Tre liberali italiani del ‘900: Baslini, Bozzi, FrumentoConferenza del prof. Michele D’Elia per “ Scuola di Liberalismo”: Ringraziamo la Fondazione Luigi Einaudi per gli Studi di Economia in Roma per l’opportunità offerta di diffondere i testi delle lezioni tenute da autorevoli personalitàQuesta seconda conversazione riprende il percorso tracciato lo scorso anno e si inoltra nell’esame del pensiero liberale, dal quale scaturiscono le azioni dei singoli liberali. Lo sfondo è sempre quello disegnato da Fichte: il sistema della libertà che “soddisfa il mio sentimento; mentre quello delle necessità lo comprime e lo soffoca”. Per procedere, partiamo dalla conclusione del 1999, incentrata su dieci libertà (1. Libertà negativa e libertà positiva; 2. La libertà come metodo di vita; 3. La libertà come lotta; 4. La libertà come riconoscimento dell’umanità e della ragione nell’altro; 5. La libertà come lotta all’Anticristo che è in noi; 6. La libertà come conquista quotidiana; 7. La libertà come azione morale, capace di discriminare il bene dal male; 8. La libertà quale metodo per elevare gradatamente l’uomo, anche mediante il confronto tra più scuole e più culture; 9. La libertà capace di rendere l’uomo giudice di se stesso; 10. La libertà capace di modellare lo stato laico sulla coscienza dell’uomo e di limitare, nei poteri, ma soprattutto di mantenere il primato della politica nel governo degli uomini), delle quali ricordo soltanto la libertà negativa e la libertà positiva perché da queste discendono tutte le altre, come ha bene dimostrato Guido De Ruggiero in Storia del liberalismo europeo. Osserveremo il vissuto del liberalismo attraverso l’attività di tre personalità della storia liberale italiana, autori di una originale interpretazione e sviluppo delle libertà: Antonio Baslini, per la battaglia di civiltà, che ha condotto lungo tutta la sua vita politica e per le sue intuizioni; Aldo Bozzi, per la capacità di mantenere il rigore del giurista nell’impegno politico; Armando Frumento, quale amministratore e storico di profilo europeo. A differenza dell’anno scorso, di questa lezione sono protagonisti uomini del Partito Liberale Italiano tramite la loro presenza nella vita culturale e legislativa del Paese. Il motivo si enuncia da sé: nel momento in cui i partiti sono ancora offuscati dalla vicenda di “tangentopoli”, dalla distruzione della classe politica e dal conseguente trasformismo, una Scuola di Liberalismo non può ignorare la funzione costruttiva che la Costituzione riconosce loro (oltre al fatto che si tratta di un partito autenticamente liberale). Marco Minghetti, nel volume I partiti politici e la loro ingerenza nella giustizia e nell’amministrazione, cento anni fa esamina limiti e pregi e conclude sostenendo che essi non vanno demonizzati ma ricondotti nell’alveo delle leggi statali, affinché queste ne regolino la funzione civile. Lo stesso Aldo Bozzi, tra le proposte di riassetto dello Stato e di modifica di ben quarantadue articoli della Costituzione, prefigurò una regolamentazione ancora oggi di là da venire, per la mancanza di coraggio proprio di quella Destra, che si dice liberale senza esserlo, e le convenienze della Sinistra. Le ancora futuribili regole avrebbero garantita la trasparenza del finanziamento pubblico e la democrazia interna, mediante la partecipazione degli iscritti alle diverse fasi della formazione della volontà politica e la difesa delle minoranze interne di partiti. Il partito è strumento della democrazia: la sua morte genera la dittatura, tanto di un uomo quanto di una forza politica. Antonio Baslini (1926 - 1995): la libertà laica La lunga vita politica e l’operosità dell’imprenditore lombardo Antonio Baslini, possono ricondursi agli ideali di libertà e progresso, specifici della concezione liberale della vita: la battaglia per la legge sul divorzio; l’impegno per la riforma elettorale in senso maggioritario; la vita di partito. 5 giugno 1968. Viene presentata la proposta di legge per lo Scioglimento del matrimonio, primo firmatario, per la maggioranza di governo, l’on. Loris Fortuna del PSI. 7 ottobre 1968. E’ presentata dal PLI, primo firmatario l’on. Antonio Baslini, la proposta di legge relativa alla Disciplina dei casi di divorzio. Le due proposte furono sintetizzate in una sola, che divenne la ben nota legge Fortuna Baslini, approvata il primo dicembre 1970. Diciassette anni dopo, il Senato e la Camera approvarono il testo coordinato della precedente legge con le proposte di modifica presenti nella legge Marinucci (PSI) e Malagodi (PLI) denominata Disciplina dei casi di scioglimento di matrimonio. Il nuovo testo introduceva norme generali negli articoli 19 e 23 e causava la conseguente modifica dell’art. 89 del Codice Civile. Lo leggiamo nell’ormai introvabile opuscolo del 1987, curato da Roberto Svasata, allora responsabile nazionale del PLI per i problemi dello Stato: La nuova legge segna, dal punto di vista politico, il superamento delle divisioni del referendum del 1974, lasciando isolati alcuni pochi esponenti integralisti. Ma il fatto più caratterizzante sta nella riduzione della durata della separazione, unificata in tre anni. Vi è un altro aspetto importante: di fatto si è compiuto anche nel nostro Paese un nuovo passo verso il cosiddetto divorzio consensuale che permetterebbe, sempre alla presenza del giudice, una ulteriore semplificazio- ne delle procedure. I liberali hanno perciò proposto, sia in commissione, sia in aula, l’abbreviazione del termine ad un anno, in caso di coniugi consenzienti e senza prole, essendo convinti che due soggetti maggiorenni abbiano diritto di disporre liberamente di sè, quando tale comportamento non incida, non avendo essi figli, sulla Società. L’emendamento fu respinto. Non entriamo nel merito della legge ma, in sede storica, riviviamo i momenti e le azioni che si conclusero con un profondo e irreversibile mutamento della società italiana, in senso laico e liberale. Di tutto ciò fu anima Antonio Baslini: nel decennio 1960-70, “sentendo” che nella società italiana maturavano esigenze a lungo latenti o appena affioranti, sensibilizzò il partito affinché assumesse le iniziative necessarie per approdare a una nuova proposta di legge. Ma il partito, timoroso di perdere il consenso dei cattolici, che comunque non lo votavano, resisteva. Malagodi era contrario e si oppose a Bozzi, propenso a firmare la proposta di legge. Fu allora che Baslini stabilì un utile collegamento con il deputato Loris Fortuna, sostenitore dell’analoga istanza all’interno del PSI, e con tutti gli ambiti sociali disposti ad ascoltarlo. Uno di questi fu l’ambiente monarchico. Baslini, infatti, da lunghi anni era iscritto e sostenitore dell’Unione Monarchica Italiana, in ciò seguendo l’esempio del nonno, senatore del Regno. Ma era necessario creare un’occasione di confronto pubblico. La costruimmo l’Ispettore regionale Guido Aglina, il Segretario provinciale Pier Giulio Sodano ed io, responsabile degli universitari del Fronte Monarchico Giovanile. Con molto sussiego, gli anziani (direi quasi il “sinodo monarchico”) concessero l’uso della sala nella sede milanese di Corso di Porta Romana 122. Era una sera d’estate del ’67, e dopo la riunione ci fermammo a discutere davanti ad una onesta birra. Tra noi studenti e il giovane deputato nacque un’amicizia che sarebbe durata ininterrottamente, sino alla sua scomparsa. Baslini continuò la sua battaglia all’interno del PLI, che alla fine dopo incontri e scontri, fece sua la proposta di legge. Nel 1974 Fanfani organizzò il referendum abrogativo, del divorzio quale colpo di coda dell’ambiente clericale, ma il tentativo fallì: il divorzio ormai era definitivamente entrato nel costume nazionale, come noi giovani insegnanti capivamo dai discorsi “impegnati” dei nostri alunni. Riporto per completezza la dichiarazione di voto dell’on. Baslini, pronunciata il 28 novembre 1969. ...Nessuno di noi pretende, come è stato detto, che il divorzio sia “la formula della felicità”, ma riteniamo che gli “orfani della carta bollata”, di cui ha parlato l’onorevole Andreotti nel suo elevato intervento, ci siano comunque, quando una coppia si separa; e le conseguenze che i figli sono costretti a sopportare a causa della rottura dell’unità familiare sono di gran lunga superiori in un sistema che, prevedendo l’indissolubilità del vincolo matrimoniale, porta all’inevitabile formarsi di situazioni illegittime, che non in un sistema che, attraverso il divorzio, prenda atto apertamente della situazione e ne regoli le conseguenze salvaguardando gli interessi morali e materiali dei figli e dell’altro coniuge. Un altro aspetto che mi sembra importante tener presente è che l’impossibilità di rifarsi una famiglia legittima pesa maggiormente su chi appartiene alle classi socialmente ed economicamente meno elevate ed è costretto a sopportare, senza speranza, tutti i danni morali e materiali di una situazione di crisi coniugale, ed a mortificare il desiderio di legalità innato nell’uomo civile. E’ quindi falso sostenere che il divorzio è una legge per i ricchi, mentre sappiamo benissimo che chi appartiene ai ceti più abbienti riesce molto spesso a trovare una soluzione ai primi problemi familiari anche senza l’introduzione del divorzio. Ma non è il caso qui di ripetere le tante ragioni di carattere giuridico, costituzionale, morale, sociale ed umano che sono alla base della posizione dei liberali in favore del progetto di divorzio che ci accingiamo a votare. C’è invece una ragione di ordine politico che mi preme evidenziare. Si sono più volte accusati i divorzisti di “anacronistico anticlericalismo” e di “dispetto” o addirittura di “vendetta laica”. Nulla di tutto ciò: ma è bene che coloro cui incombe la responsabilità di votare a favore o contro la legge per l’introduzione del divorzio siano consci del fatto che un voto favorevole avrà il significato di una dichiarazione di indipendenza dello Stato italiano nei confronti dell’influenza della Chiesa nella nostra vita politica. . Condotta a termine la battaglia per il divorzio, che si inquadra in una revisione di fatto dei rapporti fra Stato Italiano e Stato Vaticano, alcuni anni dopo, Baslini intuì le avvisaglie di un nuovo mutamento della società italiana: quella di dare all’elettore un nuovo strumento per esprimere il proprio voto. Anche qui il dato liberale: la capacità di anticipare i tempi e prevenire le esigenze dei cittadini, emergono tramite la sensibilità dell’uomo politico. Nel 1984 pubblica assieme a Giuseppe Vegas, oggi senatore di Forza Italia, il volume Decidere con il voto. Il nuovo impegno, che anticipava di molti anni il sistema maggioritario oggi in atto, era incentrata sul seguente assunto: Le leggi elettorali non sono tabù, ma essenzialmente strumenti tecnici della democrazia, che possono e debbono essere cambiati quando non funzionano. La proporzionale e il regime assembleare che ne consegue hanno fatto il loro tempo: per affrontare le sfide del futuro, sono necessari esecutivi e governi stabili. Quasi tutte le democrazie efficienti adottano sistemi elettorali maggioritari: quello a doppio turno è, a mio avviso, il sistema più adatto all’attuale realtà italiana. Era una battaglia anticipatrice, un po’ da matti sedici anni fa, ma, come ricorda Giuseppe Tamburrano, “In un popolo ci vogliono i politici attuali e quelli inattuali, e, se i primi sono giudicati savi e i secondi matti, guai ai popoli che hanno solo i savi perché spetta di solito ai matti di porre e coltivare i germi della politica avvenire. Baslini, Vegas e il sottoscritto (Tamburrano) apparteniamo alla categoria dei matti”. Ero e resto convinto che il sistema proporzionale sia migliore di quello maggioritario, ma va detto che l’odierno maggioritario deformato, è un ibri- do ben lontano da quello pensato da Baslini e Vegas e da lui proposto alla Camera il 19 marzo 1985. Il Partito Nella vita del PLI Antonio Baslini lasciò il segno: per stile, coerenza e rispetto di ciascuno dei suoi membri: dal più illustre all’ultimo iscritto, all’ultimo impiegato; ma soprattutto, per disinteresse. Consigliere comunale di Milano nel 1960 e deputato per cinque legislature dal 1963, sottosegretario di Stato, vicepresidente nazionale del PLI, giornalista, direttore de La Tribuna, silenzioso sostenitore del nostro foglio monarchico Nuove Sintesi, non disdegnò mai l’incontro, il colloquio ed il consiglio a chi lo chiedeva. Il suo stile garbato, però, non celava la tempra decisa che lo conduceva ad assumersi responsabilità dalle quali altri rifuggivano. Parco nelle parole non lo era nei fatti. Il 30 ottobre del 1995, egli fu ricordato a Milano, in un convegno nazionale che tale non fu. Infatti, alcuni liberali pensarono di appropriarsi della sua figura escludendo altri liberali che avrebbero prodotto l’effetto di una stecca nel coro. Chiamarono alla tribuna personaggi che forse gli avevano parlato due o tre volte in vita loro. Infine, raccolsero nel volume Idealismo senza illusioni alcune testimonianze e contributi, a volte improbabili e comunque, di parte ancorché liberali, ma non certo della sua parte, fatta di equilibrio, capacità e volontà di confronto. Al “matto” Baslini non piacevano di certo alcuni “santi”, secondo l’aforisma di Benedetto Croce, prima ricordato. Baslini, amministratore accorto del voto dei suoi elettori, sapeva (come scrive Jacques Necker in Federalismo e governo forte) che bisogna essere concreti, perché “Quando questi filosofi che avranno rilassato tutto, lasciato tutto dissolversi, si faranno seguire dai politici metafisici formuleranno il progetto di un mondo nuovo sulle rovine del precedente”. E poi: “La reputazione è un frutto che richiede lunga coltivazione e sarà, quindi, spesso trascurata da uomini ai quali si danno due soli anni per rendersi visibili, ci vuole assai minor tempo per piacere; si semina e si raccoglie nello stesso giorno”. Del resto è noto che la buona amministrazione non fa scintille: “Nulla è più opaco della saggezza, nulla è meno appariscente di una moralità perfetta, e queste due qualità sono, tuttavia, indispensabili al governo degli affari pubblici”. Antonio Baslini ha dimostrato di possedere ed esercitare entrambe tali qualità. “L’alternativa liberale”, come ricorda Raffaello Morelli nel suo intervento, “per Baslini non doveva essere concepita come una promessa per quando il PLI fosse maggioranza; l’alternativa liberale si doveva intendere come un qualcosa da realizzarsi giorno per giorno nella misura possibile”. Aldo Bozzi (1909 - 1987): il rigore del magistrato in politica L’attività politica quale sintesi dei doveri verso lo Stato; i comportamenti dell’uomo politico come insieme di atteggiamenti e scelte funzionali alla crescita civile e culturale, tanto del singolo cittadino che della società nazionale in cui egli vive; lo snellimento della macchina dello Stato; una legislazione leggera ed essenziale, che sia guida al cittadino e non ne soffochi la vivacità e l’intraprendenza; il laicismo severo per il quale ciascun legittimo potere operi nella propria sfera; le leggi rigorose ma temperate dall’umanità del giudice, con la quale tentare di risolvere i problemi del Paese e dei cittadini, sono i cardini della tradizione parlamentare liberale, dura a volte nello scontro ma, aperta e leale Tra i liberali che ho conosciuto credo che Aldo Bozzi li abbia meglio vive. In un mondo politico spesso incline anche se oggi, più di ieri, al richiamo del messaggio pubblicitario fine a se stesso, ma capace di colpire l’immaginario delle masse, in origine per scopi commerciali, ora per la presentazione di una tesi, se tesi è, politica come fosse un dentifricio, Bozzi passava fatalmente inosservato. Per le masse è sempre stato uno sconosciuto, più o meno illustre. Infatti, il rigoroso uomo di legge, da giovane referendario a presidente di sezione di Consiglio di Stato, non era noto al grande pubblico, anche se più volte candidato ad importanti incarichi, tra i quali anche quello di Presidente della Repubblica e della Camera, dopo le elezioni del 1979; in quel momento, cioè dal congresso del 1978, egli era già Presidente del PLI. Ma dovette aspettare la IX legislatura, per essere eletto con voto unanime Presidente della prima Bicamerale, anzi dell’unica, che abbia raggiunto dei risultati e presentate percorribili proposte di riforma istituzionale. Egli scherzava su questo suo altalenare: “Io sono diventato un po’ come la sora Camilla che tutti la vogliono ma nessuno se la piglia”. Bozzi così si esprimeva sulla società italiana dell’epoca: “La nostra società è passata in questo periodo da una fase statica, caratterizzata dalla prevalenza dell’economia agricola sugli altri comparti produttivi, ad una fase di grande dinamismo, che l’ha trasformata in società industriale e per alcuni aspetti post-industriale, e la proietta ora verso gli ulteriori sviluppi determinati dall’impatto con le nuove tecnologie che caratterizzano la cosiddetta “terza rivoluzione industriale”. Tutto questo ha cambiato il quadro di riferimento sociale delle disposizioni costituzionali. In altri termini: non tutto quello che andava bene per la società italiana del 1946-48 può andare bene per la società italiana degli “anni Ottanta”, ancor meno per quella degli “anni novanta” che ormai batte alle porte. Ma non gli mancavano la fermezza ed il coraggio. L’aveva dimostrato dopo l’8 settembre, quando si diede alla macchia quale partigiano; o quando fu battuto nel suo collegio dal giovane Paolo Battistuzzi, anch’egli scompar- so, continuando a servire il Partito ed il Paese. La politica, sapeva, è un mare ondoso e le onde sono incontrollabili. Un debito di civiltà L’uomo politico non appannava il giurista ma forse ne affinava la lungimiranza: “Quando fui presidente di un Club Lions ... invitai Segni, allora Presidente della Repubblica: fu una serata brillante e io tenni un discorso sulla riparazione degli errori giudiziari, un tema che mi è molto caro, considerando la riparazione un debito di civiltà che lo Stato deve pagare all’innocente colpito dalla mano, che può essere appunto fallace, della giustizia. Oggi vi è tra i magistrati la tendenza ad emettere ordini di cattura con soverchia facilità, sì da porre in crisi la garanzia dell’habeas corpus”. A conclusione del capitolo Vita di Pretura, egli scrive: “ Credo di non aver dismesso mai l’abito del magistrato, che mi ha condotto a tentare di dare ai problemi politici un’inquadratura logica, a non chiudermi nella faziosità del particolare, ad ascoltare le ragioni dell’avversario, a riconoscerne, se del caso, la validità ... è questo uno dei motivi della mia non troppo brillante carriera politica. Malagodi mi ha rimproverato di essere più giurista che politico. Ed è per quell’abito di magistrato che la Democrazia Cristiana non mi ha voluto nel 1981 Guardasigilli nel Governo Spadolini, accusandomi di essere troppo “garantista”. Del resto, chi è stato magistrato ha avuto sempre scarsa fortuna in politica; fanno eccezione in Francia de Tocqueville e in Italia Giolitti”. Scomparso nel 1987, la sorte gli ha risparmiato lo scempio di “mani pulite”, e dei “giudici-giustizieri”, e mentre numerosi tra loro diventavano deputati, senatori, presidenti di regione o divi della televisione. La Politica Aristotele ha stabilito, credo in modo definitivo, il concetto supremo di politica: è la capacità o l’arte del governo degli uomini, che si è malamente tradotta nell’arte del possibile, cioè della convenienza, del piccolo cabotaggio, del particulare. La tradizione liberale, che incentra nelle libertà costituzionali e parlamentari il fondamento del governo, ha in Aldo Bozzi uno degli interpreti più schietti. Alla politica non può mancare, perché sia effettivamente tale, un assunto di pensiero, una filosofia; e, dunque, un ampio respiro e una visione lungimirante della vita, che informi legge e decreti. Qui si presenta l’eterno ed artificioso dilemma: se debbano governare i politici o i tecnici. Due categorie del genere umano assai diverse tra loro e, credo, antitetiche. La difficoltà sta nell’integrare le intuizioni e i disegni dei primi (se ne hanno) con le conoscenze, appunto, tecniche e, perciò, particolari e specifiche, dei secondi (se ne hanno). L’esperienza di Ministro dei Trasporti nel governo Andreotti, dove Malagodi fu Ministro del Tesoro, dopo l’elezione di Giovanni Leone, rafforzò in Bozzi questa convinzione: “... il discorso che si fa sulla necessità di tecnici alla direzione dei Ministri è privo di fondamento ... è certo che il mestiere di Ministro è quello di compiere scelte, cioè d’individuare gli obiettivi da raggiungere; i tecnici gli stanno accanto come collaboratori ed esecutori ...” In ciò seguiva Einaudi che in Bellezza della lotta, scritto in onore di Piero Gobetti nel 1923, critica il collettivismo che “serve solo a far morire di fame e di noia la gente. Sono puri socialisti ... coloro i quali vogliono far capilare le leggi del lavoro da consigli superiori, in cui, accanto e al di sopra delle due parti contendenti, i competenti, gli esperti, i dotti, i neutri insegnino ai contendenti le regole del perfetto galateo”. Croce, in Filosofia e storiografia, rincara la dose definendo i tecnici gli “invocati competenti” e ricordando Ippolito Taine, circa “medici consultatori”. Del resto, un Paese ricorre ai governi tecnici nei momenti più oscuri. Ma un altro insegnamento si ricava dalla sua attività di Ministro, che si riverbera positivamente sul Partito: quello di una verità semplice e trascurata: il rispetto delle promesse fatte, degli impegni assunti. “Ho sempre creduto che uno dei veleni corrosivi della democrazia sia promettere senza adempiere”. Ed il suo predecessore Scalfaro ne aveva fatte di promesse, sapendo di non poterle mantenere, quando stava per lasciare l’incarico. Questo malcostume ancora vivo non ha danneggiato un partito, ma infirmato le fiducia del cittadino nelle istituzioni. Bozzi e la Monarchia Per quanto il PLI abbia voluto nasconderlo o dimenticarlo, in un eccesso di zelo repubblican-giacobina, Bozzi restò sempre monarchico, come Einaudi e Croce, come tutte i grandi liberali. Nel volume autobiografico Schegge, che è la prima fonte delle nostre notizie, egli in più riprese richiama questo concetto, pur con parole di critica. Dopo aver definito “pagine buie” l’arresto di Mussolini e la fuga di Pescara Bozzi, egli scrive: “Ricordo la sera del 25 luglio 1943, quando la radio annunciò la caduta del Fascismo ... molta gente si precipitò per le strade sventolando il tricolore, vi fu una dimostrazione a piazza del Quirinale e il re Vittorio Emanuele III si affacciò al balcone; in tanto sbandamento v’era bisogno d’un punto a cui riferirsi e tale sembrò allora la corona, mancando ancora l’organizzazione di partiti antifascisti. Il giorno dopo i netturbini faticarono molto a portare via i distintivi fascisti che i bravi romani avevano gettato per le strade ...”. Più esplicito ancora è nel capitolo intitolato: Inizio di vita politica dove afferma: “Votai però monarchia e non scheda bianca, non già in omaggio ai Savoia il cui comportamento, egoistico e pavido, condannava, ma per un principio a cui ho sempre creduto che i popoli dovrebbero attenersi: quello della continuità istituzionale, che deve consentire novità anche profonde senza rotture traumatiche. In realtà, la diarchia Mussolini-Vittorio Emanuele III, il comune primo maresciallato dell’Impero, che fu un insulto per il re, avevano largamente affievolito nella gente l’affetto per la monarchia. La proclamazione della Repubblica, infatti, fu accolta senza eccessivi tripudi e senza tumulti, salvo qualche eccezione a Napoli e nel Sud. Il popolo in una fase drammatica dette prova di maturazione; e bisogna pur dire che Umberto II dimostrò anche lui senso di equilibrio. Il partito monarchico ebbe fortuna nei primi anni, poi, per scissioni, ne nacquero due e infine i superstiti sono confluiti nel movimento sociale italiano, che certo alla monarchia dei Savoia preferisce la Repubblica Sociale di Mussolini con lo stato di Verona. Fu atto d’intelligenza politica eleggere a primo Presidente della Repubblica un uomo, Luigi Einaudi, che s’era battuto per il trionfo della causa monarchica nella campagna referendaria: il messaggio ch’egli lesse nel 1948 innanzi alle Camere riunite è una pagina di alta nobiltà etico-politica...” Verso l’istituto monarchico mantenne sempre questa lealtà spirituale ed ideale, tanto da manifestarla con un atto di alto sentire civile. Infatti alla Camera dei Deputati il 10 agosto 1983 la p.d.l. costituzionale n° 338, per abrogare la XIII disposizione transitoria della Costituzione, cioè l’esilio dei Savoia, costituita da un “articolo unico”. Ne fu il solo firmatario e solo restò. Il PLI non volle assumere posizione formale. La pubblicai nel periodico Nuovo sintesi, al quale inviò un articolo. Sapendomi monarchico, mi disse scherzosamente: “Caro D’Elia, siamo rimasti in due”. Armando Frumento (1911 - 1995): l’operosa amministrazione Il pensiero e l’opera di Armando Frumento si sviluppano nell’alveo della tradizione einaudiana del buon governo. Vice Presidente dell’Internazionale liberale e del PLI, Assessore regionale della Cultura, docente di economia alla Bocconi, Armando Frumento aveva ricoperto nel 1954 l’incarico di rappresentante italiano nel Comitato del Carbone e dell’Acciaio della N.A.T.O. e nel 1958 era stato eletto Presidente del Comitato Siderurgico dell’O. E.C.E. a Parigi e per anni Direttore Generale della Falck. Per questi suoi incarichi, che lo rendevano appieno un cittadino d’Europa, era forse più noto all’estero che in Italia. Non trascurò i suoi studi di storia, tanto che nel 1992 diede alle stampe un volume sul Regno d’Italia napoleonico e negli ultimi anni, sino al momento della scomparsa nel 1995, lavorò ad una ricerca sul pensiero economico nel Rinascimento fiorentino, opera che credo sia rimasta incompiuta. A mano a mano che gli impegni di lavoro venivano meno, aumentavano quelli di amministratore pubblico. Fu per più legislature consigliere regionale e in quanto tale, membro della Commissione d’inchiesta sul disastro dell’ICMESA di Seveso. Leggiamo negli Atti della Commissione di inchiesta (maggio 1983 - febbraio 1984), l’intervento nel quale i principi generali del liberalismo, vissuto e applicato, emergono chiari. Si trattava di accertare le responsabilità circa le operazioni di evacuazione e messa a dimora dei fusti contenenti il materiale inquinato dell’ICMESA, problema di ardua soluzione. Frumento disse, tra l’altro: “Vorrei farvi notare che ci sono due maniere di perlustrare i documenti e d’ascoltare i testi per giungere alla sentenza; due maniere che potrebbero, ma non dovrebbero, essere alternative: una è la via della giustizia, l’altra è quella dell’equità. L’equità unisce anche là dove la giustizia sembra dividere. L’equità dipende assai meno dall’arbitrio degli uomini. Mentre l’esame di giustizia dà una speciale prevalenza alla forma dei fatti, alla lettera dei fatti, l’equità si tiene più vicina alla legge naturale e allo spirito, valutando meglio sia le intenzioni, sia tutte le circostanze reali. La giustizia dà prevalenza all’aspetto deontologico, mentre l’equità soppesa anche quello teleologico, chiedendosi, ad esempio: si avevano alternative migliori?” Le Regioni Le Regioni sono sempre state, per i liberali, oggetto di contrastanti riflessioni politiche ma comunque sempre un problema da affrontare e, possibilmente, risolvere in modo ponderato e concreto, nell’interesse dei cittadini e dello Stato. Infatti: a partire da Cavour il decentramento dei poteri e delle competenze è rimasto un cardine della teoria liberale dell’Amministrazione dello Stato, che in sintesi è questa: al governo nazionale spettano le politiche di indirizzo generale; all’ente locale l’applicazione delle stesse e la risoluzione dei singoli problemi in modo da creare un efficiente equilibrio tra i poteri. Come questo decentramento si sarebbe attuato in Italia era la forte preoccupazione dei liberali, ovvero, all’epoca , del PLI. Durante il decennio 1960-1970, anno della nascita delle Regioni, quali enti amministrativi ed articolazioni dello Stato secondo la Costituzione, le accese polemiche del PLI si incentrarono sul timore che le regioni sarebbero diventate una sorta di copia, forse peggiore, dei ministeri rimani. L’On. Piero Bassetti, esponente della sinistra democristiana, grande fondatore dell’impianto regionale, pensava ad un ente di programmazione e coordinamento, fondato sulla capacità e l’intelligenza di una burocrazia .... e di alto profilo: costituita da poche centinaia di persone, capaci di ben incanalare gli interventi del Centro. Ma poiché siamo in Italia, luogo dove le buone intenzioni illanguidiscono per strada, i timori dei liberali si rivelarono addirittura lontani dalla perversa realtà in cui subito presero a vivere le Regioni. La moltiplicazione di uffici, impiegati e dirigenti fu rapidissima. Si trovò il modo di aggirare la legge istitutiva dell’impianto regionale, che vietava nuo- ve assunzioni di personale, facendolo assumere dai comuni e dalle province, per poi trasferirlo alle regioni. Anche oggi si stenta a sapere quante migliaia di persone sono impiegate nella Regione Lombardia. Per denunciare questa deformazione e proporre nuove soluzioni, nei giorni 19 e 20 marzo 1988, la segreteria regionale lombarda del PLI, guidata dal segretario regionale Giancarlo Morandi, organizzò un convegno nazionale, che si svolse a Monza. Tra i dirigenti e gli amministratori liberali intervenne anche il prof. Frumento. Nel suo intervento compare per la prima volta l’espressione “postindustriale” che precede l’altra più nota “postmoderno”, la quale altro non è che una traduzione più semplice, più “sociale” e accessibile, se vogliamo, della prima. In sostanza, il Partito Liberale prima intuì, poi constatò che l’Ente Regione, dopo appena 18 anni di vita, andava riformato. Ed è quello che sta avvenendo solo oggi. Ma forse i consiglieri regionali da “curiosità istituzionale per i cittadini”, come li definiva Frumento dodici anni fa, sono diventati piccoli portatori di potere e dispensatori di favori. Basti pensare ai recentissimi accorpamenti delle scuole, operati per effetto della legge Bassanini, più per affinità ideologiche che per utilità amministrativa. “Il tema delle regioni è uno dei grandi temi moderni che devo dire non è stato ben risolto in nessuna parte del mondo: talmente nuovo nella sua connotazione contemporanea, forse, che ha reso tutti molto esitanti. La nostra soluzione è stata certo tardiva: abbiamo rincorso le Regioni quando non erano più agricole, non erano quasi più industriali ma stavano diventando postindustriali. Gli spazi regionali sono scoppiati prima della istituzione delle Regioni. Alle spalle le Regioni hanno un saldo istituto come il Comune. Il Comune ha rappresentato, attraverso i secoli, non solo la grande invenzione italiana nel Medioevo ma, nelle zone economicamente sviluppate, ha rappresentato la difesa della libertà. La Regione si è venuta a trovare in questa drammatica situazione: da un lato un passaggio intermedio dell’individuo, al Comune, alla Provincia e allo Stato, e questa è una corrente essenziale ed ascendente per l’aspetto integrativo. Dall’altro lato si trova nella corrente discendente: quella per cui il centro non può seguire la vita sempre più ricca della sempre più estesa periferia. Ci vuole un nesso molto stretto tra Parlamentari regionali e Parlamentari centrali, un nesso oggi del tutto inesistente. Si hanno due modelli: piramidale ed equiordinato. Il sistema piramidale più adatto alle funzioni che si vanno accentrando e che continueranno ad accentrarsi in maniera intensa; quello equiordinato è forse più adatto agli elementi di decentramento. In questa riforma dovremo certamente pensare, non solo a livello nazionale, ma anche a livello regionale, al problema dell’equilibrio fra esecutivo e legislativo. In Lombardia, certamente esiste perché il nostro Statuto e il nostro ordinamento sono nati in un momento in cui la Democrazia Cristiana, i Socialisti, i Socialdemocratici, i Repubblicani corteggiavano con insistenza i Comunisti. Insieme, in una strana combinazione, hanno messo insieme lo Statuto ed il Regolamento del Consi- glio, per cui le Commissioni hanno una pesantissima intromissione nell’esecutivo e il legislativo è una funzione molto pasticciata ....”. In sostanza, le Regioni da centro equilibratore si sono via via trasformate in uno dei tanti centri di potere burocratico ed economico, che soffocano l’Italia. Non possiamo sopprimere il regionalismo ma possiamo migliorarlo. La Cultura Ma anche un altro tema tradizionale, da sempre, per i liberali, incalzava la Lombardia: quello della cultura, del suo potenziamento e della sua diffusione. Una nazione, un popolo non crescono se il loro substrato culturale, le loro stesse radici e la loro storia, di ampio respiro o locale che siano, dove all’aggettivo locale si conferisce significato non restrittivo, sono sfocate agli occhi della classe dirigente. Frumento affrontò anche questo problema in un breve ma efficace intervento, che racchiude il suo programma di assessore regionale alla cultura. Il Consiglio Regionale, partendo dalla constatazione che la moda dell’effimero investe il nostro paese, provenendo d’oltreoceano, esamina alcuni provvedimenti concreti, da assumere per eliminare o ridurre la superficialità insita nella cosiddetta cultura di massa, di per se stessa lontana dalla riflessione e dagli studi approfonditi su singoli temi. “Benché non siano stati presenti in Lombardia quei fenomeni macroscopici di esaltazione dei falsi valori della cosiddetta cultura dell’effimero, legati in gran parte a mode, miti, fenomeni di consumo di massa, non si può certo rilevare la presenza di una politica culturale precisa e organica. L’aspetto più rilevante è certamente quello dello spreco delle risorse fisiche, soprattutto architettoniche: la quantità di strutture abbandonate, inutilizzate, distrutte sul piano culturale con aberranti ristrutturazioni sono numerose. Il discorso vale in generale anche per gli altri beni culturali, sottutilizzati, non sempre accessibili, con attività scoordinate. Non diverse le indicazioni relative ai musei, rimanendo nel complesso astratte le affermazioni relative alle finalità, o (esposizioni e servizi) alle carenze del personale, di cataloghi, inventari, alla mancanza di promozione in campo didattico... ...neppure una riga è dedicata al rapporto tra culture, beni culturali e assetto del territorio, tra politica culturale ed urbanistica, sulla salvezza del territorio, cioè dell’unico museo vivo, luogo delle risorse culturali diffuse ....” A questo proposito, ricordandone la figura, il 7 marzo 1995, nel Consiglio Provinciale di Milano, mi soffermai sul suo rigore di amministratore pubblico, quel che avevo conosciuto a mie spese. L’episodio occorsomi è questo: “... come tutte le volte in cui si copre un Assessorato si ha a che fare anche con richieste di finanziamento di gruppi culturali, di circoli culturali. Egli ne aveva accolto alcune respingendone una sola: quella della Gioventù Liberale che aveva un suo Circolo e chiedeva un piccolo finanziamento. Fui mandato a chiedere ragione e lui mi rispose: “Ma voi siete liberali, vi dovete dare da fare, mi meraviglio che lei venga a chiedere questo finanziamento! Questo è denaro pubblico, servirà ad altri circoli”. E così fu che i giovani liberali non ebbero niente né allora né dopo. A lui sembrava strano che noi non fossimo capaci di far per conto nostro ...”. In sintesi, in Frumento vediamo l’intreccio e l’alternanza del pensiero e dell’azione politico-amministrativa; collegate con una operosità rara, che egli mantenne viva sino agli ultimi giorni di vita. Sino all’ultimo, dunque, attenzione alle persone e ai fatti in una sorta di applicazione dell’Elogio della morte del saggio di Benedetto Croce: “La morte sopravverrà a metterci in respiro, a toglierci dalle mani il compito a cui attendevamo; ma essa non può fare altro che così interromperci, come non possiamo fare altro che lasciarci interrompere, perché in ozio stupido essa non ci può trovare”. Seconda conclusione L’anno scorso siamo approdati a dieci concetti che sintetizzavano il percorso compiuto dai liberali di cui avevo tratteggiato la figura. Ora allarghiamo il ventaglio, enucleando altri aspetti del concetto di libertà, come li vediamo attuati nell’impegno degli uomini politici e pensatori che abbiamo illustrato. 1. la libertà come soluzione del problema dei rapporti fra stato e chiesa; 2. la libertà come strumento per i cittadini di decidere con il voto consapevole il proprio futuro; 3. la libertà come somma responsabilità di politico e di magistrato nella difesa dei diritti civili e nella loro crescita; 4. la libertà di amministrare con rigore e lungimiranza la cosa pubblica, disegnando le prospettive di sviluppo e correggendo quelle strutture che fossero create ad arte; 5. la libertà della scuola, della cultura, dell’istruzione, dell’insegnamento, ovvero crescita in sviluppo intellettuale della società; 6. la libertà del cittadino di decidere la propria vita all’interno di un quadro legislativo semplice, chiaro ed essenziale, e per ciò stesso più facilmente comprensibile ed applicabile; 7. la libertà di non venire oppressi da una tassazione iniqua; 8. la libertà di non essere imbrigliati da una burocrazia ottusa, impegnata più a perpetuare se stessa che a servire lo stato ed il cittadino; 9. la libertà dei partiti di essere riconosciuti non solo come stati di fatto ma come soggetti di diritto; 10. la libertà di adattare le istituzioni ai bisogni dei cittadini e di riconoscere altre nuove libertà, diritti e responsabilità, secondo l’Appello liberale di Roma del 1981. |
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