurò i suoi studi di storia, tanto che nel 1992 diede alle stampe un volume sul Regno d’Italia napoleonico e negli ultimi anni, sino al momento della scomparsa nel 1995, lavorò ad una ricerca sul pensiero economico nel Rinascimento fiorentino, opera che credo sia rimasta incompiuta. A mano a mano che gli impegni di lavoro venivano meno, aumentavano quelli di amministratore pubblico. Fu per più legislature consigliere regionale e in quanto tale, membro della Commissione d’inchiesta sul disastro dell’ICMESA di Seveso. Leggiamo negli Atti della Commissione di inchiesta (maggio 1983 - febbraio 1984), l’intervento nel quale i principi generali del liberalismo, vissuto e applicato, emergono chiari. Si trattava di accertare le responsabilità circa le operazioni di evacuazione e messa a dimora dei fusti contenenti il materiale inquinato dell’ICMESA, problema di ardua soluzione. Frumento disse, tra l’altro: “Vorrei farvi notare che ci sono due maniere di perlustrare i documenti e d’ascoltare i testi per giungere alla sentenza; due maniere che potrebbero, ma non dovrebbero, essere alternative: una è la via della giustizia, l’altra è quella dell’equità. L’equità unisce anche là dove la giustizia sembra dividere. L’equità dipende assai meno dall’arbitrio degli uomini. Mentre l’esame di giustizia dà una speciale prevalenza alla forma dei fatti, alla lettera dei fatti, l’equità si tiene più vicina alla legge naturale e allo spirito, valutando meglio sia le intenzioni, sia tutte le circostanze reali. La giustizia dà prevalenza all’aspetto deontologico, mentre l’equità soppesa anche quello teleologico, chiedendosi, ad esempio: si avevano alternative migliori?” Le Regioni Le Regioni sono sempre state, per i liberali, oggetto di contrastanti riflessioni politiche ma comunque sempre un problema da affrontare e, possibilmente, risolvere in modo ponderato e concreto, nell’interesse dei cittadini e dello Stato. Infatti: a partire da Cavour il decentramento dei poteri e delle competenze è rimasto un cardine della teoria liberale dell’Amministrazione dello Stato, che in sintesi è questa: al governo nazionale spettano le politiche di indirizzo generale; all’ente locale l’applicazione delle stesse e la risoluzione dei singoli problemi in modo da creare un efficiente equilibrio tra i poteri. Come questo decentramento si sarebbe attuato in Italia era la forte preoccupazione dei liberali, ovvero, all’epoca , del PLI. Durante il decennio 1960-1970, anno della nascita delle Regioni, quali enti amministrativi ed articolazioni dello Stato secondo la Costituzione, le accese polemiche del PLI si incentrarono sul timore che le regioni sarebbero diventate una sorta di copia, forse peggiore, dei ministeri rimani. L’On. Piero Bassetti, esponente della sinistra democristiana, grande fondatore dell’impianto regionale, pensava ad un ente di programmazione e coordinamento, fondato sulla capacità e l’intelligenza di una burocrazia .... e di alto profilo: costituita da poche centinaia di persone, capaci di ben incanalare gli interventi del Centro. Ma poiché siamo in Italia, luogo dove le buone intenzioni illanguidiscono per strada, i timori dei liberali si rivelarono addirittura lontani dalla perversa realtà in cui subito presero a vivere le Regioni. La moltiplicazione di uffici, impiegati e dirigenti fu rapidissima. Si trovò il modo di aggirare la legge istitutiva dell’impianto regionale, che vietava nuo ve assunzioni di personale, facendolo assumere dai comuni e dalle province, per poi trasferirlo alle regioni. Anche oggi si stenta a sapere quante migliaia di persone sono impiegate nella Regione Lombardia. Per denunciare questa deformazione e proporre nuove soluzioni, nei giorni 19 e 20 marzo 1988, la segreteria regionale lombarda del PLI, guidata dal segretario regionale Giancarlo Morandi, organizzò un convegno nazionale, che si svolse a Monza. Tra i dirigenti e gli amministratori liberali intervenne anche il prof. Frumento. Nel suo intervento compare per la prima volta l’espressione “postindustriale” che precede l’altra più nota “postmoderno”, la quale altro non è che una traduzione più semplice, più “sociale” e accessibile, se vogliamo, della prima. In sostanza, il Partito Liberale prima intuì, poi constatò che l’Ente Regione, dopo appena 18 anni di vita, andava riformato. Ed è quello che sta avvenendo solo oggi. Ma forse i consiglieri regionali da “curiosità istituzionale per i cittadini”, come li definiva Frumento dodici anni fa, sono diventati piccoli portatori di potere e dispensatori di favori. Basti pensare ai recentissimi accorpamenti delle scuole, operati per effetto della legge Bassanini, più per affinità ideologiche che per utilità amministrativa. “Il tema delle regioni è uno dei grandi temi moderni che devo dire non è stato ben risolto in nessuna parte del mondo: talmente nuovo nella sua connotazione contemporanea, forse, che ha reso tutti molto esitanti. La nostra soluzione è stata certo tardiva: abbiamo rincorso le Regioni quando non erano più agricole, non erano quasi più industriali ma stavano diventando postindustriali. Gli spazi regionali sono scoppiati prima della istituzione delle Regioni. Alle spalle le Regioni hanno un saldo istituto come il Comune. Il Comune ha rappresentato, attraverso i secoli, non solo la grande invenzione italiana nel Medioevo ma, nelle zone economicamente sviluppate, ha rappresentato la difesa della libertà. La Regione si è venuta a trovare in questa drammatica situazione: da un lato un passaggio intermedio dell’individuo, al Comune, alla Provincia e allo Stato, e questa è una corrente essenziale ed ascendente per l’aspetto integrativo. Dall’altro lato si trova nella corrente discendente: quella per cui il centro non può seguire la vita sempre più ricca della sempre più estesa periferia. Ci vuole un nesso molto stretto tra Parlamentari regionali e Parlamentari centrali, un nesso oggi del tutto inesistente. Si hanno due modelli: piramidale ed equiordinato. Il sistema piramidale più adatto alle funzioni che si vanno accentrando e che continueranno ad accentrarsi in maniera intensa; quello equiordinato è forse più adatto agli elementi di decentramento. In questa riforma dovremo certamente pensare, non solo a livello nazionale, ma anche a livello regionale, al problema dell’equilibrio fra esecutivo e legislativo. In Lombardia, certamente esiste perché il nostro Statuto e il nostro ordinamento sono nati in un momento in cui la Democrazia Cristiana, i Socialisti, i Socialdemocratici, i Repubblicani corteggiavano con insistenza i Comunisti. Insieme, in una strana combinazione, hanno messo insieme lo Statuto ed il Regolamento del Consiglio, per cui le Commissioni hanno una pesantissima intromissione nell’esecutivo e il legislativo è una funzione molto pasticciata ....”. In sostanza, le Regioni da centro equilibratore si sono via via trasformate in uno dei tanti centri di potere burocratico ed economico, che soffocano l’Italia. Non possiamo sopprimere il regionalismo ma possiamo migliorarlo. La Cultura Ma anche un altro tema tradizionale, da sempre, per i liberali, incalzava la Lombardia: quello della cultura, del suo potenziamento e della sua diffusione. Una nazione, un popolo non crescono se il loro substrato culturale, le loro stesse radici e la loro storia, di ampio respiro o locale che siano, dove all’aggettivo locale si conferisce significato non restrittivo, sono sfocate agli occhi della classe dirigente. Frumento affrontò anche questo problema in un breve ma efficace intervento, che racchiude il suo programma di assessore regionale alla cultura. Il Consiglio Regionale, partendo dalla constatazione che la moda dell’effimero investe il nostro paese, provenendo d’oltreoceano, esamina alcuni provvedimenti concreti, da assumere per eliminare o ridurre la superficialità insita nella cosiddetta cultura di massa, di per se stessa lontana dalla riflessione e dagli studi approfonditi su singoli temi. “Benché non siano stati presenti in Lombardia quei fenomeni macroscopici di esaltazione dei falsi valori della cosiddetta cultura dell’effimero, legati in gran parte a mode, miti, fenomeni di consumo di massa, non si può certo rilevare la presenza di una politica culturale precisa e organica. L’aspetto più rilevante è certamente quello dello spreco delle risorse fisiche, soprattutto architettoniche: la quantità di strutture abbandonate, inutilizzate, distrutte sul piano culturale con aberranti ristrutturazioni sono numerose. Il discorso vale in generale anche per gli altri beni culturali, sottutilizzati, non sempre accessibili, con attività scoordinate. Non diverse le indicazioni relative ai musei, rimanendo nel complesso astratte le affermazioni relative alle finalità, o (esposizioni e servizi) alle carenze del personale, di cataloghi, inventari, alla mancanza di promozione in campo didattico... ...neppure una riga è dedicata al rapporto tra culture, beni culturali e assetto del territorio, tra politica culturale ed urbanistica, sulla salvezza del territorio, cioè dell’unico museo vivo, luogo delle risorse culturali diffuse ....” A questo proposito, ricordandone la figura, il 7 marzo 1995, nel Consiglio Provinciale di Milano, mi soffermai sul suo rigore di amministratore pubblico, quel che avevo conosciuto a mie spese. L’episodio occorsomi è questo: “... come tutte le volte in cui si copre un Assessorato si ha a che fare anche con richieste di finanziamento di gruppi culturali, di circoli culturali. Egli ne aveva accolto alcune respingendone una sola: quella della Gioventù Liberale che aveva un suo Circolo e chiedeva un piccolo finanziamento. Fui mandato a chiedere ragione e lui mi rispose: “Ma voi siete liberali, vi dovete dare da fare, mi meraviglio che lei venga a chiedere questo finanziamento! Questo è denaro pubblico, servirà ad altri circoli”. E così fu che i giovani liberali non ebbero niente né allora né dopo. A lui sembrava strano che noi non fossimo capaci di far per conto nostro ...”. In sintesi, in Frumento vediamo l’intreccio e l’alternanza del pensiero e dell’azione politico-amministrativa; collegate con una operosità rara, che egli mantenne viva sino agli ultimi giorni di vita. Sino all’ultimo, dunque, attenzione alle persone e ai fatti in una sorta di applicazione dell’Elogio della morte del saggio di Benedetto Croce: “La morte sopravverrà a metterci in respiro, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare”. Seconda conclusione L’anno scorso siamo approdati a dieci concetti che sintetizzavano il percorso compiuto dai liberali di cui avevo tratteggiato la figura. Ora allarghiamo il ventaglio, enucleando altri aspetti del concetto di libertà, come li vediamo attuati nell’impegno degli uomini politici e pensatori che abbiamo illustrato.

                                                                                                           Michele D’Elia

1. la libertà come soluzione del problema dei rapporti fra stato e chiesa;

2. la libertà come strumento per i cittadini di decidere con il voto consapevole il proprio futuro;

3. la libertà come somma responsabilità di politico e di magistrato nella difesa dei diritti civili e nella loro crescita;

4. la libertà di amministrare con rigore e lungimiranza la cosa pubblica, disegnando le prospettive di sviluppo e correggendo quelle strutture che fossero create ad arte;

5. la libertà della scuola, della cultura, dell’istruzione, dell’insegnamento, ovvero crescita in sviluppo intellettuale della società;

6. la libertà del cittadino di decidere la propria vita all’interno di un quadro legislativo semplice, chiaro ed essenziale, e per ciò stesso più facilmente comprensibile ed applicabile;

7. la libertà di non venire oppressi da una tassazione iniqua;

8. la libertà di non essere imbrigliati da una burocrazia ottusa, impegnata più a perpetuare se stessa che a servire lo stato ed il cittadino;

9. la libertà dei partiti di essere riconosciuti non solo come stati di fatto ma come soggetti di diritto;

10. la libertà di adattare le istituzioni ai bisogni dei cittadini e di riconoscere altre nuove libertà, diritti e responsabilità, secondo l’Appello liberale di Roma del 1981.

Croce e la filosofia politica

scritto da Liliana Sammarco

Nel 1908 Bentley pubblica " The process of Government: a Study of Social Pressures" tentando di "sganciare" lo studio del fenomeno politico dalla concentrazione esclusiva sul problema dello Stato. Attraverso il radicalismo empirico, e richiamandosi alla grande tradizione "antieticistica" italiana identificabile in Machiavelli, Bentley indica il rapporto politico non come una attività che viene posta in essere con riferimento ai codici , alle Costituzioni ovvero ai caratteri d'un Popolo, ma che sorge, viceversa, intorno agli interessi che determinano l'agire degli uomini collegandoli in molteplici rapporti e gruppi di pressione. Benedetto Croce interviene subito al dibattito che si apre sul punto, offrendo un contributo sistematico alla questione con l'affermare: " .... che cosa è poi effettivamente lo Stato? Nient'altro che un processo d'azioni utilitarie di un gruppo d'individui o tra i componenti di esso gruppo, e per questo rispetto non c'è da distinguerlo da nessun altro processo di azioni di nessun altro gruppo; ed anzi di nessun individuo, il quale isolato non è mai e sempre vive in qualche forma di relazione sociale. Nè si guadagna cosa alcuna nel definire lo Stato come complesso di Istituzioni o di leggi, perchè non c'è gruppo sociale nè individuo che non possegga istituzioni ed abiti di vita e non sia sottomesso a norme e leggi. A rigore, ogni forma di vita è, in questo senso, vita statale."

Ralph Daharendorf un sociologo liberale in conflitto con l'autorità

scritto da Pasquale Dante

Nato ad Amburgo il primo maggio del 1929, Ralph Dahrendorf  si è spento il 17 giugno 2009, subito dopo avere compiuto gli ottanta anni di una vita di intenso amore per gli studi filosofici e sociologici, coronati con importanti riconoscimenti internazionali sia  sul piano accademico che su quello politico, ove ha lasciato una traccia indelebile nel liberalismo internazionale.
Sul piano accademico, lo ricordiamo professore di sociologia ad Amburgo, Tubinga e Costanza dal 1958, dal 1974 al 1984 direttore della London School of Economics e dal 1987 al 1997 Amministratore  del St. Antony College presso l’Università di Oxford, sul piano politico lo ricordiamo parlamentare liberale tedesco negli anni 1969 e 1970, Segretario di Stato del Ministero degli Esteri Tedesco e componente della Commissione Europea a Bruxelles dal 1970, Presidente d’Onore di Liberal International quando ne era Presidente Giovanni Malagodi, ed infine, sino ad oggi, Patron della stessa Associazione. Acquisita la cittadinanza britannica dal 1988, nel 1993 fu nominato Lord a vita dalla Regina Elisabetta II e nel 1997, in occasione del cinquantesimo anniversario della fondazione, fu chiamato a presiedere il Congresso dell’Internazionale Liberale.
E’ evidente che, come liberali, dobbiamo molto a Ralph Dahrendorf per il contributo che Egli ha offerto, come uomo, come filosofo e come sociologo alla evoluzione del nostro pensiero.
L’Uomo Dahrendorf, a mio sommesso avviso, lo si scopre rileggendo il prologo  da Lui tenuto alla Bocconi, in occasione dei cento anni della fondazione della Scuola.

In quella circostanza, egli ha rammentato con commozione il 1947 ed i suoi primi anni da studente presso l’Università di Amburgo, precisando innanzi tutto, che per i genitori operai l’università era rimasta un sogno lontano.
E nel seguire le sue prime lezioni, che erano quel sogno a lui concesso, a volte anche seduto sul davanzale della finestra dell’Aula o sul pavimento accanto al Docente dato il sovraffollamento e la mancanza di strutture,  si riteneva comunque protagonista di una grande, meravigliosa avventura della mente.
Passione quindi per la conoscenza, ed approfondimento degli Studi come opportunità per sostenere il processo di crescita civile ed economica delle Nazioni.
Sul piano politico, filosofico e sociologico Dahrendorf, feroce oppositore di quanti consideravano la Libertà una semplice espressione verbale priva di contenuti politici conseguenti, ha elaborato una importante teoria dinamica del pensiero liberale, avversa al liberismo fondato sul capitalismo di debito  ed attenta alla necessità di promuovere un mercato nuovo, entro il quale contemperare i legittimi interessi dei possessori di beni con quelli dei Cittadini consumatori di quegli stessi beni , evitando che questi ultimi potessero essere influenzati dai loro processi produttivi.

In questa lucida visione dei pericoli del mercato dominato dal primato del potere, dal forte condizionamento che esso esercita attraverso una visione coercitiva e relazionale fra i diversi gruppi dominanti  in un contesto normativo ideato ed  emanato per affermare criteri ed indici di “desiderabilità” del prodotto, Dahrendorf denunciava il nuovo conflitto di classe  fra i potentati detentori del potere legittimo, che lo sfruttano anche normativamente per indirizzarlo e comprimere ogni dissonanza,  ed  ogni sfera sociale destinata alla ricezione di quegli ordini.

Queste riflessioni, che ho sentito il desiderio di riassumere osando forse troppo,  sono il concentrato del ricco patrimonio che Ralph Dahrendorf  lascia ai Liberali del nostro Pianeta.

Superfluo avvertire come, proprio in Italia, ove il nuovo conflitto avvertito da Dahrendorf  si manifesta giorno dopo giorno in tutta la sua potenzialità distruttiva, i liberali non abbiano ancora colto l’importanza di quella felice ed attualissima intuizione, unendo le loro forze per denunciarne i pericoli: tuttavia, ancora una volta con Dahrendorf, siamo costretti a registrare che per alcuni, la Libertà rimane una pura e semplice espressione verbale di comodo che,  nonostante priva di contenuti politici, assolve quanti ritengono di militare in formazioni ideali che ad essa si richiamano, svolgendo così il poco nobile ruolo d’utili idioti asserviti al neo capitalismo autoritario da cui ricevono l’ordine perentorio di smetterla di pensare, riuscendovi per altro, senza sforzo ed  alla perfezione.

                                                                                             Pasquale Dante

 

IL NO " CONGIUNTO " DI STEFANO DE LUCA RAFFAELLO MORELLI ED ANTONIO PILEGGI

 

A nome del Comitato Per le libertà dei cittadini, NO al peggio Stefano de Luca, Raffaello Morelli, Antonio Pileggi hanno ricordato che le buone ragioni del NO alla proposta di revisione costituzionale emergeranno tanto più forti quanto più il confronto verterà sul merito.
“In questa ottica – hanno aggiunto – va nettamente respinta la concezione del documento dell’agenzia di rating, Fitch, ricalcata sulla linea del Fondo Monetario Internazionale. Per l’agenzia Fitch, un successo del SI al referendum promette sia una legislazione più facile che un governo più stabile, indotti dalla riforma elettorale e dal trasferimento delle competenze dalle regioni al livello centrale.
A chi sostiene simili concezioni – che oltretutto non affrontano il merito della proposta di riforma caratterizzata da pasticciate complicazioni legislative – diciamo che negli anni 2000, l’autoritarismo corre sui binari delle burocrazie finanziarie internazionali senza volto e senza responsabilità civile, mentre la democrazia si fonda sul principio intoccabile della sovranità popolare, incoraggiandone le sue più faconde diversità legate al merito delle cose.
Come ha dimostrato la storia, solo garantendo che il potere sovrano sia saldamente nelle mani del cittadino-elettore, si possono garantire, nel confronto democratico, condizioni di vita migliori ed una reale espressione della diversità degli individui; in sintesi si attiva una convivenza più evoluta per affrontare consapevolmente i continui cambiamenti della esaltante avventura della modernità”.

ACCOLTI SEI RILIEVI DI INCOSTITUZIONALITA'

IL LIBERALE ENZO PALUMBO SPEDISCE L'ITALICUM ALLA CORTE COSTITUZIONALE

 

 

Grazie alla sua competenza e puntigliosità, il senatore ed avvocato Enzo Palumbo, non a caso a suo tempo inviato dal P.L.I. al CSM, è riuscito a convincere i Giudici del Tribunale di Messina a riconoscere vari profili di incostituzionaloità dell'italicum.
Ecco i sei motivi che hanno indotto i Giudici a trasmettere gli atti alla Corte Costituzionale:
III° MOTIVO – Il “vulnus” al principio della rappresentanza territoriale.
IV° MOTIVO – Il “vulnus” ai principi della rappresentanza democratica.
V° MOTIVO – La mancanza di soglia minima per accedere al ballottaggio.
VI° MOTIVO – Impossibilità di scelta diretta e libera dei deputati.
XII° MOTIVO – Irragionevole soglia di accesso al Senato
XIII MOTIVO – Irragionevole applicazione della nuova normativa elettorale per la Camera a Costituzione vigente per il Senato, non ancora trasformato in camera non elettiva, come vorrebbe la riforma costituzionale.
E' un risultato importante per i liberali e per chi ha a cuore il rispetto delle Istituzioni e dei valori di democrazia liberale custoditi nella Costituzione.

 

A proposito del superamento del bicameralismo paritario....

Per introdurre l'imperdibile saggio di Livio Ghersi, ho deciso di ricorrere a George Washington.
Nel 1787, Washington ricopriva la carica di Presidente del Congresso Continentale di Filadelfia ed ebbe ad occuparsi, insieme ai giuristi del tempo, della nuova Costituzione da dare al suo Paese.
Si scelse di dar vita ad una Confederazione di Stati, ma, data la sensibile differenza di elettori presso ciascuno Stato, nacque subito il problema delle scelte da operare per assicurare un equo potere decisionale, in sede congressuale, anche agli Stati più piccoli.
Si decise di dare deputati in misura proporzionale al numero degli abitanti di ciascuno Stato, tuttavia, per dare eguale diritto d'espressione a ciascuna comunità, si decise anche di stabilire il numero di due Senatori per ciascuno Stato, indipendentemente dall'estensione o dal numero di abitanti.
Semplice, no?
Concludo comunque con due aneddoti ed una mia breve riflessione.
C'era anche, per Washington e per i costituenti, il problema del diritto di voto da assegnare agli schiavi. Essi erano in numero decisamente più elevato negli Stati del sud che, conseguentemente, pur maltrattandoli, spingevano per il diritto di voto egualitario in loro favore, trovandosi così in netto disaccordo con gli Stati del nord. Se il problema si fosse posto in Italia, dal 1787 staremmo ancora oggi discutendo animatamente sul da farsi. Gli americani decisero in fretta, attribuendo a cinque schiavi il voto di tre cittadini.
Durante i lavori, qualcuno chiese poi a Washington l'utilità di disporre anche del Senato, come seconda Camera.
Washington stava sorseggiando una tazza di caffè e, come in uso al tempo, usava il piattino della tazza per raffreddarlo prima di riversarlo nella tazza ed indi berlo.
Rispose semplicemente ricordando che la seconda Camera sarebbe servita come il piattino del suo caffè, per raffreddare gli entusiasmi e rendere più riflessive le leggi.
Adesso non è che io desideri denigrare le complesse riflessioni di tanti giuristi che si sono affrettati a correre in soccorso del Presidente del Consiglio e del Ministro signora Boschi, tuttavia, a distanza di 239 anni da intuizioni così semplici ed equilibrate, la Riforma costituzionale che ci viene proposta fa pensare al Manzoni il quale, non a torto, ricordava che, purtroppo, "..non tutto ciò che viene dopo è progresso...".
Buona lettura.

P. Dante

LA RIFORMA COSTITUZIONALE VALUTATA NEL MERITO

di Livio Ghersi
La prima informazione da dare ai cittadini è che il testo della legge costituzionale che sarà oggetto del Referendum popolare nel prossimo mese di ottobre è stato pubblicato nella Gazzetta Ufficiale della Repubblica, Serie generale, del 15 aprile 2016, n. 88. Chi ha studiato un po' di diritto si procuri quel testo e lo legga. In modo da comprendere esattamente di cosa si sta parlando, senza aspettare le interpretazioni e le spiegazioni di commentatori partigiani.
Il titolo della legge costituzionale enuncia gli obiettivi perseguiti dai promotori della riforma. Il primo è: «superamento del bicameralismo paritario». I fautori del NO, nei quali, per giocare a carte scoperte, dichiaro subito di riconoscermi, sostengono che la normativa approvata non realizzi compiutamente tale obiettivo. Si consideri l'articolo 10 del testo, che riguarda il procedimento legislativo, con un'integrale sostituzione dell'attuale articolo 70 della Costituzione. Al primo comma sono elencati tutti i casi in cui la funzione legislativa continua ad essere «esercitata collettivamente dalle due Camere». Ciò significa che in questi casi Camera dei Deputati e Senato della Repubblica continueranno ad esercitare i medesimi poteri nel procedimento di approvazione delle leggi. Si tratta di casi molto rilevanti. Rientrano nell'elenco: le leggi di revisione della Costituzione e le altre leggi costituzionali; le leggi che autorizzano la ratifica dei trattati relativi all'appartenenza dell'Italia all'Unione Europea (art. 80, secondo periodo, Cost.); le leggi sull'ordinamento di Roma, in quanto capitale della Repubblica (art. 114, terzo comma, Cost.); le leggi che possono attribuire «ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia» a Regioni diverse da quelle a statuto speciale (art. 116, terzo comma, Cost.); disposizioni di legge di carattere generale in materia di indebitamento di Regioni, Città metropolitane e Comuni (art. 119, sesto comma, Cost.); esercizio del potere sostitutivo del Governo nei confronti di organi di governo regionali e locali, inclusi i casi di esclusione dei titolari di organi di governo regionali e locali quando gli Enti da loro amministrati versino in «stato di grave dissesto finanziario» (art. 120, secondo comma, Cost.); disposizioni in materia di emolumenti dei componenti dei Consigli regionali (art. 122, primo comma, Cost.); leggi che autorizzano Comuni a staccarsi da una Regione e aggregarsi ad un'altra, dopo l'assenso espresso dalla maggioranza delle popolazioni interessate (art. 132, secondo comma, Cost.). Chi abbia la pazienza di leggere con attenzione la riformulazione dell'articolo 70 Cost. vedrà che l'elenco è molto più lungo, oltre ai casi che abbiamo voluto espressamente richiamare, a titolo di esempio.
Quanti puntano al superamento del bicameralismo paritario lamentano che, nell'ordinamento vigente, un testo di legge possa passare più volte da una Camera ad un'altra, perché basta una minima modifica per rendere necessaria una nuova lettura da parte dell'altro Ramo del Parlamento (la cosiddetta navetta). Non è esatto, però, che tale inconveniente non possa più ripetersi in futuro. In tutte le situazioni che finora abbiamo visto, in cui la funzione legislativa continuerà ad essere esercitata collettivamente dalle due Camere, niente impedisce il ripetersi di navette, senza limiti temporali.
Posto che il Senato della Repubblica, nella nuova versione riformata, ha tra i suoi compiti fondamentali quello di rappresentare le istituzioni territoriali e di esercitare «funzioni di raccordo tra lo Stato e gli altri enti costitutivi della Repubblica» (art. 55, comma 5, Cost.), la prima cosa che un comune cittadino è portato a pensare è che il Senato debba dire la sua quando si tratti di approvare la legge annuale di bilancio dello Stato (art. 81, quarto comma, Cost.). Infatti, si prevede che i disegni di legge in materia di bilancio (o di rendiconto) siano assegnati automaticamente al Senato, che può deliberare proposte di modificazione entro 15 giorni dalla trasmissione (si veda art. 70, comma quinto, Cost.). Spetterà poi alla Camera dei Deputati pronunciarsi in via definitiva. Tuttavia, considerato che il Senato avrà comunque una visibilità maggiore rispetto all'attenzione che finora hanno avuto negli organi di informazione i lavori della Conferenza unificata (Stato - Regioni - Città ed autonomie locali), si potrà facilmente verificare che la lettura del Senato si traduca in una passerella per consiglieri regionali e sindaci, con l'unico effetto di amplificare la protesta ed il malcontento delle istituzioni territoriali.

Saragat voterebbe no: Trump subito si


Il Presidente del Consiglio dei Ministri non è certo un liberale e, conseguentemente, illuminarlo con riferimento ai preziosi insegnamenti partoriti dalle menti degli Uomini di Stato devoti alla nostra idea, sarebbe tempo perso.
Una qualche attenzione, anche senza il nostro aiuto, Egli avrebbe però potuto - e forse anche dovuto - prestarla almeno ai leader della social democrazia, disciplina per Lui certamente meno indigesta, se non altro per non "suonare ad orecchio" ed in qualche modo, entrare finalmente in sintonia con qualcosa di serio.
Ma non c'è stato niente da fare, ed è così sfuggito al Presidente del Consiglio, al Ministro signora Boschi ed ai sostenitori del si alla riforma costituzionale a Loro vicini, l'insegnamento che Giuseppe Saragat, allora Presidente della Repubblica, lasciò ai posteri in occasione delle celebrazioni per il ventesimo anniversario dell'Assemblea Costituiente.
Prima di ricordare il pensiero di Saragat, ricordiamo comunque che il Paese risulta diviso secondo due linee di pensiero opposte.
Al netto delle minoranze colte, che ovviamente non hanno voce in capitolo, da una parte stanno gli amanti dalle performances del comico Benigni, che aveva incantato vaste platee leggendo con enfasi la Carta prima di cambiare idea, dall'altra stanno gli amanti delle performances del comico Grillo, che, viceversa, pare non avere avuto ripensamenti riguardo quelle del collega...

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                                                                 Pasquale Dante

Beppe Grillo e l'ALDE

 

Beppe Grillo chiede agli iscritti al Movimento Cinque Stelle di pronunciarsi sulla collocazione futura dei parlamentari europei del Movimento e, in particolare, su una loro possibile adesione al Gruppo parlamentare dei liberal-democratici (ALDE) al Parlamento Europeo.
Immagino che non avrebbe promosso una consultazione degli iscritti tramite Rete se prima non avesse raggiunto una qualche intesa preventiva con i vertici dell'ALDE; il che significa che Guy Verhofstadt, attuale presidente del Gruppo dei Liberal-democratici, deve essere, non soltanto informato della questione, ma anche non ostile pregiudizialmente.
Forse non siamo molti in Italia ad essere interessati alle vicende dell'ALDE; che, ricordiamo, al momento non è il riferimento politico di alcun partito rappresentato in almeno una delle due Camere del Parlamento italiano. L'Italia ignora i liberal-democratici dell'ALDE, come hanno clamorosamente dimostrato le ultime elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, quando la lista denominata Scelta europea, promossa proprio da Verhofstadt, ottenne soltanto 196.157 voti (0,71 %).
Continuano a seguire con attenzione quanto i liberal-democratici fanno al Parlamento Europeo soltanto quei non molti, tra liberi intellettuali ed ex politici di professione, che continuano a rivendicare orgogliosamente la propria identità culturale liberale, o repubblicana, o federalista europea. C'è, invece, un numero ragguardevole di liberali destrorsi, già berlusconiani, o tuttora tali, che di un gruppo minoritario come quello dell'ALDE non ha mai saputo cosa farsene: questi liberali destrorsi sono realisti e sentono il richiamo del potere. Il loro punto di riferimento, passato e presente, resta saldamente il Gruppo del Partito Popolare Europeo. Qualcuno potrebbe obiettare che l'anima storica di quel gruppo è cristiano democratica, certamente non laico liberale. Queste, tuttavia, sono questioni di logica politica che, in un mondo di apparenza, di messaggi semplificati, di comunicazione eterodiretta, non devono interessare il vasto pubblico. Il liberale berlusconiano risolverà il problema con un approccio sincretico: definiamoci "liberal-popolari" e non se ne parli più.
Ora Beppe Grillo, per sue strategie politiche, per suoi tornaconti pratico-utilitaristici, viene a scuoterci dalle nostre malinconie liberali e repubblicane. Non mancano le reazioni indignate ed è perfettamente logico e comprensibile che ci siano. Cito per tutti l'amico Pasquale Dante, animatore del Movimento politico culturale "Agorà liberale", che ha inviato una lettera di vibrante protesta proprio a Verhofstadt: Dante, ricorda, fra l'altro, che, in occasione di un appuntamento molto importante per il nostro Paese, le elezioni dell'Assemblea Costituente nel 1946, il liberale Benedetto Croce, al tempo presidente del PLI, non volle fare un'alleanza elettorale con i Qualunquisti di Guglielmo Gianninini. Tutto vero; ma anche a questo argomento si potrebbe replicare che stiamo parlando di Benedetto Croce e che nell'Italia del 1946 c'era ancora un numero sufficiente di persone in grado di comprenderne gli ideali ed i ragionamenti. Vedete qualche Benedetto Croce in giro nell'Italia odierna?
Il Movimento Cinque Stelle ritiene insufficiente la democrazia parlamentare rappresentativa e punta sulla democrazia diretta. Vuole abolire il principio costituzionale secondo cui «ogni membro del Parlamento rappresenta la Nazione ed esercita le sue funzioni senza vincolo di mandato» (articolo 67 Cost.). L'idea del parlamentare che non può andare oltre la delega ricevuta e che è tenuto a sottostare alla disciplina di partito può sembrare attraente soltanto a chi non veda al di là del proprio naso. Quando, il 29 agosto del 2013, la Camera dei Comuni del Regno Unito respinse, con 285 voti contro 272, la mozione presentata dall'allora Primo ministro David Cameron che chiedeva un intervento militare in Siria, risultarono decisivi 30 deputati conservatori e 9 deputati liberal-democratici, i quali votarono in dissenso rispetto ai gruppi di appartenenza. Si preferisce che nelle grandi questioni di coscienza, com'è appunto quella di decidere se fare una guerra, i parlamentari siano soltanto numeri che si sommano, secondo le direttive dei partiti? Se sono soltanto numeri, tanto vale non farli nemmeno votare: che votino soltanto i capigruppo! La nostra idea di democrazia liberale è decisamente diversa: in ogni contesto è la singola persona, con la sua testa e con la sua coscienza, a fare la differenza.
Noi liberali siamo altra cosa rispetto ai Cinque Stelle e non è possibile alcuna mescolanza strutturale. Ciò non esclude che si possano trovare occasionali convergenze per l'approvazione di singoli provvedimenti; prassi che in un libero Parlamento va seguita nei confronti di tutti i gruppi rappresentati. Non deve mai, quindi, essere motivo di scandalo.
La verità è che anche il Gruppo parlamentare dell'ALDE è politicamente debole: per la mancanza di un orientamento chiaro, prima che per l'esiguità dei numeri. In passato era un partito sovranazionale, l'Internazionale liberale, a preoccuparsi di fare chiarezza ideale e programmatica e a dare la linea. Il Gruppo dei liberal-democratici è una creatura relativamente recente, che risale alle prime elezioni dirette del Parlamento Europeo, nel 1976. Allora si chiamava gruppo dell'ELDR ed il presidente dell'Internazionale liberale, Giovanni Malagodi, riuscì a fare in modo che vi aderissero anche i repubblicani italiani di Ugo La Malfa.
Il Gruppo parlamentare è sempre stato occasione di convergenze politicamente discutibili, per l'unico obiettivo di determinare una massa numerica che potesse pesare di più negli equilibri parlamentari. Così, in passato, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Prodi, di Rutelli e di Enrico Letta: certamente tutti amici dei liberali, ma con la chiara consapevolezza di avere un'identità diversa da quella dei liberali. Ciò che è peggio, abbiamo avuto nell'ALDE gli amici di Di Pietro, ossia l'Italia dei Valori.
Ecco, la vicenda del Movimento Cinque Stelle ricorda da vicino il precedente di Italia dei Valori. Che fu motivo di equivoci e di fraintendimenti anche per qualche liberale, il quale riteneva, magari in assoluta buona fede, ma a torto, che l'adesione all'ALDE significasse qualcosa nella sostanza.
Ora, grazie a quel precedente, sappiamo che, anche se l'accordo con il Movimento Cinque Stelle andrà in porto, si tratterà di un fatto di mera tattica parlamentare, roba da politica politicante.
Se liberali, repubblicani, federalisti europei, aspirano a qualcosa di diverso, si diano loro una mossa.
Palermo, 9 gennaio 2017

Livio Ghersi

Ancora in ricordo di Valerio Zanone


Abbiamo tenuto a lungo in prima pagina un nostro breve ricordo di Valerio Zanone ed un Suo scritto sulla tolleranza.
Terremo sempre quel ricordo e quello scritto accessibili nella sezione approfondimenti.
Adesso continuiamo a ricordare Valerio Zanone in questa prima pagina di accesso al Sito, riportando due scritti. il primo lo dobbiamo al prof. Ernesto Paolozzi che ha affermato: " lo ricordo, come spero lui avrebbe voluto, con una sua dichiarazione di intenti limpida, modernissima. Per tanti di noi, una sorta di guida spirituale ed etico politica. Le conclusioni del congresso del Partito Liberale che si tenne il 18 novembre del 1981 a Firenze:"
- Liberale è darsi una regola piuttosto che doverla ricevere.
- Liberale è la società aperta che riconosce a ciascuno il diritto e la possibilità di diventare ciò che vuol essere.
- Liberale è rinunciare all'illusione della società perfetta, ma cercare ogni giorno di correggerne qualche imperfezione.
- Liberale è l'iniziativa individuale combinata con la responsabilità collettiva.
- Liberale è il rifiuto di staccare nel tempo la libertà e la socialità; ai marxisti che promettono la libertà dopo la socialità, ai conservatori che promettono la socialità dopo la libertà, i liberali devono rispondere che libertà e socialità si guadagnano e si perdono insieme.
- Liberale è la sintesi difficile non impossibile, fra l'efficienza del mercato, le riforme della socialità, le regole della democrazia.
- Liberale è chi non delega e non si sottomette, chi chiede al grande fratello pubblico il conto delle spese.
- Liberale è chi ha letto vent'anni fa il romanzo di Orwell, scopre che il fatidico 1984 è alle porte, e prepara la difesa contro la più illiberale delle diseguaglianze, quella che potrebbe istaurarsi fra una massa livellata e un'oligarchia di livellatori.
- Liberale è il rifiuto di separare il tempo della propria vita, di scinderlo fra un tempo di lavoro senza fantasia e un tempo libero senza significato.
- Liberale è la voglia di cambiare ogni tanto lavoro e pensieri, di imparare qualcosa anche quando è finita la scuola.
- Liberale è per noi, italiani, credere nella vivacità e opporci alle politiche che la mortificano, respingere le lamentazioni catastrofiche, avere fiducia in questo paese dissestato e grande; e cercare nelle ragioni della libertà le nostre ragioni di speranza.
Abbiamo poi ricevuto dagli Amici dell' Associazione di cultura e ricerca "Zanardelli" di Brescia uno scritto in memoria di Valerio che affidiamo volentieri, di seguito, alla riflessione dei nostri lettori.

La lezione liberale di Valerio Zanone e la nostra città

L’anno che inizia si è aperto con un grave lutto nel mondo della cultura liberale: la scomparsa dell’on. Valerio Zanone il 7 gennaio scorso. Con il suo impegno politico ha attraversato cinquanta anni di storia italiana nella prima e seconda Repubblica senza mai un cedimento sui principi in cui credeva: democrazia, europeismo laico e riformatore. Rifiutando accordi sottobanco e prendendo le distanze da amicizie divenute impresentabili, seppe rimanere pulito negli anni tremendi di Tangentopoli che videro cadere, falciati dagli scandali, nomi noti della politica italiana.
Nel momento in cui la destra cominciò a sbracciarsi per propagandare i propri uomini liberali come gli unici e i veri, Zanone non entrò in polemica limitandosi a rimarcare, con i fatti e le sue scelte, che il pensiero schiettamente liberale aveva le proprie radici nel centrosinistra, le stesse di Giuseppe Zanardelli giurista e statista bresciano. E i legami con Brescia furono saldi e costanti nel tempo.
Quando nel 1995 fu tra i fondatori dell’Ulivo di Romani Prodi, visitò la nostra città invitando noi liberali a seguirlo in quell’esperienza. Il suo entusiasmo mi contagiò e confluì nel Comitato Provinciale dell’Ulivo presieduto da Tino Bino. In campagna elettorale ebbi la soddisfazione di rappresentare l’Ulivo al Convegno Provinciale Islamico quale risposta a un invito rivolto alla Segreteria portando i saluti di quest’ultima, per poi fermarmi a dialogare con una vasta assemblea interessata ai valori della cultura democratica.
Chiusa l’esperienza di Prodi, nel 2001 fu la volta della Margherita con Zanone al fianco di Rutelli per fare spazio a una presenza liberale nella "Margherita".
Anche in quel caso noi liberali lo seguimmo ancora e Giuliano Terzi, coordinatore provinciale, sciolse la sezione della Federazione dei Liberali per confluire nel Comitato Provinciale della Margherita, che aveva sede in via Volturno presieduto da Gianni Girelli.
Nel 2003 lo rividi per l’ultima volta. Si svolgeva la campagna elettorale di Paolo Corsini quale sindaco di Brescia al secondo mandato consecutivo.
Valerio venne a presentare la pubblicazione degli atti del Convegno su Piero Gobetti curato da me, al quale avevano partecipato tra gli altri Michele d’Elia, Michelangelo Bovero del Centro Studi Gobetti di Torino e i giornalisti Franco Abruzzo (in quel momento presidente dell’Ordine dei Giornalisti della Lombardia) e Giambattista Lanzani (direttore del Giornale di Brescia). Ebbe parole di encomio per la nostra città e la sua cultura democratica, antifascista e liberale. Parlò dello spirito europeista di Piero Gobetti, seppe porre Brescia in relazione agli eventi economici dell’Europa, tracciò dei collegamenti con il Trattato di Lisbona in corso di elaborazione, catturando l’attenzione degli astanti. Sentendolo parlare si allargava l’orizzonte e il futuro era già nell’oggi alla portata di chiunque volesse mettersi in gioco.
Valerio Zanone era un leader convincente e di là dalle etichette, il trait d’union tra un’esperienza e l’altra era la passione per gli ideali liberali appresi dagli scritti di Luigi Einaudi e altri grandi liberali. Nel 2015 colsi la reminiscenza proprio di una lezione di Einaudi nella reazione (senza successo) di Valerio e Roberto Einaudi, entrambi presidenti onorari della Fondazione Einaudi, di opporsi al salvataggio economico dell’ente da parte di Berlusconi. Nel 1948, sul “Corriere della Sera” Einaudi aveva scritto: Vi sono due estremi nei quali sembra difficile concepire l’esercizio effettivo, pratico della libertà: all’uno estremo tutta la ricchezza essendo posseduta da un solo colossale monopolista privato; e all’altro estremo dalla collettività. I due estremi si chiamano monopolismo e collettivismo: ed entrambi sono fatali alla libertà.
Il Cavaliere di Arcore chiedeva in cambio di nominare un nuovo consiglio di amministrazione Zanone temeva, per la Fondazione romana di studi economici, la prospettiva di entrare nell’orbita di un solo partito, con conseguente perdita di libertà, e ciò gli faceva preferire la sua chiusura per mancanza di fondi.
Torinese nell’anima, liberale e riformista nelle scelte, nemico di sovranità assolute. Laureato in filosofia estetica l’impegno di Valerio mostra, in tutte le sue parti, una rara coerenza di vita che diviene bellezza. La voce mai gridata, perché forte nelle idee, si apriva all’incontro con l’interlocutore all’insegna del rispetto delle divergenze e della dignità della persona. Qualcosa, oggi, in controcorrente che ci esorta a dire: Onore a un Vero Liberale!

Prof. Emanuela Citati
Presidente dell’Ass. di Cultura e Ricerca “Zanardelli”
Brescia

Il rispetto del Parlamento, delle opposizioni e delle regole per modificare la Costituzione

Suggeriamo vivamente la lettura dello scritto di Livio Ghersi  che, con la consueta chiarezza, esprime sorpresa ed attente riflessioni riguardo il prosieguo dei lavori parlamentari per la riforma della Carta Costituzionale, in dispregio delle decisioni adottate da tutte le opposizioni di abbandonare l'Aula.

La Conferenza-stampa delle opposizioni

Venerdì 13 febbraio 2015 ho assistito con un misto di stupore e di crescente angoscia alla Conferenza-stampa tenuta congiuntamente dai deputati Renato Brunetta per il Gruppo di Forza Italia, Arturo Scotto per il Gruppo di Sinistra, Ecologia e Libertà, Massimiliano Fedriga per il Gruppo della Lega Nord, Fabio Rampelli per il Gruppo di Fratelli d'Italia - Alleanza Nazionale, Barbara Saltamartini del Gruppo Misto.
Immediatamente dopo, il Gruppo del Movimento Cinque Stelle avrebbe tenuto la propria Conferenza-stampa. Separata, ma volta a comunicare sostanzialmente la medesima cosa: tutte le opposizioni parlamentari hanno deciso di abbandonare l'Aula della Camera dei deputati, in segno di protesta rispetto al modo in cui si stanno svolgendo i lavori parlamentari nella discussione del disegno di legge costituzionale che si prefigge di riformare radicalmente la Parte seconda della Costituzione della Repubblica italiana.
E' vero che non siamo nel 1924; ma la circostanza che tutte — ripeto, tutte — le opposizioni parlamentari abbiano deciso congiuntamente di non partecipare ai lavori della Camera, qualche riflessione dovrebbe pur suscitarla. 

IL NOSTRO E' UN POPOLO OPPURE UN GREGGE?

La rinuncia al voto referendario è rinuncia al confronto ed al diritto di partecipazione alla vita politica del Paese

Di trivelle avrete sentito parlare quanto basta, e dunque vi tedierò pochissimo e solo perché ho letto una interessante riflesione del prof. Gianni Silvestrini, oggi probabilmente attempato scienziato, che ho conosciuto ed apprezzato in gioventù, quando si organizzavano dibattiti seri "dal vivo" in occasione dei quali la qualità degli interventi era misurata dall'intensità degli applausi degli astanti, e non certo dal numero dei " mi piace".
Fece allora un intervento sicuro e preciso per sconsigliare il nucleare e, coerentemente, da ciò che leggo, ci dice oggi che occorrerebbe velocizzare la transizione energetica verso le rinnovabili, precisando che le piattaforme di cui ci occuperemo domenica, possono offrire copertura solo allo 0,9% dei consumi nazionali.
Ricorda anche che, mentre le rinnovabili rappresentano dappertutto la prima voce di investimento ( circa 329 miliardi di dollari ), con impegni di spesa quintuplicati negli ultimi 5 anni e con occupazione del settore in crescita esponenziale, il nostro Paese ha stretto i cordoni della borsa determinando la perdita, nel settore, di circa 10.000 posti di lavoro.
Non dimentichiamo poi l'impatto ambientale, nella migliore delle ipotesi anche solo per le sostanze inquinanti che comunque vengono rilasciate.
Comunque sia, domenica si deve andare a votare; se lo si preferisce anche per il NO, ma bisogna andare a votare.
Sappiamo che sono di diverso avviso sia il Presidente del Consiglio che il Presidente Emerito Giorgio Napolitano.
Lasciamo perdere le motivazioni del Presidente Renzi ed occupiamoci di quelle del Presidente Emerito, che tutto è tranne che sprovveduto.
Egli sostiene che, in occasione delle consultazioni referendarie, starsene a casa sarebbe un modo come un altro per manifestare il proprio NO, e, sopratutto, che l'art.lo 48 di ciò che ancora resta della nostra Costituzione, non imporrebbe un vero e proprio obbligo di recarsi alle urne.
Verissimo, infatti la menzione " non è andato a votare" sul certificato di buona condotta prevista originariamente per i non votanti, è stata abrogata con il Decreto Legislativo 534/93.
Stupisce, tuttavia, il significato politico del pronunciamento del Presidente Emerito, che ci vorrebbe riportare alla seconda metà del 1800, quando per accedere al Senato del Regno d'Italia, bastava una manciata di voti.
A che sarebbero servite le battaglie per il suffragio universale, per il voto alle donne, e ditemi, perchè mai ciascuno di noi dovrebbe sentirsi appagato nel paragonarsi ai destinatari di sentenza penale irrevocabile ovvero ai colpevoli di indegnità morale, cittadini questi nei confronti dei quali, lo stesso articolo 48 della Costituzione richiamato dal Presidente Emerito, esclude la possibilità d'esercizio del diritto di voto?
Al Presidente Emerito hanno fatto eco dotte riflessioni di raffinati giuristi, tutti pronti a giurare che, in occasione dei Referendum,se si desidera che le cose rimangano come stanno, si può esprimere egualmente un voto determinante standosene a casa.
Certo, l'aria che tira è quella di portare sempre di più i Cittadini a debita distanza del cuore dei problemi della Politica: giova ai poteri consolidati ed alle oligarchie di Partito - ammesso che si possano chiamare ancora così strutture in cui da almeno due decenni non esiste un idem sentire ideologico - ed è sicuramente con questi intenti che si è scritta la riforma del sistema elettorale.
Via i partiti piccoli, via le voci dissonanti, via la coerenza, via le minoranze e sopratutto via il Senato, così si fa in fretta a trattare i cambi di casacca ed a costruire un bel Governo con maggioranze raffazzonate per portare avanti un programma che sarà quel che sarà.
Direte allora, ma l'articolo 75 della Costituzione, il quale precisa che la proposta soggetta a referendum è approvata se ha partecipato alla votazione la maggioranza degli aventi diritto, e se è raggiunta la maggioranza dei voti validamente espressi aiuta questo disegno?
Neanche per idea, anzi, tutto l'opposto: l'articolo 75 di ciò che rimane della nostra Costituzione avverte solo che non può essere innalzato al rango di disposizione abrogativa di una legge espressa dal Parlamento, un pronunciamento sul quale non si sia formato un dibattito che abbia coinvolto più del 50% degli aventi diritto al voto, tutto qui.
Del resto, se i Costituenti avessero voluto dare un significato precostituito all'astensione, avrebbero potuto risolvere brillantemente il problema disponendo per la compilazione di una scheda con il solo SI e condizionando il successo della consultazione al solo numero di voti espressi in misura superiore al 50% degli aventi diritto.
Solko così ai non votanti si sarebbe potuto dare certezza d'avere comunque espresso una opinione.
Sarebbe stata una soluzione forse possibile, ma avrebbe infranto il sacro principio del dibattito politico, poichè avrebbe dato un indebito vantaggio ad una delle parti, beneficiata da impedimenti, distrazione, disaffezione, disinformazione e comunque, generica impossibilità di recarsi alle urne per ogni altro ipotizzabile motivo.
Stando così le cose - e sfido chiunque a provare che non stiano così - chi insiste perchè si vada al voto si batte per un Paese in cui il Popolo abbia voglia di esercitare direttamente la sua sovranità, chi invita i sostenitori del NO a rimanere a casa, non può definirsi un leader Politico: al più, se ha buona forma fisica, non sprechi tempo prezioso in politica, venga in Sicilia o vada in Sardegna per dedicarsi alla cura di un bel gregge di pecorelle belanti.
Pasquale Dante

Ugo La Malfa e la democrazia repubblicana

scritto da Livio Ghersi

A quasi trent'anni di distanza dalla morte di Ugo La Malfa (26 marzo 1979), la sua vicenda umana e la sua opera politica sono state ben ricostruite da Paolo Soddu nel saggio: "Ugo La Malfa. Il riformista moderno" (Roma, Carocci, prima ed. maggio 2008). Il lavoro si articola nei seguenti sette capitoli; uno: "Da Palermo a Milano"; due; "Il Partito d'azione, la Resistenza, la Repubblica"; tre: "De Gasperi, il centrismo e la «democrazia dissociativa»"; quattro: "La politica riformatrice e il centro-sinistra"'; cinque: "La lunga marcia alla conquista del PRI"; sei: "I nuovi impegni del riformista deluso": sette: "Con Moro e Berlinguer: l’ultima opportunità”. Inclusa la lunga introduzione, si tratta di complessive 350 pagine di testo, più altre 150 pagine di note. Nella biografia di Ugo La Malfa si colgono dei fatti che potrebbero indurre un lettore odierno a ricondurlo nella grande famiglia politico-culturale liberaldemocratica. Richiamo i più importanti in successione cronologica.

Il fenomeno Trump visto da Raffaello Morelli

IL VOTO COME SPINTA AL CAMBIAMENTO

Il giuramento del nuovo Presidente USA conclude un processo elettorale istruttivo non soltanto per gli americani. La sovranità del cittadino non si esaurisce in una scelta tra il progetto voluto da chi ha gestito il potere e il progetto di chi si era opposto. La sovranità del cittadino riguarda anche la scelta della natura del progetto di governo. Come questo caso dimostra.

I cittadini hanno rifiutato sia il programma dei democratici sia il programma dei repubblicani, incluse le rispettive dinastie familiari. Programmi senza dubbio differenti eppure analoghi. Su cosa? Sul praticare il governo secondo i modi, i fini e gli interessi non dei diversi cittadini bensì di quanti impiegati nel far funzionare la macchina istituzionale. In queste elezioni 2016 – in cui c’è stata non per caso la convergenza dei democratici e di importantissimi esponenti repubblicani – i cittadini hanno preferito un progetto di cambiamento strutturale che riportasse la barra sulla sovranità del cittadino. Oltretutto, nel sistema americano dello spoil sistem, ad ogni elezione i dirigenti istituzionali si avvicendano del tutto e quindi i cittadini hanno voluto evitare proprio il solito avvicendamento tra democratici e repubblicani ambedue disattenti al cittadino.

Donald Trump ha vinto perché ha incarnato la volontà di cambiamento. Lui non è liberale. E’ un conservatore convinto pur non statico, fautore di meccanismi capitalistici pur senza blocchi ideologici, con forti pregiudizi maschilisti pur non accusato di scorrettezze sessuali. Gli americani hanno preferito questa personalità controversa per cambiare rispetto alle concezioni di governo repubblicane prima e dopo democratiche che hanno spinto gli Stati Uniti ad un regresso tangibile. Sul piano internazionale si è passati dall’incoerente esportazione della democrazia all’incapacità di far fronte alle guerre civili in Medio Oriente e di contrastare il diffondersi dell’ISIS, il tutto nell’ossessione di un’anacronistica guerra fredda con la Russia. Sul piano interno si è passati dalla colpevole mano libera alla gravissima crisi bancaria a metà anni 2000 alla continua perdita di posti di lavoro delle classi medie a vantaggio delle economie dei paesi emergenti e del non abbastanza controllato afflusso di mano d’opera straniera.

In maggioranza i cittadini americani non si fidavano più delle tradizionali ricette di governo dimostratesi inefficaci nei fatti. E hanno scelto uno che assicura il cambiamento con indirizzi protezionistici ma chiari. Ripensare il libero commercio internazionale per riportare le imprese americane ad investire negli USA , far crescere i posti di lavoro incentivando l’economia interna, ristabilire migliori rapporti con la Russia contro il terrorismo della Jihad e per collaborare nei punti di crisi, diminuire gli impegni finanziari nella NATO.

Ed è emblematico il cambiamento sull’annoso contenzioso tra israeliani e palestinesi. Da molti anni le Camere avevano votato che gli USA spostassero la loro ambasciata da Tel Aviv a Gerusalemme. Ma un malinteso conformismo diplomatico aveva indotto i Presidenti a non farlo. Trump lo farà e questo non riguarda il Medio Oriente, ma investe il rispetto della sovranità dei cittadini che repubblicani e democratici hanno mostrato di non avere.

Le elezioni USA fanno vedere che i progetti politici sono essenziali nel processo democratico, ma non vanno mai trascurati i risultati della loro applicazione, dato che il fine vero della democrazia non è il voto in sé ma il voto per cambiare davvero e adeguarsi al mondo che muta nel tempo.

Raffaello Morelli

Dopo Zanone, la scomparsa di Pannella è un altro duro colpo inferto ai Liberali

 

MARCO PANNELLA, I DIRITTI CIVILI E POLITICI ED IL FASCINO DELL'OPPOSIZIONE LIBERALE


Non è mai stato Presidente del Consiglio, non è mai stato Ministro, mai Sottosegretario. Pannella non è stato uomo di governo per il Paese, ha sempre preferito porsi dalla parte dell'opposizione.
Lo ha fatto occupando uno scranno alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla settima all'undicesima legislatura, ed indi uno scranno presso il Parlamento Europeo ininterrottamente dalla prima alla sesta legislatura, il che non è da poco.
Superfluo soffermarsi comunque sulle qualità dell'Uomo Politico, ben note a tutti gli addetti ai lavori e , per altro, largamente ricordate in questi ultimi giorni al vasto pubblico da tutti i media.
In estrema sintesi, le capacità dialettiche di Marco Pannella gli avrebbero consentito di sostenere le sue tesi e quelle opposte, senza cadere in contraddizione, e non è neppure escluso che ciò sia accaduto, specie negli ultimi decenni, in cui cresceva naturalmente in lui la voglia di ergersi a protagonista in uno scenario politico caratterizzato da nuovi attori di successo - più o meno giovani - al cui confronto egli appariva ed era un gigante.
Personalmente, pur incantato dal fascino delle argomentazioni di un politico di altissima levatura quale egli era, mi sono sempre chiesto quanto liberalismo corresse davvero nel suo sangue.
Tanto, a giudicare da molte battaglie, poco a giudicare dal modus operandi nelle cose spicciole e relative alla gestione di quello che era il Suo Partito, e pochissimo, tenuto conto che dopo lo scioglimento del Partito Liberale Italiano non giunse alcun segnale di apertura, mentre sarebbe stato facile e forse anche opportuno, creare le condizioni per metter su una Casa comune.
Certo, in Pannella c'era tutto del rivoluzionario, c'era anche una inclinazione naturale alla difesa dei diritti delle minoranze impotenti e sofferenti, e tutto questo ha facilitato i suoi rapporti, da una parte con le sinistre, dall'altra con il Clero, specie dopo il martirio di mons. Romero e dopo l'elezione dell'attuale Pontefice, cui ha infine scritto una lettera che è anche il suo nobile testamento spirituale.
Ma è pur vero che, per quanto negletti derisi ed ormai divisi in tribù clan e famiglie, i Liberali hanno già costituito ben due Comitati per il NO alla riforma costituzionale, segnando la via di una difficile battaglia che si combatte anche per il diritto di tribuna per le minoranze politiche, ma che non vede ancora i Radicali impegnati con slancio.
Arriveranno anche loro, che nella raccolta delle firme sono insuperabili, ma a proposito dei Comitati per il NO, che accanto a Bozzi, Palumbo, Marzo, Morelli etc.. vede impegnata sopra tutti Beatrice Rangoni Machiavelli, corre l'obbligo di un chiarimento riguardo il come, nelle stanze del Palazzo, questo Paese abbia davvero conquistato il divorzio.
Certo Pannella ha avuto un ruolo importantissimo, ma prima del referendum del 1974 c'era stata la legge Fortuna - Baslini del 1970, e poichè quale responsabile organizzativo della Federazione dei Liberali ho avuto l'alto privilegio di avere Antonio Baslini quale Presidente d'Onore del Sodalizio, ho il dovere di ricordare come sia stata approvata quella legge , poi confermata dal Referendum.
Lo faccio riportandomi ad una intervista concessa da Antonio Baslini a Federico Orlando, dalla quale emergono particolari affascinanti sulla complessità del lavoro politico parlamentare d'opposizione.
Inizialmente venne presentata una proposta di legge a firma del socialista Fortuna, sottoscritta anche dai parlamentari comunisti.
Malagodi impediva ai parlamentari liberali di firmare proposte di legge sottoscritte dalle sinistre, ma Baslini, accortosi che i 31 parlamentari liberali risultavano determinanti perchè il divorzio passasse, pensò bene di presentare una autonoma proposta di legge di eguale indirizzo, senza neppure chiedere il consenso del gruppo parlamentare.
Malagodi si rese conto dell'importanza dell'iniziativa quando la proposta Fortuna, superato il vaglio della commissione ( in seno alla quale la DC rinunciò alla battaglia nel convincimento occorresse una legge di revisione costituzionale), arrivò in aula per la votazione, rischiando di essere bocciata senza l'apporto dei 31 parlamentari liberali.
Allora la appoggiò con decisione ed a quel punto si ebbe una convulsa riunione cui partecipò anche Pannella, ma tutto venne deciso solo grazie alla mediazione di Beatrice Rangoni Machiavelli ed alla sua stesura di un testo unificato con un articolato approvato prima dai sostenitori delle due separate proposte di legge ed infine dall'Aula il giorno 1 del mese di dicembre dell'anno 1970.
Il Referendum sul divorzio arrivò poi solo nel 1974, ma anche in quella occasione, a piazza Navona, in attesa dell'esito del voto sul Referendum, il quieto liberale Baslini anticipò il Radicale Pannella e, fra lo stupore e la preoccupazione di tutti, ebbe l'ardire di annunciare ai media, per primo, la conferma della legge, nonostante fosse in possesso solo del risultato di poche migliaia di voti espressi presso alcune sezioni dell'EUR .
Ciò precisato per la correttezza e completezza dell'informazione, che è ormai solo un lontano ricordo, tornando a Pannella e confermando tutti i riconoscimenti che comunque gli spettano per la capacità, la perseveranza, il coraggio, la fantasia e la foga con la quale ha difeso non solo il divorzio, ma tutte le battaglie radicali e liberali per i diritti civili e politici, é certo che egli avrebbe meritato d'essere nominato Senatore a vita.
Non é accaduto, come direbbe Massimo Bordin, ma considerato lo scempio che si vorrebbe fare della austera Istituzione, forse è stato un bene ciò non sia accaduto, sia per Marco Pannella che per Valerio Zanone, anch'egli purtroppo recentemente scomparso.
E' stato un bene perchè rimane così confermato come, ad entrambi, nessuno abbia offerto doni e che tutto ciò che hanno conquistato sia stato frutto di sacrificio e di impegno, sorretto dal merito ed ispirato e condotto secondo i canoni più o meno chiassosi, ma mai populisti, nel solco della severa tradizione del pensiero Liberale.
                                                                                        Pasquale Dante

Valerio Zanone non è più con noi

Ci ha lasciato oggi, sette gennaio 2016, soli in un impegno politico sempre più difficile in un Paese che non ci capisce perché adora il populismo, il trasformismo e la politica dei talk show.

Intanto, lo ricordiamo così, impegnato nella Sua ultima battaglia per la difesa della Fondazione Einaudi, non sorretto, ma mentre sorregge una poltrona....

riportiamo poi qui, di seguito, un breve saggio del filosofo Valerio Zanone, scusandoci per la produzione "artigianale" dovuta alla necessità di far presto.

Si tratta di riflessioni sulla Tolleranza scritte per il Dizionario di Politica curato da Norberto Bobbio e dato alle stampe nella prima metà degli anni 80 del secolo scorso.

Che frattanto il filosofo Valerio Zanone fosse impegnato in Politica ai più alti livelli può sorprendere solo quanti non conoscono sino in fondo le capacità e le potenzialità dei Liberali.

Purtroppo costoro sono tanti, esattamente in misura pari ai voti che mancano a questo Paese per venir fuori da una condizione di arretratezza culturale che produce politica superficiale, arruffona, clientelare ed affaristica.

Croce, che aveva una concezione sacra della Filosofia, appena seppe dell'omicidio di Gentile, borbottò " ..adesso si mettono ad uccidere anche i filosofi..."

Valerio Zanone non é stato certo ucciso barbaramente, ma il silenzio dei media sulla quotidiana Sua attività politica dai primi anni novanta in poi, ha spento anzitempo le Sue potenzialità, proprio quando il Paese ne avrebbe avuto più bisogno.

 

Tolleranza. (voce estratta dal dizionario della Politica curato da Norberto Bobbio, pag. 1168)

I) DEFINIZIONI. Il principio di T. prepara e in parte anticipa il principio della libertà politica, e per alcuni aspetti trasferisce dalla politica economica all'attività politica generale la teoria del laissez faire. Le componenti relativistiche, storiciste e pluralistiche del pensiero liberale conducono al riconoscimento della legittimità di posizioni contrastanti entro un sistema conflittuale disciplinato da “regole del gioco” convenute. La teoria della T. religiosa ha peraltro diffuso una diversa accezione del principio di T., che consiste nell'astenersi dall'osteggiare quanti professino idee politiche, morali o religiose giudicate riprovevoli. ln questa accezione, la T. significa rinuncia a impedire alcuni mali giustificata dal rischio che, impedendoli a forza, non ne sopravvengano di peggiori. La T. verso i dissenzienti è quindi accettata come un male necessario quando non è possibile reprimere il dissenso, oppure un male minore quando il costo della repressione risulterebbe eccessivo. È, evidente in questo caso come il concetto di T. costituisca un grado preparatorio del principio di libertà: la T. istituisce infatti un ambito di liceità o quanto meno di immunità alle scelte individuali, ma lo quaÌifica come concessione revocabile e non ancora come diritto irrevocabile. “La parola T. - sosteneva Mirabeau all'Assemblea Nazionala francese - mi pare in certo qual modo tirannica essa stessa, poiché l'autorità che tollera potrebbe anche non tollerare”; e lord Stanhope alla Camera Alta britannica: “vi fu un tempo in cui i dissenzienti invocavano la T. come una grazia; essi oggi la chiedono come un diritto, ma verrà un giorno in cui la sdegneranno come un insulto”. Perciò Francesco Ruffini, in riferimento alla definizione di “culti tollerati” impiegata nel primo articolo dello Statuto albertino per indicare le religioni acattoliche, notava: “la T., che è una mirabile virtù privata, ha nei rapporti pubblici un suono odioso; di cui non ultima cagione è certamente il significato tecnico, ch'essa conserva tuttodì nel diritto ecclesiastico cattolico, come di riconoscimento forzato ed opportunistico di quanto peraltro non si intende assolutamente approvare. La parola T. presuppone l'esistenza di uno Stato confessionistico, cioè di uno Stato che crede necessario di fare anch'esso, come persona collettiva, professione di un determinato culto; quasi che avesse anch'esso, come le persone fisiche, un'anima da salvare” (La libertà religiosa, § 1°/ l).

II) RIFLESSI POLITICI DELLA TEORIA DELLA TOLLERANZA RELIGIOSA. Si suole indicare in Marsilio da Padova (Defensor Pacis, 1324) un precursore della teoria politica di tolleranza. Egli sostenne che la Scrittura invita ad insegnare, dimostrare e convincere, non a costringere e punire perché, essendo la coscienza incoercibile, la fede imposta con la coercizione non arreca alcun vantaggio per la salvezza spirituale; tesi rivendicata già dai primi cristiani e che sarà ripresa con particolare vigore da Spinoza nel Tractatus Theologico-Politicus (1670, cap. XX). Marsilio peraltro ammetteva che gli infedeli e gli eretici sottratti alla persecuzione dei tribunali ecclesiastici potessero essere puniti dal giudice secolare in quanto trasgressori della legge civile. L'irenismo della tradizione umanistica aprì la via nel sec. XVI alla teoria della T. civile verso le diverse fedi, difesa fra gli altri da Erasmo e da Tommaso Moro. Dopo l'esecuzione di Michele Serveto, Castellion pubblicò sotto lo pseudonimo di Martinus Bellius, in polemica contro Calvino, il trattato De Hereticis an sint persequendi (1554); in Francia il liberalismo religioso fu sostenuto da Jean Bodin nel Traité de la Republique (1576) e nel Colloquium Heptaplomeres (1593), e il partito deì “Politici”, assertore delle finalità temporali dello Stato compromesse dai conflitti religiosi, propugno la T. civile verso i riformati dietro impegno di loro lealismo verso gli interessi nazionali. In Germania, fra gli ultimi anni del Cinquecento e i primi del Seicento comparvero gli scritti sistematici sulla T. dei luterani Camerarius e Gerhard e del cattolico Becanus. Ma le principali trattazioni della teoria di T. si trovano per il sec. XVII nelle opere di Grozio, Bayle, Milton e Locke. Fondamentale per la teoria moderna della T. religiosa è la Epistola de Tolerantia scritta nel 1685 da John Locke durante l'esilio in Olanda e pubblicata anonima nel 1689. Nell'Epistola, Locke stabilisce i rispettivi doveri della chiesa, dei privati, della magistratura ecclesiastica e di quella civile verso il principio di T.: a) Nessuna chiesa è tenuta, in nome della T., a mantenere nel suo seno chi si ostina a peccare contro la dottrina stabilita; ma la scomunica non deve essere accompagnata da violenze o danni inferti al corpo o ai beni di colui che è scacciato. b) Nessun privato può danneggiare o diminuire i beni civili di chi si professi estraneo alla sua religione, poiché non appartengono alla sfera religiosa i diritti dell'uomo e del cittadino. c) L'autorità ecclesiastica non può estendersi alle questioni civili, dalle quali la chiesa è distinta e separata; chiesa e Stato sono ordini diversi per la la loro origine e per i fini che si propongono. d) quanto alla magistratura civile, il diritto di governare e la perizia politica non portano con sé una conoscenza certa delle altre cose, e tanto meno della religione vera; il magistrato civile deve perciò astenersi da ogni ingerenza nelle opinioni religiose dei sudditi e nella celebrazione dei culti, seguendo il principio che ciò che è laico nello Stato non può essere proibito nella chiesa e che, viceversa, le cose illecite nello Stato non possono essere lecite nella chiesa anche se adibite ad uso sacro. Ne consegue, secondo Locke, che il magistrato civile non dovrà tollerare una chiesa disciplinata in modo che chi vi aderisce passi “al servizio e all'obbedienza di un altro sovrano”, perché in tal caso si darebbe luogo ad una sovrapposizione di giurisdizioni. Locke nega ogni diritto di T. religiosa agli atei, negatori della religione; ma alcune inflessioni relativistiche (“ogni chiesa è ortodossa per se stessa ed erronea o eretica per gli altri”) e la netta affermazione della libertà di coscienza e della separazione fra Stato e chiesa, fanno dell'Epistola un documento fondamentalc del Laicismo.

III) SVILUPPI MODERNI DEL PRINCIPIO Di TOLLERANZA. Il principio di T. si affermò pienamente nel sec. XVIII con l'illuminismo e il razionalismo (assai noto è il Traité sur la Tolérance di Voltaire, 1763, scritto in occasione della condanna del protestante Jean Calas; in esso Voltaire si propone di dimostrare che l'intolleranza religiosa non è giustificata né dalla tradizione giudaica e classica, né dalla dottrina evangelica); e nel sec. XIX fu una componente essenziale del pensiero politico liberale. Fu accolto anche dalla chiesa, nelle encicliche di Leone XIII, con molte limitazioni e come un male minore; ancora nel 1950, padre Messineo contrapponeva alla teoria liberale della T., fondata sull'agnosticismo e sul soggettivismo religiosi, la teoria restrittiva della T. come atteggiamento pratico “che inclina a sopportare con indulgenza e longanimità un'azione o un fatto qualsiasi lesivi del nostro sentimento e dei nostri diritti”. Secondo questa interpretazione, poiché se “si tollera il male e l'errore, non si tollera il bene e la verità”, la T. non dovrebbe comportare la parità giuridica dei culti sostenuta dalla concezione del liberalismo agnostico. E' innegabile che la piena esplicazione del principio di T. è incompatibile con il dommatismo religioso il quale, professando la certezza della verità ricevuta per grazia, impone l'aut-aut fra vero e falso e la divisione degli uomini fra eletti e reprobi. Tuttavia i più recenti sviluppi del pensiero della chiesa, contenuti nelle dichiarazioni del Concilio Vaticano II e nelle encicliche di Giovanni XXIII e di Paolo VI, sono esplicitamente orientati verso il principio di T. in quanto, riconoscendo ed esaltando la dignità naturale della persona umana, che non è perduta neppure in presenza dell'errore, riaffermano che la ricerca della verità è un atto volontario della coscienza su cui l'autorità civile non ha potere di intervento. Indipendenti dalla problematica della T. religiosa sono le teorie critiche della società contemporanea tendenti a metterne in luce gli aspetti repressivi. Ad es., secondo Robert Paul Wolff, la T. è la virtù della moderna democrazia pluralistica; ma il pluralismo democratico quale si può osservare nell'America contemporanea e in altre società industrializzate presenterebbe una serie di analogie con le società feudali e corporative, in quanto si mostrerebbe tollerante verso i gruppi costituiti e non verso gli individui il cui comportamento devia dalle norme di gruppo. Secondo Herbert Marcuse, la funzione libcrale della T. risulterebbe alterata dai mutamenti avvenuti nelle società democratiche avanzate, che hanno minato le basi del liberalismo economico e politico; la T. dovrebbe quindi concretarsi in una pratica sovversiva e liberante, e contrapporsi alla T. decaduta a mascheramento della Repressione.

Bibliografia. J. Lecler, Storia della T. nel secolo della riforma, Morcelliana, Brescia 1967, 2 voll. ; J. Locke, Saggio sulla T. in Scritti editi e inediti sulla T. a cura di C. A. Viano, UTET, Torino 1961; A. Messineo, T. e intolleranza, in “Civiltà cattolica”, quaderno 2411, anno 101, 2 dicembrc 1950, vol. IV; F. Ruffini, La libertà religiosa (1^ ed. 1901), Feltrinelli, Milano 1967.

VALERIO ZANONE

Salvatore Valitutti

Uomini come Giovanni Malagodi e Salvatore Valitutti, ho potuto solo incontrarli in occasione delle riunioni di Consiglio Nazionale del P.L.I. senza potere sperare, allora, data la mia ancor giovane età, nella possibilità di andare oltre il deferente saluto. Rimane la consolazione dell’amicizia poi tenuta, negli anni, con quanti li hanno frequentati e conosciuti sino in fondo.Michele D’Elia è uno di questi amici cui attingo per tratteggiare al meglio le doti di Uomini che hanno fatto la storia del Partito che ha costruito grazie a Cavour l’Unità d’Italia e grazie a Gaetano Martino quella Europea. Peccato davvero che quel Partito sia stato sciolto, ma mi accorgo, con stupore, che è come se esistesse ancora, e non solo per nostalgia dei reduci, ma per rinnovato interesse verso ideali ed interessi culturali che è impossibile spegnere. Certo non siamo in Parlamento, ma il dibattito fra i liberali è intenso e significativo, e prima o poi le cose torneranno al posto. 

" La riforma intellettuale e morale degli Italiani" ( F. De Sanctis, Ministro della Pubblica Istruzione del Regno d'Italia del 1861) fu il concetto al quale si ispirò Valitutti.Da sempre il Partito Liberale Italiano e, più in generale, i liberali, riconoscono il posto d'onore alla scuola ed alla cultura, perché sono il fondamento di ogni libertà, prima fra tutte la libertà di pensiero. 
Salvatore Valitutti ha illustrato questo nostro carattere, con la parola, con gli scritti e con l'azione, accanto a Luigi Einaudi, Benedetto Croce, Gaetano Martino, Alberto Giorno, Guido Sasso e V.E. Alfieri. Valitutti, del pianeta scuola, spesso ignoto nella sua interezza anche a chi lo vive nel quotidiano, sapeva praticamente tutto, perché vi aveva ricoperto incarichi e funzioni da Provveditore agli studi di Mantova, a docente, a Rettore dell'Università per stranieri di Perugia, a Sottosegretario e poi Ministro della Pubblica Istruzione. 

Mazzini, Croce, Ugo La Malfa

Conferenza tenuta dal prof. Adelfio Elio Cardinale in occasione della cerimonia di attribuzione al medesimo della cittadinanza onoraria di Floridia

 

Eccellenze, Signor Sindaco, Autorità, Signore e Signori,

permettetemi -anzitutto -un omaggio a Floridia, nobile e antico centro abitato, che ebbe cominciamento attorno al 1100 in quel fertile sito denominato “Real Villa”, che Federico II assegnò poi a Gill di Assen, un professore. dell'Università "La Sorbona" di Parigi: città, pertanto, che ha iscritta l'alta formazione nel suo patrimonio genetico.

Nel 1626 il casale fu elevato a borgo, per merito di Lucio Bonanno, duca di Montalbano, sviluppandosi tra 2 rami del fiume Anapo, del quale è affluente il Ciane (in greco "l'azzurra").

Ma il sito e la località hanno scaturigini remote: Ciane -infatti, nella mitologia greca -era moglie di Anapo.

Avendo tentato di impedire il rapimento di Persefone, per il dolore si sciolse e divenne una fonte. Plutone spaccò il terreno, facendo così rinascere Ciane, che sgorgò sotto forma di sorgente d'acqua. Un nobile e arcaico lascito, per Voi cittadini.

Un saluto sentito e un omaggio al Sindaco Antonio Rudilosso, che con le cerimonie odierne, con alta lungimiranza, ha voluto testimoniare l'attenzione al mondo della cultura ed alla comunità scientifica, al di là delle singole persone.

Un pensiero grato e affettuoso, inoltre, al fraterno amico On. Prof. Enzo Santacroce, gentiluomo di forte caratura etica e di nobile animo, che nei suoi molti incarichi -istituzionali, politici e professionali -ha nobilitato il servizio con capacità e probità, non disgiunte da caratura morale, divenendo punto di riferimento non solo per la Vostra comunità e la Sicilia, ma per tutta l'Italia che crede nella perennità e serietà dei valori.

La mia conferenza non sarà una sinossi di note biografiche.

Europa Maastricht, riflessioni contro corrente

Anni addietro, poco prima di lasciarci, il dr. Armando Alesi ebbe il tempo di scrivere “ L’Economia pratica “, un volumetto che racchiudeva sue teorie sull’economia e la finanza coerenti con l’insegnamento di Galbraith. Non c’era ancora la crisi economica che ci tormenta, ma egli ne avvertiva l’imminenza, e così, in attesa di completare il suo libro, ebbe voglia di farmi avere, per la pubblicazione sul Sito, questa sua breve riflessione seguita da una interessante intervista a Galbraith risalente alla seconda  metà degli anni sessanta del secolo scorso. Pensate, nel 1964, ovvero cinquanta anni fa, Galbraith prevedeva già i guai in cui ci saremmo cacciati e  propugnava l’utilità di aumentare i salari ed offrire un sussidio ai disoccupati con delle motivazioni scientificamente precise, forse anche ciniche, ma certamente di ben altra levatura rispetto a quelle che circolano per adesso e secondo le quali il sussidio di disoccupazione dovrebbe rispondere solo ad esigenze di equità sociale.

Quanto dibatto è contro l'autorevole parere del Governatore della Banca di Italia, del Ministro del Tesoro, ex Governatore della Banca d'Italia, e del parere dell'onnipotente Governatore della Banca Germanica, che pure sta conducendo il suo Paese nelle spire della crisi economica più grave e socialmente più pesante di tutti i tempi. Ma consentitemi almeno la possibilità di una considerazione che io, vecchio imprenditore industriale e commerciale, ex membro dell'Associazione degli Industriali, faccio mia, e cioè che "... la saggezza tradizionale può essere pericolosa....."

LA SICILIA CHE NON TI ASPETTI

 

Le elezioni regionali del 5 novembre 2017 hanno rappresentato un momento di svolta per la Regione siciliana: infatti, con una significativa novità rispetto a quanto avvenuto nei precedenti settant'anni (a partire dal 1947), il numero dei deputati dell'Assemblea regionale si è ridotto, passando da 90 a 70. Poiché la composizione dell'Assemblea regionale è stabilita direttamente dallo Statuto speciale della Regione, per realizzare questo cambiamento si è reso necessario approvare una legge costituzionale, la legge 7 febbraio 2013, n. 2. Com'è noto, per approvare una legge costituzionale, la Costituzione richiede una doppia lettura da parte di ciascuna delle due Camere del Parlamento e, in seconda lettura, l'approvazione di un testo conforme a maggioranza assoluta dei componenti di ciascuna Camera. É importante evidenziare che la procedura per l'approvazione della predetta legge costituzionale è stata avviata con un'iniziativa dell'Assemblea regionale siciliana, una cosiddetta "legge-voto". La Regione, quindi, è stata protagonista della volontà della propria auto-riforma istituzionale. Si è così dimostrato che non è vero che le Istituzioni non si possano riformare; occorre soltanto la volontà politica.

La predetta legge-voto è stata approvata durante la quindicesima Legislatura dell'ARS; quando, per la cronaca, nessun deputato del Movimento Cinque Stelle sedeva fra i banchi di Sala d'Ercole. L'iniziativa fu presentata al Senato il 21 dicembre 2011. Una classe politica regionale meno superficiale avrebbe messo in rilievo questo fatto durante la recente campagna elettorale; tanto per dimostrare ai Cinque Stelle che il mondo non è iniziato con loro e che qualcosa di buono è stata realizzata anche in passato. Venti deputati regionali in meno si traducono in un bel risparmio per il pubblico erario e questo è un dato oggettivo, incontestabile.

La legge elettorale con cui si è votato è la legge regionale 20 marzo 1951, n. 29, come modificata dalla legge 3 giugno 2005, n. 7. Quest'ultima ha disciplinato l'elezione popolare diretta del Presidente della Regione e razionalizzato il metodo di riparto proporzionale dei seggi nei nove collegi provinciali, escludendo dall'attribuzione di seggi le liste che non raggiungano, nella sommatoria regionale dei loro suffragi, il cinque per cento del totale regionale dei voti validi espressi. Anche se molti non lo ricordano, la legge regionale n. 7/2005 fu confermata da un referendum popolare tenutosi il 15 maggio 2005.

L'esito delle elezioni regionali del 5 novembre 2017 dovrebbe essere studiato nei testi che trattano in modo specialistico di legislazione elettorale. Si è, infatti, realizzato il caso, davvero straordinario, che, in costanza di uno sbarramento così alto (cinque per cento), ben nove liste abbiano ottenuto rappresentanza. In particolare, bisognerebbe complimentarsi con i responsabili della campagna elettorale di ciascuna delle liste coalizzate per l'elezione del Presidente della Regione Sebastiano (Nello) Musumeci. Queste liste erano cinque. Hanno ottenuto, complessivamente, il 42,04 % del totale dei voti validi e tutte e cinque hanno superato lo sbarramento. Chapeau! Bisognerebbe togliersi il cappello, perché qui siamo di fronte non a dei professionisti, ma a dei professori universitari in fatto di pratica politica. Alla quarta esperienza con la medesima legge elettorale, le forze politiche siciliane hanno dimostrato di essere diventate espertissime nel suo uso.

Nei collegi provinciali, le cinque liste che sostenevano il Presidente Musumeci hanno conquistato, complessivamente 29 seggi dei 62 disponibili. Poiché non hanno raggiunto quota 42 (ossia, il 60 % del totale dei deputati dell'Assemblea regionale), hanno ottenuto, in aggiunta, tutti i sette seggi della lista regionale collegata. Il seggio del neo-eletto Presidente della Regione più quelli di sei deputati, in ordine alternato fra uomini e donne. La legge elettorale prevede che questa limitata quota di seggi assegnati con sistema maggioritario serva ad incentivare la costituzione di una maggioranza parlamentare. Invece, nel caso in cui la coalizione più votata avesse già eletto più del 60 % dei deputati nei collegi provinciali, i sei ulteriori seggi sarebbero stati assegnati alle liste di minoranza, in proporzione alle loro cifre elettorali, per un riequilibrio della composizione dell'Assemblea.

Quella del Movimento Cinque Stelle è risultata la lista più votata in assoluto. Ha ottenuto 513.359 voti (26,74 %), conquistando 4 seggi nei collegi di Palermo e Catania, 2 seggi in quelli di Agrigento, Messina, Siracusa e Trapani, un seggio nei restanti tre collegi. Per complessivi 19 deputati, ai quali si aggiunge il seggio attribuito a Cancelleri, quale candidato alla carica di Presidente della Regione arrivato secondo. I Cinque Stelle hanno dimostrato di aver appreso come si usano le preferenze: buon per loro che fanno un passo avanti nella strada del realismo e bene per tutti noi perché così la selezione del loro ceto politico, ad opera degli elettori, diventa una cosa più seria. I deputati eterodiretti non ci piacciono.

L'infausto esito della candidatura di Micari è sotto gli occhi di tutti. Il Rettore dell'Università di Palermo ha ottenuto oltre centomila voti in meno rispetto a quelli delle liste che sostenevano la sua candidatura. Viceversa, Cancelleri è stato il più beneficiato dal voto disgiunto, ottenendo 209.196 voti in più rispetto a quelli andati alla lista del Movimento Cinque Stelle.

Commettono un errore, tuttavia, quanti danno per defunto il Partito democratico. Il PD non soltanto conterà 11 deputati in seno all'Assemblea, ma ha eletto deputati in tutti i collegi, 2 in quelli di Palermo e Catania.

Il presidente Musumeci è persona perbene e, nell'interesse della Sicilia, gli auguriamo sinceramente ogni successo. Abbiamo molto apprezzato il riferimento che, nel primo discorso successivo alla sua elezione, ha fatto all'unità d'Italia come valore; musica per le orecchie degli estimatori della tradizione risorgimentale, quali noi siamo. É molto difficile, però, governare con 36 voti su 70. Sussiste la maggioranza assoluta (metà più uno) dei deputati; ma è giusta giusta. Tanto risicata che ogni singolo deputato di maggioranza potrebbe domani esercitare un potere di veto, o di interdizione, sui provvedimenti in discussione.

Il fatto è che non si possono chiedere miracoli alle leggi elettorali. In una condizione di incertezza e di frantumazione delle forze politiche, le maggioranze autosufficienti diventano sempre più improbabili. La simpatica onorevole Giorgia Meloni, Segretaria di Fratelli d'Italia, deve rassegnarsi al fatto che, nell'interesse del bene comune, non solo è lecito, ma necessario, che i parlamentari dialoghino fra loro sul merito dei provvedimenti, senza irrigidirsi in logiche di schieramento.

Per concludere il discorso sulle elezioni del 5 novembre, la Sinistra, tradizionalmente penalizzata nelle tornate elettorali regionali, ha superato la soglia di sbarramento. L'unico seggio va a Claudio Fava. Questa volta la vittima più illustre della regola del 5 % è la lista di Alternativa popolare. Frutto dell'alleanza del partito del Ministro degli Esteri Alfano e degli ex UDC che hanno scelto il centro-sinistra, come il senatore Casini ed il deputato nazionale D'Alia. 80.366 voti, presi nell'intera Sicilia, non sono bastati. Ne occorrevano almeno centomila. Così, tra gli altri, ha perso il seggio il presidente dell'Assemblea regionale uscente, Giovanni Ardizzone. Invece l'UDC di Cesa, rimasta nel centro-destra, ha avuto il 6,96 % dei suffragi e ottenuto 5 seggi nei collegi.

Palermo, 7 novembre 1017                                                                                                              Livio Ghersi

 

IL CENTRO PANNUNZIO DI TORINO PROTAGONISTA DELL'ULTIMO LIBRO DI QUAGLIENI

Pier Franco Quaglieni ha scritto un agile saggio, titolato Figure dell'Italia civile (Torino, Golem Edizioni, 2017), per spiegare il senso dell'attività del Centro "Mario Pannunzio" di Torino, operante dal 1968, e per testimoniare il proprio personale impegno quale direttore generale del predetto Centro. Le iniziative culturali promosse dal Centro Pannunzio, in un tempo lungo quasi mezzo secolo, hanno visto il concorso di tanti intellettuali, prevalentemente di orientamento liberaldemocratico, ma anche di diversa formazione politico-culturale, in quello spirito di rispetto reciproco, di dialogo, di tolleranza, di amore per la cultura, che sono le manifestazioni caratterizzanti una mentalità davvero liberale. Quaglieni ricorda ora alcuni di questi intellettuali, le cui storie personali hanno incrociato, in modi diversi, la vicenda del Centro Pannunzio. Per la precisione, si tratta di diciannove ritratti: i protagonisti sono indicati secondo l'ordine cronologico di nascita, per non far torto ad alcuno, e raccolti sotto la comune dicitura di "Maestri e amici". Nella prima parte del libro, Quaglieni include altri undici ritratti, di personalità che hanno avuto particolare influenza su di lui. Come scrive nella Premessa, «riguardano maestri che, per ragioni anagrafiche, non ho conosciuto direttamente, ma che hanno influito profondamente sulla mia vita di giovane e poi di studioso». In questo caso ha scelto, come denominazione comune, l'espressione "Le radici".

Dare un'idea di trenta persone eminenti in complessive centottanta pagine, cercando di fare intuire le caratteristiche di ciascuno ed i motivi per cui è opportuno mantenerne vivo il ricordo, non era impresa facile. Quaglieni c'è riuscito, ma, ovviamente, con un taglio giornalistico: lo spazio è prezioso, tutto viene ricondotto a ciò che all'Autore sembra l'essenziale, non c'è alcuna nota bibliografica. L'assenza delle note è un elemento che, in modo a tutti evidente, consente di distinguere subito la storiografia dei giornalisti rispetto a quella degli storici di mestiere e degli studiosi in genere. Il giornalista afferma, in modo più o meno apodittico, ed il lettore deve prendere per buone tali affermazioni: deve fidarsi. Lo studioso, invece, indica esattamente le fonti da cui ogni citazione è tratta e sembra dire al lettore: se sei interessato, proprio attraverso queste note bibliografiche, ti sto dando modo di leggere tu stesso i libri richiamati e di condurre tutte le verifiche e gli approfondimenti che riterrai opportuni. Così ogni libro non resta chiuso in sé, ma apre al lettore un mondo di altri libri, la lettura di ciascuno dei quali può stimolare nuove opere intellettuali. Per questa via, il sapere si consolida e si diffonde.
Questo che, almeno ai miei occhi, è un limite strutturale, allontana il lavoro di Quaglieni dal suo immediato modello: il libro Italia Civile. Ritratti e testimonianze, che Norberto Bobbio pubblicò nel 1964 per i tipi dell'Editore Lacaita e che piu tardi, nel 1986, è stato ristampato da Passigli. Il predetto testo di Bobbio, pur molto ponderoso, ebbe un meritato successo in termini di vendite e di critica; resta una delle opere più apprezzate del giurista e filosofo torinese. L'impostazione di Quaglieni, mi ha ricordato, invece, gli "Incontri" di Indro Montanelli, o anche il modo di scrivere di Giovanni Spadolini. In questo secondo caso, il paragone non è necessariamente un complimento, perché Spadolini fu scrittore fin troppo prolifico. Quaglieni stesso lo ha rilevato, a proposito del libro spadoliniano Gli uomini che fecero l'Italia; il quale, come idea, avrebbe potuto essere un'opera bellissima, ma, nella realizzazione, si è tradotto in «una silloge poco omogenea di scritti occasionali» (cfr. p. 118).
Veniamo ora alle tante cose positive che troviamo nel lavoro di Quaglieni. In primo luogo, un omaggio al Piemonte, alla sua storia ed alla sua cultura, così strettamente intrecciate alla storia ed alla cultura del liberalismo europeo. Nel paragrafo dedicato a Filippo Burzio (1891-1948), che fu anche direttore del quotidiano La Stampa, così la mentalità tipica del piemontese è descritta dallo stesso Burzio: «volontà attiva, serietà costruttiva, gusto del reale, senso del dovere, piacere dell'utile»; mentalità espressa in una forma anch'essa tipica, senza «furori ideologici, abbandoni lirici, eroismi ascetici» (cfr. p. 38). Il tutto si può ricondurre a concretezza e misura.
Non penso sia un caso che la sezione "Le radici" si apra con il profilo di Luigi Einaudi (1874-1961), esempio mirabile delle virtù e delle qualità tipicamente piemontesi. Di lui, Piero Gobetti, suo studente nell'Università di Torino, scrisse che «esercitava, senza teorizzarla, una morale di austerità antica di elementare semplicità» (cfr. p. 13). Quaglieni ha scritto, opportunamente, che il liberismo di Einaudi era cosa diversa dall'iperliberismo anarcoide; quello che io preferisco definire "anarco-capitalismo". Tutti i liberali hanno profondamente radicato il senso dello Stato. Non di qualunque Stato, ma di uno Stato di diritto, retto da una Costituzione che, nel separare i diversi poteri statuali, nel definire le loro rispettive attribuzioni in una logica di bilanciamento e di controllo reciproco, e nel garantire il rispetto delle libertà fondamentali di tutti i cittadini, tende a tutelare ed a promuovere la dimensione di ogni singola persona, come bene in sé. L'Einaudi che difendeva il risparmio, si preoccupava dell'equilibrio dei conti pubblici, cercava soluzioni concrete per migliorare il funzionamento delle pubbliche amministrazioni, era quanto di più contrario si possa concepire rispetto all'attuale andazzo dell'economia: in cui si pensa di poter promuovere sviluppo economico aumentando il deficit annuale di bilancio, promuovendo, di conseguenza, la crescita costante del debito pubblico, a danno delle nuove generazioni, e pensando che non ci siano limiti allo stampare moneta, perché tanto un pò di inflazione stimola l'economia. Così l'Italia ha oggi un debito pubblico pari ad oltre il 130 per cento del Prodotto interno lordo (PIL) nazionale. Un economista delle caratteristiche di Einaudi si sarebbe opposto con tutta la sua autorità scientifica e tutte le sue forze a strumenti finanziari come i titoli cosiddetti "derivati", quelli che, negli Stati Uniti, vengono definiti "credit default swaps" (CDS). A fronte di una qualunque obbligazione, si può emettere un CDS, una sorta di copertura assicurativa che l'obbligazione andrà a buon fine. In realtà, queste sedicenti coperture assicurative si sono tradotte in speculazione pura; per questa via si è aggravata la crisi economica iniziata nel 2008 ed i mercati finanziari di tutto il mondo sono stati riempiti di titoli tossici, i quali poi, a loro volta, hanno messo in crisi molte banche. Il problema non è che Einaudi era antico, mentre gli attuali protagonisti della finanza sono tecnologici e moderni. La verità è che lui era onesto e si preoccupava che i risparmiatori, così come tutti i cittadini, non venissero frodati; i moderni geni della finanza non hanno di queste preoccupazioni.
Anche Norberto Bobbio (1909-2004) è un bell'esempio di virtù e qualità piemontesi: niente retorica, serietà negli studi, onestà intellettuale, chiarezza espositiva. Quaglieni mette in luce come Bobbio distinguesse tra i termini "laicismo" e "laicità". Scrive: «Il primo viene di solito usato con una connotazione negativa, per non dire addirittura spregiativa, per designare un atteggiamento d'intransigenza e d'intolleranza verso le fedi e le istituzioni religiose. Ma questo è proprio il contrario dello spirito laico, o, se si vuole, della "laicità" correttamente intesa, la cui caratteristica fondamentale è la tolleranza» (cfr. p. 72). Sono perfettamente d'accordo con Bobbio e con Quaglieni a proposito del fatto che la laicità, di per sé, non possa «costituire il motivo fondante per una proposta politica». I laici si caratterizzano per un loro metodo di approccio ai problemi; ma ha poco senso pensare ad un partito dei laici, contrapposto ai partiti confessionali. Giovanni Gentile ed Antonio Gramsci, ad esempio, erano entrambi "laici", nel senso che si determinavano autonomamente rispetto agli orientamenti propri delle autorità religiose, ma cosa avevano in comune fra loro? Bobbio ha intrattenuto cordiali rapporti con il Centro Pannunzio di Torino, ma non volle mai scrivere per il settimanale Il Mondo, diretto da Mario Pannunzio, settimanale che pure ebbe lunga vita, dal 1949 al 1966. Fin dalla più antica militanza nel Partito d'azione, Bobbio si era qualificato come un socialista liberale, alla maniera di Carlo Rosselli; sentiva, quindi, di appartenere ad un'altra famiglia politico-culturale rispetto al liberaldemocratico Pannunzio. Con tutto il rispetto e la simpatia, reciproci, teneva a che ciascuno rimanesse nei propri ambiti, per non ingenerare confusioni nell'opinione pubblica.
In questo senso, in una interessante pubblicazione del Centro Pannunzio, dal titolo Pannunzio e "Il Mondo", uscita nel 1988, in occasione del ventesimo anniversario della morte del giornalista, si riportava il testo di una lettera che, in data 11 giugno 1964, Pannunzio scrisse a Bobbio. Era prematuramente venuto a mancare Vittorio De Caprariis (1924-1964), brillante docente universitario di fede liberale, tra i più importanti collaboratori del settimanale. Bobbio aveva scritto al direttore, per esprimergli solidarietà per questa grave perdita. Dopo la crisi del 1962, che aveva portato alla frattura del Partito radicale ed alla rottura fra Pannunzio ed Ernesto Rossi, altra "colonna" de "Il Mondo", il settimanale non era stato più lo stesso. Ora la morte di De Caprariis aggravava ulteriormente le cose. Nell'occasione, Pannunzio scrisse, tra l'altro: «E io sento che il mio giornale diventa sempre più povero di uomini e di idee. Se qualche volta, caro Bobbio, le capiterà di pensare al "Mondo" e di scrivere per noi qualcosa, io ne sarò felice e onorato. Avrei voluto chiederglielo da tempo, ma una ragione di timidezza me lo aveva impedito». Bobbio lasciò cadere pure questo appello, il cui significato era inequivoco.
Quaglieni cita il libro di Bobbio Politica e cultura, uscito nel 1955; è vero che in esso si difendevano le conquiste di civiltà veicolate dal liberalismo rispetto alla svalutazione, propria di Togliatti e dei comunisti in genere, delle libertà definite "formali" e "borghesi". Tuttavia, Quaglieni, il quale in tutto il libro cita continuamente Croce, e nella Premessa scrive del «magistero di Benedetto Croce, che resta il punto di riferimento della mia vita intellettuale», non rileva quanto, proprio in Politica e cultura, Bobbio sia stato ingeneroso ed ingiusto rispetto a Croce. Con meno asprezza di Salvemini, per lungo tempo Bobbio perseguì il medesimo obiettivo dell'intellettuale pugliese: ridimensionare l'influenza che Croce aveva esercitato nell'opinione pubblica colta italiana. Questo bisogna saperlo e, una volta che lo si sia compreso, si deve pur decidere da che parte stare. Tra Croce, da un lato, Salvemini e Bobbio dall'altro, io personalmente ho scelto Croce. Il che non significa disconoscere i meriti degli altri due.
Il paragrafo che più mi è piaciuto in assoluto è quello dedicato a Marcello Soleri (1882-1945), già deputato giolittiano, che ebbe la responsabilità di ministro del Tesoro dopo la liberazione di Roma, nel giugno del 1944. In tale ruolo compì molte cose egregie, tra le quali: la nomina di Einaudi a governatore della Banca d'Italia e l'iniziativa di un prestito postbellico, finalizzato alla ricostruzione del Paese, prestito che ebbe un successo superiore alle più ottimistiche aspettative. Soleri, che già stava male, s'impegnò allo spasimo per assolvere i suoi doveri ministeriali, fino a poco prima della morte. Significativi e ben scritti i due ritratti di Mario Soldati (1906-1999), storico presidente del Centro Pannunzio dal 1980 al 1997, e di Alda Croce (1918-2009), una delle quattro figlie di Benedetto, anche lei presidente del Centro, dopo Soldati.
In conclusione, bisogna essere grati a Quaglieni per averci riportato a contatto — non con «un mondo ormai scomparso», come lui scrive — ma con un'Italia «povera e pulita», come definì Arturo Carlo Jemolo (1891-1981) quella della sua infanzia (cfr. p. 70). É importante avere il senso di quanto di bello e di buono il nostro Paese abbia prodotto. Questa consapevolezza non è cosa da poco, ma rincuora, quando bisogna raccogliere le energie per ripartire, senza considerare ineluttabile l'attuale fase di decadenza.
Palermo, 22 marzo 2017

Livio Ghersi

Il totalitarismo: il male politico del novecento

  ( prefazione di Raffaello Morelli al libro di Francesco Paolo Leonardo )   

Il titolo di questo libro suscita un interesse che il suo testo

soddisfa. E' un serio contributo di analisi e di consapevolezza su

cosa abbia significato il totalitarismo nel novecento. Ripercorre

gli eventi mettendo in evidenza le interazioni dei principi politici

nelle diverse condizioni sociali, così da poter utilizzare i dati

risultanti negli approcci politici quotidiani. Fa questo in modo

non convenzionale, focalizzando l'attenzione sulla necessità

politica del metodo liberale.

L'idealismo come forza distruttiva e creatrice

Leggere questo interessante scritto di Livio Ghersi, breve ma profondo, aiuta certamente a fare chiarezza sulla figura di Croce e sulla importanza della sua "religione della libertà " che, da bravi seguaci cerchiamo di praticare, andando regolarmente a sbattere contro la contemporaneità. 

 

Il complesso di Dio.

 

I] I mediocri filosofi che vorrebbero fare della filosofia una scienza rigorosa, su basi esclusivamente logico matematiche, non sanno che farsene dell'idealismo filosofico. Dal loro punto di vista, l'idealismo dovrebbe essere considerato e valutato nei limiti della problematica gnoseologica; ossia sarebbe stato un tentativo, sostanzialmente erroneo anche se storicamente ricorrente, di affrontare il problema della conoscenza.

 

II] A ben vedere, da Platone ad Hegel, l'idealismo filosofico è stato molto di più, configurandosi come concezione generale del mondo e della storia. Si tratta di una spiegazione complessiva che, in quanto tale, presuppone un'adesione di tipo religioso. Nei confronti delle fedi religiose tradizionali, la filosofia idealista è benevola: conterrebbero un nucleo di verità e sarebbero utili per governare le passioni degli esseri umani, altrimenti condannati a finire preda della loro componente animale e ferina. Il rapporto tra pensiero filosofico e pensiero religioso, tuttavia, sarebbe lo stesso che intercorre tra una consapevolezza razionale, faticosamente raggiunta dopo tanto studio ed esperienze di vita vissuta, ed una visione mitica e poetica, basata sul prevalere dell'elemento sentimentale.

Camillo Cavour un carbonaro impertinente

scritto da Michele D'Elia

Cadetto svogliato, ironizza sulla sua uniforme rossa "da lac­chè ", insofferente di ogni disciplina, salvo quella che imporrà a se stesso e agli altri, Camillo di Cavour, il 14 novembre 1831 la­scia l'esercito del Re. Essendo nato a Torino il 10 agosto 1810, aveva ventuno anni ed impegnò subito giovinezza, energie e curiosità in una miria­de di iniziative: uomo d'affari, studioso di economia e matema­tica, commerciante, banchiere ma non troppo, giocatore e fi­nanziere, a volte poco accorto, amante irrequieto, ma soprattut­to, con i soldi del padre, viaggiatore moderno, agricoltore e giornalista. Per il padre Michele e per tutto il parentado Ca­millo era fonte di scandalo e fibrillazione: un guaio nella co­stumata Torino.

Il lascito di Rita Levi Montalcini

Abbiamo la possibilità di proporre il ricordo di Rita Levi di Montalcini tratteggiato da una donna eccezionale quanto lei. Non possiamo che esser grati a Beatrice Rangoni Machiavelli evidenziando ancora una volta come espressione esemplare dell'essere liberale il Suo accattivante metodo comunicativo. Leggendo poche righe scopriremo  " l'intelligenza del cuore" della Montalcini, ma, fra le righe, troveremo anche stimoli per riflessioni fondamentali su temi politici di grande attualità.

 Ho passato molti anni a Bruxelles impegnata nelle Istituzioni comunitarie. Quando sono stata eletta a incarichi di responsabilità nell’ECOSOC Europeo (CESE) ero spesso invitata ad intervenire alle riunioni delle Associazioni di categoria e di quelle dei vari organismi presenti a Bruxelles. Agli inizi degli anni ‘80, il Presidente della Federazione delle Industrie europee mi aveva chiesto di parlare della situazione dell’UE, dal punto di vista del CESE, ai suoi associati provenienti dai vari Stati Membri.

Il Cavour di Bortolo Belotti

prefazione di Valerio Zanone alla recentissima ristampa anastatica per Gabrielli Editori, del volume di Bortolo Belotti già pubblicato da “Unitas”nel 1925 e titolato “La parola di Camillo Cavour”

L'istituto per la storia del Risorgimento ha di recente pub­blicato, a cura diDomenico Maria Bruni, la Cronaca di Roma di Nicola Roncalli(1). Alla data dell'8 giugno 1861 vi si legge che "la polizia intimò ai caffettieri, sotto pena di arresto, di non fare contemporaneamente i sorbetti di limone, fragola e pistacchio, formanti i tre colori". Quel giorno, mentre a Roma i gendarmi pontifici davano la caccia aigelati tricolori, nella sobria cappella diSantena Camillo Cavour era sepolto accanto al nipote Augusto, caduto in battaglia a Goito nel 1848.

Una analisi chiara sintetica ma completa sull'Isis

Ringraziamo il Circolo dii Studi Diplomatici e l'autore dello scritto che segue, Francesco Aloisi de Larderel, per le valutazioni precise, complete ed obiettive su quella terribile creatura partorita dallo Stato Islamico che è il Califfato.


Stato Islamico e Califfato.


Dimensione regionale e proiezione globale.


A poco più di un anno dalla proclamazione del “Califfato” (29 giugno 2014) può essere utile passare in rassegna le caratteristiche di questo nuovo “avatar” di un’antica istituzione del mondo islamico, partendo dal movimento politico che le ha dato i natali, e cioè dallo Stato Islamico.

1) Ad un primo livello, lo Stato Islamico è un movimento dell’Islam politico che si propone la difesa delle popolazioni sunnite in Iraq ed in Siria, soggette in entrambi i Paesi ad accentuata repressione da parte di Governi a guida shiita. Di conseguenza l’affermazione iniziale dell’IS ha potuto godere di un pregiudizio favorevole da larga parte delle locali popolazioni sunnite, che ancora probabilmente in parte sussiste.
A differenza degli altri movimenti dell’Islam politico jihadista, lo Stato Islamico esercita il controllo dei territori interessati. Gestisce oggi un’area di una superficie paragonabile a quella dell’Italia o del Regno Unito (anche se in parte deserta), con una popolazione circa 7/8 milioni di abitanti, nel quale assicura – secondo i proprî criteri ideologici - una serie di funzioni normalmente riservate all’autorità statale (scuole, sanità, energia, trasporti…, ma anche forme di giustizia e di imposizione fiscale).
Poco si conosce della sua effettiva dirigenza e organizzazione anche perché, essendo sottoposto ad una forte pressione anti terroristica – mantiene la stessa segretezza operativa che caratterizzava le sue precedenti fasi di organizzazione clandestina.
Esiste in particolare molta incertezza sul totale dei quadri politici e militari di cui dispone, anche perché la loro composizione è molto articolata (amministratori, tecnici, battaglioni combattenti, combattenti stranieri, forze di sicurezza/Mukhabarat, ecc…) e quindi essi possono essere contati in vari modi. Le stime oscillano infatti tra le 30.000 e le 200.000 unità.
Oltre a rimanere certamente un movimento terrorista, l’IS gestisce anche operazioni militari di tipo classico (d’altronde con materiale pesante di origine statunitense sottratto all’esercito iracheno).
La presenza nei quadri dell’IS di un numero importante di ufficiali dell’ottimo esercito di Saddam Hussein, ed in particolare dei servizi segreti, spiega la rapidità e l’efficienza della sua conquista di parte della Siria nord orientale e delle provincie sunnite in Iraq.
Non è chiaro se questi ufficiali dell’esercito baathista iracheno rappresentino solamente il braccio armato dell’ISIS, o quanto ne siano stati i veri creatori, come sostiene ad esempio una recente inchiesta di Der Spiegel. In questo caso l’autoproclamato Califfo, Abu Bakr el Baghdadi, sarebbe solamente una figura di copertura, utile ad una legittimazione sul piano religioso (anche perché appartiene alla tribù dei Qureshi, uno dei requisiti per rivestire il Califfato). Ma a questo punto la questione ha solamente un interesse storico.

2) Non sfugge che l’affermazione in larghe parti della Siria e dell’Iraq dello Stato Islamico costituisca un pregiudizio per l’esercizio dell’influenza dell’Iran in quell’area, e quindi un vantaggio per l’Arabia Saudita e per le Monarchie del Golfo che questa influenza combattono.
E’ quindi probabile che, nella fase ambigua del ritiro delle truppe americane dall’Iraq e della sua nascita e distacco dalla preesistente al Qaeda, l’IS possa aver contato su appoggi finanziari e di altra natura appunto dall’Arabia Saudita e da altri membri del CCG, per via diretta o indiretta. In diversi momenti ha anche beneficiato - sul piano puramente tattico - di una connivenza delle autorità siriane e turche.
Questa fase - essenziale per l’affermarsi dell’IS - è probabilmente oggi superata (salvo prova contraria!) dato che, come vedremo, la più recente proclamazione del “Califfato” rappresenta una minaccia anche per le autorità sunnite della regione. Uno dei tanti esempi di eterogenesi dei fini di cui si è testimoni nell’odierno scenario mediorientale.
Comunque, ora che ha consolidato il suo potere nelle vaste aree conquistate, lo Stato Islamico sembra essersi procurato gli strumenti per un importante autofinanziamento (confisca degli averi delle banche locali, esportazioni clandestine di petrolio e di opere d’arte, tassazione delle popolazioni locali, riscatti di ostaggi, ecc…), tanto da non dipendere più da padrini esterni.

3) Dal punto di vista dell’Islam politico, l’ISIS adotta una versione jihadista del salafismo che presenta alcune caratteristiche distintive:
- Considera “takfiri”, cioè apostati, non solamente coloro che deviano dalla fede o non l‘accettano, ma anche coloro che ne violano i precetti (quindi non solo i miscredenti, ma anche i peccatori). Una definizione molto più estrema di quelle adottate da tutti gli altri movimenti islamisti, compresa al Qaeda. Ed i “takfiri” possono essere uccisi, ciò che nello Stato Islamico avviene ogni giorno.
- E’ anche una linea “escatologica”, che interpreta la lotta politica come resa dei conti con il mondo degli “infedeli” in funzione di una prossima fine dei tempi, nella quale il Califfato avrà il ruolo di protagonista.
- Infine propugna una interpretazione delle scritture che ritorna ai primi e più violenti giorni della vicenda bellica di Maometto. Tale interpretazione finisce per legittimare i peggiori istinti della psicologia umana (volendo, le decapitazioni, crocifissioni, lapidazioni, crudeltà indicibili, schiavitù, disprezzo della dignità dei nemici, distruzione dell’eredità culturale non islamica, ecc…, possono trovare giustificazione nel Corano). E’ sorprendente come un movimento di dichiarata ispirazione religiosa finisca per rassomigliare molto ad una forma di nichilismo, almeno rispetto ai valori ed alla cultura occidentali.
La violenza di tali comportamenti – oltre a costituire una affermazione di principio - è comunque funzionale sia a terrorizzare il nemico che e a mantenere il controllo sulle popolazioni dei territori controllati. Facilita comunque il reclutamento di determinati tipi di persone, in loco e da Paesi terzi.
Non è dato sapere quanto siano sincere le convinzioni religiose della dirigenza dell’IS (di cui si sa pochissimo). Sta di fatto che le migliaia di membri dello Stato Islamico mantengono queste convinzioni con coerenza, e con coerenza le praticano, in molti casi usque ad cadaver. Ciò costituisce un dato politico concreto.

4) Su di un altro livello, con la proclamazione di un “Califfato” lo Stato Islamico mira a superare la dimensione locale (governo delle aree sunnite della Siria e dell’Iraq) per proporre a tutti i musulmani sunniti un governo politico unitario della Umma.
Il Califfato è, per sua natura, universale e quindi espansionista. Non riconosce i confini né gli Stati esistenti.
Dato il suo carattere universalistico - e sovversivo dell’ordine costituito - il richiamo ad un Califfato esercita una grandissima attrazione su tutti gli scontenti delle popolazioni arabe e musulmane e spiega sia la serie di adesioni (baya’a) all’ISIS di movimenti islamisti sovversivi in altre Paesi (ad es. Arabia Saudita, Yemen, Egitto/Sinai, Libia, Nigeria, ecc…), sia l’afflusso di combattenti stranieri da tutte le comunità islamiche, anche del mondo occidentale.
Come è noto, il richiamo propagandistico del Califfato in tutto il mondo musulmano è veicolato da una attività di comunicazione che sfrutta in modo mirabile i media informatici, facendo leva su tutte le frustrazioni delle comunità musulmane, sia degli stessi Paesi islamici che dell’emigrazione.

5) Il Califfato - per le caratteristiche ideologiche e per il suo programma politico - è quindi in urto con tutte le altre forme di Islam politico, a partire da al Qaeda da cui l’IS si è originariamente staccato. L’IS combatte infatti oggi contro altri movimenti islamisti in Siria, in Yemen, in Libia.
L’IS costituisce anche una minaccia diretta anche per i Governi degli altri Paesi islamici dell’area. Infatti, mentre al Qaeda ha fatto la scelta di combattere “il nemico lontano” (gli Stati Uniti e l’Occidente) l’IS sceglie di combattere il “nemico vicino” cioè tutti gli Stati arabi e tutti i movimenti di Islam politico con impostazioni diverse dalla sua.
Lo Stato Islamico, per le sue caratteristiche ideologiche, non è in grado, né intende, di partecipare alla Comunità Internazionale. Non può infatti riconoscere altre autorità (nazionali o internazionali) con cui negoziare, perché non esiste altra sovranità di quella di Dio.
Quindi il progetto del Califfato, mentre gode di una vasta e crescente popolarità in determinati strati delle popolazioni musulmane, è politicamente isolato, nei confronti di tutti gli altri movimenti dell’Islam politico e degli Stati della Regione.

6) Per il momento l’espansione territoriale dello Stato Islamico è contenuta dall’azione congiunta dei bombardamenti aerei da parte dell’alleanza guidata dagli USA nonché, sul terreno ed in maniera territorialmente limitata, dalle milizie curde e dalle milizie sciite irachene sostenute dall’Iran. Ma nel frattempo sta rafforzando la sua presa nelle zone sunnite di Siria ed Iraq dalle quali non sembra per ora possibile sloggiarlo. In tali aree IS resiste soprattutto perché non ha nemici concreti sul terreno.
Mentre lo Stato Islamico, di per sé, costituirebbe soprattutto un problema regionale, il suo abbinamento al progetto di un Califfato rappresenta un pericolo molto apprezzabile per la comunità internazionale e per l’Occidente, perché:
- nel caso di una destabilizzazione dell’Arabia Saudita (che travolgerebbe sicuramente le altre Monarchie del Golfo), ma anche della Giordania o dello Yemen, potrebbe allargare il suo controllo territoriale in una zona nevralgica del Medio Oriente;
- suscita una serie di fenomeni di imitazione da parte di altri movimenti islamisti nel mondo musulmano (Egitto/Sinai, Yemen, Libia, Nigeria, Afghanistan, ecc…);
- genera un’attrazione ideologica su molti ambienti estremisti dell’emigrazione islamica in Europa e nel resto del mondo occidentale, che già si manifesta in modo molto sensibile con le migliaia di “foreign fighters” provenienti anche dagli Stati Uniti, dall’Europa occidentale, dall’Australia, dal Caucaso.
In conclusione il pericolo principale non è costituito dalla occupazione da parte dell’IS di parte della Siria e dell’Iraq, ma dalla attrazione esercitata, ben al di là della valle dell’Eufrate, dal Califfato e dal suo modello ideologico/politico.

7) L’occupazione di un vasto territorio in Iraq e Siria costituisce invece il suo principale elemento di vulnerabilità: senza una solida base territoriale l’IS diventerebbe un movimento jihadista “come gli altri” e verrebbe a mancargli la base concreta per la rivendicazione di un “Califfato”.
In linea di principio il carattere “territoriale” dell’IS lo espone al pericolo di essere debellato da una forza militare convenzionale. Ma questa forza non esiste a livello regionale, ed i pochi Paesi dell’area che dispongono di eserciti di terra significativi (Egitto, Turchia, Giordania) hanno altri problemi interni cui dedicare le loro risorse militari, o altre priorità.
Né la Comunità internazionale mostra molto interesse per un intervento militare dall’esterno della regione, i cui esiti politici sarebbero per lo meno incerti, che avrebbe certamente un costo umano altissimo per le popolazioni civili e che sicuramente fornirebbe nuovo ossigeno allo jihadismo internazionale.
Un altro possibile punto di debolezza costituisce nel carattere largamente illegale delle sue fonti di finanziamento (vedi par.2). Un serio blocco economico, qualora ve ne fossero le condizioni politiche, contribuirebbe certamente a destabilizzare lo Stato Islamico.

8) La sconfitta e l’eliminazione dello Stato Islamico richiede comunque una premessa di carattere politico: è indispensabile offrire alle popolazioni sunnite della Siria dell’Iraq una alternativa alla soggezione all’ISIS che non sia il ritorno allo status quo ante, e cioè rispettivamente alla dominazione alawita e shiita su popolazioni a maggioranza sunnita.
Le recentissime dichiarazioni del Capo di Stato Maggiore uscente delle Forze Armate americane, Generale Ray Odierno – secondo le quali si potrebbe arrivare ad una divisione permanente dell’Iraq, ma il momento non è ancora giunto – potrebbero essere interpretate in questo senso.
Sono in teoria possibili varie formule (conferma delle partizioni di fatto già esistenti in Siria ed in Iraq, soluzioni federali o strutture confederali), ma esse necessitano tutte di una collaborazione tra Arabia Saudita ed Iran perché la nascita dello Stato Islamico e del suo sedicente Califfato non sono che l’ultimo nefasto risultato della loro competizione regionale, accentuatasi dopo il disastroso esito del secondo conflitto iracheno.
Da registrare in proposito che il Segretario di Stato Kerry sembra aver strappato all’Arabia Saudita ed alle Monarchie del Golfo una approvazione di principio all’accordo nucleare con l’Iran, e che negli ultimi giorni sembra poter percepire un’attenuazione dello scontro tra Arabia Saudita ed Iran a proposito del conflitto yemenita.
Contemporaneamente si ha notizia di una serie di contatti tra i principali protagonisti della scena internazionale e regionale per trovare una soluzione politica alla crisi siriana. Potrebbero trattarsi dei primi timidi segni di una incipiente collaborazione politica mirante ad una ricomposizione della struttura politica dell’area.
Una volta individuate soluzioni politiche per il futuro della Siria e dell’Iraq, una sconfitta militare dello Stato Islamico potrebbe diventare più agevole, anche tenuto conto del suo isolamento politico, e potrebbe essere accettata più facilmente dalle popolazioni interessate.
L’effettivo avvio di questo processo permane ancora del tutto incerto, e una sua positiva conclusione ancora lontana e difficile da immaginare. Ma la sua possibile evoluzione sembra fornire la chiave per valutare lo svolgersi degli eventi nella regione nel corso dei prossimi mesi.

                                                                                                                              Francesco Aloisi de Larderel


Economa ed estetica nella Palermo liberty

Questo scritto di Liliana Sammarco, che è Presidente di Agorà Liberale, sta da sempre sul nostro Sito. Ci sta perché segna la differenza fra il pensiero liberale e tutto il resto, e ci sta anche come monito per i leghisti e per quanti si dilettano a denigrare cultura ed abitudini mentali del sud. E’ fra gli articoli più letti, ed ho riscontrato parecchi elogi per Liliana Sammarco presso Siti specializzati che rimandano al nostro per questa lettura.

Alla fine dell'Ottocento e nei primi decenni del Novecento la città di Palermo esce dalle perimetrazioni delle sue vecchie mura e si apre al nuovo soffio della cultura europea. Il ruolo di Palermo, grande capitale del Risorgimento italiano, si esalta nel contatto con i grandi filoni architettonici dell’Art Nouveau che in altre capitali europee, specialmente a Bruxelles, si erano affermati. Sotto questo aspetto, Palermo mostra di non volere perdere quello che era stato uno dei maggiori connotati della cultura risorgimentale, e cioè la vivacità e l'elevatezza del circuito di vita intellettuale e morale che aveva congiunto il patriottismo liberale italiano con la cultura europea.

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA ENZO PALUMBO

Il liberale Enzo Palumbo usa il metodo maieutico caro a Socrate, e mettendo in ordine gli accadimenti che hanno preceduto la genesi di ciò che lui per primo ha definito una vera e propria " deforma" costituzionale, ci aiuta a comprendere chi potrebbe essere il vero artefice di ciò che speriamo possa passare alla storia solo come un fallito colpo di stato.
Leggendo la coinvolgente ricostruzione degli accadimenti riportata con la ben nota attenzione ai particolari che caratterizza tutti gli scritti di Enzo Palumbo, scoprirete così che il Presidente del Consiglio è solo una pedina che altri muovono per l'affermazione di interessi di natura economico- finanziaria.
Nulla da eccepire, eccetto la constatazione che i potentati economici non sono più quelli di una volta.
Una volta, volendo far passare una riforma costituzionale, avrebbero avuto l'accortezza di convocare il Presidente Renzi ed il Ministro signora Boschi, consegnare loro qualcosa di scritto decentemente, ed indi avvisarli di occuparsi solo di tutto il resto.


riveliamo il nome dell'assassino


ma questa “deforma” costituzionale, chi l’ha realmente voluta ?


   enzo palumbo ( dossier Critica Liberale)


Un classico brocardo latino, dettato dall’esperienza che ha accompagnato i secoli scorsi, quando non esistevano le     analisi dei gruppi sanguigni e non si sapeva ancora dell’esistenza del DNA, ci ha a lungo ricordato che “mater semper certa est, pater numquam”, volendo significare che, se era sempre agevole individuare la madre di un soggetto, non altrettanto poteva dirsi quanto alla paternità.
Applicando questo principio alla c.d. “deforma” costituzionale, è quindi agevole individuare nell’attuale presidente del Consiglio, Matteo Renzi, e nel
ministro Boschi la maternità congiunta della nuova Costituzione, della quale la splendida coppia sta forzando la nascita col forcipe dell’imbroglio mediatico rappresentato dal quesito farlocco, stampato sulla scheda di votazione che da mesi tracima da tutti gli schermi televisivi, nonostante il tentativo di farlo modificare per mano di una magistratura amministrativa che ha sin qui evitato di affrontare il merito della questione, trincerandosi dietro un difetto assoluto di giurisdizione, che in qualche modo fa venire in mente la vicenda del mugnaio di Potsdam, che comunque, alla fine, un giudice finì per trovarlo nella stessa persona dell’imperatore Federico, non per niente detto il Grande.

I PATTI DI ROMA LE LIBERTA' E LE BUROCRAZIE

Ha ragione Raffaello Morelli, con i Trattati di Roma, l'idea di costruire l'Europa venne affidata alla libera scelta " in progress" dei cittadini dei vari stati. Quel processo di scelta sorretta dalla libertà è stato di fatto sostituito da decisioni di ordine tecnico, frutto di progetti apicali rigidi e predefiniti, tanto che noi tutti vediamo adesso una Europa algida e dominata dalle burocrazie. 

 

I PATTI DI ROMA, L'INCOMPRESA SOVRANITA' DEI CITTADINI ED I DISEGNI DELLE BUROCRAZIE

L’articolo “La lezione attuale di 60 anni fa” dell’eurodeputato PD Simona Bonafè auspica con passione un’Europa in cammino, ma elude il suo stesso titolo non cogliendo il nocciolo della lezione dei Trattati di Roma.
Riferendosi ai loro fondamenti, l’articolo mischia fattori che contrastano in modo sottile ma decisivo. Parla esattamente di “Libera circolazione di persone, servizi, merci e capitali”, ma si sofferma subito su aspetti operativi che erano soltanto strumentali alla libera circolazione, tra i quali la cooperazione tra i membri. E infatti prosegue con un’affermazione netta e giustissima, “I Patti di Roma sono basati sulla libertà” ma poi affianca alla parola chiave libertà la parola cooperazione, così promuovendola d’imperio da strumento a valore fondante. E commenta: i Trattati di Roma sono “un’incredibile impresa di costituirci uniti che ci ha portato ben oltre le intenzioni iniziali”. Così confermando di non aver colto appieno la lezione.
Le intenzioni iniziali erano quelle. Nella Conferenza di Messina (giugno 1955), voluta da Gaetano Martino, Ministro degli Esteri, liberale, docente di fisiologia e rettore in quella Università, i sei paesi intervenuti, non essendoci consenso su un preciso progetto di unione europea, si accordarono per creare due istituzioni, la Comunità per l’atomo e la Comunità Economica Europea, poi nate con i Trattati.
L’accordo per la CEE ebbe due caratteristiche fondamentali. La prima è che, in coerenza con la libertà di movimento di persone e cose, l’iniziativa era degli Europei in autonomia, senza pressioni USA. La seconda è che l’iniziativa non rincorreva un'integrazione generale e non definiva i rapporti tra le nuove istituzioni e gli stati coinvolti. Fissava l’unione doganale e l’impegno a sviluppare l'integrazione economica a passo a passo. Dopo 12 anni, i Governi avrebbero valutato i risultati per stabilire il da farsi. Il metodo del passo dopo passo corrispondeva ad una visione non più legata all’aspirare a progetti rigidi predefiniti. Erano le singole realtà (e dunque gli stati su cui erano sovrani i cittadini) il motore per costruire l’assetto più efficace al fine di convivere insieme liberi.
Il PCI contrastò la costruzione CEE, definendo il sistema a passo a passo un trucco capitalistico per ingannare il popolo (famosi gli interventi in Parlamento ripetuti per due decenni). Negli anni, la capacità del metodo della libertà a passo a passo, ha fatto della UE l’istituzione internazionale meno lontana dai cittadini. Non a caso il meccanismo si è inceppato quando il metodo della libera circolazione e del confronto sperimentale sui risultati, è stato messo di fatto da parte e sostituito dalla cooperazione incapace di scegliere in base alle concrete condizioni reali. In pratica dal pensare possibile svilupparsi, sulle spalle della sovranità dei cittadini europei, privilegiando le burocrazie e i loro disegni prefissati.
Ecco perché non cogliere la lezione di libertà a passo a passo, rende ardua oggi l’impresa, auspicata dalla Bonafé, dell’Europa in cammino. Incombe lo spettro della proposta di riforma costituzionale che la Bonafè voleva. Non contano intenzioni e speranze, contano procedure e mezzi per il convivere accettati dai cittadini.

Raffaello Morelli 

                                                                                                                                  

Le ragioni del NO per l'on.le Carlo Smuraglia

"Nel ringraziare Emanuela Citati, Presidente della Associazione di Cultura e Ricerca Giuseppe Zanardelli, per avere segnalato la Sua intervista all'on.le Carlo Smuraglia, ne pubblichiamo volentieri il testo, sottolineando la assoluta assonanza in merito a tante valutazioni, prima fra tutte quella relativa al decadimento politico e culturale che determinerebbe, nel Paese, l'approvazione della riforma costituzionale."

 

INTERVISTA ALL’ON. CARLO SMURAGLIA

   di Emanuela Citati 

Incontrare l’on. Carlo Smuraglia alla Festa Provinciale dell’A.N.P.I. di Brescia, giunta quest’anno alla settima edizione, è circostanza di rilievo. Riconfermato di recente alla Presidenza Nazionale ANPI, l’on. Smuraglia ha tenuto alta l’attenzione di un folto pubblico parlando d’importanti temi d’attualità: l’accoglienza dei rifugiati e dei migranti, il contrasto alla diffusione dei movimenti neofascisti, la difesa della Costituzione. A proposito del referendum l’ANPI si è schierata per il “no” alla riforma del Senato e alla legge elettorale. Volendo approfondire le ragioni di una scelta abbiamo rivolto alcune domande al suo Presidente.

Qualcuno ha l’impressione che questa riforma costituzionale nasconda degli interessi dei poteri forti. Cosa ne pensa?

L’ombra dei poteri forti c’è sempre quando si parla di riforme che stravolgono la Costituzione inoltre, nel nostro caso, è stato fatto - in sede politica - un calcolo elementare a uso proprio: si fa una legge che favorirà il partito che prende più voti, non il più rappresentativo. La versione finale licenziata dal Senato, approvata definitivamente dalla Camera, prevede un premio di maggioranza che assicura 340 seggi alla lista (circa il 54% di quelli disponibili n.d.a.), non più alla coalizione, in grado di raggiungere il 40% dei voti al primo turno. C’è poi la questione del ballottaggio tra le liste più votate. Se nessuna dovesse raggiungere la soglia del 40%, la lista con più voti otterrebbe immeritatamente il premio, quindi, la maggioranza assoluta. Si sostiene che non conoscere subito gli esiti di un’elezione può destabilizzare il sistema economico. La Germania, però, dopo le elezioni ha impiegato due mesi per trovare l’accordo di coalizione e nessuno ha trovato da ridire.

La Germania tiene stretta la sua Costituzione e non pensa a cambiarla, perché?

La Germania è sufficientemente forte per resistere a questo tipo di pressioni. Noi abbiamo dichiarato, già due anni fa, che il miscuglio tra legge elettorale e riforma del Senato crea un groviglio profondamente antidemocratico.

La Riforma riduce le funzioni del Senato. Cosa può dire in proposito?

I paesi che hanno la Camera Alta o il Senato autorevolmente impegnati hanno maggior forza e prestigio nei consessi internazionali. In alcuni paesi esiste un Senato delle autonomie locali come in Germania e in Austria. In Italia non si è pensato al Senato come ad una vera e propria Camera delle autonomie. In Germania sono i land, con i loro governi, che votano i rappresentanti della Camera delle autonomie. Qui da noi non è così perché i consiglieri regionali che diventano senatori rappresentano al massimo la fettina di elettori che li ha votati. Ci sarebbe bisogno di elevare il tono culturale e politico degli organismi istituzionali elettivi, si è invece scelto di abbassare il livello dell’impegno individuale, perché non è possibile svolgere bene nel medesimo tempo le funzioni di consigliere regionale e di senatore. Un’altra bubbola che si racconta a sostegno della Riforma è che il bicameralismo perfetto allunghi i tempi di approvazione delle leggi. In realtà i tempi si allungano perché i partiti non si mettono d’accordo e perché ci sono dei poteri che si ricattano tra loro. C’è poi un'altra storia che viene raccontata, ma non è vera: sostenere che non c’è nulla di male in questa Riforma perché si mette mano solo alla seconda parte della Costituzione lasciando intatta la prima; ma se si attacca la rappresentatività del Senato e i partiti possono designare un capolista "bloccato" in ogni collegio, lo stravolgimento è evidente, proprio nel senso che incide sull’esercizio della sovranità popolare, art.1 della Costituzione.

Lei ha affermato che la Costituzione è sicuramente perfettibile. Che cosa si sarebbe dovuto cambiare per adeguarla all’evolversi dei tempi?

In alcuni paesi con il bicameralismo perfetto esiste la possibilità che alcune leggi si facciano in seduta comune di Camera e Senato che lavorano a pari condizioni. Si sarebbe potuto introdurre qualcosa del genere anche in Italia. Ci sono paesi dove solo la Camera vota la fiducia al Governo. Al Senato spetta un controllo penetrante sull’esecutivo, sulle aziende partecipate e sugli effetti delle leggi, un aspetto da sempre molto trascurato in Italia. Da noi, infatti, non c’è nessuno che dopo due anni riferisca sugli effetti applicativi di una norma stabilendo se ha funzionato o meno. In un progetto di riforma si potevano togliere al Senato alcune incombenze attribuendone altre. Nel mettere mano alla Riforma – puntualizza ancora l’on. Smuraglia - molti invocavano delle regole per favorire l’esercizio legislativo d’iniziativa popolare. Adesso raccogliendo 50 mila firme si può presentare una proposta legge. Quando arriva in Parlamento, però, è dimenticata perché non ci sono tempi certi che impongano il suo esame. Si poteva quindi stabilire una scadenza entro la quale il Parlamento doveva bocciarla o promuoverla. Questo non è avvenuto e si è fatta la cosa peggiore: moltiplicare per tre le firme necessarie, portandole a 150 mila, rinviando ai regolamenti parlamentari tutto il resto. C’era, infine, un altro tema in discussione da tempo, riguardava la mancanza di uno statuto delle opposizioni a garanzia delle minoranze. La legge di riforma del Senato ha rimandato la questione al legislatore ordinario o ai regolamenti parlamentari.

In conclusione si sono perse delle occasioni per introdurre buone modifiche. In compenso, però, ci si è accaniti su riforme che stravolgono l’armonia e l’equilibrio della nostra Costituzione.  e.c. 

I liberali Antonio Baslini, Aldo Bozzi ed Armando Frumento

Conferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalità

Questa seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo.

Il Paese che non ha più il senso dello Stato

Un Paese dove il Presidente della Repubblica vota mentre tre ragazzotti divertiti continuano a stare seduti dietro un tavolo fatiscente, non ha futuro, anzi, ha il futuro che merita, quello di un Paese allo sfascio dove, per sopravvivere, devi imparare ad essere un perfetto cafone.


UN REFERENDUM PER IL DESTINO DELLA LIBIA

Con lo scritto che segue Livio Ghersi ci regala interessanti riflessioni sulla attuale condizione della Libia, sulle sue tradizioni e sugli interessi che spingono alcuni Paesi a determinare modalità diverse per la sua sua stabilizzazione. L'idea di offrire ai Libici la scelta di come costruire il loro futuro attraverso un referendum è forse utopica, ma se i soldati italiani arrivassero in Libia anche con il compito di aiutare quella popolazione a scegliere il modello ideale di convivenza, la missione acquisirebbe certamente un taglio diverso, potrebbe farci muovere accompagnati da un più ampio consenso internazionale e comunque darebbe un senso al rischio della perdita di vite umane che, nelle condizioni operative che ci attendono, sarebbe da sprovveduti non tenere in considerazione.

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L'argomento della Libia ha rilevante peso nel discorso pubblico italiano odierno. Impossibile stare dietro alle analisi ed ai commenti: troppo numerosi, ma spesso approfonditi e di buona qualità. Per quanto mi riguarda, ho trovato particolarmente ben scritto l'editoriale di Paolo Mieli "La missione in Libia e i pericoli per l'Italia" (nel Corriere della Sera, del 6 marzo 2016, pp. 1 e 30). Dei tre interrogativi formulati da Mieli, il secondo ed il terzo meritano una riflessione attenta. Soprattutto da parte del Governo e del Parlamento italiani; fermo restando che la prudenza fin qui dimostrata dal Governo italiano è, dal mio punto di vista, opportuna e da apprezzarsi.
La posizione ufficiale dell'Italia è sempre stata quella di difendere l'unità statuale della Libia. Alcuni commentatori si spingono a dire che ciò costituirebbe un preminente interesse nazionale italiano. In una situazione tanto complessa e difficile, tuttavia, non ci possono essere argomenti tabù: siamo davvero sicuri che insistere sulla unità statuale libica sia la via migliore per ottenere la pacificazione e la stabilizzazione di quell'area geografica?

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA LIVIO GHERSI

Che Livio Ghersi sappia il fatto suo in materia di diritto costituzionale ( oltre che di filosofia e di tanto altro...) lo sappiamo bene, ma egli riesce ad arricchire l'esposizione delle Sue riflessioni con attenti richiami al metodo nell'agire politico che, in questa occasione, appaiono illuminanti.
In seno al Suo scritto leggerete: "Il Parlamento non ha elaborato la riforma costituzionale in discussione: l'ha subita. Si è fatto appello alla disciplina di partito; i dissidenti più irriducibili sono stati messi nelle condizioni di dover lasciare il Partito democratico. Le forze di opposizione sono state emarginate, fino ad arrivare in più occasioni ad uscire, per protesta, dalle aule parlamentari".
Ma se ancor prima della riforma è stato possibile giungere a tanto, è davvero il caso di spingersi oltre?

Oltre il tempo degli avventurieri


livio ghersi ( da dossier di Critica Liberale)
La Costituzione della Repubblica italiana, come tutti dovrebbero sapere, è entrata in vigore l'1 gennaio 1948. Fu approvata da un'Assemblea Costituente, composta da 556 deputati, eletti con una legge elettorale ultra-proporzionale: il fatto che i resti (ossia i voti non utilizzati nelle circoscrizioni) fossero recuperati dalle varie liste in sede di Collegio unico nazionale, consentì che anche formazioni che avevano ottenuto un consenso elettorale numericamente ridotto avessero rappresentanza. Valga, a titolo di esempio, il caso della Concentrazione democratica repubblicana che, grazie al conteggio dei resti in sede nazionale, elesse alla Costituente Ferruccio Parri ed Ugo La Malfa, pur avendo ottenuto complessivamente solo 97.690 voti (pari allo 0,4 %).

Le ragioni di un No (liberale) alla Riforma Costituzionale

di Andrea Bitetto
Il no al referendum è coerente con la prospettiva liberale perché evita di dare attuazione a una riforma che crea un sistema anomalo di rapporti orizzontali, relativi alla separazione dei poteri, e rapporti verticali, relativi al riparto di competenze tra Stato centrale ed enti territoriali.
I principi cardine del costituzionalismo
Per valutare la riforma costituzionale che il 4 dicembre prossimo gli elettori italiani saranno chiamati a votare vorrei prender spunto da alcuni dei principi cardine del costituzionalismo.
Come ricordava Nicola Matteucci riprendendo l'opera di Carl Friedrich (Constitutional Governement and Democracy) “l'assolutismo, in tutte le sue forme, prevede la concentrazione dell'esercizio del potere, il costituzionalismo, al contrario, la ripartizione dell'esercizio del potere”.
Sino al XIX secolo il costituzionalismo era il costituzionalismo liberale tout court, in quanto il costituzionalismo altro non era che la tecnica della libertà, ovvero quella tecnica mediante la quale ai cittadini viene assicurato l'esercizio dei loro diritti individuali e, al contempo, lo Stato è posto nella condizione di non poterli violare.
In tale definizione del costituzionalismo è evidentemente presente anche il calco dell'idea di libertà propria di Thomas Jefferson, per il quale “la fiducia è sempre la madre del dispotismo: la libertà politica è fondata sul sospetto e non sulla fiducia. È il sospetto, e non la fiducia, che ci impone di stabilire dei limiti costituzionali, al fine di vincolare quelli a cui affidiamo il potere. Di conseguenza la nostra costituzione [quella americana, N.d.A] ha stabilito entro quali limiti può spingersi la nostra fiducia”.
Se questi principi generali sono condivisi, ed oggi lo sono non solo da parte di coloro i quali si professano liberali, è da questa prospettiva che vorrei tentare di spiegare le mie riserve nei confronti del testo della Riforma costituzionale, e, di conseguenza, le mie ragioni per il No.

Il pensiero e l'azione di Umberto Zanotti Bianco

La lettura di questo scritto di Antonio Jannazzo su Umberto Zanotti Bianco, mi ricorda la sua amarezza per certe accuse di accondiscendenza al regime fasciste rivolte al Croce che egli non mancava di contestare con fermezza pubblicando all’occorrenza,  lucide riflessioni di segno opposto su periodici specializzati..Ed infatti, come evidenziato da Spadolini nella prefazione al volume su Zanotti Bianco pubblicato da Jannazzo nel 1992 per la GEI di Roma, se è vero che sia Croce che Zanotti Bianco operarono la scelta dell’esilio in patria.., è egualmente vero che solo grazie a quella scelta entrambi poterono lavorare assiduamente ed al meglio  per combattere il regime. E Spadolini ricorda anche che lo stesso Croce, al riguardo, non aveva mancato di precisare come detto esilio in patria fosse stato da preferire alla via dell’emigrazione all’estero scrivendo “ …. di gran lunga più più importante e più feconda era l’opposizione italiana dell’interno, dove si tastava quotidianamente il polso al popolo, dove ogni giorno qualcosa, ancorché piccola veniva fatta contro l’oppressore, ogni giorno si poteva lavorare a conservare quanto più era possibile della tradizione della civiltà e della cultura italiane, preparando la riscossa e, più o meno vicino che fosse, un migliore avvenire…” Terremo dunque sempre presente fra gli approfondimenti anche questo studio di Antonio Jannazzo di cui, più passa il tempo, più si sente la mancanza.

Il suo fisico esile e slanciato, il volto pallido, forte e magrissimo, i capelli biondi e gli occhi azzurri, rivelavano quei tratti signorili e insieme ascetici che hanno fatto di Zanotti Bianco una singolare e straordinario figura di italiano. Tutte le sue sembianze denotavano lo sforzo per conquistare posizioni ideali sempre più perfezionate, e il tentativo di creare intorno a sé una rete di sentimenti, di azioni e di realizzazioni pratiche, destinata a sciogliere l'ansia, presente nella sua più profonda intimità, di una vita spirituale e sociale migliore. Quest'attitudine fondamentale del suo carattere si manifestò negli anni dell'adolescenza vissuti al Collegio "Carlo Alberto" di Moncalieri, in un ambiente di padri Barnabiti, tra la dolcezza delle colline piemontesi. In quegli anni, erano i primi anni del Novecento, era esplosa la polemica modernista contro il cattolicesimo istituzionale. Gli "amici della filosofia", come scrisse Gentile, gioirono perché finalmente il mondo laico e moderno era riuscito a lambire il solido edificio della scolastica. Ma per chi, come quel giovane, cercava la propria strada la ventata modernista rappresentò l'avvio ad una religione laica, nella quale la Verità doveva essere sentita, testimoniata e diffusa, senza frattura tra pensiero e azione. Una foto del 1907, scattata sulle colline torinesi, ci mostra Zanotti Bianco in compagnia di Semeria: il padre barnabita, che godeva di larghe simpatie tra i giovani, oratore affascinante e persuasivo, studioso intento a conciliare il metodo storico e la fede, e sollecito verso la dialettica dell'errore e verso i grandi drammi delle classi popolari. Il messaggio di Semeria che giunse al cuore di Zanotti Bianco, al di là di un'adesione che non arrivò mai al cattolicesimo, fu l'inno alla ricerca interiore del Regno di Dio, che altro non era se non il regno dello Spirito.
Questa ricerca, confortata e sostenuta nell'ambiente torinese dall'avvocato Attilio Begey, un seguace del mistico polacco Towianski, si svolse, inoltre, all'interno della nuova atmosfera di cattolicesimo liberale che Antonio Fogazzaro aveva contribuito a creare. Zanotti Bianco lesse Il Santo, l'opera più vicina alle suggestioni del modernismo dello scrittore vicentino, e consentì appassionatamente, specialmente dopo la condanna della Chiesa, alle posizioni dell'autore tutte rivolte alla speranza della nascita di un "santo laico".

L'avv. sen. Enzo Palumbo ci racconta il Senato e ci aiuta a capire se e come si lo si debba riformare

 

Il Senato in Italia, fra tradizione e riforma.

SOMMARIO: 1) il Senato nello Statuto Albertino. 2) il Senato nell’interregno. 3) il Senato nella Costituzione repubblicana. 4) La lunga strada della riforma: un percorso ad ostacoli: a) 1983-1985 – IX Legislatura: la commissione bicamerale Bozzi; b) 1990 – X Legislatura: una proposta trasversale; c) 1992-1994 – XI Legislatura: la commissione bicamerale De Mita-Iotti; d) 1997-1998 – XIII Legislatura: la commissione bicamerale D’Alema; e) 2005 – XIV Legislatura – la riforma di Lorenzago; f) 2007 – XV Legislatura: la bozza Violante; g) 2012 – XVI Legislatura: la proposta “ABC”; h) 2013 – XVII Legislatura: la commissione governativa Quagliariello; 5) le proposte dell’attualità: a) il progetto del governo Renzi; b) la proposta Chiti e altri. 6) alcuni falsi miti in circolazione: a) da trenta anni i professori bloccano tutto!; b) la lentezza della legislazione; c) l’inefficienza dei governi;d) il paragone cogli altri paesi dell’Europa e del mondo.7) quale bicameralismo e quale forma di governo per l’Italia di domani ?. 8) conclusione.

 

1) IL SENATO NELLO STATUTO ALBERTINO

Nel momento in cui si parla di riformare il Senato, quanto meno nel suo rapporto col Governo e nelle sue tradizionali funzioni di seconda camera legislativa, è il caso di ricordare che in Italia il bicameralismo ha una lunga tradizione, che parte dal Senato del Regno del Piemonte, creato dal re Carlo Alberto con la promulgazione del c.d. Statuto Albertino del febbraio del 1848.

Giovanni Malagodi una cultura aperta, mediterranea

Ringraziamo Beatrice Rangoni per queste pennellate che delineano, come meglio non si potrebbe in poche battute, la figura di Giovanni Malagodi. Ringraziamo anche Libro Aperto, che è la rivista fondata proprio da Giovanni Malagodi ed oggi custodita da Antonio Patuelli e Luigi Compagna, dalla quale abbiamo tratto l’articolo che segue.  

Giovanni Malagodi era stato eletto alla Presidenza del Senato della Repubblica il 22 aprile 1987 e mi aveva voluto con sé come responsabile della sua segreteria, mentre il Senatore Umberto Bonaldi era il suo Capo Gabinetto. Un giornalista di un importante quotidiano europeo aveva chiesto di intervistarlo e lo avevo accompagnato nello studio del Presidente.

LE RAGIONI DEL NO ESPOSTE DA ENZO MARZO

Se amate i commenti e le riflessioni al vetriolo, Enzo Marzo fa per voi.
E' un liberale, e la creatura Critica Liberale, che non è roba da poco, è tutta Sua.
Non osiamo riportare il Suo nome con le iniziali in maiuscolo poichè appartiene alla comunità degli studiosi consapevoli dell'immensità che circonda il sapere,immensità di fronte alla quale non occorrerebbe rendere onore al nome quanto ai concetti espressi dall'interessato.
Sul punto specifico non saranno d'accordo gli insegnanti della scuola elementare, pronti ad inorridire per quel minuscolo sul quale, lo confesso, anch'io ho qualche dubbio d'ispirazione liberale classicheggiante.
Studiosi della materia hanno affermato che tutta la filosofia crociana appare come «una celebrazione dell’individualità», poichè «vede l’infinito nella sua concreta individuazione» ed anche nella storia come pensiero e come azione " l’universale palpita nella realtà non altrimenti che col palpito dell’individuale; e quanto più si ficca l’occhio al fondo di questo, più si vede a fondo l’universale".
Innegabile, per altro verso, concedere a Marzo il richiamo ad un passaggio della filosofia della pratica ove, lo stesso Croce, afferma tuttavia che «la nostra individualità è una parvenza fissata dal nome, cioè da una convenzione», là dove solo l’opera, che è ciò che possiamo riconoscere e continuare degli estinti, ne costituisce la realtà e il significato: «noi realmente non siamo altro che questo desiderio e questa opera, e ciò solo vogliamo immortale di noi».
Comprendo perfettamente che una introduzione come questa ad un commento al referendum Renzi Boschi è come presentarsi in giacca e cravatta ad un concerto di Guè Pequeno ( che è un noto cantante rapper), ma il punto debole dei liberali - è arcinoto - è quello che non hanno il senso della misura.


libertà va cercando, ch'è sì cara

siamo già al regime renziano


di enzo marzo ( tratto da Critica Liberale)

«Ciò che non fecero i barbari lo fecero i Barberini»
Detto romanesco

 Non sappiamo, nel momento in cui scriviamo, se Renzi sia del parere che il voto di domenica è un voto di fiducia sull’attività del suo governo. Su questo tema ha cambiato idea ogni dodici ore, fino a farsi bacchettare dal suo sponsor Napolitano e a farsi tirare per la giacchetta da Mattarella. Noi prendiamo in parola il Renzi dell’ultimo minuto e siamo d’accordo con lui che in occasione del referendum i votanti esprimeranno soprattutto un giudizio sui suoi “mille giorni”. Un cittadino, ancor prima che mostrarsi avverso alle singole “riforme”, credo, spero, che darà un giudizio sulla linea direttrice che sottostà a ogni sua alleanza politica e a ogni suo provvedimento. Direi di più. Mi auguro che il cittadino dia un giudizio sul disegno di fondo del renzismo che si sta realizzando a marce forzate.
Un importante politologo, come Angelo Panebianco, pur di motivare il suo Sì alla riforma costituzionale, ha espresso una tesi da rabbrividire. Che è riassumibile in breve: certo, la riforma non è perfetta, ma cosa lo è?, sicuramente non è imposta dall’alto (sorvolando sull’anomalia dell’iniziativa governativa), e sicuramente «non c’è nessuna “democrazia autoritaria” alle porte». Poi il politologo riconosce che «è giusto ricordare che la riforma del Senato è strettamente collegata alla legge elettorale (Italicum). Chi vota (in un senso o nell’altro) sul Senato vota anche, di
fatto, su quella legge». (I votanti di domenica se lo ricordino, e chissà come la pensano i vari Napolitano e i vari Scalfari che con raro senso della democrazia ora si accorgono che quel democraticissimo vestito su misura che si fece cucire addosso il Renzi del 40% è diventato antidemocraticissimo solo perché il loro pupillo è dimagrito di qualche decina di punti elettorali e il vestito gli “cade addosso”. E ora
va a pennello ai 5 stelle). Poi Panebianco conclude in bellezza: «Non c’è alcun progetto autoritario. E Renzi non è Erdogan. Ma il buon senso è merce rara».

Ghersi riassume lo stato d'animo dei Liberali dopo il Rerendum

Credo che le parole di Livio nello scritto che segue, possano riassumere i sentimenti di tutti gli amici liberali, spero anche di quelli che, con convinzione, hanno votato per il SI. Dopo il Referendum, di fatto, non è cambiato nulla, continuiamo a non avere un Partito per discutere e decidere tutti insieme, ma conserviamo le vecchie regole costituzionali e ci aspetta solo una nuova battaglia per riavere il proporzionale ed, almeno, il diritto di tribuna: dividerci adesso anche su questo, sarebbe troppo. Comunque sia, la forza dell'idea che ha spinto Livio Ghersi a battersi, nonostante i problemi di salute che tratta con un distacco ammirevole, ci riunirà: ne sono certo, è solo questione di tempo. P. Dante -

Un quattro dicembre da ricordare.

Ho l'abitudine di andare a votare presto e, passate da poco le otto del mattino, ero già tornato a casa, dopo aver assolto il mio dovere di elettore. Quella domenica, 4 dicembre 2016, avevo sensazioni negative. Nelle settimane precedenti, avevo visto il Presidente del Consiglio Renzi occupare tutti i possibili spazi televisivi e temevo che una parte rilevante dell'opinione pubblica, quella più anziana, che frequenta poco la rete Internet o la disconosce del tutto, avrebbe finito per lasciarsi condizionare dal messaggio per il Sì, veicolato massicciamente dai canali televisivi.
Nel mio piccolo, ho cominciato a studiare la proposta di riforma costituzionale e, immediatamente, ad oppormi ad essa, fin da quando fu presentato il disegno di legge costituzionale d'iniziativa governativa (DDL n. 1429, Atti Senato, a firma del Presidente del Consiglio dei Ministri, Renzi, e del Ministro per le Riforme costituzionali e i rapporti con il Parlamento, Boschi). Il mio primo articolo al riguardo, pubblicato nel quindicinale on-line di Critica Liberale, titolato "I malcontenti del Senato", reca la data del 12 maggio 2014.
Per quanti articoli, da allora in poi, avessi scritto e per quanti messaggi di posta elettronica avessi potuto mandare, nel tempo, agli amici ed alle persone con le quali sono abitualmente in corrispondenza, avevo chiara consapevolezza che il mio apporto individuale, nella guerra della comunicazione, era pari a zero.
Sono sempre stato abituato, per formazione culturale e per un certo romanticismo politico, a battermi per quelle che, dal mio punto di vista, erano le buone cause, battermi anche quando apparivano perse in partenza. Nessuna migliore causa del patriottismo costituzionale, della difesa della Costituzione della Repubblica italiana, scritta dai deputati all'Assemblea Costituente, di numerosi dei quali onoro la memoria. Eppure, quella domenica mattina mi sentivo un vecchio professionista della sconfitta, per nulla romanticamente nobile, ma proprio vinto, schiantato da una realtà che è troppo forte e dura nei confronti di chi tenta di opporsi. Forse anche gli effetti della chemioterapia contribuivano ad uno stato d'animo tendenzialmente depressivo.
In serata, quando sono cominciati a pervenire gli exit-poll, il mondo è cambiato. Non dico che sono stato sorpreso; perché parlare di sorpresa sarebbe riduttivo. Alla fine dello scrutinio, i dati ufficiali del Ministero dell'Interno sono inequivocabili. La partecipazione al Referendum è stata altissima: in Italia ha votato il 68,48 % degli aventi diritto; percentuale che si abbassa di poco, al 65,47 %, quando si tiene conto del voto della Circoscrizione Estero.
I No, il mio campo, sono stati, complessivamente, 19 milioni 419 mila (59,11 % dei voti validi), mentre i Sì sono stati 13 milioni 432 mila (40,89 %). Stiamo parlando di sei milioni di voti in più per il No; uno scarto che nessuno avrebbe potuto nemmeno lontanamente prevedere in questa misura.
Nella mia Sicilia, il 71,58 % dei voti validi sono stati per il No e stiamo parlando di un milione 620 mila persone in carne ed ossa. In tutta l'Italia Meridionale ed Insulare la vittoria del No è stata schiacciante; con percentuali del 72,22 % in Sardegna, del 68,52 % in Campania, del 67,16 % in Puglia, del 67,02 % in Calabria, del 65,89 % in Basilicata, del 64,39 % in Abruzzo, del 60,78 % in Molise. La "questione meridionale" a qualcuno sembra non più di moda? C'è un profondo malessere nel nostro Sud e chi proverà a liquidare il voto referendario come la conferma di una mentalità conservatrice di noi italiani meridionali, non ha davvero capito alcunché.
E' molto significativo, tuttavia, che il No abbia ottenuto percentuali superiori al 60 % anche in Veneto, Friuli - Venezia Giulia, Liguria e Lazio. Soltanto in tre Regioni italiane i Sì hanno prevalso, ma con percentuali di poco superiori al 50 %: Trentino - Alto Adige, Toscana ed Emilia - Romagna. Ciò significa che c'è un dato omogeneo nell'intero territorio nazionale.
Quale valore dare a questo risultato? Viene punito chi ha creduto che si potessero modificare più di quaranta articoli della Costituzione imponendo al Parlamento un testo calato dall'alto, facendo affidamento su una maggioranza parlamentare ottenuta grazie ad una legge elettorale ultra-maggioritaria, di cui la Corte Costituzionale ha dichiarato la parziale illegittimità con sentenza n. 1/2014, maggioranza che i risultati del Referendum dimostrano non trovare alcuna corrispondenza nel Paese. Chi ha creduto fosse cosa "normale" mortificare ed emarginare le opposizioni parlamentari, fino a costringerle, ripetutamente, ad abbandonare le aule parlamentari; così come fosse "normale" costringere i più irriducibili dissidenti ad uscire dal Partito democratico.
Viene punito chi non sa concepire altro che la velocità della decisione e pensa sia giusto comprimere il principio di rappresentanza (fino a ridicolizzarlo), per puntare tutto sul principio di governabilità. Il sottinteso disegno autoritario sta in questo. Bisognerà, quindi, modificare anche quella legge elettorale, il cosiddetto "Italicum", pensata insieme e fatta approvare negli stessi tempi, della tentata riforma costituzionale. Dal momento che ci sono ricorsi pendenti, bisogna auspicare che la Corte Costituzionale si pronunci prima possibile sull'argomento. Ciò contribuirebbe a sgombrare il campo da dubbi ed incertezze, aiuterebbe il difficile lavoro del Presidente della Repubblica, faciliterebbe l'individuazione di una soluzione nella sede propria, che è quella parlamentare.
E' degno di nota che tutte le più rilevanti forze politiche che facevano parte del fronte del No (l'accozzaglia, nel lessico renziano) abbiano dimostrato di poter orientare la parte prevalente dei propri rispettivi elettorati. Secondo le primi analisi del voto referendario, hanno avuto un'ottima tenuta elettorale la Lega Nord, Fratelli d'Italia, Forza Italia, il Movimento Cinque Stelle. Anche la sinistra del Partito democratico ha fatto la sua, non trascurabile, parte.
Voglio ricordare anche l'apporto, certamente di qualità, se non di quantità, dato dal piccolo gruppo che ho sostenuto: il Comitato per il No che ha realizzato un coordinamento fra liberali, repubblicani e socialisti. Rispetto alle poche risorse, anche umane, disponibili, non sono state cosa da poco la tenacia e lo spirito di militanza dimostrati da un periodico, quale Critica Liberale, e l'intelligente attivismo dell'Associazione per l'Unità repubblicana.
Mi piace citare anche il senatore Mario Monti che, con le sue argomentate dichiarazioni a sostegno del No, ha dimostrato la sua incomparabile superiorità intellettuale rispetto ai tanti che, in un recente passato, erano stati etichettati come "montiani" e che hanno creduto di trovare più convenente approdo nel partito di Renzi. Non dimenticherò mai come quei "montiani" abbiano sabotato e tradito, in occasione delle elezioni per il rinnovo del Parlamento Europeo nel 2014, la lista di "Scelta europea", promossa dal leader liberale belga Guy Verhofstadt, e collegata con il gruppo dei Liberal-democratici, l'ALDE, in sede europea. Forse allora sapevano già che si sarebbero accasati nel PD e, dunque, ritennero inutile fare campagna elettorale per una lista alla quale, pure, avevano formalmente aderito e nella quale avevano espresso candidature. Ora li ho ascoltati argomentare per il Sì, e tutto è stato più chiaro.
In conclusione, chi abbia una visione negativa dell'impegno politico, non può immaginare quale gioia possa dare sentirsi parte di una comunità di milioni e milioni di persone, le quali, forse per le imperscrutabili vie della Provvidenza, in un dato momento si muovono all'unisono e fanno valere il proprio punto di vista contro la linea ufficiale, governativa, che era stata sposata acriticamente da tutti i principali mezzi di comunicazione di massa. Gli avvenimenti storici sono anche determinati da queste forze morali.
Nel bilancio della mia vita, ricorderò la data del 4 dicembre 2016 come una delle giornate più significative, che ho avuto la fortuna di vivere.
Palermo, 5 dicembre 2016

Livio Ghersi

Raffaello Morelli sulla proposta di riforma costituzionale

 la riforma proposta da Renzi Boschi è uno strumento accentratore e cesarista che comprime  la libertà del cittadino 

Il Presidente Renzi ha inaugurato al Teatro Niccolini di Firenze la campagna del governo per il referendum sulla riforma costituzionale e lo ha fatto in termini inequivoci. Per lui l’attuale proposta di riforma sarebbe quella che gli italiani attendono da sempre e in specie “una riforma che non è contro chi ha combattuto per la libertà”. Comportandosì così, Renzi non solo insiste nel violare lo spirito dell’art.138 della Costituzione trasformando il referendum in un plebiscito sul suo governo, ma pronuncia un’enorme bugia che grida vendetta. Infatti, chi ha combattuto per la libertà lo ha fatto per la libertà dei cittadini nel convivere autonomi ed invece è dimostrabile in termini tecnici e di rapporti politici – come è scritto nella recente lettera di decine di costituzionalisti e di giuristi – cheche comprime la libertà del cittadino per più versi. Una simile proposta non c’entra niente con le riforme di cui ogni Costituzione – anche quella italiana vigente – ha bisogno con il passar del tempo per dare regole più aperte e adeguate alla convivenza dei cittadini. Purtroppo la riforma Renzi Boschi propone un peggioramento gravissimo delle condizioni di libertà dei cittadini. Dunque dobbiamo opporci in ogni modo e lavorare per il NO al peggio.

Non soltanto perché la proposta Renzi Boschi è frutto di una procedura parlamentare non rispettosa in partenza della sentenza 1/2014 della Corte Costituzionale che, dichiarando l’incostituzionalità del premio della legge elettorale, ha reso un grande numero di parlamentari non più titolari della facoltà di modificare la Costituzione. Soprattutto perché la proposta Renzi Boschi ha un testo che riga per riga (e riguarda oltre 40 articoli) disegna un chiaro inganno a danno della partecipazione civile dei cittadini, soffocata da numerosissime complicazioni procedurali, da incoerenze costituzionali, da confusioni tra gli organi dello Stato e dal potere esagerato attribuito al governo centrale e al suo Presidente.

E’ indispensabile che il campo dei cittadini liberi si svegli fin d’ora per impedire con il voto (non c’è quorum, vincerà la maggioranza) la regressione della libertà della convivenza. Bisogna battersi con fermezza per un NO nel merito alla proposta di riforma costituzionale Renzi Boschi, utile solo a far regredire l’Italia mettendola nelle mani dell’uomo solo al comando che tacita il popolo distribuendo regalie.

                                                                                                                                                               Raffaello Morelli

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